ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 9 settembre 2017

Pochi, pochissimi: ma buoni, in compenso,


VIDESOTT SOLO UN SACERDOTE              

Heinrich Videsott: solo e sempre sacerdote. Nel marasma della neochiesa, nell’apostasia generalizzata e mascherata che sta trascinando molte anime alla rovina senza quasi che se ne accorgano, i veri sacerdoti ci sono ancora di Francesco Lamendola  

 

Qualcuno, ancora, c’è. Non molti, anzi pochi, pochissimi: ma buoni, in compenso, a volte perfino ottimi. Nel marasma della neochiesa, nell’apostasia generalizzata e mascherata, che sta trascinando molte anime alla rovina senza quasi che se ne accorgano (ed appunto è il “quasi” che dovrebbe fare la differenza), i veri sacerdoti ci sono ancora, nonostante tutto: saldi come la roccia, simili a dei fari che brillano nella notte e indicano la rotta ai naviganti smarriti. Per la grazia del Signore e non per merito loro, questi umili operai della vigna divina, quasi sempre lontani dai palazzi delle alte gerarchie e dalle aule delle facoltà universitarie, questi uomini di Dio ci confortano, con la loro sola presenza, con la loro testimonianza, per il fatto di esserci, e di essere così come sono: silenziosi, benevoli, accoglienti ma non permissivi, buoni ma non buonisti, aperti ma non relativisti, fiduciosi ma non sciocchi, con una luce soprannaturale che brilla nello sguardo e traspare dai loro gesti, dalle loro parole, e perfino dai silenzi: silenzi carichi di raccoglimento, di contemplazione, di preghiera. Che cosa fanno? Nulla di speciale, almeno in apparenza. Non si agitano necessariamente in qualche onlus (con tutto rispetto per quanti lo fanno), né offrono la loro chiesa – che non è loro, ma di Dio – come dormitorio a qualche decina di sedicenti profughi; non tengono veglie di preghiera contro l’omofobia, né invitano all’altare delle coppie omosessuali, durante la santa Messa, per presentarle ai fedeli con un sorriso smagliante, auspicando che presto possano coronare il loro sogno d’amore con tutti i crismi della Chiesa cattolica, e intanto prodigano loro sorrisi ammirati e compiaciuti, asserendo che il primo comandamento di Dio è quello dell’amore, e non importa chi o come si ama; e non invitano esponenti più o meno noti del Partito radicale, a tenere conferenze per i fedeli, sempre in chiesa, come fanno certi loro colleghi progressisti; infine, quando predicano o tengono la lezione di catechismo ai bambini e ai ragazzi, non si mettono a parlare dei diritti dell’uomo, o della questione ecologica, o della lotta contro i pregiudizi e del dovere dell’accoglienza di chiunque si presenti alla porta di casa: o, se per caso lo fanno, lo fanno a margine del loro discorso, che verte su Dio, sul suo Figlio unigenito Gesù Cristo, sull’azione salvifica dello Spirito Santo, sulla grazia e sul peccato, sul bene e sul male, sul giudizio e la vita eterna, il paradiso e l’inferno. 


Lo fanno  a margine, non nel senso che le questioni sociali e ambientali non siano importanti, ma ne senso che tutto, per il cattolico, è subordinato a Gesù Cristo: e la vera dottrina cattolica non può essere mutata a capriccio di qualche prete o di qualche teologo in fregola di modernismo, che mettono Buddha e Gesù Cristo sullo stesso piano, che chiudono un occhio, o magari due, sull’aborto e l’eutanasia, e che si preoccupano sempre di amare i lontani, i diversi, gli “ultimi”, e non si accorgono che gli ultimi siamo diventati noi, sono diventati i nostri vicini, i nostri vecchi, abbandonati a se stessi, dopo una vita di onesto lavoro, nelle periferie invase da immigrati incivili, prepotenti, dove regnano droga e prostituzione, e dove, per scippare la borsa a una pensionata, non si fanno scrupolo di sbatterla a terra e mandarla all’ospedale, se non peggio, mentre i nostri giovani non trovano lavoro e sono costretti a cercarlo all’estero; e i nostri commercianti, artigiani e piccoli imprenditori, vengono rovinati dalla crisi, espropriati dal fisco, truffati o strangolati dalle banche ove avevano depositato i loro risparmi o alle quali avevano domandato un prestito. Questi sono oggi gli ultimi, perché nessuno li difende, nessuno si prende a cuore le loro difficoltà: la misericordia e la solidarietà sono tutte per gli altri, per queste orde di africani, di asiatici, di musulmani, i quali vengono non si sa da dove, e fuggono da non si sa cosa, magari dallo stregone che ha fatto loro una fattura, o dai parenti della ex fidanzata che vogliono far loro la pelle perché non l’hanno più sposata, o dalle leggi omofobe che perseguitano gli omosessuali: e giù i minchioni a redigere un verbale: il Tal Dei Tai dichiara di aver dovuto fuggire dal proprio Paese (quale, in realtà? bisogna fidarsi sulla parola), perché in pericolo di vita a causa di, eccetera, eccetera: peccato che non siano stati affatto maleficiati dagli stregoni, né perseguitati dai parenti della ex fidanzata, e che non siano nemmeno omosessuali: ma tant’è, basta raccontare una storiella qualsiasi e si entra nel girone dei richiedenti asilo, ci si fa mantenere gratis per un paio d’anni, rifiutando il cibo perché “monotono” e incrociando le braccia se ci sono delle foglie da spazzare in cortile, perché i richiedenti asilo hanno dei diritti ben precisi da far valere, via, non scherziamo, se no vanno tutti quanti in processione dal prefetto a protestare, e se non basta ancora, si rivolgono all’Alta Corte di Giustizia delle Nazioni Unite, perché l’Italia è inadempiente, non li tratta bene, non garantisce loro una assistenza decorosa, non ci sono nemmeno le docce con l’acqua calda (in estate); figuriamoci in che razza di Paese di negrieri e di trogloditi quei poveretti son capitati.



Ora, mentre i preti di sinistra sono tutti presi dalla foga di mostrarsi solidali e accoglienti con questi profughi/invasori, così come esorta e ordina papa Francesco, e come pretendono i prefetti, il capo del Governo e il capo dello Stato, tutti insieme e solidali, a loro volta, con George Soros, chissà come mai, e con i poteri forti della finanza internazionale, il vero prete non perde la tramontana, non si discosta di un millimetro dalla sua missione: annunciare il Vangelo e cercar d’incarnare, nella sua stessa vita, il modello unico e perfetto rappresentato da Gesù Cristo. Va da sé che l’uomo di Dio non nega aiuto ad alcuno: ma non si mette a distribuire denari a chi non ha voglia di lavorare, a chi si finge povero e bisognoso solo per farsi mantenere gratis, a chi ha bisogno di soldi per comperarsi la droga o gli alcolici. L’uomo di Dio non ha il compito di rimettere a posto le storture di questo mondo: per un simile compito, o meglio, per un simile tentativo, che resterà sempre più o meno utopistico, ci sono gli amministratori, i sindacalisti, i politici, i giuristi, gli economisti, i sociologi, gli urbanisti, e chi più ne ha, più ne metta. Ma l’uomo di Dio è insostituibile, perché è stato consacrato quale sacerdote, cioè quale alter Christus: lui, e lui solo, può amministrare il sacramento della penitenza, così come quello della santa Eucarestia (pessima idea, quella di affidare quest’ultima funzione anche ai diaconi, e magari alle diaconesse); a lui, e a lui solo, è stata data la facoltà di legare o sciogliere il peccato che tiene l’uomo separato dalla santa Chiesa e dalla riconciliazione con Dio: queste cose non le possono fare né l’amministratore, né il sindacalista, né il politico, né il giurista, né l’economista, né il sociologo, né l’urbanista. Ma come, obietterà il cattolico progressista, forse che un buon prete non deve farsi carico anche dei problemi concreti e materiali delle sue pecorelle? Nossignori: non è questa la sua missione. Se può aiutare, aiuta; ma la sua missione non è quella; egli non è stato mandato nel mondo per rimediare alle cose che non funzionano, o alle situazioni di bisogno, sul piano materiale ed economico. Niente affatto. Egli è stato mandato nel mondo per riaccendere nei cuori e nelle anime il sentimento di amore filiale per Dio Padre, Creatore onnipotente del Cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili; la gratitudine per il suo Figlio divino, che si è incarnato e ha dato la sua vita per amore nostro; e per suscitare la fede e l’abbandono all’azione dello Spirito Santo, che trasmette all’uomo, mediante la Grazia, la vita divina e lo rende a pieno titolo figlio di Dio, piegando e rimuovendo l’ostacolo rappresentato dal peccato.
Il vero uomo di Dio ha sempre rappresentato un elemento certezza, di conforto, una presenza spirituale in un mondo sprofondato nella dimensione materiale. Purtroppo, a partire dalla “stagione” del Concilio Vaticano II, le cose sono cambiate. Un vento di follia – come ha detto un autorevole prelato – ha fatto irruzione nel clero, ha traviato moltissimi sacerdoti e anche un buon numero di vescovi, i quali, capovolgendo la prospettiva del loro ministero e venendo meno al sacro impegno che si erano assunti al momento dell’ordinazione, invece di avvicinare gli uomini a Dio, si son messi ad avvicinare la dottrina cattolica agli uomini, abbassandola, svuotandola, banalizzandola, e infine riducendola a un vuoto e scipito umanitarismo, adatto per tutte le stagioni, amorfo, indifferenziato, nel quale potrebbero tranquillamente riconoscersi perfino i peggiori nemici del Vangelo: i fautori del divorzio, dell’aborto, dell’eutanasia, del cosiddetto matrimonio omosessuale. Impazziti, hanno incominciato a stravolgere la liturgia, a sovvertire la pastorale, a modificar perfino la dottrina; hanno smesso di parlare del male e del bene, del peccato e della grazia, del giudizio e della vita eterna, e s’infervorano a parlare sempre e solo della misericordia di Dio, della solidarietà fra gli uomini, dell’ambiente da proteggere, della pace da preservare, riducendo il cristianesimo a un fatto zuccheroso, mondano, emotivo, buonista, immanente, una religione da  supermarket, paghi due e compri tre: senza respiro soprannaturale, senza afflato divino, senza l’aria e la luce che vengono solo da Cristo, morto e risorto per noi, e che tornerà sulla terra per giudicare i vivi e i morti. Si direbbe che costoro si siano dimenticato il Credo: e che, quando lo recitano, per obbligo d’ufficio, non vi prestino un’intima adesione, non meditino quelle parole e quei concetti, tutti presi dalla furia di agire qui, adesso, concretamente, visibilmente: hanno fatto una sbornia di marxismo e di teologia della liberazione, si sentono vescovi e preti “di strada” e se ne vantano, mentre l’unica professione di strada che la società conosca è quella delle signorine che passeggiano sui marciapiedi dopo il calar del sole. In breve, hanno ridotto il cattolicesimo al livello di una farsa, la dottrina a una buffonata, la liturgia a un ghiribizzo anarcoide, dove ciascuno è libero d’improvvisare, d’inventare, di sperimentare qualsiasi cosa, anche la più pacchiana, inadatta e perfino sacrilega. Introdurre la statua del dio indù Ganesha in una chiesa cattolica, ad esempio, fra il tripudio dei suoi devoti: come si dovrebbe qualificare una tale iniziativa da parte del parroco di quella parrocchia?
I preti progressisti e “di strada”, oggi, godono della benevola attenzione dei mass media e sono portati in palmo di mano dalla gerarchia della neochiesa: valga per tutti la solenne riabilitazione, da parte di papa Francesco, di quel cattivo maestro che è stato don Lorenzo Milani, fomentatore del rancore sociale e personaggio dubbio anche sul piano delle inclinazioni personali. I preti secondo la volontà di Dio, invece, non cercano la notorietà, non vanno in televisione, non rilasciano interviste, né sobillano i loro piccoli parrocchiani contro le loro maestre e professoresse, accusandole aspramente, con tono da tribunale giacobino, di orribili misfatti classisti e anti-popolari; e nemmeno si auto-investono della missione di novelli Mosè venuti a salvare i profughi dalle acque, facendo i telefonisti a tempo pieno per conto delle navi cariche di clandestini e quindi, indirettamente (o forse anche direttamente) agevolando il servizio taxi per conto dei criminali scafisti che si arricchiscono sulla pelle di quei disgraziati.  No: il vero uomo di Dio è un punto di riferimento spirituale e morale, un presidio della vera dottrina, un esempio di amore a Dio e al prossimo, ma nella giustizia e nella verità. L’amore senza verità e la misericordia senza giustizia non appartengono al cattolicesimo e non sono le virtù che un uomo di Dio deve possedere. Questo va detto una volta per tutte. Non è vero che basta l’amore, che basta la solidarietà, che basta la misericordia: chiunque può offrire tali cose, magari per un fine strumentale o perfino abietto; anche un delinquente, anche un mafioso; ma solo il cristiano fa tutto per amore di Dio, dunque nella verità e nella giustizia. Ne consegue che il vero uomo di Dio vuol bene a tutti, ma non approva il peccato; dice di sì quando è possibile, e dice di no quando non è possibile: non sacrifica mai la verità e la giustizia, non umilia mai il suo ministero approvando cose sbagliate o peccaminose; e non butta via il Corpo e il Sangue di Cristo, pagati a così caro prezzo con la sua Passione, dando la Comunione a dei peccatori impenitenti. E se l’enciclica Amoris laetitia dice il contrario, ebbene, sbaglia: significa che essa non appartiene al vero Magistero della Chiesa, perché il Magistero non può contraddire e smentire se stesso, e la Chiesa, per circa duemila anni, a proposito di matrimonio e divorzio, ha detto sempre la stessa cosa, la stessa cosa che ha detto Gesù Cristo, e non ha mai mutato posizione: l’uomo non divida ciò che Dio ha unito. Senza se e senza ma.
Poiché pensano solo al bene delle anime e non cercano affatto la visibilità, non scrivono libri (di solito), non fanno parlare di sé per via della Messa con i burattini o della discoteca post Messa, e nemmeno per essere amici viscerali dei transessuali e degli invertiti, o per il fatto di candidarsi alle politiche in qualche partito di sinistra, il cui programma è in stridente contrasto con la morale del Vangelo, i veri sacerdoti passano inosservati, tranne che per i loro parrocchiani, e scusate se è poco. Per i loro parrocchiani ci sono, sempre. Ci sono sull’altare, ci sono nel confessionale, ci sono in oratorio, ci sono nella benedizione delle case (mentre i preti modernisti non vanno più a benedirle, non hanno tempo e poi, in fondo, la considerano quasi una forma di superstizione). I veri sacerdoti sono sempre tranquilli, sereni, accoglienti, anche se hanno problemi d’ogni tipo, in parrocchia e nella loro famiglia di origine; sono benevoli, affettuosi, aperti, ma, se necessario, sanno anche essere giustamente severi. C’è bisogno anche di quello: altrimenti si scivola nella religione buonista e da supermercato. Uno di questi sacerdoti silenziosi, umili, attivi, spiritualmente presenti e di autentico conforto per il loro piccolo gregge, è stato Heinrich Videsott, meglio noto alla sua gente come don Enrico, che qualcuno ha definito “il padre Pio delle Dolomiti” per la sua vita esemplare e per il modello di autentica santità che egli ha rappresentato, per tanti anni, nelle valli alpine dove ha svolto il suo sacro ministero; e realmente è possibile che, fra qualche anno, il suo nome andrà ad aggiungersi a quelli dei santi riconosciuti come tali dalla Chiesa cattolica, e offerti alla devozione dei fedeli. Ma per quelli che l’hanno conosciuto nella sua lunga e benefica esistenza terrena, non c’è alcun dubbio: don Enrico era un santo, come Jean-Marie Vianney lo era per gi abitanti di Ars.
Del 09 Settembre 2017

Heinrich Videsott: solo e sempre sacerdote

di

Francesco Lamendola


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