ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

domenica 26 novembre 2017

Per riconoscere la menzogna

DA COSA LI RICONOSCIAMO


Ecco da cosa li riconosciamo San Giovanni ha mostrato il modo per distinguere i falsi cattolici dai veri ora tocca a noi coraggio non siamo soli lo Spirito di Verità che Gesù ha promesso ci guiderà in questo difficile passaggio 
di Francesco Lamendola   

 
  
Anche se gli uomini della neochiesa agiscono con astuzia e secondo un piano metodico, abile, studiato fin nei dettagli - il disordine è solo apparente, oppure serve a dare l’impressione della spontaneità e della naturalezza, e, comunque, riguarda solo i livelli inferiori e inconsapevoli della manovra – vi sono dei segni, degli indizi, i quali permettono di riconoscere sia loro che le tappe successive del loro disegno. La principale abilità da essi mostrata è quella di agire a piccoli passi, però in maniera costante e quotidiana; inoltre, di conservare sempre un certo margine di possibile smentita, di muoversi in un alone di ambiguità perfettamente voluta, in modo da poter sempre smentire le insinuazioni e sostenere la perfetta ortodossia del loro modo di agire. 

Difatti, è molto difficile sorprenderli in flagrante su questa o quella cosa; usano espressioni a doppio o triplo senso, compiono gesti passibili di diverse interpretazioni, insomma stanno sempre attenti a non scoprire eccessivamente il loro gioco, a proteggersi le spalle per un’eventuale ritirata, beninteso temporanea, secondo la tattica di fare, ogni tanto, un passo indietro, per poi farne due o tre di lato, oppure obliquamente, insomma senza mai arretrare veramente e, anzi, riuscendo sempre ad avanzare, pur senza averne l’aria. Perché la loro malizia sia smascherata e la temibile pericolosità della loro manovra appaia in piena evidenza, occorre guardare non la singola frase o il singolo gesto, ma tutto l’insieme: perché è solo allora, cioè tenendo conto di una prospettiva globale, a trecentosessanta gradi, che apparirà fino a che punto costoro siano riusciti a modificare sostanzialmente ogni aspetto della vita della Chiesa, realizzando molti progressi rispetto al loro obiettivo finale: la distruzione totale della Chiesa mediante la sua sovversione interna, realizzata, per di più, in maniera tale che la stragrande maggioranza dei fedeli non se ne renda neppure conto; anzi, addirittura con una maggioranza di fedeli che battono le mani agli autori della dissoluzione e, in particolare, che osannano e idolatrano il principale responsabile di essa: il papa sudamericano. Se si guarda all’insieme, e non alle singole parti, ci si accorge della vastità impressionante della loro opera, e di come essa sia giunta ormai a buon punto; di quanto sia avanzata la loro funesta penetrazione nel cuore stesso della Chiesa, e di come non vi sia più alcun ambito, dalla dottrina, alla pastorale, alla liturgia, in cui non siano riusciti ad introdurre delle modifiche sostanziali. Ma che siano sostanziali, appare solo se ci si pone a una certa distanza e si valuta l’insieme; finché si guardano le cose da vicino e ci si limita a focalizzare dei singoli aspetti, tutto ciò sfugge allo sguardo. È come quando si guarda una cosa standole troppo da presso: l’occhio non coglie che alcuni particolari, e neppure si accorge che la totalità della cosa è stata radicalmente modificata, al punto che è divenuto pressoché impossibile immaginare un eventuale ripristino della condizione originaria.
Ecco, questa è la situazione attuale: le cose sono arrivate così innanzi, che, quand’anche ci si rendesse finalmente conto di quel che è accaduto, si riconoscesse la perfidia del clero massonico e modernista, e si tentasse una inversione di rotta, la cosa sarebbe ormai difficilissima, perché si sono create tutta una serie di situazioni di non ritorno. Al livello più semplice della pastorale, per esempio, immaginiamo un sacerdote che sia giunto in una nuova parrocchia e che decida di riunire le giovani coppie di sposi per un corso di formazione alla vita matrimoniale. Ed ecco che una parrocchiana si alza in piedi, mettiamo una corista, una persona piuttosto attiva nella vita di quella comunità, e dica spazientita, con il tono di chi ha tutto il diritto di dettare la linea: Be’, ma non lasceremo mica fuori le coppie non sposate! Il corso deve essere per tutti, si capisce, sposati o conviventi! E ora proviamo a immaginare come farà, quel povero parroco, a far capire che questa invadenza dei laici nelle decisioni pastorali è illegittima; e che, nel caso specifico, muove da un grave abuso dottrinale, frutto probabilmente d’ignoranza, oltre che di presunzione: dal momento che, per la Chiesa cattolica, il matrimonio è quello che si celebra in chiesa, davanti a Dio, fra un uomo e una donna (non fra due uomini o due donne), sotto forma di Sacramento, solenne e indissolubile, e non qualsiasi forma di convivenza non ufficiale e non religiosa. Il minimo che potrà capitare a quel sacerdote, se vorrà rimanere fedele alla vera dottrina e assumersi in pieno la sua responsabilità di pastore, sarà di passare per oscurantista, centralista, autoritario; per un nemico dell’iniziativa dei laici e della loro partecipazione alla vita parrocchiale; per un cattolico conservatore e intollerante, imbevuto di pregiudizi, privo di comprensione e di compassione per le situazioni irregolari, sì, ma infine non poi così sbagliate, visto che lo stesso papa Francesco, con l’esortazione apostolica Amoris laetitia, ha scritto chiaramente, nero su bianco, che, dopotutto, si può anche chiudere un occhio, e magari tutti e due, sulle nuove convivenze dei coniugi separati o divorziati, perché il sacerdote deve agire con carità e discernimento e non giudicare troppo severamente. Di più: il papa ha affermato testualmente che Dio stesso, davanti alla “complessità” delle situazioni venutesi a creare dopo quella separazione o quel divorzio, non si aspetta dai peccatori – i quali, peraltro, non vengono mai chiamati con questo nome, evidentemente brutto e anacronistico – se non che rimangano nella loro condizione di peccato, visto che di più non riescono a fare! E se Dio stesso comprende e santifica il peccato, parola di papa, come oserà mettersi di traverso e ostacolare tanta misericordia, un qualsiasi sacerdote di una qualsiasi parrocchia? E, più in generale, come potrà, quel tale sacerdote, far capire ai suoi effervescenti parrocchiani che la Chiesa non è un soviet, non è una repubblica assembleare, non è una forma di democrazia diretta, dove si vota e si decide ogni cosa a maggioranza, dopo averla messa ai voti, bensì una istituzione di origine divina, fondata sulla roccia della Verità di Cristo, e, pertanto, assolutamente indisponibile a qualsiasi compromesso o accomodamento con lo spirito del mondo?
E quel parroco di un paese del Goriziano che ha invitato a dimettersi un capo degli scout parrocchiali, omosessuale dichiarato e sposatosi in municipio con un uomo, ma che ha ricevuto un bel “no” da costui: come farà a far capire ai suoi parrocchiani che la cosa è contraria, oltre che al buon senso e alla morale comune, alla dottrina cattolica e alla morale cattolica? Li ha tutti contro: una buona fetta dei comprensivi e progrediti parrocchiani; l’organizzazione regionale degli scout cattolici; il suo stesso vice-parroco, che lo ha smentito pubblicamente, fra l’altro partecipando alla cerimonia dell’unione gay in municipio; il suo arcivescovo, che, pur non smentendolo, ha fatto capire, con un documento prolisso e confuso, e che più ambiguo non si può, come l’importante sia, tanto per cambiare, discernere e accompagnare le persone; e infine il quotidiano della C.E.I., L’Avvenire, che ha pubblicato in forma mutilata la sua lettera aperta sul caso in questione e, con ciò stesso, e con altri segnali, ha fatto capire di ritenere quel sacerdote un po’ troppo, come dice sempre papa Bergoglio?, rigido, ecco, un po’ troppo rigido, insomma poco aperto, poco accogliente, poco solidale e poco inclusivo: tutta una sfilza di orribili difetti, se non di peccati veri e propri - in questo caso, sì, che si tratta di peccati; non nel caso della sodomia dichiarata e della pretesa di fare l’educatore dei ragazzini, dopo aver celebrato una unione civile con un altro uomo, il tutto, a quanto pare, nella più perfetta osservanza della dottrina morale insegnata da Gesù Cristo. Il quale, evidentemente, quando diceva che, se il tuo occhio ti è di scandalo, te lo devi strapparee se ti sono di scandalo la tua mano o il tuo piede, te li devi tagliare, e dunque parlava solo dei peccati di desiderio e neppure dei peccati concretamente attuati, a quanto pare scherzava, aveva voglia di far delle battute di spirito e si vede che era allegro, il mattacchione, che gli piaceva buttarla in ridere, ma si capisce che non stava parlando sul serio...
Dicevamo che, di questi tempi, tempi d’inganno modernista e sistematica falsificazione della vera dottrina cattolica, esiste un modo sicuro per riconoscere la menzogna e per smascherare le frodi che il clero della neochiesa sta tendendo alle anime belle e ai cattolici un po’ troppo ingenui e fiduciosi: la questione della divinità di Gesù Cristo, il Verbo incarnato, vero Dio e vero uomo. I cattolici autentici non hanno alcun dubbio, né alcuna esitazione ad affermarla; quelli falsi, sia pur senza negarla esplicitamente, ci girano sempre attorno, fingono di averla affermata anche se non l’hanno fatto, e intanto insinuano, or qua, ora là, dei dubbi, delle mezze parole, delle frasette che mettono a disagio i fedeli, che li sgomentano, che li fanno andare in crisi. Quando, per fare un esempio molto preciso, il papa dice che non ci sono dubbi sulla morte di Gesù, perché essa è un fatto storico, mentre la sua resurrezione è un qualcosa che attiene alla fede, e quindi suggerisce, pur senza dirlo, che la fede è qualche cosa di meno, e non qualche cosa di più, della verità storica, egli ha insinuato un dubbio nell’anima di milioni di persone: si deve credere che Gesù è morto, perché si deve credere alla storia; ma credere che sia anche risorto, eh, questo è un altro paio di maniche, è una faccenda complicata, non si può mica risolverla così, in quattro e quattr’otto, bisogna andarci piano, bisogna contestualizzare (come direbbe padre Sosa Abascal), non siamo mica tanto sicuri di poter prendere alle lettera i quattro Vangeli, su questo punto… Oppure quando il papa parla della teofania, mentre avrebbe dovuto dire ”transustanziazione”, che cosa deve capire, il fedele qualsiasi, il cattolico in buona fede, se non che le due cose sono, più o meno, una sola ed unica cosa? Peccato che non lo siano affatto; e che, se si smette di parlare, e di pensare, alla santa Eucarestia in termini di transustanziazione, si comincia col negare un concetto cardine della divinità di Cristo: perché, se Gesù Cristo è Dio, allora la sua affermazione: Prendete e mangiate, questo è il mio corpo; bevete, questo è il mio sangue, va presa sul serio; e, in tal caso, non si può sostituire il concetto della transustanziazione con quello, estremamente vago e generico, della teofania… E non è finita. Quando il papa – ancora lui, sempre lui – butta là, con la massima nonchalance, una frase come questa: Dio non è cattolico, pare che dica una cosa, tutto sommato, ragionevole, e invece essa è falsa, per un cattolico, assolutamente falsa: però non viene percepita subito come tale, non dalla maggioranza dei credenti; intanto però penetra come un veleno, scava dei dubbi, mette disagio, fa soffrire anime semplici e buone… in breve, è la strategia dei piccoli passi, dei passi maligni, cattivi, che scandalizzano il gregge, invece di rassicurarlo; che lo spaventano e lo disperdono, invece di riunirlo e di proteggerlo. Ma che razza di pastore è mai quello che agisce in una tale maniera?

Ecco da cosa li riconosciamo

di Francesco Lamendola

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