ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 27 dicembre 2017

Oggi, più che mai

Perché così poche reazioni?



In un secolo di fede, di fronte alle stravaganze del Santo Padre in materia di morale, le reazioni sarebbero state ben più vivaci di quelle odierne. Sì, in un secolo di fede, tutta la Chiesa sarebbe in allarme e a giusto titolo. Ma bisogna constatare che gli attacchi condotti di traverso contro l’indissolubilità del matrimonio, nell’esortazione post-sinodale Amoris Laetitia, hanno scosso in totale solo un pugno di cardinali, di vescovi e di laici, e meno male che molte di queste reazioni si sono espresse pubblicamente in maniera frequente e insistente. In più, certi sostenitori della morale evangelica si sono radunati sotto pressione quasi stanchi della linea tracciata dall’ormai famoso capitolo otto: Il Papa non dice di avere a sua disposizione lo Spirito Santo?

Perché questa pusillanimità? Ci si deve richiamare alla perdita del gusto della verità, perdita che è stata causata dalla falsa nozione di “tradizione vivente”, evolutiva, comune ai papi conciliari. Preoccupati di preservare i nostri corpi, rimaniamo immersi in un mare di relativismo che indebolisce le nostre intelligenze e le nostre volontà. Così, noi non attacchiamo come si dovrebbe ciò che viene dalle persone investite di autorità: che esse sbaglino apertamente, gravemente, con pertinacia, noi rimaniamo intimiditi, come paralizzati o perfino portati a distorcere il nostro giudizio per giustificare l’ingiustificabile: l’abbandono della morale naturale e rivelata, l’insegnamento del Signore Gesù.
Non ci sentiamo in grado di tenere fermo, di far fronte, inventiamo dei ragionamenti capziosi verniciati di soprannaturalismo per poter rimanere in silenzio.
Ne volete una dimostrazione? Nell’editoriale della Lettera agli Amici e Benefattori della Fraternità San Pietro (1), possiamo leggere: «… certi messaggi dell’Autorità della Chiesa stupiscono o confondono una parte notevole dei cattolici occidentali. Tuttavia, - e come sempre – noi siamo pronti a sottolineare le asperità del cammino mentre, sicuramente per mancanza di vita interiore, rimaniamo ciechi di fronte ai segni di speranza che la Provvidenza non manca di inviarci».
Che giuoco di prestigio! Con in testa l’accusa di cecità lanciata nei confronti di coloro che vedono lontano, di chi non rinuncia alla battaglia dottrinale!
Da notare che i riconciliati e i sedevacantisti condividono gli stessi presupposti: «Che si tratti di un documento infallibile o meno, il cattolico deve abbracciare filialmente il magistero. Egli non può fare il vaglio fra ciò che è infallibile e ciò che non lo è» (2). Su queste basi, i primi concludono che ciò che sembra falso è tuttavia vero e i secondi che colui che sembra essere il Papa non lo è, in ragione delle eresie che insegna.

E’ così che la rivoluzione conciliare ha devastato tutto o quasi. La cosa strana da constatare è che i suoi feroci adepti, sul piano sociologico, sono usciti molto spesso dal cattolicesimo tradizionale. Non è il colmo?
Le famiglie meritevoli - oh quante! - sotto un Pio IX o un San Pio X, per poco che abbiano perseverato nella pratica religiosa, alla fine hanno troppo spesso adottato le novità che contraddicono le dottrine che questi Sommi Pontefici richiamavano con fermezza! Non hanno resistito all’uragano scatenatosi negli anni sessanta. E se si vanno a cercare le cause, si trova che una di esse deriva da una falsa concezione dell’autorità e dell’obbedienza, concezione che mina la capacità di resistenza all’errore imposto dal superiore infedele.
Come descriverlo in poche parole? «Se si accordano al magistero gli attributi esclusivi di Dio, né il Papa né i vescovi potranno mai essere infedeli alla loro funzione, neanche al di fuori degli stretti limiti della loro infallibilità. Il fedele dovrà sempre prestare ai suoi pastori un’obbedienza assoluta. Lo stato di necessità è per definizione una cosa impossibile. Con un tale postulato, resta solo da negare il fatto della crisi nella Chiesa, iniziando col minimizzare e finendo col ridurre a niente i gravi pregiudizi causati dagli insegnamenti e dalle riforme del Vaticano II…» (3).
Quanto alle origini, questa deviazione risale a tempi lontani, ma, salvo casi particolari, fino a Pio XII non ha prodotto delle conseguenze. Tuttavia, questo nuovo fideismo (4) non preparava ad ergersi contro la tormenta che si annunciava. Non si rimanga scioccati, ma tale deviazione a volte è stata perfino incoraggiata da un papa che noi veneriamo. Ne sono testimonianza queste due affermazioni estratte da un discorso ai sacerdoti tenuto il 2 dicembre 2013, affermazioni giuste, senza dubbio in quella occasione, ma che non si dovrebbero assolutizzare: «Non può esserci santità laddove vi è dissenso col Papa» e «non si limiti il campo nel quale il Papa può e deve esercitare la sua volontà».
Basta mettere queste due affermazioni in bocca a Papa Francesco per rendersi conto del loro carattere eccessivo, erroneo. E in realtà si tratta di opinioni private che prese a rigore di termini non resistono all’esame.
Nella sua postfazione alla Breve apologia della Chiesa di sempre [del Padre Calmel], Jean Madiran ha fatto notare che il Padre Calmel rigetta con energia queste affermazioni e l’autorità invocata, per grande e venerabile che fosse, non scuoteva la sua certezza.
Questo discorso ai sacerdoti è stato fatto conoscere nell’ambiente conservatore dal libro di Jean Ousset, Perché Egli regni; e questo potrebbe spiegare gli indugi e le defezioni nel momento in cui il dovere chiama alla lotta contro il neo-modernismo. La tendenza a prendere tutto in maniera incondizionata, a rifiutare le sfumature, le distinzioni e i limiti che la Chiesa ha sempre accompagnato all’insegnamento sull’obbedienza, non comportano un gran male sotto dei papi integri, ma possono comportare delle catastrofi in tempi di crisi.
Il Reverendo Padre Le Floch, Rettore del seminario francese a Roma [nei primi decenni del 1900], diceva ai suoi studenti nel 1926: «l’eresia che sta per nascere sarà la più pericolosa di tutte: l’esagerazione del rispetto dovuto al Papa e l’estensione illegittima della sua infallibilità» (5).
In assenza di eresia, questa variazione degli spiriti conduce a dei controsensi storici drammatici. Se ne trova un esempio nel libro Tutta la verità su Fatima: «Tuttavia, bisogna constatare che nell’analisi della situazione mondiale, un ottimismo ingiustificato guadagna a poco a poco la maggior parte degli esperti di Fatima. Ottimismo dei più illusori, che avrà presto gli effetti più funesti. Professando una fiducia assoluta nel Santo Padre, senza alcuna restrizione o limite, come se egli godesse del doppio carisma dell’impeccabilità in tutti i suoi atti e dell’infallibilità in tutti i domini, essi non osano neanche insinuare che il Papa non abbia ancora obbedito a tutte le richieste della Madonna… Così il canonico Barthas…, nel 1951, tentava di spiegare che dopo il 1945… la Vergine cominciava a costruire la pace mondiale
Così anche John Haffert e Mons. Fulton Sheen, che scriveva: «Il comunismo è stato sconfitto il 13 ottobre 1951, ma la notizia non è stata ancora diffusa…» (6).
Così il colonnello Rémi e altri ancora, ai tempi in cui la Russia era e continuava ad essere sotto Stalin, Krusciov e poi Breznev come una vasta rete di campi concentramento.
Qual era la radice di questo ottimismo illusorio?
Il frate Mischel risponde così alla domanda:«Essa è facilmente riparabile. Si tratta di un errore sulle richieste precise della Vergine e sul loro reale adempimento da parte del Sommo Pontefice. Errore deplorevole che trova la sua fonte in una deliberata volontà di affermare a priori, come fosse un dogma di fede, che il Santo Padre ha sempre fatto il suo dovere e adempiuto tutte le richieste del Cielo. Questo significa dimenticare che né la giusta obbedienza né la filiale e amorevole fiducia che sono dovute al Santo Padre, in quanto Vicario di Cristo e capo visibile della Chiesa, possono autorizzare i fedeli a venir meno al rispetto assoluto dovuto alla verità.»

Oggi, più che mai, bisogna ricordare che il Papa è essenzialmente Vicario di Gesù Cristo. Mons. de Castro Mayer ne traeva alcune conseguenze (7): «Questo aspetto attiene all’essenza stessa del Papato. Non può essere messo da parte. Dimenticarsene… può condurre le persone a pensare che il Papa è il padrone della Chiesa, che può fare ciò che vuole, ordinare o revocare a seconda di quello che gli pare meglio, i fedeli essendo sempre e semplicemente obbligati ad obbedirgli. Riflettendo un po’, si vede che questa concezione attribuisce al Papa l’onniscienza e l’onnipotenza, attributi esclusivi di Dio. Si tratterebbe di idolatria, che trasferisce alla creatura ciò che è proprio alla divinità. E’ per questo che il concilio Vaticano I, per definire i poteri del Papa, si preoccupò di precisarne anche il fine e limiti. Il Papa deve conservare intatta la Chiesa di Cristo, attraverso la quale il Divino Salvatore perpetua la Sua opera di salvezza. Egli deve mantenere infatti la struttura della Chiesa così come il Signore l’ha costituita, e deve vegliare per conversare e trasmettere integre la fede e la morale ricevute dalla Tradizione apostolica

Non temiamo di insistere: quanti preti, religiosi devoti e di buona dottrina, sono stati colti alla sprovvista e messi nell’impossibilità psicologica di affrontare la sovversione instillata dall’alto, o peggio, hanno finito col collaborare a questa sovversione perché avevano ricevuto un’educazione un po’ falsata dalla disistima dei valori dell’intelligenza; educazione che alla fine ha portato al venir meno di ogni responsabilità di fronte al superiore, qualunque cosa egli comandasse.
In questo contesto, l’azione di salvataggio di Mons. Lefebvre appare davvero come un miracolo morale suscitato dalla Provvidenza.

Quanto a noi: dobbiamo cercare il vero, amarlo e servirlo senza cedimenti, a costo di perdere la nostra reputazione qui in terra, di essere considerati folli da coloro che hanno perduto il senso dell’obiettività e che le correnti muovono qua e là.
Mons. Lefebvre si è trovato di fronte ad una sorta di dilemma: «Se questo governo [della Chiesa ufficiale] abbandona la sua funzione e si volge contro la fede, che dobbiamo fare noi? Rimanere legati alla fede? Noi possiamo scegliere. Viene prima la fede? Viene prima il governo? Ci troviamo di fronte ad un dilemma e siamo obbligati a fare una scelta.» (8).
Allora, quale attitudine adottare di fronte ad un papa prevaricatore? «Noi non ricusiamo l’autorità del Papa, ma ciò che egli fa. Noi riconosciamo al Papa la sua autorità, ma quando egli se ne serve per fare il contrario di quello per il quale tale autorità gli è stata conferita, è evidente che non lo si può seguire.» (9).

Vivere della verità, nella fedeltà a Cristo e alla Chiesa che Lui ha fondata: in questo dominio, Mons. Lefebvre ci ha lasciato un esempio spinto fino all’eroismo. Con la grazia di Dio, mostriamoci degni di questo grande servitore della Chiesa.

NOTE

1
 – Dicembre 2017 - n° 92
2 – Don Ricossa, La massoneria e il modernismo, in Rivarol n° 3305 del 15 novembre 2017.
http://www.unavox.it/ArtDiversi/DIV2223_Ricossa_Intervista_Rivarol_15.11.17.html
3 – Don Gleize, in Courrier de Rome de luglio-agosto 2008, p. 3.
4 – Cfr. Itinéraires n° 196, settembre/ottobre 1975. Louis Salleron in Solesmes et la Messe, p. 149: «Non si vuole utilizzare la propria intelligenza: si «crede». Il fideismo di una volta consisteva nel credere in Dio, in Gesù Cristo, alle verità rivelate, senza  preoccuparsi dei motivi di credibilità o considerandoli derisori, cioè inesistenti. Il nuovo fideismo consiste nel credere a Roma, al Papa, alla Santa Sede, senza altra cura, circa ciò che da esse emana, che giustificarne la forma e il fondamento. Il «fondamentalismo» passa dai testi della Sacra Scrittura a quelli del Vaticano… La stessa Chiesa si è preoccupata di definire ciò che è infallibile nel suo insegnamento… In seguito entriamo nella gerarchia estremamente sottile e delicata degli atti del Magistero… […] Ci troviamo nel dominio… in cui la coscienza e l’intelligenza hanno una libertà di esercizio che, pur essendo sottomessa a delle regole, non è meno reale, sotto pena di cadere nel fideismo… Il nuovo fideismo inclina all’integralismo idolatrico. Esso è temibile perché se oggi ha di che «rassicurare» gli spiriti, li lascerà senza aiuto il giorno in cui le forme esteriori della Chiesa venissero a sparire…»
5 – Citazione fornita da Gérard Bedel.
6 – Frate Michel de la Trinité, Toute la Vérité sur Fatima – Le troisième secret, tome 3, pp. 212 e 213.
7 – Cfr. il mensile Heri e Hodie (3 maggio 1983), ripreso nel 2000 in un opuscolo intitolato Cattolici Apostolici Romani – La nostra posizione nell’attuale situazione della Chiesa.
8 - Cfr. Sermone della Messa crismale del Giovedì Santo 1986 a Ecône.
9 – Cfr. Fideliter n° 66.



Editoriale del numero di dicembre 2017 de Le Petit Eudiste,mensile del Priorato Saint Jean Eudes della Fraternità San Pio X in Francia



Hai detto: «chiesa ufficiale»?

di
 Don Gabriel Billecocq



Editoriale del numero di dicembre 2017 de Le Chardonnet,mensile della chiesa Saint Nicolas du Chardonnet,
chiesa a Parigi della Fraternità San Pio X











- Da quando Mons. Benelli utilizzò l’espressione «chiesa conciliare», essa è divenuta la locuzione abituale con la quale si designa l’insieme dei conciliaristi, cioè di coloro che si rifanno al Vaticano II, che appartengano alla Chiesa docente o a quella discente (1).

2 - Malgrado la disputatio (2) che ha agitato gli ambienti tradizionalisti, l’espressione è rimasta a designare quelli che nella Chiesa si oppongono alla Tradizione. Del resto, gli stessi convertiti impiegano abitualmente e quasi naturalmente l’espressione, al punto che per essi è chiaro che vi sono come due società che si affrontano e le cui dottrine e pratiche sono antagoniste. Quando essi vengono a trovarci, ci dicono chiaramente che hanno lasciato la «chiesa conciliare», l’«altra chiesa».

3 - Da qualche tempo ci si accorge che si vuole sostituire l’espressione «chiesa conciliare» con un’altra. Si parla allora di «chiesa ufficiale» (3).
In che misura bisogna adottare una tale espressione? Quale precisazione apporta essa in un contesto già complicato? Bisogna rimpiazzare “conciliare” con “ufficiale”?

4 - Innanzi tutto, bisogna ricordare che Nostro Signore ha fondato una sola Chiesa: la Chiesa Cattolica, Una, Santa e Apostolica. La fede e i sacramenti sono i suoi beni più preziosi, e l’autorità è stata istituita per difenderli.

5 - E’ necessario appartenere alla Chiesa cattolica per essere salvati. Questa incorporazione si fa col battesimo, che è inseparabile dalla professione di fede (4).
Società visibile, la Chiesa cattolica comporta anche una parte invisibile, che non è altro che la Comunione dei Santi. E’ così che si distingue il corpo dall’anima della Chiesa.

6 - Il dogma «Fuori dalla Chiesa non c’è salvezza» bisogna intenderlo con l’appartenenza all’anima della Chiesa. Ma una tale appartenenza si realizza con l’incorporazione e cioè con l’appartenenza al corpo, società visibile. E’ una necessità di mezzo, e cioè un mezzo necessario senza il quale non si può raggiungere il fine.

7 - Esistono tuttavia dei casi, che si dicono essere straordinari – e di conseguenza rari – nella misura in cui essi non sono la via ordinaria voluta da Dio. Questi casi riguardano le persone che, non avendo conoscenza della Chiesa cattolica, cercano tuttavia di servire Dio come esse lo conoscono, obbedendo quanto meno alla legge naturale conosciuta per mezzo della coscienza. Costoro appartengono all’anima della Chiesa senza appartenere al suo corpo. Ma è certo che essi si farebbero battezzare una volta che fossero giunti a conoscenza della Chiesa cattolica.

8 - Bisogna dire che i movimenti detti tradizionali (FSSPX e comunità amiche) appartengono alla Chiesa e vi hanno sempre appartenuto, malgrado le condanne e le ingiustizie che hanno subito.

9 - Bisogna dire anche che coloro che si designano ordinariamente col titolo di “resistenti”, per il fatto che abbiano lasciato la Fraternità o ne siano stati estromessi non per questo sono esclusi dalla Chiesa. Queste persone sono perfettamente cattoliche e certamente più vicine a noi nella battaglia dottrinale di quelli che si chiamano riconciliati (Fraternità San Pietro, Cristo Re… ).

10 - Quanto ai conciliari, il caso è veramente complicato. In effetti, poiché i conciliari sono dei perfetti modernisti (almeno i maggiorenti (5)), e dato che il modernismo è condannato dalla Chiesa, si può legittimamente dubitare della loro appartenenza all’anima della Chiesa: per la maggior parte essi hanno perduto la fede, hanno cambiato tutti i sacramenti e la loro autorità non è più al servizio del bene comune della Chiesa. Essi sono imbevuti di un veleno filosofico (soggettivismo) che li allontana oggettivamente dalla fede.
Si può allora dire che essi appartengono al corpo della Chiesa; ma col passare del tempo può anche finire che si possa dubitare (6) anche di questa verità (7).

11 - E allora, si comprende meglio cosa vogliono dire i fedeli quando parlano di chiesa conciliare e di chiesa tradizionale. Queste non sono due Chiese distinte (almeno per ora, in attesa di una prossima condanna da parte di un papa cattolico); sono come due parti o due stati della Chiesa cattolica: il primo è malato e il secondo è sano (8).
Queste due espressioni sono dunque una descrizione molto eloquente dello stato della Chiesa cattolica. Conciliare esprime (e si può dire che è una definizione volgare in senso etimologico) l’opposizione a tradizionale.

12 - Recentemente, negli ambienti cattolici tradizionali si è cercato di imporre l’espressione “chiesa ufficiale”, per rimpiazzare quella di “chiesa conciliare”. Certo, “ufficiale” esprime l’idea che noi riconosciamo che questi vescovi, quantunque indegni, occupano il potere, e questo potere, in quanto tale, noi possiamo solo rispettarlo.
Ma rimpiazzare “conciliare” con “ufficiale” comporta una grave ambiguità.
Perché il cattolico tradizionalista, che non si riconosce conciliare, e a giusta ragione, dovrebbe da adesso dire che non si riconosce come cattolico ufficiale? Il cattolico tradizionalista, dunque, non apparterrebbe più alla chiesa ufficiale? Non sarebbe pienamente cattolico?
Ma allora a quale chiesa apparterrebbe?
Per saperlo, bisogna chiedersi a cosa si oppone il termine “ufficiale”. Risposta: a ufficioso, o anche a nascosto, clandestino o patriottico. Ma il cattolico tradizionalista non si riconosce in alcuno di questi termini.
Bisognerebbe dire allora che egli appartiene alla chiesa ufficiale, col rischio di essere confuso con i modernisti? Absit.
Di conseguenza, resta da dire che egli non appartiene alla Chiesa; ed è la ragione per la quale si sta ammalando di riconoscimento.

13 - In realtà, si tratta di un’ambiguità grave e molto perniciosa. Rimpiazzare l’espressione “chiesa conciliare” con quella di “chiesa ufficiale” per applicarla ai modernisti, significa cancellare la distinzione e l’opposizione tra tradizionale e conciliare. Cancellando questa distinzione, si attenua chiaramente la battaglia per la fede, col rischio di negarla e di far rammaricare il tradizionalista per il fatto di non appartenere ad alcune chiesa veramente seria, dandogli l’impressione di non essere normale e quindi di aver bisogno di ricercare la normalizzazione.
Questa espressione, dunque, tace la vera malattia di cui soffre la Chiesa e mette in stato di inferiorità o crea dei complessi al vero cattolico che ha conservato integra la fede e i sacramenti, e genera una confusione tipicamente liberale.
In realtà, l’utilizzo di una tale confusa espressione deriva già dal liberalismo e non è più veramente cattolico…

14 - Per combattere un nemico, e a fortiori quando questo nemico è infiltrato nella cittadella, è necessario un linguaggio chiaro e non equivoco per designarlo. Ora, è evidente che il cattolico tradizionale non combatte la Chiesa cattolica. Ma gli si può far credere che combatte una chiesa ufficiale? Se si tratta della chiesa ufficiale, si rischia di generare in lui qualche rimorso di coscienza nel combatterla, poiché essa è ufficiale e la Chiesa cattolica è ufficiale!
No, egli combatte la malattia; e a questa malattia egli dà un nome: chiesa conciliare.

15 - Ora, se oggi la chiesa conciliare appartiene alla Chiesa cattolica, questo non permette di dire che la Chiesa cattolica è conciliare!

16 - Il lavoro teologico, che oggi tristemente difetta, consiste nell’affinare le espressioni e così esprimere meglio la realtà di ciò che viviamo. E’ questo che la Chiesa ha sempre fatto.

17 - Le idee muovono il mondo; e le idee sono espresse con le parole; cambiando le parole si cambiano le idee. Nel caso presente, cambiando le idee si cambia la natura della battaglia. Il che sarebbe un tradimento.

18 - Che il vostro parlare sia sì sì, no no, il di più viene dal maligno.


NOTE

1
 – Chiesa docente designa il Papa e i vescovi, dottori della fede, e Chiesa discente designa i sacerdoti e i fedeli che ricevono l’insegnamento dal Papa o dai vescovi.
2 – Le Sel de la terre n° 85 – estate 2013 -, pp da 1 a 16; e Courrier de Rome n° 363 del febbraio 2013.
3 – Non è una novità, questa espressione è già stata impiegata in diverse occasioni. Qui il problema non sta nell’espressione in se stessa, ma nella sua sostituzione dell’altra espressione “chiesa conciliare”.
4 – Un adulto pagano che ricevesse il battesimo nel protestantesimo o nell’ortodossia non sarebbe incorporato nella Chiesa cattolica. Egli vi rientrerebbe al momento della sua conversione: abiurando i suoi errori e professando la fede pubblicamente.
5 – Si indicano con questo termine coloro che appartengono alla gerarchia ecclesiastica e in particolare alla Chiesa docente: il Papa e vescovi.
6 – Dubitare significa sospendere un giudizio: confessare che non si sa rispondere ad una domanda. Ma significa anche due cose: che vi è una vera questione che si pone e che di conseguenza occorre approntare un vero lavoro teologico al fine di preparare una risposta che possa sanzionare più tardi l’autorità cattolica della Chiesa.
7 – Per esempio, il cardinale Barbarin, primate delle Gallie e arcivescovo di Lione, ha conferito la cresima cattolica nel corso di una cerimonia di «cresima protestante insieme a pastori (e)». Essendosi così opposto apertamente alla professione pubblica della fede, ci si può chiedere che sia ancora membro della Chiesa. Ancora recentemente, il cardinale di San Paolo del Brasile si è ritrovato in una cerimonia in cui venivano «onorati» simultaneamente la Madonna e Budda. E anche qui si pone la stessa domanda.
8 - A questo proposito, si è voluto opporre lo studio del padri Domenicani di Avrillé a quello di Don Gleize. Ma si tratta di un’incomprensione: se i primi hanno voluto dimostrare che esiste una opposizione radicale tra conciliari e tradizionali, Don Gleize ha cercato invece di dimostrare che questa opposizione non consiste ancora tra due società distinte, perché si tratta di due correnti che sussistono in seno alla stessa Chiesa cattolica. Avrillé descrive la malattia e la sua opposizione alla salvezza e la sua opera distruttrice nell’organizzazione della Chiesa; mentre l’eminente professore di ecclesiologia, senza negarla, afferma che non si tratta ancora di due corpi distinti, ma di uno stesso corpo sociale nel quale una parte (e non la minore) è corrotta. Si avranno due società distinte quando questi modernisti conciliari saranno condannati e cacciati dalla Chiesa.
http://www.unavox.it/ArtDiversi/DIV2274_Hai_detto_chiesa_ufficiale.html

Come la chiesa finì, l'utopia che sta diventando realtà

La parola utopia nacque nel 1516, cinquecento anni fa, dalla fervida mente del grande umanista e santo martire Tommaso Moro. Era il titolo di una sua opera letteraria destinata ad essere non solo un capolavoro immortale, ma anche a costituire un vero e proprio paradigma in campo letterario, filosofico e politico. La parola Utopia inventata da Moro da cinque secoli è entrata nel lessico comune con il significato di sogno, di progetto, di immaginazione proiettata sul futuro. A volte queste utopie mostrano scenari decisamente cupi se non disastrosi, e in tal caso vengono definite disopie. 
Aldo Maria Valli, il più importante dei giornalisti vaticanisti italiani, autore di numerosi testi sulla Chiesa e sui suoi protagonisti degli ultimi trent’anni, frutto della sua profonda conoscenza dei Sacri Palazzi Vaticani, ha dato alle stampe per l’editrice Liberilibri una sua utopia, dal titolo inquietante: Come la Chiesa finì
Il libro è una sorta di cronaca, di diario dell’evoluzione della Chiesa Cattolica dai nostri giorni fino alla sua dissoluzione. Un messaggio in bottiglia che ci proviene dal futuro, da un oscuro cronista, detto “Il Cantore cieco”, un cristiano clandestino e perseguitato, che trae le fila di decenni di auto-demolizione della Chiesa. Siamo in un futuro dove il mondo vive sotto un regime unico planetario, guidato da un’entità misteriosa e totalitaria: Coloro che Amano. Le religioni non esistono più: al loro posto ce n’è una sola, la Nuova Religione Universale, l’unica riconosciuta e consentita da Coloro che Amano. 
Lo scenario ricorda quello mostrato da un’altra celebre opera distopica, Il Padrone del Mondo dell’inglese Robert Hugh Benson. Il Cantore Cieco tuttavia pone la sua attenzione soprattutto sul processo avvenuto all’interno della Chiesa Cattolica che ha portato al completo appiattimento sulle ideologie mondane. Nello scorrere degli avvenimenti e dei pontificati, il lettore può riscontrare la realizzazione di tutte le attuali istanze progressiste. L’autore cita tutta una serie di documenti, di encicliche (ovviamente inventate) dai titoli estremamente significativi: la Delenda Doctrina, la Captatio Benevolentiae su come raccogliere approvazione da parte del mondo, la Panem et Circenses sull’Eucaristia per tutti, la Gaudeamus Igitur sul cambio di nome da Chiesa Cattolica a “Chiesa Accogliente”. A tale proposito l’autore propone anche stralci dal Vocabolario della Chiesa Accogliente, un documento che era uscito in allegato a “La Civiltà Cordiale”. 
La simpatica ironia di Aldo Maria Valli non teme troppo di nascondere la sua preoccupazione per l’evoluzione - o sarebbe meglio dire involuzione - di un pensiero cattolico sempre più lontano dall’ortodossia, e dall’ortoprassi. Una Chiesa del “bi-pensiero”, dell’ambiguità, che si avvia a fare tabula rasa di dottrina, tradizione, liturgia. Tutto per piacere al mondo. “Il desiderio di compiacere il mondo, di essere come il mondo la voleva, di non provocare conflitti, di apparire dialogante e disponibile”, aveva fatto letteralmente perdere il senno ai pastori. Così la Chiesa, guidata da pontefici che portarono tutti rigorosamente il nome di Francesco, in ricordo del papa che aveva aperto il cammino del dialogo, del rinnovamento, della rivoluzione della misericordia, arrivò a essere una semplice copia del mondo. Una copia patetica e mediocre che non interessava più nessuno. 
Una profezia terribile? Aldo Maria Valli come profeta di sventura? In realtà queste pagine, piene di una raffinata ironia e di un certo gusto per il paradosso di sapore chestertoniano, rappresenta un appassionato monito. Quello descritto dal Cantore Cieco è uno scenario futuribile purtroppo molto plausibile, lo scenario di una Chiesa dimentica di Cristo e impegnata solo a rendersi attraente per il mondo, e che così facendo finisce col tradire se stessa e si consegna nelle mani dei dominatori di turno, di una tirannia soft che innalza il vessillo dell’”amore” e abolisce la verità e la libertà. La speranza è che siamo ancora in tempo ad evitare che questo futuro si realizzi. Ma se anche queste profezie diventassero realtà, il Cantore Cieco ci ricorda che la buona battaglia proseguirà sempre, se e che il Nemico non prevarrà, se resterà qualcuno a conservare la vera fede.
Paolo Gulisano

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.