ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 12 febbraio 2018

Io le sembro un tipo strano?

I PANDA DI "SAVONAROLA"



Scusi, lei è strano? e della Chiesa parla come Savonarola. E' certo, che fra trent’anni gli italiani saranno ridotti in minoranza nel loro stesso Paese, saremo un popolo in via d’estinzione, come oggi lo sono i panda della Cina 
di Francesco Lamendola  

  

Mi scusi, sta cercando qualcuno o… qualcosa?
Sì: sto cercando qualcosa, ma non la trovo.
Posso aiutarla? Lei è di queste parti?
Sì, sono nato qui vicino, ma poi sono stato via… Ritorno adesso e trovo tutto cambiato.
È da molto che non tornava più qui?
Un po’ di anni… ma mi sembra che siano passati dei secoli.
Eppure la città non è cambiata molto. Hanno buttato giù un po’ di vecchi edifici, costruito un nuovo teatro e un nuovo stadio; ma, nel complesso, il volto della città è rimasto sempre lo stesso.
Lo crede perché lei è rimasto qui, e il cambiamento lo ha vissuto dall’interno, a poco a poco.
Certo, è possibile. Quando si rimane sempre nello stesso posto si notano poco le differenze...
La parlata, per esempio. Quando vivevo qui mi pareva un italiano perfetto. Ma è bastato star via poco tempo, per accorgermi quanto sia forte la cadenza locale… inconfondibile. La sentivo su un treno, nella folla, e la riconoscevo all’istanteinsieme al morso della nostalgia.
Che cosa cercava, esattamente? Forse la posso aiutare…

Mah, diverse cose, a dire il vero. Qui, per esempio, c’era una bella fontana, con dei delfini di pietra. Proprio in mezzo a questa aiola…
Sì, la ricordo benissimo. Ha ragione: un mattino è sparita, e chissà che fine ha fatto. Hanno fatto dei lavori di manutenzione a queste case, hanno rifatto il selciato, e la fontana non è più tornata al suo posto. Immagino che adesso abbellisca il cortile privato di qualche assessore ai lavori pubblici…
C’erano anche tanti bambini. E mamme. E tante botteghe. E vasi di fiori alle finestre…
Io qui ci sono cresciuto, e le devo dar ragione. Ma si tratta di cambiamenti generali, avvenuto in tutta Italia e, credo, in tutta Europa, se non in tutto il mondo. Bambini ormai ne nascono pochi, tante case sono sfitte; e il piccolo commercio è stato quasi cancellato dai supermercati, prima, e poi dai centri commerciali, dove la gente va a far la spesa in macchina.
E laggiù, all’imbocco della via, c’era un vecchio bar, o piuttosto un’osteria: proprio di fronte alla porta di Villalta. Ma non lo vedo più.
Esatto, era il bar Da Cita; da ragazzo ci andavo a comprare il gelato. Ora è tanto che l’hanno chiuso.
Nemmeno un bar in tutto il borgo. La gente torna dal lavoro, a sera, e non ha un posto per trovarsi: ciascuno si chiude in casa, a guardare la televisione, o a navigare in rete, o a mandar messaggi.
No, uno ce n’è: un bar moderno, all’americana; meglio che niente. Vede?, è lì, proprio di fronte a quel fruttivendolo. E il vino rosso non è male. Venga, che le offro un bicchiere; così parliamo con più calma, e mi può chiedere quello che stava cercando. (…)
Sì, è vero, questo rosso non è male. Un Merlot non troppo fruttato. Adesso offro un giro io.
Allora, mi dica. Lei abitava in questo quartiere?
No, non in questo quartiere, ma in questa città: in centro. Ma non fa niente: ho capito che nulla è rimasto come prima, era da prevedersi; e, in fondo, lo sapevo. Meglio lasciare in pace i ricordi.
Sì, credo di capire quello che intende. Mio cugino è stato in America per quasi vent’anni e, quando è tornato, diceva cose simili a quel che dice lei, anche se a me parevano un po’ strane.
Io le sembro un tipo strano?
Sì, un poco… No, mi scusi, non intendevo “strano” in senso negativo. Lei mi sembra… possiamo darci del tu? Io mi chiamo Roberto. Non mi fraintenda, non sono uno di “quelli”; mi piacciono le donne, voglio metterlo in chiaro, a scanso di equivoci.
Anche a me piacciono le donne, a scanso di equivoci. Io mi chiamo Giorgio, qua la mano.
Stavo dicendo… “strano”, senza offesa, nel senso che sembri quasi venir da un altro Paese. Ma non dall’estero, come mio cugino. Più che da un altro Paese, in realtà… come da un altro tempo.
Da che cosa lo si avverte?
Da come parli dei cambiamenti che ci sono stati. Tutti quanti li abbiamo vissuti senza far troppe domande, ma tu… è come se non te ne facessi ancora una ragione.
Per te, ad esempio, è normale che questo bar, un piccolo bar di periferia di una città non molto grande, e abbastanza periferica, una tipica città di provincia, a parte la vicinanza del confine, sia gestito da una coppia di cinesi?
Ma il vino è buono, lo hai ammesso anche tu. Non è questo che conta?
È vero, è proprio come hai detto: io ragiono in un altro modo, non riesco a ragionare come te.
Vale a dire?
Per me, la cosa inaccettabile, la cosa scandalosa, è la perdita dell’anima: non è affatto la stessa cosa che questo bar sia gestito da uno di qui, oppure da un cinese; né che la città sia ormai piena di stranieri, di tutte le razze e di tutte le credenze. E il razzismo non c’entra.
Sei sicuro che non c’entri? Guarda che io non mi scandalizzo, ho rispetto per tutte le opinioni. Se tu mi dici: «Mi danno fastidio tutti questi negri, e arabi, e indiani, e cinesi», io ti posso anche capire, tanto più che la criminalità è aumentata enormemente e la gente ha paura, se ne sta in casa la sera; e riconosco che tutto questo non è poi tanto normale…
Ecco, appunto: non è normale. L’hai usata, la parola “tabù”. Quindi sei un po’ strano pure tu, perché oggi ci si vuol convincere che niente è strano, e che tutto va bene, qualsiasi cambiamento deve essere accettato, perché fa parte del progresso. È come un pacchetto “tutto incluso”, se ti vanno bene i vantaggi, devi accettare anche tutto il resto. Eppure, nessuno ha mai chiesto il mio parere, e nemmeno il tuo. Comunque, ti assicuro che il razzismo non c’entra, se per “razzismo” s’intende il disprezzo del diverso. Io non disprezzo nessuno; ma ho la “debolezza” di credere che ciascun popolo, compreso il nostro, debba essere padrone in casa propria, e decidere da sé il proprio destino, senza subire pressioni o ricatti e senza essere obbligato a collaborare alla propria auto-distruzione. Credi che se chiedessero ai popoli della Nigeria, o del Camerun, o del Marocco, o del Bangla Desh, se vogliono lasciar entrare milioni di stranieri nei loro rispettivi Paesi, con tutti i loro usi e le loro religioni, quelli risponderebbero di sì? Credi forse che sarebbero d’accordo?
E tuttavia, non stai un poco esagerando? Non ti pare eccessivo parlare di auto-distruzione?
Una cosa si distrugge quando se ne spezza l’identità, quando si altera irreparabilmente la sua essenza. Ed è semplice matematica: prendi carta e matita, fai il saldo finale tra gli italiani che non mettono più al mondo dei figli, ma in compenso fanno aborti e matrimoni omosessuali, e gli stranieri arrivati qui da noi, che di figli ne fanno da un minimo di tre, fino a cinque: e dimmi quanti anni ci vorranno perché noi, che già ora siamo dei vecchi per oltre la metà della popolazione, scompariamo del tutto, insieme alla nostra lingua e alla nostra civiltà.
Ma chi può dire cosa sarà fra venti, fra trent’anni? Potrebbero succedere tante cose che ora non possiamo neanche immaginare…
Appunto: meglio ragionare su quel che è certo. Ed è certo, certissimo, come il fatto che ora siamo qui a bere un bicchier di vino, che fra trent’anni gli italiani saranno ridotti in minoranza nel loro stesso Paese; e che fra cinquanta ne resteranno ben pochi, a parte quelli che saranno andati all’estero. Saremo un popolo in via d’estinzione, come oggi lo sono i panda della Cina.
Non sei un po’ troppo pessimista?
Non è questione di ottimismo o pessimismo: è guardare le cose in faccia.
Comunque sia, si tratta di fenomeni di portata mondiale, che riguardano tanti altri Paesi.
Riguardano l’Occidente: queste migrazioni vanno dal Sud al Nord del pianeta e non sono affatto spontanee, qualcuno le incoraggia, le finanzia, le adopera come uno strumento di una sua strategia globale, che passa per la distruzione dei popoli europei e la cancellazione delle loro identità.
Ma a che scopo?
Per dominare meglio sull’umanità, manipolarla e ridurla a una massa di schiavi senza radici, senza memoria, senza identità: neppure l’identità sessuale. Come insegnano i signori del gender.
Ammettiamolo, anche se mi sembra un’ipotesi molto azzardata. Ma se questo è il progresso, come potremmo opporci? Non è meglio seguir la corrente, cogliere gli aspetti positivi di tali cambiamenti?
Quali aspetti positivi? Poter scegliere fra cento canali televisivi uno più idiota dell’altro? Oppure fra venti partiti politici, uno più inutile dell’altro, perché tutti a libro paga dei poteri occulti?
Ecco: intendevo questo, quando dicevo che sembri un tipo un po’… strano.
Che cosa è strano? Il fatto che trovo strano aver incontrato più africani che italiani, fin da quando sono sceso alla stazione? O il fatto che mi chiedo perché questo bar non è gestito da una coppia di miei concittadini? O perché ora i preti fanno il Presepio con le statuine dei migranti e mettono la voce del muezzin che recita le preghiere islamiche? O perché il papa non vuol nemmeno che si parli di “terrorismo islamico”, dice che non esiste, e dice pure che Dio è padre di tutte le fedi, come se la fede cattolica non fosse che una fra le tante, non più vera né più santa delle altre?
Ora ce l’hai anche con il papa?
Ma certo. È il peggiore: sta tradendo il suo gregge, sta tradendo il Vangelo, si prende gioco di Dio.
Sta tenendo conto del progresso, marcia con la modernità.
Marcia col diavolo, suo patrono, per la rovina delle anime e la distruzione del cristianesimo.
Di nuovo: non stai esagerando?
Lo so bene che, a parlare così, si viene presi per pazzi. Ma io vorrei che le persone adoperassero l’intelligenza, che non si lasciassero trascinare dalle emozioni più superficiali. Davvero, quando lo senti parlare, ti pare che il papa stia parlando nel nome di Gesù Cristo? Riconosci la voce del buon pastore, quando dice che Gesù si è fatto diavolo, o che Dio non è cattolico, o quando inveisce con ira, con parole acri, contro quelli che non lo approvano? O quando non risponde ai cardinali che gli si rivolgono a nome dei fedeli, o quando fa commissariare i Francescani dell’Immacolata?
A essere sincero, no. Ma tutti dicono che è vicino alla gente, ai poveri, alle persone in difficoltà…
La Chiesa è sempre stata vicina a chi è in difficoltà: ma per mostrare la strada del Cielo, non per approvare il peccato, né per “accompagnare” le anime, dove poi? Verso la dannazione…
Ora parli come Girolamo Savonarola.
Non so come parlava lui; so che ogni cattolico dovrebbe alzarsi in piedi e dire a questo falso papa: Vattene! Hai profanato abbastanza il seggio di san Pietro. Tu vuoi piacere al mondo e non a Dio.
Anche la Chiesa è cambiata, questo è vero; ora che mi ci fai riflettere, erano ben altre le cose che c’insegnava un tempo, quando eravamo piccoli. Mi ricordo il catechismo, la prima Comunione…
E tu, quelle cose, le prendevi sul serio?
Sì; credo di sì.
E non ti eri mai accorto che, un po’ alla volta, ora pretendono d’insegnarti tutto l’opposto? Peggio ancora: non vedi che questo falso papa e il suo falso clero godono a seminare dubbi nella gente?
Forse è stato come per i cambiamenti avvenuti qui in città: sono stati così graduali e generalizzati, e tutti li hanno accettati in modo così naturale, che anch’io non me ne sono reso conto… fino ad ora.
Quando hai fatto la tua prima Comunione, tu credevi che quello è il Corpo di Cristo?
Sì che ci credevo. E vorrei crederci anche adesso.
E che cosa ti fa dubitare? Cosa è successo nel frattempo?
No lo so… La cultura moderna, l’aria stessa che si respira nella nostra società, immagino. Il materialismo. Sai, tante volte ho l’impressione che non ci credano neanche loro: i preti, voglio dire.
E hai ragione. Ma non son tutti così; non pensarlo. Ci sono ancora quelli veri, fedeli a Gesù Cristo.
Adesso mi pare che tu parli come un prete. Dì, ma per caso non sarai mica un sacerdote?
No, sono sposato, con figli. Cerco solo di essere un cattolico che prende sul serio Gesù Cristo.
Ma “loro” non parlano come te; non si meravigliano che dappertutto sia pieno di stranieri…
Perché fanno politica, invece di parlare di Dio. Ci ricattano, dicendo falsamente che se si è cristiani, non si possono aver dubbi su quella che loro chiamano accoglienza, ma è solo un’auto-invasione e una progressiva islamizzazioneTu hai famiglia, hai dei figli?
Sì, un maschio che ora vive a Londra, è laureato in chimica industriale e lì ha trovato subito lavoro.
E ti sembra normale che non abbia trovato un lavoro qui, nel suo Paese, mentre i nostri governanti incoraggiano l’arrivo di tutti questi stranieri, e il nostro clero ci ripete che è Dio a volere questo?
A ben riflettere, no. Non ci pensavo perché ho una formazione di sinistra, mi pareva naturale accogliere i bisognosi. Ma forse ci siamo scordati dei nostri bisogni; e pare che nessuno se ne curi...


Scusi, lei è strano? 
Racconto: "di un incontro per caso"

di

Francesco Lamendola
http://www.accademianuovaitalia.it/index.php/archivi/archivio-di-francesco-lamendola/4670-scusi-lei-e-strano


LETTI DA RIFARE

4. Non è un paese per figli

Lunedì 12 febbraio 2018
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«Tu vai, io sono qui, se cadi sono qui»: ricordo nitidamente il campetto di cemento screpolato sotto casa, la bicicletta gialla di mio fratello, gli alberi di mandarini di là dal muretto di protezione e l’espressione calma sul viso di mio padre quando mi insegnò ad andare in bicicletta, consegnandomi con fiducia alle strade del mondo e alle inevitabili sbucciature che dovevo imparare ad affrontare per diventare grande. Nitidamente ricordo anche i racconti di mia nonna sul nonno che non ho mai conosciuto: quando la guerra li aveva separati per troppo tempo, si era procurato una malattia al fegato mangiando non so quante uova. Il tutto per poter essere rimandato a casa e stare qualche giorno con lei, e io, bambino incantato dall’eroismo del nonno, decisi che da grande volevo amare così, come lui aveva fatto con lei. Ricordo il giorno in cui il mio professore di liceo mi prestò il suo libro di poesie preferito e mi disse di restituirglielo dopo due settimane. Mi immergevo nelle pagine di versi che non capivo, ricevevo la grande eredità della bellezza da un altro uomo, le cui note al margine dei versi diventavano più importanti dei versi stessi: mi introducevano nella sua storia e in quella di un poeta di due secoli prima che giungeva fino a me, diciassettenne in cerca di futuro.
Ricordo il sorriso costante di padre Pino Puglisi, che incrociavo nei corridoi del mio liceo dove insegnava religione, mentre le sue battaglie silenziose lo stavano portando alla morte, comminata dai mafiosi perché, come risulta dall’interrogatorio del sicario, «si portava i picciriddi cu iddu» (portava i bambini con lui). Dove? Verso una vita a testa alta, semplicemente perché mostrava loro il cielo stellato, li faceva giocare e studiare. Per questo era pericoloso quanto Falcone e Borsellino, perché ri-generava quei bambini strappandoli al controllo del padrinato e restituendoli alla paternità. Li rendeva liberi: figli responsabili del mondo. I liberi, nella lingua latina, erano infatti i figli che potevano ricevere l’eredità: la libertà è appartenenza a una storia che si riceve gratuitamente e che ci si impegna ad ampliare.
Non è un caso che alcuni istanti siano scolpiti nella nostra memoria di bambini e adolescenti. La mia memoria e quindi la mia identità è maturata nei momenti in cui qualcuno mi ha consegnato, a prezzo del suo sudore, dolore, amore, l’esperienza imperdibile del mondo perché io la custodissi e l’ampliassi. L’uomo che sono e voglio essere lo devo al bambino-adolescente che ha ricevuto un testimone da passare, da uomini e donne che, pur con le loro debolezze, non badavano solo a se stessi, ma erano occupati a generarmi alla vita interiore, dove si annida il nome proprio che ciascuno ha e dove si origina l’energica consapevolezza di un inedito da fare. Solo le relazioni vere riescono in questa impresa di aiutarci a crescere, ma per essere generative devono prendersi tutto il tempo che serve: che cos’è, alla fine, amare se non donare il proprio tempo a un altro? Me lo confermano tante lettere come questa: «Vengo da una famiglia che non subisce le conseguenze della crisi e ho due genitori, separati, con lavori che impegnano quasi la totalità del loro tempo. Ho tantissimi oggetti: telefono ultimo modello, motorino, vestiti firmati, tutto quello che voglio me lo comprano. So che starai pensando che sono un ingrato, ma non mi basta tutto quello che ho. Molte volte capita che i miei compagni di classe, all’uscita di scuola, vadano in ufficio dal padre per prendere un panino per pranzo al volo o che le ragazze passino la domenica con le madri per centri commerciali a fare shopping. Mi chiedo a cosa serva lavorare tanto se poi alla fine non ti rimane tempo per queste cose. Preferirei usare la metro o avere un cellulare scassato ma poter andare ogni tanto a prendere un gelato con mio padre e parlare di politica, calcio, scuola e lavoro. Oppure mi piacerebbe che mia madre ogni tanto venisse la domenica alla partita di calcio proprio come fanno tutte le altre mamme. Loro però sono talmente presi dagli affari che non si accorgono che io viva la situazione come un disagio. Non c’è niente di peggio che affrontare l’adolescenza senza la presenza dei genitori».
Persino Ulisse diventò eroe da bambino e adolescente. Infatti proprio alla fine dell’Odissea, in una delle scene che amo di più, egli si presenta al padre Laerte ma non viene riconosciuto dopo vent’anni d’assenza. Allora sceglie due segni per rivelarsi come suo figlio. Gli mostra la ferita ricevuta durante la caccia al cinghiale alla quale Laerte aveva inviato il ragazzo e poi lo porta nel frutteto in cui, da bambino, il padre gli aveva insegnato uno per uno i nomi degli alberi che gli avrebbe consegnato in eredità quando sarebbe cresciuto. A quel punto Laerte riconosce (conosce di nuovo) Ulisse come figlio, attraverso i sicuri segni di una storia comune: la ferita che ha reso l’adolescente un uomo e la fedeltà alle cose e ai loro nomi di cui lo ha reso responsabile sin da piccolo.
La crisi dell’educazione oggi ha un’unica matrice: la difficoltà o la incapacità di generare simbolicamente le vite, cioè di narrare la storia di cui si è parte e di affidare una qualche eredità spirituale e morale da custodire e sviluppare, dopo averla coerentemente difesa a costo della propria vita. Nella lingua ebraica la parola per indicare la storia (Toledot) significa «generazioni» perché è una storia di nomi e di compiti che Dio consegna agli uomini, e loro ai figli: non una storia di eventi ma di figli. La crisi della trasmissione, sia di identità sia di eredità, mina alla base la crescita, perché taglia la radice che rende necessaria l’educazione: l’essere figli. È questa la condizione originaria e originale di ciascuno, una condizione non meramente biologica, ma spirituale, che si genera e rigenera attraverso racconti, gesti, azioni, proprio come quando mio padre mi prendeva in braccio e lanciava in aria, per spingermi nel futuro con la sua forza, mentre mia madre voleva tenermi ancorato alla terra del suo grembo: a che serve uno spazio di radici senza un orizzonte di attesa di rami e frutti? La difficoltà a consegnare un’esperienza credibile, una storia valida, un’eredità solida, rende sterile qualsiasi relazione impegnata a far crescere l’altro: la politica promette paternalisticamente il futuro ma nei fatti non lo apre; l’arte si chiude in discorsi incomprensibili che di fatto disprezzano l’uomo e poi, per raggiungerlo, si riduce a effimera provocazione o seduzione commerciale; la scuola diventa addestramento, scatola di prestazioni, ripetizione di pensieri altrui, anziché acquisizione di un’esperienza custodita e raccontata per essere vagliata e rinnovata da chi l’ha ricevuta.
Il letto da rifare di oggi, come mostra la lettera, è il silenzioso urlo di orfani e diseredati, ragazzi e ragazze generati alla vita ma non al senso della vita, riempiti di oggetti ma privi di progetti, dimenticati da una politica divenuta impotente (nel senso di sterile) di fronte alle cifre spaventose della dispersione scolastica, della disoccupazione giovanile e della crisi demografica. C’è una paternità che nutre i figli perché siano migliori dei padri e una invece che, come Saturno, li divora per paura che i figli caccino i padri. Due visioni antitetiche contenute nei due sogni, relativi al defunto padre, raccontati dal protagonista del libro di Cormac McCarthy Non è un paese per vecchi: «Il primo non me lo ricordo tanto bene, lo incontravo in città e mi regalava dei soldi e mi pare che li perdevo. Ma nel secondo sogno era come se fossimo tornati tutti e due indietro nel tempo, io ero a cavallo e attraversavo le montagne di notte. Faceva freddo e a terra c’era la neve, lui mi superava col suo cavallo e andava avanti. Senza dire una parola. Continuava a cavalcare, era avvolto in una coperta e teneva la testa bassa, e quando mi passava davanti mi accorgevo che aveva in mano una fiaccola ricavata da un corno, come usava ai vecchi tempi. E sapevo che stava andando avanti per accendere un fuoco da qualche parte in mezzo a tutto quel buio e a quel freddo, e che quando ci sarei arrivato l’avrei trovato ad aspettarmi». I veri padri aprono la strada, portano il fuoco e lo donano ai figli, nella notte fredda e buia della storia, perché poi toccherà a loro fare altrettanto, di generazione in generazione.
Ma come possiamo crescere quando i padri rinunciano al loro ruolo di aprire la strada a chi viene dopo di loro? Come possiamo sperare quando i maestri perdono il fuoco?