ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 31 marzo 2018

“Continuità” fra due pontificati.

PEZZO GROSSO, BERGOGLIO E RONCALLI. UN CONSIGLIO AI TANTI CATTOLICI CONFUSI.

Carissimi amici e nemici di Stilum Curiae, troll e frombolieri vari, che vedo stanno intensificando la loro attività (ed è un buon segno: significa che il lavoro che stiamo compiendo ha un senso) ho avuto da fare fuori Roma nei giorni scorsi e a parte la moderazione dei commenti come avete visto non sono riuscito a rinfrescare la vetrina del blog.
Nel frattempo mi ha scritto Pezzo Grosso. Ve lo offro subito, e dopo mi permetto di fare qualche riflessione sulle ultime attività del Pontefice regnante.

“Caro Tosatti, la vera continuità del pontificato di Bergoglio è con Giovanni XXIII. Vorrei chiarirlo con un cenno sulla questione Viganò. Mi è stato commentato ieri sera che il Papa ha “incoraggiato” le sue dimissioni perché in netto disaccordo con l’intento di Viganò. Mi viene detto che Bergoglio era in disaccordo sul lasciare immaginare un consenso di Benedetto alle illuminate conoscenze teologiche del successore e rassicurare nel contempo i ratzingeriani della famosa “continuità” fa i due pontificati. Cosa che (sempre mi vien detto) non è affatto andata giù a Bergoglio e suoi compari, proprio perché non solo Bergoglio disconosce il magistero di Ratzinger, ma anche perché son 5 anni che se ne distanzia facendo il contrario di quello che faceva Ratzinger. Come avrebbe potuto cercare o accettare una approvazione dal suo predecessore così, di fatto, disprezzato? Allora? allora Viganò ha giocato contro Bergoglio, non pro. Perché? per concorrere a portarlo a dimettersi e sostituirlo, faccio per dire, con un cardinale impossibile da influenzare, tipo Coccopalmerio, o mons.Paglia, così vicino, vicino ai migranti africani, futuro gregge del futuro pontificato. Bene, Viganò, se avesse voluto dimostrare continuità, si sarebbe sbagliato di cinquantacinque anni, ed è impensabile che lo abbia concepito. Senza dubbio mons. Dario Viganò è un “sedevacantista” camuffato, che sta tramando per far cadere Bergoglio, senza usare lo strumento dei Dubia o della Correctio…
E’ evidente invece che Bergoglio è in perfetta continuità con un altro Papa: Giovanni XXIII. Lo dimostro. Anche Giovanni XXIII voleva portare una ventata di modernità nella chiesa, fu sospettato persino di esser massone, avviò un dialogo ecumenico (tanto che si diceva fosse più facile parlare al Papa se si era “metodisti”), ruppe l’obbligo di votare partiti cattolici (tanto che fu accusato di esser “comunista”). Insegnò che la chiesa non doveva fare muro né verso il comunismo né altro, disse che Kruscev sembrava scelto dalla Provvidenza… Aprendo il concilio Vaticano II disse : “basta con le condanne !”, spiegò che le fedi si equivalgono e la fede in Dio ha lo stesso fondamento della fede in Buddha. I Protestanti lo hanno inserito nel calendario dei santi della chiesa luterana con Calvino, Hus e Lutero. Bergoglio lo ha canonizzato. Se Giovanni XXIII avesse avuto la “fortuna” di conoscere un Eugenio Scalfari, lei pensa che avrebbe detto cose diverse di quelle lette oggi, 29 marzo, su Repubblica ?”.
Pezzo Grosso
Non so rispondere alla domanda di Pezzo Grosso. Ma l’ennesima intervista (?) di Scalfari al Pontefice, e la ridicola, tardiva, e ambigua messa a punto della Sala Stampa vaticana (non per colpa dei colleghi, poveretti; hanno scritto quello che gli è stato detto di scrivere) mi ha suggerito alcune riflessioni. la prima: se il papa, o chi per lui, non si rendono conto dello sconcerto causato dalle frasi riportate da Scalfari, virgolettate, in milioni di fedeli in tutto il mondo; e debolmente smentite solo molte ore dopo la loro apparizione; bene, al papa o a chi per lui non importa una cicca dei cattolici, e della Chiesa. Come, peraltro, ha dimostrato e dimostra ampiamente. Allora ho pensato che forse i cattolici dovrebbero comportarsi come lui. Ignorarlo. Lasciare che si diverta come le sue mediatiche ostentazioni di umiltà, che di conseguenza non hanno molto di umile. C’è il Vangelo, c’è un Magistero stabile e chiaro da molti secoli, e confermato da due grandi papi, san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, ci sono vescovi e preti santi. La Chiesa è sopravvissuta a Pontefici indegni o inadeguati di ogni genere, nella sua storia. Uno di più o uno di meno non cambierà molto. Certo, preferiremmo tutti che sulla barca ci fosse qualcuno di cui non si possano sospettare gesti e comportamenti squilibrati mentre maneggia il timone, ma tant’è…facciamoci coraggio e, alle brutte, impariamo a nuotare. 

MARCO TOSATTI
http://www.marcotosatti.com/2018/03/31/pezzo-grosso-bergoglio-e-roncalli-un-consiglio-ai-tanti-cattolici-confusi/


La complicata Pasqua del Papa, tra fake news e vescovi in manette

Dalle lettere censurate alle interviste inventate, fino al negoziato con la Cina. Quanti ostacoli ha il pontificato 
Papa Francesco preside la mostra del venerdì santo (foto LaPresse)

Roma. Vergogna, pentimento, speranza. Sono le tre parole che più il Papa ha usato nella preghiera scritta per la Via Crucis al Colosseo. Vergogna “per averti lasciato (Gesù, ndr) solo a soffrire per i nostri peccati”, “vergogna per essere scappati dinanzi alla prova”, “vergogna per aver scelto Barabba e non te, il potere e non te, l’apparenza e non te, il dio denaro e non te, la mondanità e non l’eternità”. E vergogna “perché tante persone, e perfino alcuni tuoi ministri, si sono lasciati ingannare dall’ambizione e dalla vanagloria perdendo la loro degnità e il loro primo amore”. La “vergogna di aver perso la vergogna”. Pentimento “che germoglia dalla certezza che solo tu puoi salvarci dal male, solo tu puoi guarirci dalla nostra lebbra di odio, di egoismo, di superbia, di avidità, di vendetta, di cupidigia, di idolatria, solo tu puoi riabbracciarci ridonandoci la dignità filiale e gioire per il nostro rientro a casa, alla vita”. Speranza “perché la tua chiesa, santa e fatta da peccatori, continua, ancora oggi, nonostante tutti i tentativi di screditarla, a essere una luce che illumina, incoraggia, solleva e testimonia il tuo amore illimitato per l’umanità, un modello di altruismo, un’arca di salvezza e una fonte di certezza e di verità”.
 

La sesta Pasqua da quando Jorge Mario Bergoglio è vescovo di Roma è forse la più complicata anche se lui, pranzando giovedì con alcuni parroci romani, ha detto di non soffrire per le critiche che gli vengono rivolte perché “sono a posto con la mia coscienza”. Alla fine, le interviste mai concesse a Eugenio Scalfari – della smentita della Sala stampa vaticana Repubblica non ha dato conto, quasi che le fantasiose ricostruzioni scalfariane siano dogma di fede – su improbabili scariche energetiche che un Dio più simile a Zeus che al Padre cristiano avrebbe prodotto per creare l’universo sono una facezia. Un inghippo che però è andato a sommarsi su questioni ben più delicate e rilevanti. La Cina, prima di tutto. Da tempo si parla di un’intesa imminente, con il Papa pronto a firmare l’accordo che darebbe al presidente eterno Xi Jinping, di fatto, il potere di nominare i vescovi. A Roma gettano acqua sul fuoco, spiegano che nulla è dietro l’angolo, che bisogna ancora riflettere, pregare e pensare a una soluzione che non scontenti le parti. Anche perché la situazione è ancora fluida, se è vero che nei giorni scorsi un vescovo cosiddetto “sotterraneo”, cioè non riconosciuto dal governo comunista di Pechino, mons. Vincenzo Guo Xijin, è finito in manette – poi rilasciato – per essersi rifiutato di celebrare il Triduo pasquale con il pastore “legittimo” Zhan Silu.
Più d’un osservatore, anche in curia, si domanda fino a quando questi fatti potranno essere ignorati e sacrificati sull’altare della realpolitik, che vuole un accordo (anche se non ottimale) con la Cina per sbloccare le relazioni diplomatiche interrotte da decenni. Una curia che nell’ultimo anno ha perso elementi importanti, creature di questo pontificato: dal cardinale George Pell tornato in Australia a difendersi nel processo in cui è imputato per pedofilia, a mons. Dario Edoardo Viganò, gran capo di tutti i media vaticani costretto alle dimissioni per l’imbarazzante pasticcio sulla lettera censurata di Benedetto XVI che rifiutava di elogiare un testo scritto dal teologo Peter Hünermann. Le riforme, che a giudizio dei più ottimisti vanno avanti senza problemi, sono al palo. Il grande cambiamento in curia, annunciato fin dal 2013, per ora è poco più di un maquillage: qualche dicastero accorpato, qualche monsignore pensionato. I grandi scandali che sembravano sepolti e appartenenti al passato torbido dell’epoca dei corvi, sono riemersi.


Un assaggio amaro il Papa l’ha provato di persona, durante il viaggio in Cile dello scorso gennaio. Francesco finora si è sempre preoccupato poco delle polemiche, del chiacchiericco da sacrestia, delle “defaillances” più o meno gravi di suoi collaboratori. Ostacoli superabili, seccature che non hanno intaccato il rapporto diretto e senza mediazioni tra lui e il popolo fedele, tra le masse poco interessate a edotti discorsi e ancor meno propense a subire somministrazioni di complicate dottrine magari elaborate da teologi che dovrebbero stare “su un’isola deserta” (cit.). E però il passo così veloce d’inizio pontificato, l’incedere spedito verso la rivoluzione – “l’aria fresca” così cara al cardinale Oscar Maradiaga, capo del C9 cardinalizio – ha subìto una battuta d’arresto. Anche per quegli impicci sottovalutati dovuti ai superbi pavoneggiamenti dei cortigiani.

https://www.ilfoglio.it/chiesa/2018/03/30/news/la-complicata-pasqua-del-papa-tra-fake-news-e-vescovi-in-manette-187153/