ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 30 marzo 2018

Primus inter pares

IL DIAVOLO E GIUDA


"Il diavolo aveva messo in cuore a Giuda di tradirlo" l'incredulità è una forma di eresia signor Bergoglio il diavolo esiste lo dicono i Vangeli, lo dice Gesù in persona, lo dicono molti passi dell’Antico e del Nuovo Testamento 
di Francesco Lamendola  

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Siamo in tempo di Pasqua; andiamo allora a rileggerci quel passo Vangelo di Giovanni in cui viene preannunciato il tradimento di Giuda (13, 1-5):
Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugatoio di cui si era cinto. 
Con buona pace del gesuita Sosa Abascal, il diavolo esistelo dicono i Vangeli, lo dice Gesù in persona, lo dicono molti passi dell’Antico e del Nuovo Testamento, lo dice la Tradizione e così pure il Magistero millenario della Chiesa. Crederlo è conforme alla dottrina cattolica; negarlo è difforme da essa. Si chiama incredulità, ed è una forma di eresia. È anche una espressione di superbia intellettuale, perché nasce dalla pretesa di aver capito di più e meglio di quel che hanno sempre compreso e accettato generazioni e generazioni di cristiani, comprese le più grandi menti filosofiche degli ultimi venti secoli. È un credersi più intelligenti, più furbi, più maturi, più evoluti, più progrediti, e, naturalmente più “moderni”, qualsiasi cosa ciò voglia dire. E non solo il diavolo esiste, ma ha anche la capacità di entrare nel cuore delle persone, di penetrare nell’intimità dei loro pensieri, di avvelenare la loro anima immortale. 

Questo è accaduto a Giuda Iscariota, ed è per tale motivo che Gesù, parlando di lui, ha detto: Ma guai a colui per causa del quale il Figlio dell’Uomo viene tradito. Sarebbe meglio per costui che non fosse mai nato! Con buona pace, questa volta, del signor Bergoglio, il quale ha affermato, una volta, che anche Giuda può essersi salvato, in quanto ha provato il pentimento (cfr. Matteo, 3, 5):
Allora Giuda, il traditore, vedendo che Gesù era stato condannato, si pentì e riportò le trenta monete d'argento ai sommi sacerdoti e agli anziani dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Ma quelli dissero: «Che ci riguarda? Veditela tu!». Ed egli, gettate le monete d'argento nel tempio, si allontanò e andò ad impiccarsi.
Tuttavia, provare un rimorso di coscienza, o anche un generico pentimento, è cosa fin troppo naturale, per chi abbia commesso il male, e non è affatto sufficiente a meritare la salvezza; poiché il peccato è, prima di tutto, una offesa fatta a Dio, il pentimento, per avere un effetto di redenzione, deve trasformarsi in una richiesta di perdono a Dio, o, almeno, in un atto di abbandono alla sua misericordia. Non è detto che una persona pentita abbia compreso davvero la portata del male commesso: forse si tratta solo di un disagio dovuto a uno schiacciante senso di colpa. Questo sembra essere stato il caso di Giuda Iscariote, il quale, infatti, dopo l’alterco con i sacerdoti nel Tempio, è corso ad impiccarsi, aggiungendo un nuovo peccato al precedente, quello di aver tradito Gesù: perché il suo suicidio ha tutto il sapore di una disperazione del perdono di Dio, il che equivale a dubitare dell’infinita misericordia del Padre.Il vero pentimento cristiano è quello che si traduce in una ammissione della propria colpa e in una richiesta di perdono da parte di Dio, come nella parabola del padre misericordioso, comunemente detta del figlio prodigo: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di essere tuo figlio; trattami come l’ultimo dei tuoi servi.
Dunque, il diavolo agisce normalmente così: mette in cuore alle persone dei desideri malvagi, e le spinge a soddisfarli, pur sapendo che si tratta di cose cattive: il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradire GesùE se ha osato farlo con uno dei dodici Apostoli, i quali avevano seguito il divino Maestro ed erano vissuti nella sua intimità per un tempo considerevole, non vi è motivo di credere che non abbia continuato a provarci con i maggiori esponenti della Chiesa da Lui fondata, allo scopo di privare l’umanità, almeno in parte se non del tutto, dei frutti della Redenzione. Il vicario di Cristo in terra, il papa, evidentemente per il diavolo è un obiettivo privilegiato: riuscire a far breccia nel suo cuore, significa provocare un danno gravissimo alla Chiesa e all’intera cristianità. Nondimeno, sebbene senza dubbio ci abbia provato chissà quante volte, e ci sia anche riuscito, ma solo sul piano dei comportamenti morali, sta di fatto che non è mai riuscito a realizzare i suoi scopi traviando i pontefici sul piano della dottrina, che è quello mediante il quale potrebbe trascinare l’intera Chiesa sul sentiero dell’apostasia. Riteniamo che ciò sia dovuto al fatto che tutti i papi, da san Pietro fino al XX secolo, sono stati coscienti della condizione di fragilità della natura umana e non hanno mai sopravvalutato la loro capacità razionale di comprendere la divina Rivelazione, più e meglio di quanto la Chiesa abbia fatto nel corso del tempo. Nessuno di loro, almeno fino al Concilio Vaticano II, ha mai osato affermare, o anche solo suggerire, che sia possibile trarre dalle Scritture e dalla Tradizione dei sensi più profondi, rimasti finora nascosti, rispetto a quanto il Magistero abbia saputo fare, e il Deposito della fede abbia mai consentito.
Ma poi si è verificato un fatto nuovo. La superbia intellettuale, anima e radice della civiltà moderna, ha cominciato a fare breccia anche all’interno del clero, specialmente fra i teologi. Tale superbia produsse il modernismo all’inizio del XX secolo, che il pontefice Pio X seppe riconoscere e combattere validamente; costretto a occultarsi, il modernismo riapparve alcuni decenni più tardi, in certi casi nelle medesime persone, come Giuseppe Angelo Roncalli, eletto papa nel 1958, lui, un amico di massoni ed estimatore di modernisti, compreso il loro capofila Ernesto Buonaiuti, in contrapposizione al cattolico “tradizionalista” (brutta espressione, inventata per far credere che nei cattolici veri ci sia qualcosa di obsoleto, di cui dovrebbero un poco vergognarsi) cardinale Giuseppe Siri, per imprimere una svolta decisiva alla Chiesa dopo il pontificato di Pio XII. Si rifletta bene sul tono di queste parole, che fanno parte del discorso di apertura del Concilio, pronunciato da Roncalli l’11 ottobre 1962 (cap. 6, §§ 2-5):

2. Il ventunesimo Concilio Ecumenico — che si avvale dell’efficace e importante aiuto di persone che eccellono nella scienza delle discipline sacre, dell’esercizio dell’apostolato e della rettitudine nel comportamento — vuole trasmettere integra, non sminuita, non distorta, la dottrina cattolica, che, seppure tra difficoltà e controversie, è divenuta patrimonio comune degli uomini. Questo non è gradito a tutti, ma viene proposto come offerta di un fecondissimo tesoro a tutti quelli che sono dotati di buona volontà.
3. Però noi non dobbiamo soltanto custodire questo prezioso tesoro, come se ci preoccupassimo della sola antichità, ma, alacri, senza timore, dobbiamo continuare nell’opera che la nostra epoca esige, proseguendo il cammino che la Chiesa ha percorso per quasi venti secoli
4. Ma il nostro lavoro non consiste neppure, come scopo primario, nel discutere alcuni dei principali temi della dottrina ecclesiastica, e così richiamare più dettagliatamente quello che i Padri e i teologi antichi e moderni hanno insegnato e che ovviamente supponiamo non essere da voi ignorato, ma impresso nelle vostre menti.
5. Per intavolare soltanto simili discussioni non era necessario indire un Concilio Ecumenico. Al presente bisogna invece che in questi nostri tempi l’intero insegnamento cristiano sia sottoposto da tutti a nuovo esame, con animo sereno e pacato, senza nulla togliervi, in quella maniera accurata di pensare e di formulare le parole che risalta soprattutto negli atti dei Concili di Trento e Vaticano I; occorre che la stessa dottrina sia esaminata più largamente e più a fondo e gli animi ne siano più pienamente imbevuti e informati, come auspicano ardentemente tutti i sinceri fautori della verità cristiana, cattolica, apostolica; occorre che questa dottrina certa ed immutabile, alla quale si deve prestare un assenso fedele, sia approfondita ed esposta secondo quanto è richiesto dai nostri tempi. Altro è infatti il deposito della Fede, cioè le verità che sono contenute nella nostra veneranda dottrina, altro è il modo con il quale esse sono annunziate, sempre però nello stesso senso e nella stessa accezione. Va data grande importanza a questo metodo e, se è necessario, applicato con pazienza; si dovrà cioè adottare quella forma di esposizione che più corrisponda al magistero, la cui indole è prevalentemente pastorale.

Si osservi con quanta abilità, con quanta cautela, con quanta melliflua maestria sono stati accostati, come se fossero logicamente contigui, due concetti diametralmente opposti e assolutamente inconciliabili (§ 5): che la dottrina cattolica è certa e immutabile, e che essa può e deve essere approfondita ed esposta secondo quanto è richiesto dai nostri tempi Ecco: l’eresia modernista è tutta qui; e che non sia stata riconosciuta per tempo dipende dal fatto che essa seppe covare la sua rivincita per circa mezzo secolo, in silenzio, e poi introdursi nel giardino della Chiesa e strisciare cautamente fra l’erba, come un serpente, senza scoprirsi fino a quando non fu in grado di compiere uno scatto in avanti e di mordere coi suoi denti velenosi la sacra dottrina. L’ispiratore, neanche tanto occulto, dell’intera manovra fu un teologo gesuita, Karl Rahner, uomo ambizioso, cinico e spregiudicato, ben deciso a imprimere una svolta alla Chiesa e a orientare la dottrina nel senso da lui desiderato, un senso tutto immanente, laicista e umanistico; un teologo cattolico nel quale la superbia intellettuale, tipicamente moderna, aveva raggiunto una delle sue vette più notevoli, al punto da far sì che egli disprezzasse, in cuor suo, gran parte della Tradizione cattolica. Già il pungolo dell’ambizione e della superbia intellettuale aveva morso un altro illustre gesuita, uno scienziato, esperto in paleontologia, Teilhard de Chardin; ma i tempi non erano ancora maturi per l’attuazione della rivoluzione modernista; lo erano invece adesso, al principio degli anni ’60 del Novecento. E il colpo riuscì perfettamente, sia perché ai teologi, largamente infettati dalle idee moderniste e progressiste, era stato dato fin troppo potere all’interno del Concilio, sia perché la maggioranza dei padri venne sorpresa nella sua buona fede  e non si rese conto della spregiudicata e audacissima manovra che stava passando sopra la sua testa.
Ora, ai nostri giorni, un altro gesuita è divenuto papa, un oscuro personaggio venuto dall’Argentina, che nessuno conosceva fuori della sua patria prima del conclave del 2005, quando, a sorpresa, raccolse un bel numero di voti e mancò per poco l’elezione a pontefice dopo la morte di Giovanni Paolo II. A spingerlo avanti erano stati la sua sfrenata ambizione e le oscure manovre della cosiddetta mafia di San Gallo, un circolo di cardinali massoni e progressisti riuniti, a suo tempo, attorno alla figura di Carlo Maria Martini (guarda caso, un altro gesuita), con il preciso obiettivo di insediare al soglio di san Pietro uno dei “loro”, per imprimere alla Chiesa il suggello definitivo della rivoluzione modernista. E questo oscuro personaggio era ritenuto tanto poco adatto svolgere funzioni importanti nella Chiesa, che, quando venne richiesto di un parere circa la sua promozione ad arcivescovo di Buenos Aires (i gesuiti infatti, per statuto, dovrebbero ottenere una speciale dispensa per essere eletti cardinali, non parliamo poi della elezione a papa, che infatti mai nessuno di loro ha osato perseguire) il suo diretto superiore, padre Kolvebach, espresse parer e negativo a causa di gravi difetti, fra i quali una “mancanza di equilibrio psicologico” e un carattere “subdolo”. Eppure, questo signore subdolo e privo di equilibrio, nonché sprovvisto della necessaria dispensa, è stato eletto papa e ha scelto per sé l’angelico nome di Francesco; ed è stato eletto con una fretta talmente indecente, che i padri del conclave non hanno rispettato nemmeno la norma del Diritto canonico di attendere almeno quindici giorni dopo l’inizio della vacanza della sede papale. Per non parlare dei pasticci procedurali che hanno commesso durante le votazioni. Ebbene, fin dal primo giorno, fin dal primo istante della sua elezione (indimenticabile il suo Buonasera alla folla riunita sotto il balcone in Piazza San Pietro, invece del doveroso: Sia lodato Gesù Cristo) il signor Bergoglio non ha fatto altro che attaccare la dottrina, umiliare i cattolici, perseguitare l‘ordine religioso più fiorente (quello dei Francescani dell’Immacolata), confondere e turbare i fedeli, magnificare i nemici della Chiesa, dai luterani ai radicali, dalle false religioni alla massoneria. Chi potrebbe dire che il diavolo non sia entrato nel cuore di un pontefice per fargli tradire Gesù Cristo? 

Il diavolo aveva messo in cuore a Giuda di tradirlo

di Francesco Lamendola

Lezione del Signore sulla disperazione e suicidio di Giuda Iscariota.
Dice Gesù:
«Orrenda, ma non inutile. Troppi credono che Giuda abbia commesso cosa da poco. Alcuni giungono anzi a dire che egli è un benemerito perché senza di lui la Redenzione non sarebbe venuta e che, perciò, egli è giustificato al cospetto di Dio.
In verità vi dico che, se l'Inferno non fosse già esistito, ed esistito perfetto nei suoi tormenti, sarebbe stato creato per Giuda ancor più orrendo e eterno, perché di tutti i peccatori e i dannati egli è il più dannato e peccatore, né per lui in eterno vi sarà ammolcimento di condanna.
Il rimorso l'avrebbe anche potuto salvare, se egli avesse fatto del rimorso un pentimento. Ma egli non volle pentirsi e, al primo delitto di tradimento, ancora compatibile per la grande misericordia che è la mia amorosa debolezza, ha unito bestemmie, resistenze alle voci della Grazia che ancora gli volevano parlare attraverso i ricordi, attraverso i terrori, attraverso il mio Sangue e il mio mantello, attraverso il mio sguardo, attraverso le tracce dell'istituita Eucarestia, attraverso le parole di mia Madre.
Ha resistito a tutto. Ha voluto resistere. Come aveva voluto tradire. Come volle maledire. Come si volle suicidare.
È la volontà quella che conta nelle cose. Sia nel bene che nel male.
Quando uno cade senza volontà di cadere, Io perdono. Vedi Pietro. Ha negato. Perché? Non lo sapeva esattamente neppure lui. Vile Pietro? No. Il mio Pietro non era vile. Contro la coorte e le guardie del Tempio aveva osato ferire Malco per difendermi e rischiare d'essere ucciso per questo. Era poi fuggito. Senza averne volontà di farlo. Aveva poi negato. Senza averne volontà di farlo. Ha saputo poi ben restare e procedere sulla sanguinosa via della Croce, sulla mia Via, fino a giungere alla morte di croce. Ha saputo poi molto bene testimoniare di Me, sino ad esser ucciso per la sua fede intrepida. Io lo difendo il mio Pietro. Il suo è stato l'ultimo smarrimento della sua umanità. Ma la volontà spirituale non era presente in quel momento. Ottusa dal peso dell'umanità, dormiva. Quando si destò, non volle restare nel peccato e volle esser perfetta. Io l'ho perdonato subito.
Giuda non volle. Tu dici che pareva pazzo e idrofobo. Lo era di rabbia satanica.
Il suo terrore nel vedere il cane, bestia rara, in Gerusalemme in specie, venne dal fatto che si attribuiva a Satana, da tempi immemorabili, quella forma per apparire ai mortali. Nei libri di magia è detto tuttora che una delle forme preferite da Satana per apparire è quella di un cane misterioso o di un gatto o di un capro. Giuda, già preda del terrore nato dal suo delitto, convinto d'esser di Satana per il suo delitto, vide Satana in quella bestia randagia.
Chi è colpevole, in tutto vede ombre di paura. È la coscienza che le crea. Satana poi aizza queste ombre, che potrebbero ancora dare pentimento ad un cuore, e ne fa larve orrende che portano alla disperazione. E la disperazione porta all'ultimo delitto: al suicidio.
A che pro gettare il prezzo del tradimento quando questo spogliamento è solo frutto dell'ira e non è corroborato da una retta volontà di pentimento? Allora spogliarsi dai frutti del male diviene meritorio. Ma così come egli fece, no. Inutile sacrificio.
Mia Madre, ed era la Grazia che parlava e la mia Tesoriera che largiva perdono in mio Nome, glielo disse: "Pentiti, Giuda. Egli perdona…".
Oh! se lo avrei perdonato! Se si fosse gettato ai piedi della Madre dicendo: "Pietà!", Ella, la Pietosa, lo avrebbe raccolto come un ferito e sulle sue ferite sataniche, per le quali il Nemico gli aveva inoculato il Delitto, avrebbe sparso il suo pianto che salva e me lo avrebbe portato, ai piedi della Croce, tenendolo per mano perché Satana non lo potesse ghermire e i discepoli colpirlo, portato perché il mio Sangue cadesse per primo su lui, il più grande dei peccatori. E sarebbe stata, Ella, Sacerdotessa mirabile sul suo altare, fra la Purezza e la Colpa, perché è Madre dei vergini e dei santi, ma anche Madre dei peccatori.
Ma egli non volle.
Meditate il potere della volontà di cui siete arbitri assoluti. Per essa potete avere il Cielo o l'Inferno. Meditate cosa vuol dire persistere nella colpa.
Il Crocifisso, Colui che sta con le braccia aperte e confitte per dirvi che vi ama, e che non vuole, non può colpirvi perché vi ama, e preferisce negarsi di potervi abbracciare, unico dolore del suo esser confitto, anziché aver libertà di punirvi, il Crocifisso, oggetto di divina speranza per coloro che si pentono e che vogliono lasciare la colpa, diviene per gli impenitenti oggetto di un tale orrore che li fa bestemmiare e usare violenza verso se stessi. Uccisori del loro spirito e del loro corpo per la loro persistenza nella colpa. E l'aspetto del Mite, che si è lasciato immolare nella speranza di salvarli, assume l'apparenza di uno spettro di orrore.
Maria, ti sei lamentata di questa visione. Ma è il Venerdì di Passione, figlia. Devi soffrire. Alle sofferenze per le sofferenze mie e di Maria devi unire le tue per l'amarezza di vedere i peccatori rimanere peccatori. È stata sofferenza nostra, questa. Deve esser tua. Maria ha sofferto, e soffre ancora, di questo, come delle mie torture. Perciò tu devi soffrire questo. Ora riposa. Fra tre ore sarai tutta mia e di Maria. Ti benedico, violetta della mia Passione e passiflora di Maria».

Valtorta - Evangelo 605.14 ed. Cev

Simona Serafini
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