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venerdì 30 marzo 2018

Lo spettro di uno scisma


Chiesa, sulla Cina si alza lo spettro dello scisma

Il dialogo col Vaticano riguarda la nomina dei vescovi per le diocesi del Dragone, che Pechino vorrebbe avocare a sé. Un accordo che rischia di mettere in crisi il concetto teologico di successione apostolica.

Tra Cina e Vaticano è ancora presto per proclamare un vincitore
Cina e Vaticano, alle radici delle ultime tensioni

Un accordo tra Cina e Vaticano «è imminente». La notizia viene dai media cinesi che riportano le parole del vescovo Guo Jincai, segretario generale della Conferenza dei vescovi della chiesa cattolica cinese, la Chiesa patriottica che fa capo al governo di Pechino: «Se tutto va come previsto, l'accordo potrebbe essere firmato entro la fine del mese. La tempistica dipende dai dettagli e da questioni tecniche». La Santa Sede smentisce, ma conferma «il dialogo in corso» che, sempre secondo fonti cinesi, potrebbe concludersi proprio a ridosso della Santa Pasqua. Sarebbe una svolta storica che dovrebbe riguardare la nomina dei vescovi sulla quale tra Santa Sede e Repubblica popolare non c'è mai stato accordo. Tanto che tutt'oggi il Vaticano rimane uno degli appena 20 Stati che non la riconoscono a favore di Taiwan. Ma non è cosa da poco, tanto che già qualcuno si chiede: c'è uno scisma che s'aggira per l'Oriente?

IL NODO DEI SETTE VESCOVI. «Le negoziazioni stanno avvenendo su un piano religioso, non su quello diplomatico» sottolinea il Global Times. Ma molti analisti sono ancora scettici. Wang Meixi, ricercatore dell'Accademia delle scienze sociali di Pechino, il principale think tank del Paese, ricorda sullo stesso quotidiano che «un accordo sui principi generale della nomina dei vescovi non ci sarà se prima le due parti non pubblicheranno un documento che ufficializzi, da parte del Vaticano, i sette vescovi nominati dal governo cinese». Il riferimento è agli otto vescovi ordinati «illegalmente» da Pechino (di cui uno è deceduto nel 2017 e tre sono addirittura scomunicati ma avrebbero chiesto perdono). Ma una parte di quella che è comunemente nota come «chiesa sotterranea» protesta duramente: «Sembrerebbe che il Vaticano stia svendendo la Chiesa cattolica in Cina».

CHIESA PATRIOTTICA O SINIZZATA. A questo proposito è bene ricordare che, nonostante i cattolici in Cina siano più di 10 milioni, i rapporti tra le due diplomazie si sono interrotti nel lontano 1951, a pochi anni dalla nascita della Nuova Cina, e che da allora nell'ex impero di mezzo sono cresciute parallelamente due chiese: quella "sotterranea" che esprime fedeltà al papa e quella "patriottica" che invece riconosce come primaria l'autorità del Partito. La prima riconosce i vescovi nominati da Roma, la seconda quelli dell'Associazione patriottica che altro non è che un'estensione del partito comunista cinese. A complicare il quadro il nuovo regolamento cinese per gli affari religiosi, in vigore dal primo febbraio, che richiede che tutte le religioni di «sinizzarsi» e «adattarsi proattivamente alla società socialista» ovvero conformarsi al governo cinese e quindi al suo ultimo controllo.


In ogni caso qualcosa si muove. Prova ne è che il vescovo Guo Xijin, ordinato dalla Santa Sede e mai riconosciuto da Pechino, è stato arrestato lo scorso 26 marzo e rilasciato il giorno dopo. Il motivo, secondo l'agenzia di stampa del pontificio istituto missioni estere AsiaNews, è che Guo si sarebbe rifiutato di celebrare la messa di Pasqua assieme al vescovo, ordinato da Pechino, Zhan Silu. L'anno scorso, in questo stesso periodo di Quaresima, era stato trattenuto per 20 giorni e costretto a sedute di rieducazione. Guo Xijin è infatti uno dei due vescovi «sotterranei» ai quali Roma avrebbe chiesto di dimettersi a favore delle loro controparti approvate da Pechino. In un'intervista al New York Times, Guo si era detto disponibile «se era la volontà del papa», ma aveva contestualmente avvisato la Santa Sede che il tentativo del governo cinese era quello di recidere i rapporti tra cattolici cinesi e Roma.

CARDINALI CONTRO. Il suo passo indietro sarebbe un secondo punto di quell'accordo che vedrebbe il Vaticano riconoscere i sette vescovi «patriottici» in cambio dell'influenza conclamata sulla nomina dei prossimi vescovi che però, si badi bene, non è ancora chiaro come verrebbe esercitata. Forse, sostengono alcuni, con un diritto di veto. L'idea che legittimerebbe l'operazione, è quella di riunire le due chiese cinesi e di avere vescovi e sacerdoti comunemente riconosciuti. Ma certamente questo apre un dubbio dottrinale: cedere o condividere con il politburo l'autorità di nominare l'episcopato significherebbe in qualche modo tradire la dottrina secondo cui i vescovi sono i diretti successori degli apostoli, coloro che trasmettono lo spirito santo con l'imposizione delle mani. Un concetto teologico chiamato, appunto, successione apostolica. Come scrive Ross Douthat, nel suo recentissimo To Change the Church: Pope Francis and the Future of Catholicism, quest'approccio potrebbe «accelerare la trasformazione del cattolicesimo in una confederazione di chiese nazionali: liberali e semiprotestanti nell'Europa del Nord, conservatrici nell'Africa subsahariana e sotto la supervisione comunista in Cina». Ma soprattutto si leverebbe «lo spettro di uno scisma mettendo alcuni cardinali contro altri e, a volte, contro lo stesso papa».

CECILIA ATTANASIO GHEZZI