ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 8 marzo 2018

Uscire dal fango della palude

L'UMILTA' DI PADRE D'AVIANO


Si può uscire dal pantano solo tornando all'umiltà. Un gigante della fede: padre Marco d'Aviano 1631-1699. Perchè i cattolici oggi si sentono in colpa per i mali che, è stato detto loro, la loro religione ha inferto all'umanità 
di Francesco Lamendola  

 

Il sentimento che si prova nel leggere il voluminoso carteggio che ci è stato conservato fra il padre Marco d'Aviano (1631-1699) e i suoi numerosissimi corrispondenti, personalità laiche e religiose, negli anni decisivi in cui l'Europa, presa d'assalto dai Turchi, lottava per la sua sopravvivenza, è di commozione. Si rimane commossi davanti alla statura morale e spirituale sia del grande frate cappuccino, che fu l'anima della lega Santa e, quindi, della vittoria di Vienna dell'11-12 settembre 1683, sia dei suoi interlocutori, compreso l'imperatore d'Austria, Leopoldo I d'Asburgo, che a lui si rivolge come a un padre, a un consigliere fidatissimo, a una guida sicura nelle drammatiche e travagliate vicende della sua dinastia, dei suoi popoli e della stessa civiltà europea, messa in pericolo da una minaccia esterna come non avveniva da otto secoli. Emerge, da quelle lettere, la fede profonda, l'umiltà, lo spessore umano degli uomini e delle donne che, sullo scorcio del XVII secolo, ebbero fra le mani i destini dell'Europa, in una congiuntura difficilissima, e si mostrarono pari alla grandiosità del'impresa. Ed è commovente la confidenza con cui uno dei più grandi sovrani del continente apre il suo cuore a un umile frate, gli rivela tutto di sé, anche come uomo, come padre, come marito, e gli chiede consigli con la deferenza e l'illimitata fiducia di un figlio verso il genitore amatissimo. Da parte sua, padre Marco, questo povero frate friulano votato a una vita contemplativa, che turbinose vicende strapparono dalla sua cella di convento e obbligarono a percorrere l'Europa in lungo e in largo, viaggiando su strade difficili in tutte le stagioni, intessendo relazioni politiche e militari, ricevuto con stima ed onori presso tutte le corti, ascoltato come consigliere di somma saggezza ed esperienza, mai una sola volta ci si rivela in atteggiamenti sopra le righe, si lascia inorgoglire, si dimentica di essere solo un umile strumento nelle mani di Dio

Non vi è nulla dell'ambizioso, dell'intrigante, del frate faccendiere in questo santo uomo che solo la fede e i disegni di Dio hanno chiamato a svolgere un compito così alto; nulla di saccente, di petulante, di indiscreto in questo uomo di pace che organizzò in maniera superba una grande guerra difensiva; in questo uomo di riconciliazione che seppe rianimare i cuori stanchi e sfiduciati, già quasi votati alla sconfitta; in questo uomo semplice, schietto, ma accorto, che fu quasi costretto a divenire esperto perfino di cose militari, e che vide gli errori di certi comandanti e li criticò, senza però mai voler strafare, senza diventare invasivo, lui che non avrebbe desiderato altro che poter servire e adorare Dio nel chiuso di un chiostro, lui che in vita sua non aveva mai cercato onori, visibilità, attestati di stima, e che, dopo aver compiuto la sua meravigliosa opera, culminata nella risolutiva vittoria del Kahlenberg (11-12 settembre 1683), non assunse le pose del trionfatore ma continuò a servire la cristianità con pazienza, spirito di sacrificio, moderazione, disprezzo assoluto dei beni e della gloria del mondo.
Marco d'Aviano e gli altri protagonisti di quella epopea difensiva della cristianità, il duca di Lorena, il re di Polonia Jan Sobieski, il popolo di Vienna, i principi e le principesse d'Europa, il clero cattolico che confortava e sosteneva le popolazioni stremate e terrorizzate, e diceva la santa Messa anche nel furore delle battaglie, rappresentano, purtroppo, un'Europa e una cristianità che non esistono più. Invano si cercherebbe, fra i potenti dell'Europa di oggi - che, fra l'altro, non sono più i capi di Stato, ma i grandi banchieri - la centesima parte di quel coraggio, di quella tenacia, di quella abnegazione che resero possibile il miracolo di Vienna. Il nuovo Dio dell'Europa, e non da ieri, è il denaro; per il denaro i nostri governanti farebbero qualsiasi cosa, ma per delle ragioni ideali non saprebbero mettere a rischio, non diciamo la vita e la sicurezza, ma neppure una parte delle loro ricchezze e dei loro privilegi, che garantiscono loro un'esistenza di piaceri e, sovente, di autentiche dissolutezze. Quanto al clero, e senza voler generalizzare, il che sarebbe ingiusto, siamo quasi certi che assai a stento si troverebbero dei religiosi anche solo lontanamente paragonabili a padre Marco, questo gigante della fede, e ciò per due ordini di ragioni. Il primo ha a che fare con la decadenza morale del clero: inutile nasconderselo, la Chiesa dei nostri giorni è diventata un ricettacolo di uomini e donne di poca o nessuna fede, lussuriosi, pervertiti, avidi, superbi, irresponsabili; ed è proprio per questo che molti di essi si prodigano nel sostenere che la Chiesa deve essere indulgente con i peccatori, e che certi peccati non sono poi tali, che Dio tutto perdona, eccetera: perché tentano di giustificare se stessi, la loro condotta scandalosa e dissoluta, di sodomiti, di pedofili, di golosi, di usurai. La seconda ragione ha a che fare con un vero e proprio traviamento intellettuale: con l'idea, cioè, che la cristianità si debba vergognare se, in passato, ha fatto ricorso alle armi (anche solo per difendersi, come sotto le mura di Vienna); che usare le armi sia sempre sbagliato e anticristiano; e che pensare ai seguaci delle altre religioni come a dei potenziali nemici sia ingiusto, ingeneroso, indegno del Vangelo di Gesù Cristo. Da quando don Lorenzo Milani ha criminalizzato i cappellani militari e da quando il Concilio ha proclamato belle e buone tutte le religioni, nonché tirato un colpo di spugna sulla minaccia delle eresie, pare che al mondo, per il cattolico, ci siano solo degli amici da abbracciare e dei quali fidarsi incondizionatamente; pare che luterani, maomettani, giudei, siano diventati i più sinceri collaboratori nella edificazione di un mondo nuovo, fatto di giustizia e di pace; pare che anche solo pensare a una difesa della cristianità sia un tradimento del Vangelo, dato che per difendersi ci vogliono dei nemici, e nemici, dal 1965, non ce ne sono più in giro: son diventati tutti amici fraterni. Strano, perché Gesù aveva detto ai suoi discepoli: Ecco, io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi; e aveva anche detto loro: Verrà il tempo in cui chiunque vi uccide, crederà di rendere un servizio a Dio
Il problema, oggi, è proprio questo: i cattolici si sentono in colpa per i mali che, è stato detto loro, la loro religione ha inferto all'umanità; e vogliono far vedere agli "altri", cioè proprio ai nemici della Chiesa - che un colpo di bacchetta magica ha trasformato, ma solo nella stanza segreta dei loro desideri, in amici sinceri e disinteressati - che oggi non sono più così, che sono aperti e dialoganti, pieni di fiducia e buona volontà. Il signor Bergoglio non ha mai nominato il terrorismo islamico, se non per dire che non esiste, che è sbagliato adoperare una simile espressione: e ciò anche all'indomani dello sgozzamento di un prete cattolico, sull'altare, durane il sacrificio della Messa, da parte di due assassini islamici. Sì, è vero che quei signori, ogni volta che trucidano dei cristiani, gridano Allah akbar!, ma Bergoglio ha detto che il terrorismo islamico non esiste; e Bergoglio è un papa buono, è il migliore di tutti, il più francescano, il più comprensivo, il più caritatevole, il più vicino alla gente: e dunque ci saremo sbagliati, forse abbiamo udito male, avrà senz'altro ragione lui. Anzi, per far vedere che non abbiamo alcun pregiudizio verso di loro, che non siamo più aggressivi, brutti e cattivi come lo erano i nostri nonni, noi adesso, gli islamici, li invitiamo alla santa Messa; qualche prete offre loro persino la santa Comunione. Meraviglioso, no? Guarda fin dove può arrivare il dialogo inter-religioso... altro che crociate, guerre, assedi e contrapposizioni! Noi sì che abbiamo capito tutto, che abbiamo capito come va il mondo; mentre i nostri avi, il padre Marco d'Aviano, il papa Innocenzo XI, non avevano capito un bel nulla. Meno male che viviamo in tempi così fortunati: i tempi inaugurati dal Concilio Vaticano II.
Certo, la situazione odierna somiglia solo in parte a quella dell'Europa nel 1683. Prima di tutto, l'invasione islamica oggi si presenta in forme totalmente diverse: non un grande esercito che marcia, in armi, nel cuore del nostro continente, mettendolo a ferro e fuoco, ma una massa continua di miserabili che arrivano su precarie imbarcazioni, stremati dal caldo, dal freddo, dalla fame e della sete, che chiedono ospitalità, chiedono asilo, chiedono protezione: con che cuore li si potrebbe respingere? Con che animo li si potrebbe rimandare indietro? E tuttavia sono invasori, non meno determinati degli ottomani nel 1683: se fossero dei veri profughi, chiederebbero di essere accolti per un tempo determinato e poi farebbero ritorno alle loro case, non appena ciò diventi possibile, come hanno sempre fatto i veri profughi di tutto il mondo. Invece costoro vengono per restare; chiamano mogli e parenti; fanno una grande quantità di figli, e stanno islamizzando l'Europa con la forza del loro numero. La stanno conquistando senza combattere, semplicemente partorendo. Oltre a questo fatto, che mette gli Europei in una condizione di scacco e di perpetuo ricatto morale, c'è una altro fattore che rende la situazione odierna completamente diversa da quella del 1683: la qualità degli europei. Non siamo più degni di paragonarci nemmeno al tacco delle scarpe dei nostri avi, dei nostri bisnonni. Abbiamo perso tutte le loro virtù: l'onestà, la coerenza, la tenacia, la laboriosità, la fede, lo spirito di sacrificio, l'amore per la famiglia, il timor di Dio. Siamo diventati una massa di individualisti edonisti, rancorosi e pigri, crudeli e imbelli, dediti a mille vizi, all'inseguimento di miti fasulli, di fuggevoli miraggi di bene, di miserandi palliativi di ciò che rende una vita piena, e degna di essere vissuta: l'automobile, l'orologio di marca, la pelliccia, i gioielli, le vacanze di lusso, la villa al mare, in cambio della pulizia interiore, della rettitudine, della probità delle generazioni che ci hanno preceduti, e che hanno fatto grande l'Europa. Siamo scesi al livello dei nani, delle bestie: metaforicamente parlando, il nostro cibo preferito sono le ghiande, se non addirittura lo sterco. Basta vedere quali sono le cose che ci piacciono, le mode che seguiamo, i film che andiamo a vedere, i programmi televisivi più seguiti, i dischi più venduti, i personaggi dello spettacolo più ammirati, invidiati, seguiti. Insomma, è un quadro di totale decadenza e desolazione morale. Non ci siamo arrivati per caso: è stata una lunga scala discendente; abbiamo dissipato, nel corso delle ultime generazioni, il ricco patrimonio morale accumulato dai nostri avi. 
Eppure, nulla vieta che noi si possa uscire dal fango della palude e riconquistare le vette; non è un destino scritto nelle stelle che l'Europa debba spingere l'odio di se stessa fino al suicidio. Il segreto di padre Marco era molto semplice, il solito, l'unico per il credente: la fede. Ecco, per esempio, cosa scriveva all'imperatore, da Buda, il 4 agosto 1686, descrivendogli l'andamento insoddisfacente delle operazioni d'assedio della città, ancora tenuta dai turchi (Padre Marco d'Aviano, Corrispondenza epistolare, a cura del P. Arturo M. da Carmignano di Brenta, Piovan Editore, Abano Terme, 1987, vol. 2, pp. 303-304):

Laus Deo Mariae.
Quanto più li mezzi humani riescono dificili, tanto maggiormente dobbiamo ricore[re] con confidenza alli divini. (segue la minuziosa descrizione del fallito assalto alla città).
Li nostri peccati sonno la causa che Dio, invece di favorirci, ci castiga. Però è vero che "cor contritum et humiliatum Deus non despiciet". Che però esorto vostra maestà cesarea et anco la maestà dell'imperatrice di fare qualche cosa che stimerano più di gradimento a Maria e san Gabriele arcangelo, quando Iddio per sua misericordia li concederà l'impresa di Buda.  Tanto farò fare al serenissimo di Lorena, Baviera, Naiburgo et altri gienerali; dove pure hoggi, doppo la Messa, ho fatto un sermone et ho esortato la giente a far il medesimo, mentre se Diio con qualche modo particulare non ci aiuta, non vi è appertura che le cose possino passar bene...

Si può uscire dal pantano solo tornando all'umiltà

di Francesco Lamendola
continua su:

Nessun commento:

Posta un commento