ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 24 aprile 2018

Il peccato contro la verità

LA BATTAGLIA PER LA VERITA'



La battaglia per la verità inizia dall’informazione. Lo avranno capito, che il tempo delle balle è ormai scaduto? Che gli italiani si stanno finalmente svegliando? Che non possono continuare a raccontare e manipolare menzogne 
di Francesco Lamendola  

 0 400 pupazzi politici

Lo avranno capito o no, che il tempo delle balle è ormai scaduto? Che gli italiani si stanno svegliando? Che non possono continuare a raccontare quel che vogliono, né i giornali, né i telegiornali di regime, pubblici e privati, compresi quelli di area cattolica che la neochiesa di Bergoglio ha letteralmente occupato, impadronendosi del marchio di fabbrica, ma gettando via gli originali? Abbiamo provato a porci queste domande nel precedente articolo, 4 marzo 2018: che hanno capito i cattoprogressisti?, discutendo specificamente un editoriale di Andrea Riccardi apparso su Famiglia Cristiana, a botta calda, come si dice, cioè subito dopo che otto italiani su dieci hanno detto un secco "no" alla politica filo-immigrazionista del signor Bergoglio e di tutti i suoi cardinali, vescovi e preti "di strada", da monsignor Galantino e monsignor Zuppi in giù, fino all'ultimo prete che, come don Farinella in quel di Genova, abolisce, di sua iniziativa, la santa Messa di Natale "per rispetto verso gli immigrati". Vogliamo ora riprendere e allargare quelle riflessioni, perché è su questo terreno, crediamo, che si giocherà soprattutto la partita,a ritmo sempre più serrato, nei prossimi mesi e anni: la partita per la sopravvivenza dell'Italia, del popolo italiano e anche della religione cattolica, prima cioè che l'Italia diventi una provincia africana posta a nord del Mediterraneo, il popolo italiano scompaia e la religione cattolica venga rimpiazzata da quella islamica. 

In questa partita, la cui posta in gioco è, come si vede, la più alta che si possa immaginare perfino in un romanzo o in un film di fantascienza - la possibilità che un intero popolo, con il suo Stato e la sua civiltà, riescano a scongiurare il pericolo dell'estinzione - gli schieramenti sono trasversali, ma sono anche totali, nel senso più strettamente ideologico del termine, come non si era mai visto neanche nei momenti più duri della Guerra fredda e della contrapposizione fra "atlantisti" e filo-sovietici. Non si potrebbe infatti immaginare contrapposizione più dura e implacabile di quella esistente fra gli italiani che vogliono preservare l'esistenza del'Italia e quelli che sono ansiosi di vederla estinta, se non rievocando le pagine più orrende della nostra storia recente: quelle, in gran parte rimosse e dimenticate, della guerra civile del 1943-45, con tutto il loro codazzo di eccidi, infoibamenti, pulizie etniche e "triangoli della morte". E sia ben chiaro che non proviamo alcun compiacimento, semmai un fremito di orrore, nel fare un simile accostamento: ma non siamo noi a evocarlo, è la realtà dei fatti; e quelli che tanto si agitano per l'accoglienza e la "solidarietà" verso i cosiddetti migranti, stanno creando le condizioni perché quella immane tragedia si ripeta.
Il problema, e quindi anche il pericolo, in realtà non è solo italiano, ma europeo. E come ci fu una guerra civile europea all'interno della Seconda guerra mondiale (contrariamente a ciò che per settant'anni ci ha raccontato la storia, prostituita al livello di propaganda), così si agitano sul nostro futuro i fantasmi di una possibile guerra civile europea proprio sulla questione della accoglienza ai migranti, vale a dire dell'invasione africana e islamica a danno dei popoli dell'Europa. Quel che è successo al confine italo-francese domenica 22 aprile 2018 è solo un primo segnale, un campanello d'allarme. Ormai i due schieramenti si sono già mobilitati e se, per adesso, il peggio non si è ancora verificato, andando avanti le cose nella maniera cui assistiamo ogni giorno, è solo questione di tempo: prima o dopo vi sarà un incidente più grave e tutta l'antipatia, tutto il rancore, tutto l'odio dell'Europa dei centri sociali, della cultura di sinistra, dei cattolici progressisti, nei confronti dell'altra Europa, quella "colpevole" di voler restare se stessa, fedele ai propri valori, alle proprie tradizioni e alla propria storia, deflagrerà in maniera incontenibile, con delle conseguenze che nessuno può prevedere. Paradossalmente, almeno in questa prima fase, non saranno gli immigrati a dar fuoco alle polveri, non saranno i clandestini spacciatori e delinquenti, i falsi profughi fuggiti da guerre inesistenti, quelli che hanno pagato da due a seimila euro per venire in Europa, dunque tutt'altro che poveri e tutt'altro che affamati; ma saranno degli europei contro degli altri europei, la cui visione ideologica di ciò che l'Europa deve essere, o deve cessare di essere, non è suscettibile di alcuna mediazione o alcun compromesso. Lo scontro sarà inevitabile, specialmente da quando chi avrebbe potuto e dovuto fare opera di mediazione, cioè i cattolici, gli unici che avessero una cultura e una morale suscettibili di tanto, hanno rinunciato a essere se stessi e si sono gettati, armi e bagagli, nel campo della sinistra, di per sé ormai praticamente estinta, rimpiazzando le evanescenti legioni degli eredi di Marx, Gramsci e Togliatti con gli stendardi (abusivi) di Gesù Cristo, ma soprattutto con quelli di papa Francesco, il papa della "misericordia" e dell'accoglienza, il papa dell'auto-invasione dell'Europa e del suicidio del cristianesimo; colui che passerà alla storia come il primo romano pontefice apertamente eretico e come il più grande nemico della fede dei cattolici, autore di un attentato gravissimo nei confronti dei fedeli, che ha tentato in ogni modo di traghettare nell'apostasia, dopo averli illusi di voler "rinnovare" il cattolicesimo (una pretesa che è già di per se stesso eretica).
Un problema europeo, dunque; ma tanto più grave in un Paese, come l'Italia, dove il processo di formazione della coscienza nazionale è rimasto incompleto e dove la tendenza alle radicali e inconciliabili contrapposizioni intestine, con il puntuale invito a intervenire rivolto alle forze straniere, è sempre stata una costante della vita politica. Vorremmo che non fosse così; pure, la lucidità dell'analisi ci porta inevitabilmente verso questa conclusione: gli italiani, fomentati da intellettuali incoscienti e irresponsabili e da un clero apostatico e fuori controllo, corrono a grandi passi verso la guerra civile. Prima o poi qualche grosso fatto di cronaca, il naufragio di un barcone carico di migranti davanti alle nostre coste, o il rifiuto di una capitaneria di porto di lasciar entrare una delle tante navi delle organizzazioni "umanitarie" non governative finanziate da Soros & Co, accenderà la miccia dell'esasperazione e gli italiani cominceranno a combattersi gli uni contro gli altri, come bestie feroci; e questo clero degenerato e non più degno di chiamarsi cattolico potrà raccogliere i tristi frutti delle sue scellerate politiche di promozione e incitamento all'auto-invasione dell'Italia. E a quel punto sarà troppo tardi per fare delle riflessioni pacate e per sottoporsi, magari, a un salutare bagno di umiltà e ad un minimo di autocritica. Sarebbe perciò auspicabile che l'autocritica, quei signori, se la facessero sin da ora, e ci sembrava che il voto del 4 marzo scorso offrisse una eccellente occasione affinché si aprisse una seria riflessione sugli errori compiuti fino ad ora dal partito pro-africano e pro-islamico, che seguita imperterrito a dipingere se stesso come semplicemente "umanitario" e "caritatevole", appuntandosi da sé la medaglia di una presunta superiorità morale nei confronti di chiunque altro, e così sottraendosi alla fatica e alla pena dei comuni mortali: quella di poter accettare delle critiche e magari, qualche volta, di farsele anche da sé. Ma se quei signori seguiteranno a fare come il professor Riccardi, ossia ad accusare gli italiani di essere troppo "emozionali" quando dicono "no" all'invasione, e a rivendicare a Bergoglio e alla Cei il merito di aver sempre detto e fatto le cose giuste, le cose buone e "cristiane", certo non vi sarà mai neppure l'ombra di una auto-critica e svanirà nel nulla la possibilità che si possa prevenire la sciagura di una contrapposizione totale degli italiani contro gli altri italiani, e perfino dei cattolici, o presunti tali, contro gli altri cattolici. E quanto vi sia di autenticamente cristiano, in una simile prospettiva, lo può capire anche un bambino: possibile che quei signori, che parlano sempre della chiesa di papa Francesco, dell'insegnamento di papa Francesco, dei gesti di papa Francesco, non siano mai sfiorati dall'ombra di un dubbio circa il fatto che un cattolico non dovrebbe parlare, né pensare a quel modo, ma che dovrebbe avere in mente sempre e solo la Chiesa di Gesù Cristo, gli insegnamenti di Gesù Cristo e i gesti di Gesù Cristo? Possibile che non li sfiori il sospetto che essi stanno alimentando, dentro la Chiesa in cui dicono di riconoscersi - e che non è un movimento di opinione o un partito politico, ma la Sposa di Gesù Cristo, la prosecuzione dell'opera del divino Maestro - il pessimo seme della divisione, della contrapposizione, dell'insofferenza reciproca? La cosa è tanto più strana, in quanto proprio il signor Bergoglio non si stanca mai di ribadire il concetto che tutto ciò che unisce è buono, mentre ciò che divide è cattivo e deve essere evitato: e non vedono costoro, non vede costui, che la persona e l'opera del signor Bergoglio sono diventate il maggior fattore di scandalo e divisione all'interno della Chiesa e nella coscienza dei fedeli, oltretutto - cosa, se possibile, ancor più grave, su temi che sono di natura squisitamente politica e non autentiche questioni di fede?

0 OSCURO
Il papa dell'auto-invasione dell'Europa e del suicidio del cristianesimo: la Chiesa non è un movimento di opinione o un partito politico, ma la Sposa di Gesù Cristo, la prosecuzione dell'opera del divino Maestro


Che cosa dovrebbero fare, dunque, questi signori, se in loro fosse rimasto ancora un briciolo di onestà e di buona fede? Molto semplicemente, dovrebbero incominciare a raccontare la verità, e smetterla di far propaganda ideologica. Il peccato contro la verità è il peccato per antonomasia: da esso scaturiscono mille altri peccati, come inevitabile conseguenza di quel primo. 

La battaglia per la verità inizia dall’informazione

di Francesco Lamendola

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DANNAZIONI "MONDIALISTE"


Prepariamoci: succederà sempre più spesso. Un peccato imperdonabile? Petra Laszlo e i professionisti della solidarietà e della accoglienza a senso unico, signori, abituati a piangere sempre con un occhio solo: quello "sinistro" 
di Francesco Lamendola  


 0 19 manifestanti

Nel settembre del 2015 una ondata di migranti si riversò ai margini dell’Europa centro-meridionale e cercò di passare, da un Paese all’altro, dalla Grecia alla Macedonia, dalla Macedonia alla Serbia, dalla Serbia all’Ungheria e di lì, poi, verso la Germania, la Svezia e altri Paesi del Nord. Ciascuno dei Paesi attraversati cercò di resistere, poi, sotto la pressione fisica di quelle persone e sotto la pressione morale dei mass media del mondo intero, finì per arrendersi e li lasciò “filtrare”, sempre più avanti, sino alla frontiera successiva. Soltanto l’Ungheria di Viktor Orban non volle saperne di considerarli come dei profughi in pericolo di vita e vide in essi, come lo vede tuttora, un gravissimo elemento di destabilizzazione interna, sia sociale che culturale, ed ebbe la forza - il coraggio, per alcuni; la viltà, per altri – di dire no. La polizia ungherese usò la maniera dura e resse alla tensione dovuta al ricatto morale creato dai media, pilotati in senso filo-migrazionista da miliardari come George Soros; a partire dal mese di luglio, le forze armate di quel Paese erano impegnate a erigere un’alta rete metallica – impropriamente chiamata “muro” - al confine serbo, proprio per arrestare la marea e dare un chiaro segnale che, da quella parte, nessuno sarebbe più riuscito a passare. Comunque, quando si verificò il forzamento della frontiera da parte di alcune migliaia di persone, fecero il giro del modo le immagini di una operatrice televisiva ungherese, Petra Lazlo, che, trovatasi in mezzo al parapiglia e alla corsa disordinata dei migranti per oltrepassare la terra di nessuno fra i due Stati, fece lo sgambetto a un siriano, Osama Abdul Mohsen che correva con il figlio in braccio, facendoli cadere e così fermare e identificare dalla polizia. Fra parentesi, lo stesso siriano avrebbe poi dichiarato che quella era stata la sua fortuna, perché quello sgambetto lo aveva reso famoso e gli aveva permesso di trovare accoglienza in Germania per sé e i suoi figli, nonché un lavoro come allenatore sportivo, in una squadra spagnola.
L’opinione pubblica mondiale venne portata a odiare la giornalista ungherese, che pagò il suo gesto con il licenziamento immediato dalla rete televisiva per cui lavorava, e alla quale nulla valsero le pubbliche scuse e la dichiarazione che aveva agito senza cattiveria intenzionale, bensì in stato di panico, data la concitazione della scena in cui era venuta a trovarsi; e a nessuno importò che anche lei, madre di figli piccoli, venisse a trovarsi disoccupata. Nessuno le volle credere, e il fatto che fosse vicina a un movimento di destra rafforzò i peggiori sospetti e i giudizi più impietosi nei suoi confronti. Certo, il suo non fu un bel gesto, su questo non c’è niente da dire; e a renderlo ancor più ingiustificabile è il fatto che quel padre che fuggiva con suo figlio era un siriano, cioè un profugo vero e non uno dei tantissimi falsi profughi che scappano da guerre inesistenti e da pericoli immaginari. E il primo a non volerla perdonare fu proprio il signor Osama, che rilasciò la seguente dichiarazione alla stampa (cfr. Giornaliettismo online del 14/11/2015, che riprende un pezzo di G. Brera su La Repubblica, a sua volta ripreso dall’Huffington post): Non perdono la giornalista. E non mi basta che l’abbiano licenziata. Ha fatto cadere il mio bimbo e lui ha pianto per due ore. Ma non finisce qui. Un anno dopo, Petra Laszlo vince un premio cinematografico per un filmato di 30 minuti dedicato alla rivoluzione ungherese del 1956: e la cosa, non appena viene risaputa, suscita il sacro sdegno di tutti i progressisti d’Europa: come, una “nazista” premiata pubblicamente, dopo quel che ha fatto? Quello sgambetto, secondo loro, l’aveva consegnata una volta per tutte a una vita d’infamia, senza appello e senza possibilità di redenzione: sanno essere terribilmente rancorosi, questi buonisti verso tutti, purché siano stranieri; questi professionisti della solidarietà e della accoglienza a senso unico, che non piangono mai per i poveri di casa loro e per le disgrazie dei loro concittadini, magari provocate dai delinquenti stranieri accolti per senso di umanità e incautamente definiti “rifugiati”. Non solo: negli stessi giorni, il signor Osama perdeva i diritti di profugo per la banalissima ragione che non aveva voluto imparare la lingua spagnola; e ciò parve una intollerabile beffa ai suddetti signori, abituati a piangere con un occhio solo – il sinistro.
A titolo di esempio, prendiamo questo pezzo di Andrea Tarquini su La Repubblica.it del 20/10/2016, significativamente intitolato:Migranti, premiata la reporter ungherese che sgambettò profughi. Mentre la sua ‘vittima’ perde il lavoro. Ne riportiamo la pare iniziale:
Lei, l'operatrice ungherese che amava sgambettare e prendere a calci i profughi e i loro figli al confine ed era diventata un simbolo dell'Europa antimigranti, ha ricevuto un importante premio. Lui, la sua vittima, il migrante arrivato fuggendo tra mille pericoli verso l'Europa sognata, ha perso il lavoro.
Cronache tristi d'autunno nel Vecchio continente, che intanto dice di temere nuove ondate di migranti e fatica a decidere come organizzarsi per affrontarle. 
La storia la ricordano in molti. Insieme alle immagini shock. Correva il settembre 2015, il culmine della grande fuga di profughi e migranti verso l'Europa cui l'Ungheria del popolare premier nazionalconservatore Viktor Orbàn rispose erigendo il suo cosiddetto 'muro', cioè la barriera di filo spinato e lame di rasoio lungo tutto il confine con la Serbia.
Alta e atletica, bionda in bel look ariano e jeans, Petra Laszlo, camerawoman di una rete tv pubblica magiara, era stata sorpresa dalle telecamere e dagli smartphone di altri colleghi mentre - inviata alla frontiera per un servizio sulla grande ondata migratoria - da reporter si era trasformata in iniziatrice di spedizioni punitive. Con tutta la sua prestanza aveva cominciato a prendere a calci e sgambettare un gruppo di migranti, compresi un padre e il bimbo suo figlio.

Che cosa si evince da questo brano di prosa? Come al solito nell’area culturale del politically correct – sappiamo che la proprietà diRepubblica, come quella de L’Espresso, è riconducibile all’ingegner Carlo De Benedetti – che degli ariani alti e biondi, dal fisico prestante, “amano sgambettare e prendere a calci”, testuale espressione, i profughi e i loro figli; e che l’Europa brutta e cattiva degli egoisti e dei populisti, degli Orban (e dei Salvini) premia simili carnefici, anche se si riconosce che il film premiato non ha nulla a che fare con la vicenda della signora Petra, ma tanto peggio: se ne ricava che il peccato da lei commesso è imperdonabile e inestinguibile e che la rende indegna di ricevere qualsiasi riconoscimento di qualsiasi tipo, anche in ambiti totalmente diversi dalla vicenda per cui è già stata punita con la perdita del lavoro, lei, in casa sua, cittadina europea a pieno titolo, ma evidentemente con meno diritti di chi europeo non è, ma ha “diritto” ad una accoglienza e ad una ospitalità illimitate. E che dire di quei cattivoni che hanno licenziato il signor Osama, reo di una colpa da nulla come quella di non aver fatto l’unica cosa che gli veniva chiesta per restare in Germania, imparare la lingua in cui si svolge il suo lavoro? Dispiace, ripetiamo, che si tratti di un siriano; pure, è necessario che qualcuno lo dica: anche i profughi veri, come lo sono i siriani, non dovrebbero avere il diritto all’ingresso automatico in Europa: se passa questo principio, infatti – ma, nella realtà dei fatti, è già passato, eccome – qualsiasi popolazione coinvolta in un conflitto avrebbe il diritto a varcare le frontiere di qualsiasi Paese, il quale sarebbe obbligato a ospitare i nuovi arrivati, fossero anche milioni e milioni, per il solo fatto che scappano da una guerra. Ma quando l’Italia era straziata da una duplice guerra, la Seconda guerra mondiale coi bombardamenti dei “liberatori” e le rappresaglie dei nazisti, e la guerra civile, con le atrocità innominabili compiute da entrambe le parti, nessuna fuga massiccia di popolazione si verificò verso la Svizzera, tanto meno di vecchi, donne e bambini (mentre oggi si parla quasi sempre di uomini in buona salute): come mai? Evidentemente, anche il tabù dei veri profughi è stato costruito dalla cultura mondialista negli ultimi decenni, e, senza dubbio, pensato apposta per sommergere l’Europa da ondate di milioni di africani e asiatici, e farle perdere per sempre la sua fisionomia cristiana e occidentale. Ad ogni modo, resta il fatto che i profughi veri sono pur sempre una piccolissima minoranza, meno del 10% di quelli che battono alle porte dell’Europa, probabilmente meno ancora, forse il 5% di quelli che si presentano in Italia, o, per dir meglio, che fanno irruzione in Italia (e parte dei quali vuol poi proseguire verso altri Paesi: vedi le recenti e meno recenti tensioni con la Francia e l’Austria, nostri vicini transalpini, i quali su questa materia, coi fatti e non a parole, la pensano in maniera ben diversa da come la pensano i nostri politici, ossia che i confini sono una cosa seria e che sono stati creati apposta per segnare la difesa di una nazione, altrimenti tanto varrebbe dichiararli annullati e invitare chiunque ad entrare liberamente, il che è precisamente quel che sta facendo l’Italia). 

Prepariamoci: succederà sempre più spesso

di Francesco Lamendola
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