ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 30 aprile 2018

La febbre della verità

L'ORIZZONTE ESISTENZIALE


L'eroismo del vero Cattolico. Ciò che amplia e restringe "l’orizzonte esistenziale" e la febbre della verità: la strategia è chiara separare l’uomo da Dio facendone ancora un misero adoratore del "vitello d’oro" di questo mondo 
di Francesco Lamendola  
 00 prete osserva

Vi sono cose che allargano e cose che restringono il nostro orizzonte esistenziale, la nostra coscienza di noi stessi e del mondo, la nostra gioia e la nostra comprensione del reale: perché comprendere è anche gioire, come ben sa lo studente che, per esempio dopo essersi a lungo affaticato, riesce a risolvere un problema di geometria: è come se gli oggetti della sua riflessione si spalancassero di colpo, e come se tutto apparisse improvvisamente sotto una luce nuova, una luce più vivida e affascinante, che conferisce un nuovo splendore a ciò che, prima, appariva grigio e smorto. È chiaro che quanto più è ampio il nostro orizzonte di esistenza, tanto maggiore diviene la nostra comprensione e tanto maggiore sarà anche la nostra gioia di vivere; e, rispetto a questo, possiamo considerare come un inconveniente secondario il fatto che non sempre comprendere è comprendere nella verità, perché, quanto più si allarga l’orizzonte, tanto più cresce il desiderio della verità e noi diventiamo dei ricercatori sempre più esigenti, incapaci di accontentarci di una verità qualsiasi; il nostro appetito ha ormai bisogno di un cibo sempre più sostanzioso e di una bevanda che spenga la sete per davvero, e questo fa sì che noi non ci accontentiamo più delle mezze verità, delle verità apparenti e superficiali, ma ci avviciniamo realmente al centro della realtà, dove le cose sono come devono essere e non come, semplicemente, appaiono. In questo senso, se è vero che ogni ricerca è un cammino, un percorso, e quindi, specialmente nelle fasi iniziali, un andare a tentoni e anche un cadere – proprio come accade al bambino di pochi mesi, che sta imparando a camminare con le sue gambe – è altrettanto vero che il cercare è sempre un cercare la verità, e che il desiderio, la febbre, quasi, della verità, cresce mano a mano che l’orizzonte si allarga, per cui arriva il tempo in cui l’anima non vuole nulla di meno che la verità in se stessa, e disdegna ciò che, in un altro tempo, l’avrebbe forse soddisfatta. Questo, almeno è quanto accade alle anime realmente desiderose del vero, alle anime integre, use a non barare mai al gioco della vita, neppure con se stesse, e indifferenti al plauso o al biasimo altrui, perché di una cosa sola sono impazienti: d’incontrare l’approvazione del maestro interiore che giace in fondo all’anima e che riceve ispirazione, guida e sostegno da quel’altro Maestro, che è al di sopra di noi, perché è al di sopra di tutto e di tutti.

Si obietterà che non tutti provano questo desiderio, questa febbre della verità; e che non tutte le anime gioiscono di fronte alla luce che si riversa sul mondo allorché fanno un passo avanti sulla via della comprensione del reale. Naturalmente questa osservazione è giusta, ma ha il difetto di non porre la questione nella prospettiva appropriata. Infatti, riteniamo che la natura umana, in quanto natura razionale, è naturalmente attratta dalla verità; perciò la domanda giusta dovrebbe essere questa: come avviene che un gran numero di anime non provano la naturale attrazione verso il vero e non gioiscono, come dovrebbero, davanti alla prospettiva di un graduale allargamento del loro orizzonte esistenziale? Come accade, cioè, che molte anime si appagano di ciò che si trova negli scantinati, frugano incessantemente al buio, nella sporcizia e fra i cattivi odori, cercando cose che s’illudono essere tali da appagarle e perfino da realizzarle, e non compiono alcun serio sforzo per salire i gradini che conducono verso le magnifiche sale dei piani superiori, inondate di luce e abbellite da una quantità di cose attraenti e raffinate? Se l’uomo fosse un maiale, non vi sarebbe alcun mistero da chiarire; ma l’uomo non è un maiale: in lui esiste la nostalgia delle altezze, esiste un richiamo, anche se velato, verso ciò che di più nobile offre l’esistenza, perciò verso un allargamento dell’orizzonte esistenziale, verso un arricchimento della propria sfera spirituale. Giungiamo così ad intuire una terribile verità: l’uomo non si vuol bene quando vive come un maiale, e vi sono delle forze che agiscono per tenerlo nella massima inconsapevolezza possibile, affinché egli non oda la voce della chiamata. Ma su ciò torneremo fra poco; ora ci basta aver chiarito questo punto: volersi bene, per l’uomo, è aspirare al meglio della propria natura.

00 chiesa del diavolo 2
Nella massa, le verità scompaiono 

Friedrich Nietzsche ha fatto una osservazione molto acuta – è stato un grande psicologo; più grande, a nostro avviso, che come filosofo -, a questo proposito, là dove dice, ne La gaia scienza ((libro quarto, § 301; tradizione di Francesca Ricci, Roma, Newton Compton, 1996, p. 174):
Le persone elevate si distinguono da quelle di livello inferiore per il fatto che vedono e odono indicibilmente di più, e vedono e odono pensando – e proprio questo distingue l’uomo dagli animali e gli animali superiori da quelli inferiori. Il mondo si fa sempre più pieno per colui che sale nella scala dell’umanità, perché gli vengono gettati sempre più ami di interesse; la quantità dei suoi stimoli è costantemente in crescita e così la quantità dei suoi modi di provare piacere e dispiacere: l’uomo più elevato diviene sempre più felice e più infelice al tempo stesso…

Il seguito del paragrafo, intitolato Illusione dei contemplativi, qui non ci interessa, perché Nietzsche sviluppa un ragionamento che esula dal nostro discorso; ci basta aver trovato una ulteriore conferma del fatto che l’ampliarsi dell’orizzonte conoscitivo porta con sé un allargamento della dimensione esistenziale, spirituale e morale; anche se Nietzsche, forse, rimane un po’ in superficie quando mette sullo stesso piano la gioia e la sofferenza che l’acuirsi della consapevolezza reca con sé. Infatti, nelle nature superiori, il crescere della gioia compensa largamente il crescere dell’infelicità che la consapevolezza stessa produce, in quanto coscienza del male oltre che del bene. In pratica, il suo punto di vista rimane quello della sensibilità; e si sa che le persone sensibili godono e anche soffrono più delle altre. Ma qui non si tratta solo della sensibilità; si tratta anche, e soprattutto, della ricerca del vero: perché è questo il tratto distintivo di quelle che lui chiama le persone elevate, e che noi preferiamo chiamare le anime nelle quali si è prodotto il fenomeno del risveglio interiore e, quindi, l’apertura ad un livello più alto di esistenza.
Il problema fondamentale dell’uomo moderno è che la civiltà in cui vive è fatta in modo da moltiplicare incessantemente le occasioni di discesa verso il basso, e da limitare al massimo la possibilità di un risveglio e un’apertura della coscienza; in altre parole, è fatta in modo da tenerlo avvinto alle catene della inconsapevolezza e da far sì che egli non si renda neppure conto di essere un prigioniero, così che non provi ciò che dovrebbe naturalmente provare in quanto essere umano: la nostalgia delle altezze. In questo senso, l’uomo che vive nella modernità, ma che non le appartiene, deve compiere uno sforzo costante per ritrovare la propria vera natura, sforzo che non era richiesto agli uomini delle generazioni precedenti: da questo punto di vista, infatti, la cosiddetta civiltà moderna è la più lontana di tutte dalle vere sorgenti dell’essere; quella maggiormente dominata dalle tenebre dell’ignoranza – una ignoranza diabolica, deliberatamente coltivata dai padroni occulti del mondo – e, pertanto, a colui che vive in essa viene richiesto un orientamento di vita assai simile a ciò che comunemente si chiama eroismo.L’uomo di oggi è chiamato all’eroismo perché tutto, intorno a lui, lo lusinga, facendo leva sui suoi più bassi appetiti, lo attira e lo trattiene verso il basso, in modo che il bruco non diventi mai farfalla. E, se è vero che l’apprezzamento delle qualità umane dipende in larga misura dal clima generale che domina in un dato contesto storico, per cui, ad esempio, presso un popolo di eroi, nessuno considera l’eroismo come una facoltà eccezionale, è altrettanto vero che essere eroici, nel mondo odierno, richiede effettivamente uno sforzo che pone colui che lo compie molto al di sopra della massa. Non per nulla la società moderna viene chiamata società di massa:nella massa, le verità scompaiono e non c’è alcun bisogno di eroismi di alcun tipo, perché ciascuno si accontenta di vivacchiare nel grigiore universale, crogiolandosi nella propria mediocrità, proprio come fanno gli altri. D’altra parte, l’eroismo che viene richiesto all’uomo moderno è di una natura affatto speciale, la più lontana da ciò che un tempo si intendeva con questo termine: non si tratta, infatti, di lottare a viso aperto per i valori fondamentali: Dio, la patria e la famiglia, come fa Ettore sotto le mura di Troia e come facevano ancora, in una certa misura, i nostri nonni e bisnonni, sull’argine del Piave o nel deserto di El Alamein. No: si tratta di lottare in una situazione ambigua e sfuggente, di sopportare il peso della incomprensione degli amici, oltre che l’ostilità dei nemici; si tratta di esporsi non solo al martirio, ma anche al dileggio, che è una forma perfida e sottile di martirio morale: proprio come don Chisciotte della Mancia. L’eroe moderno deve rassegnarsi a lottare nell’ombra, senza gloria, senza neppure un briciolo di solidarietà o comprensione da parte dei suoi stessi compagni di schiavitù; deve affrontare la rabbiosa reazione dei suoi “amici”, oltre a quella dei nemici dichiarati, perché il fatto di lottare per la verità ne fa un personaggio al tempo stesso detestabile e risibile: detestabile perché rammenta agli altri il loro voltafaccia e la loro vigliaccheria, risibile perché la sua lotta somiglia a quella del valoroso hidalgo contro i mulini a vento.

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La strategia è chiara: separare l’uomo da Dio facendone, ancora e sempre, un misero adoratore del vitello d’oro di questo mondo

Un tipico esempio di questa particolare condizione dell’uomo moderno che non si rassegna alla sottomissione e all’insignificanza è offerto, specialmente in questi ultimi tempi, dalla condizione del cattolico. Il cattolico, quello vero, è un personaggio due volte eroico: perché lotta, da sempre, contro il paradigma della modernità, concentrato sull’ego e quindi sul consumismo e sulla esteriorità, e perché, a partire dal Concilio, deve subire anche i continui attacchi dei suoi stessi correligionari “progressisti”, i quali, essendo giunti a un compromesso con il mondo, e avendo rinunciato a testimoniare la loro diversità per non dispiacere al mondo (assordante il loro silenzio sui temi etici, specialmente l’aborto e l’eutanasia), lo vedono come il fumo negli occhi perché la sua sola esistenza rappresenta una sfida e un rimorso, in quanto ricorda loro come dovrebbe porsi l’autentico cristiano di fronte a una civiltà radicalmente anticristiana, come lo è quella moderna. 

Ciò che amplia e restringe l’orizzonte esistenziale

di Francesco Lamendola

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