ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 5 maggio 2018

All’origine della crisi di fede in Occidente

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Il monaco e il cardinale

    Come ho già avuto modo di raccontare in altre occasioni, da qualche anno sono in contatto con un giovane monaco ortodosso con il quale, sia pure a distanza e in modo intermittente, mi succede di affrontare temi spirituali. È un’esperienza molto bella che il Signore ci ha donato e che non esito a definire ecumenica nel senso più pieno e più vero del termine, perché nessuno dei due cerca di nascondere le proprie peculiarità, magari per comodità o anche solo per il timore di non apparire sufficientemente cortese. Al contrario, siamo entrambi molto curiosi e cerchiamo di sviscerare le diversità, così da imparare qualcosa l’uno dell’altro e di arricchirci a vicenda.
Di recente, a proposito delle differenze tra la spiritualità cristiana dell’Occidente e dell’Oriente, il mio amico monaco ha osservato: «Ho l’impressione che lì da voi si sia persa quella sapienza e quella cultura ascetica (spesso tramandata oralmente) che invece l’Oriente è riuscito a conservare quasi intatta, ma non è un caso. Una delle differenze createsi dopo lo scisma consiste proprio nel rifiuto, da parte della Chiesa cattolica, della tradizione esicasta, presente e viva già dai tempi apostolici. E rifiuto dell’esicasmo significa rifiuto dell’unione uomo-Dio attraverso le energie increate, rifiuto della comunione tra creatura e Creatore, di gran parte dell’opera dello Spirito, e soprattutto della deificazione. Mi impressiona il fatto che per un cattolico il concetto di salvezza sia qualcosa, tutto sommato, di abbastanza vago. Lo è meno per un ortodosso. Essa è deificazione dell’uomo, chiamato a ciò per grazia, non per essenza, ma per partecipazione alla vita di Dio. Gli apostoli e i padri dei primi secoli ne parlavano chiaramente anche in Occidente. Il primo a scrivere un trattato sullo Spirito Santo è stato sant’Ireneo di Lione; ma in seguito allo scisma quasi non si trova traccia di questi temi nella teologia cattolica. E se non si capisce bene che cosa si intenda per salvezza, diventa difficile anche essere consapevoli di quale sia lo scopo dell’essere cristiano».
Pratica ascetica diffusa tra i monaci dell’Oriente cristiano fin dai tempi dei Padri del deserto nel quarto secolo, l’esicasmo ha lo scopo di cercare la pace interiore, in unione con Dio e in armonia con i fratelli e l’intero creato. La preghiera di Gesù, o preghiera del cuore («Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore»), recitata incessantemente, accompagna il monaco in ogni momento della giornata, come si narra nei Racconti di un pellegrino russo,  pubblicati per la prima volta in Italia in versione parziale nel 1949 grazie all’interesse per la spiritualità russa di don Divo Barsotti.
Vorrei ribadire le ultime parole dell’amico monaco ortodosso: «Se non si capisce bene che cosa si intenda per salvezza, diventa difficile anche essere consapevoli di quale sia lo scopo dell’essere cristiano».
Credo che qui tocchiamo uno dei punti nodali all’origine della crisi di fede in Occidente e del disorientamento di tanti all’interno della Chiesa cattolica. Aver dimenticato, o comunque messo tra parentesi, la questione della salvezza, con tutto ciò che comporta (pensiamo all’emarginazione dei Novissimi nella predicazione) ha portato a una progressiva mancanza di consapevolezza circa lo scopo ultimo dell’essere cristiano. E tale mancanza di consapevolezza ha contribuito a sua volta a trasformare la fede più che altro in una forma di solidarismo e la Chiesa in un’organizzazione sociale.
Ora, con un volo pindarico (ma forse non troppo), voglio passare a una seconda affermazione. Dall’Oriente cristiano dei monaci ortodossi eccoci nella Chiesa cattolica tedesca. Punto l’attenzione su un passo del Testamento spirituale scritto dal cardinale Karl Lehmann, per anni presidente della Conferenza dei vescovi tedeschi, uno dei principali rappresentanti del progressismo cattolico, discepolo di Karl Rahner nonché anima della corrente più «aperta» dell’episcopato tedesco che si scontrò più volte con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.
Morto nel marzo scorso, Lehmann scrisse il testamento nel 2009. Un testo breve, nel quale, dopo aver ringraziato Dio per i doni ricevuti, c’è una frase che suona sorprendente se si pensa alla storia di questo porporato che ha speso la sua vita di prete, vescovo e teologo per leggere i «segni dei tempi», secondo la lezione conciliare, e avvicinare la Chiesa al mondo. La frase dice così: «Noi tutti, soprattutto nel periodo dopo il 1945, ci siamo immersi e aggrappati al mondo terreno, anche nella Chiesa. Anch’io. Chiedo perdono a Dio e alle persone. Il rinnovamento deve venire dal profondo della fede, della speranza e dell’amore».
In un’altra traduzione, la frase è stata resa così: «Tutti noi, anche la Chiesa, specialmente nell’epoca successiva al 1945, ci siamo immersi nel mondo e abbiamo sepolto e occultato l’aldilà. Questo vale anche per me. Chiedo perdono a Dio e alla gente. Il rinnovamento deve venire profondamente dalla fede, dalla speranza e dalla carità».
Il succo è che qui sembra esserci un mea culpa per aver troppo pensato al mondo e poco alle cose ultime e al Regno di Dio. Tanto più che il cardinale subito dopo aggiunge: «Perciò ricordo a tutti le parole del mio motto episcopale, che derivano da san Paolo e sono diventate sempre più importanti per me: “State saldi nella fede!”». E alla fine, a conferma, dice non senza una punta d’inquietudine: «Ho sempre nelle orecchie la parole di Gesù, riportate da Luca: “Quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà ancora fede sulla terra?”».
Ecco. Da un lato le parole di un giovane monaco ortodosso, dall’altra quelle di un vecchio vescovo cattolico vicino alla morte. Le offro a tutti perché mi sembra che propongano parecchi spunti di riflessione.
Aldo Maria Valli

Perfezione della contemplazione


Testo dell'audio
C’è una scala di perfezione nella preghiera, il cui primo gradino è la preghiera vocale, il secondo la meditazione discorsiva, il terzo la meditazione affettiva, il quarto la contemplazione attiva, il quinto la contemplazione passiva.
Ciò che rende perfetto un tipo di preghiera rispetto ad un altro è il modo in cui vi partecipa Dio. La contemplazione è il tipo di preghiera perfetto in quanto raggiunge un’unione più stretta ed intima con Dio di tutti gli altri tipi di preghiera ed in quanto coinvolge direttamente l’azione di Dio nell’anima.
Ora, la perfezione della preghiera corrisponde in genere alla perfezione morale di colui che prega, senza che la corrispondenza sia assoluta. Ci sono infatti santi che non hanno raggiunto il gradino della preghiera contemplativa. La regola generale è comunque chiara, in quanto più perfetta e pura è l’anima, più si può unire a Dio.
Abbiamo già visto come la preghiera vocale e la meditazione discorsiva appartengano alla via purgativa, la via dei principianti; come la meditazione affettiva appartenga alla via illuminativa, la via dei progredienti; e come la contemplazione appartenga alla via unitiva, la via dei perfetti. E siccome tutti possono raggiungere la perfezione morale, così tutti possono anche raggiungere la perfezione nella preghiera.
Se la contemplazione appartiene alla vita mistica, non solo ‘i mistici’ possono raggiungerla, dunque, ma, come dichiarano san Giovanni della Croce e santa Teresa d’Avila, tutti i fedeli. Anzi, non solo possono, ma anche devono raggiungerla. Per questo scopo, comunque, occorre santificarci.
San Giovanni Cassiano, nei suoi Colloqui con l’abate Isaac sulla preghiera, scrive sul rapporto tra la santificazione e la contemplazione (I.4): ‘L’anima può con assai apparenza essere paragonata ad una piumina fina o piuma leggera. Se nessuna umidità le sporca né le penetra, la mobilità della loro sostanza fa sì che al minimo soffio si elevino come naturalmente verso le alture dell’aria… Se i vizi e gli affanni del mondo non vengono ad appesantirla (l’anima) o la passione colpevole a sporcarla, sollevata in qualche maniera dal privilegio innato della sua purezza, al soffio più leggero della meditazione spirituale si eleverà verso le alture e, abbandonando le cose di quaggiù, passerà alle celesti ed invisibili’.
Vediamo che la mortificazione, preparazione alla preghiera mentale in genere, è ancor più importante per la contemplazione, anzi, è addirittura essenziale.
San Giovanni della Croce dà alcuni esempi degli ostacoli alla purezza del cuore e del distacco completo da tutto, che è necessario alla contemplazione (Salita I 1. XI, n. 3): ‘…il chiacchierare molto, qualche leggero attacco che non si ha il coraggio di rompere a persona, vestito, libro, cella, cibo preferito, a piccole familiarità, a leggere inclinazioni ai propri gusti, a volere sapere tutto e sentire tutto, ad altre simili soddisfazioni. Fa lo stesso che un uccello sia legato ad un filo sottile o ad uno grosso; perché, sebbene sottile, vi starà legato come al grosso, finché non lo spezzerà per volare… E così è dell’anima che è attaccata a qualche cosa: per quanto sia virtuosa, non giungerà alla libertà della divina unione’.
La lotta per raggiungere la purezza e la perfezione è soprattutto una lotta contro il proprio ‘io’. Padre Tommaso di Gesù OCD parla di ‘una continua abnegazione ed una perfetta conformità alla Volontà Divina’. S. Teresa d’Avila dice che ‘per mostrare più evidentemente tutte le Sue meraviglie Dio non vuole nient’altro che la donazione completa della nostra volontà’.
Scrive Riccardo di San Vittore (in un brano che ricorda quello di sant’Agostino) che ‘c’è più bisogno di compunzione che d’investigazione, di sospiri che di argomenti, di gemiti che di ragionamenti. Sappiamo, in effetti, che non c’è nulla che lavi le impurità del cuore, ristori la purezza dell’anima, dissipi le nubi dello spirito e vi porti serenità, se non una profonda ed intima compunzione. «Beati», dice la Sacra Scrittura, «coloro che hanno il cuore puro, perché vedranno Dio»’. Lo stesso teologo commenta: ‘Non è una cosa facile né poco importante, per l’anima dell’uomo, prendere la forma dell’angelo, uscire dalle abitudini umane, acquistare le ali spirituali ed elevarsi alle cose sovrannaturali’.
Applichiamoci quindi alla purezza del cuore, se desideriamo vedere Dio, se abbiamo premura di elevarci alla contemplazione delle cose divine’.
La compunzione implicata nella conoscenza della propria nullità e miseria è il preludio alla ‘saetta infuocata del divino amore che brucia e consuma ogni difetto’, nella parola di santa Camilla Battista da Varano. ‘Quale filosofia è quella di conoscere sé stesso e di conoscere Dio per quanto sia capace la natura umana! …Chi sei tu e chi sono io? Nel fissare lo sguardo su questo punto, l’anima stupisce d’ammirazione ed estasi. Inoltre riceve una luce smisurata di un gusto indicibile, con la quale, anche se tutti la esaltassero, non potrebbe smuoversi dalla chiara conoscenza della propria nullità’.
Comunque, i nostri sforzi morali non bastano da soli per raggiungere la purezza e la perfezione di cui si tratta qui, ma devono essere accompagnati dalla Grazia. Questa Grazia dobbiamo supplicarla e supplicarla con fervore. La lotta contro il proprio ‘io’ richiede patimenti ed è una morte a sé stessi, da intraprendere, come insegna san Bonaventura, in unione alla Passione ed alla Morte del Signore. Riguardo ai patimenti come preludio alle grazie mistiche della contemplazione scrive Santa Teresa: ‘La vera preparazione a tali favori, per noi che abbiamo offeso Dio, non dev’essere il desiderio di gustare consolazioni, ma di patire e imitare Nostro Signore nelle sofferenze’. Abbiamo già visto in vari modi la centralità del Suo divin sacrificio per la preghiera: questa ha valore per ed in unione con esso; la preghiera vocale trova in esso – in quanto reso presente nella Santa Messa – la sua espressione definitiva e più sublime; la meditazione vi trova il suo oggetto più adatto e fecondo. Abbiamo già visto quanto sia necessaria per pregare e per progredire nella preghiera la mortificazione di noi stessi. Vedremo in seguito quanto essa sia necessaria anche per salire tutti i mistici gradini della contemplazione verso la visione beatifica di Dio.
Questa mortificazione, questo sacrificio di noi stessi, come anche la preghiera stessa, ha valore solo per ed in unione al sacrificio del Signore. L’unione consapevole del nostro sacrificio al Suo ci fa vivere più pienamente, più profondamente e con maggior devozione e frutto spirituale questo nostro sacrificio.
Come conclusione memorabile della sua opera Itinerario dello spirito verso Dio scrive il Doctor Seraphicus: ‘Se chiedessi come si possano fare queste cose [3], chiederei alla Grazia, non alla scienza; al desiderio e non all’intelligenza; ai gemiti della preghiera e non allo studio dei libri; allo Sposo e non al maestro, a Dio e non all’uomo; all’oscurità e non alla chiarezza; non alla luce che brilla ma al fuoco che infiamma completamente e trasporta in Dio per le unzioni eccessive e le più ardenti affezioni: quale fuoco è Dio, “il Cui camino è in Gerusalemme”, che Cristo accende nel fervore della Sua ardentissima Passione! Questo lo può percepire solo colui che dice: “La mia anima ha eletto il volo e le mie ossa la morte”. Chi ama tale morte può vedere Dio, poiché indubitatamente è vero che: “L’uomo non Mi vedrà e vivrà”.
Moriamo dunque ed entriamo nelle tenebre; imponiamo silenzio alle nostre preoccupazioni, concupiscenze ed immaginazioni; passiamo con Cristo Crocifisso da questo mondo al Padre, affinché, avendo visto il Padre, possiamo dire con Paolo: «La mia Grazia basta»; esultiamo con Davide dicendo: «La mia carne ed il mio cuore vengono meno, Dio del mio cuore e mia parte in Eterno. Benedetto sia il Signore in Eterno, e tutto il popolo dirà: Fiat, fiat, Amen»’.
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[3] L’unione a Dio.