ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 5 maggio 2018

La Placuit Deo non placuit Papae?

Volare alto



Che la polemica contro lo gnosticismo e il pelagianesimo fosse uno dei cavalli di battaglia di Papa Francesco, lo sapevamo da tempo. Ne aveva già parlato nel documento programmatico del suo pontificato, l’esortazione apostolica Evangelii gaudium (n. 94), ed era tornato sull’argomento nel discorso pronunciato a Firenze il 10 novembre 2015, nell’ambito del V convegno nazionale della Chiesa italiana (qui). Senza contare le innumerevoli stoccate lanciate soprattutto contro i “nuovi pelagiani” durante le omelie mattutine in Santa Marta. 

Nel febbraio scorso, la Congregazione per la dottrina della fede (CDF) aveva pubblicato la lettera Placuit Deo su alcuni aspetti della salvezza cristiana, con la quale almeno io ebbi l’impressione che si volesse in qualche modo dare un fondamento teologico alla controversia, evidenziando il carattere tendenzialmente ereticale delle due deviazioni. E con ciò, pensavo io, si sarebbe chiusa una volta per tutte la questione. E invece il 9 aprile scorso è stata pubblicata l’esortazione apostolica Gaudete et exsultate sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo, che riapre la disputa, dedicando un intero capitolo, il secondo, a “Due sottili nemici della santità”: lo gnosticismo e il pelagianesimo attuali. Si tratta di 28 paragrafi su 177: il 16% del totale, che non è poco.

Non voglio qui parlare dell’esortazione apostolica nel suo complesso. Dirò solo che è una piacevole sorpresa, trattando essa di una tematica che non rientra fra quelle solitamente toccate da Papa Francesco. Anche se non ci si dovrebbe meravigliare piú di tanto, essendo il Santo Padre un gesuita. E il gesuita Jorge Mario Bergoglio, in Gaudete et exsultate, viene fuori prepotentemente. Basti pensare all’invito, presente nel tanto discusso n. 26, a essere “contemplativi nell’azione” o ai molteplici riferimenti ignaziani (nn. 20; 69; 153; nota 124) o alle tematiche trattate nell’ultimo capitolo (lotta contro il demonio, discernimento, esame di coscienza), familiari a chi ha un minimo di consuetudine con gli esercizi spirituali.

Ciò su cui vorrei soffermare l’attenzione è esclusivamente lo spazio dedicato dall’esortazione apostolica allo gnosticismo e al pelagianesimo. Come vi stavo dicendo, ero convinto che, con la Placuit Deo, il discorso su queste due tendenze potesse ormai essere considerato definitivamente chiuso. E invece no: Papa Francesco c’è voluto tornare sopra e in maniera piuttosto ampia, quasi che tutti gli interventi precedenti non fossero sufficienti a chiarire il suo pensiero in proposito. C’è da dire che Papa Bergoglio è in genere abbastanza ripetitivo, non solo su questo tema; ma lo si può capire, per due motivi: primo, perché è inevitabile esserlo, quando si è costretti a parlare ogni giorno, e non è possibile inventare ogni giorno qualcosa di nuovo; secondo, perché potrebbe trattarsi di una tecnica deliberata per inculcare alcuni concetti considerati importanti. 

Ma io, che sono malizioso, sospetto che in questo ritorno del Papa sul medesimo argomento nel giro di un paio di mesi ci sia qualcos’altro: ho l’impressione che, per fare una battuta, la Placuit Deo non placuit Papae; sembrerebbe che il Pontefice non sia rimasto molto soddisfatto del lavoro della CDF, per cui potrebbe aver deciso di tornarci sopra personalmente, quasi a dire: Ora vi faccio vedere io come andava scritta la lettera! Mi ha indotto a pensare questo l’indiscrezione riportata dal National Catholic Register (qui la traduzione italiana), secondo la quale l’esortazione apostolica sarebbe stata inviata alla CDF solo all’ultimo momento, tanto da non permettere al Dicastero di fare osservazioni. A quanto pare, la sostituzione del Prefetto non è servita a rasserenare i rapporti tra il Sant’Uffizio e Santa Marta.

In effetti la Placuit Deo — contrariamente a quanto sostenuto da Padre Cavalcoli, che, sull’Isola di Patmos, arriva a equipararla alla Pascendi, vedendovi dei riferimenti (al luteranesimo, al modernismo, al rahnerismo, al lefebvrismo, alla teologia della liberazione) a mio parere totalmente assenti — è un documento dall’impianto piuttosto esile. Non perché ciò che afferma sia sbagliato (il suo contenuto è ortodosso al 100%); ma semplicemente perché non consegue l’obiettivo per cui era stato pensato e voluto da Papa Francesco: dare un fondamento teologico alla polemica contro gli gnostici e i pelagiani contemporanei. Dal mio punto di vista, gli ufficiali della CDF hanno svolto il compito loro assegnato molto diligentemente: hanno fatto una breve trattazione sulla salvezza cristiana, ribadendo quanto la stessa CDF aveva affermato nella dichiarazione Dominus Iesusdel 2000 sull’unicità di Cristo Salvatore e sulla mediazione salvifica della Chiesa. Ma quando sono dovuti scendere nel dettaglio della questione, non potevano che mettere le mani avanti, evidenziando le profonde differenze fra la situazione attuale e quella dei primi secoli e con ciò insinuando che l’applicazione dei due termini alle attuali tendenze può essere fatta solo in un senso analogico:
Il Santo Padre Francesco, nel suo magistero ordinario, ha fatto spesso riferimento a due tendenze che rappresentano le due deviazioni appena accennate e che assomigliano in taluni aspetti a due antiche eresie, il pelagianesimo e lo gnosticismo. Nei nostri tempi prolifera un neo-pelagianesimo per cui l’individuo, radicalmente autonomo, pretende di salvare sé stesso, senza riconoscere che egli dipende, nel piú profondo del suo essere, da Dio e dagli altri. La salvezza si affida allora alle forze del singolo, oppure a delle strutture puramente umane, incapaci di accogliere la novità dello Spirito di Dio. Un certo neo-gnosticismo, dal canto suo, presenta una salvezza meramente interiore, rinchiusa nel soggettivismo. Essa consiste nell’elevarsi «con l’intelletto al di là della carne di Gesú verso i misteri della divinità ignota». Si pretende cosí di liberare la persona dal corpo e dal cosmo materiale, nei quali non si scoprono piú le tracce della mano provvidente del Creatore, ma si vede solo una realtà priva di senso, aliena dall’identità ultima della persona, e manipolabile secondo gli interessi dell’uomo. È chiaro, d’altronde, che la comparazione con le eresie pelagiana e gnostica intende solo evocare dei tratti generali comuni, senza entrare in giudizi sull’esatta natura degli antichi errori. Grande è, infatti, la differenza tra il contesto storico odierno secolarizzato e quello dei primi secoli cristiani, in cui queste eresie sono nate. Tuttavia, in quanto lo gnosticismo e il pelagianesimo rappresentano pericoli perenni di fraintendimento della fede biblica, è possibile trovare una certa familiarità con i movimenti odierni appena descritti (n. 3).
Che altro potevano dire? È evidente che il collegamento fra le due tendenze contemporanee e le antiche eresie è molto tenue: l’applicazione dei termini “gnosticismo” e “pelagianesimo” alle correnti attuali risulta non poco problematico. Assai piú appropriati sembrerebbero i termini moderni di “spiritualismo” e “individualismo”, che però rischiano di attenuare la gravità che si vuol dare alle due tendenze attribuendo loro il nome delle antiche eresie.

In Gaudete et exsultate, Papa Francesco tratta le stesse tematiche in modo completamente diverso. Fa riferimento alla Placuit Deo solo nella nota 33, per dire che in essa «si trovano le basi dottrinali per la comprensione della salvezza cristiana in riferimento alle derive neognostiche e neo-pelagiane odierne». È curioso notare che la frase del testo a cui si riferisce questa nota («In esse si esprime un immanentismo antropocentrico travestito da verità cattolica») non è contenuta nella Placuit Deo. La trattazione di gnosticismo e pelagianesimo fatta in Gaudete et exsultate è molto piú corposa di quella che si trova nella Placuit Deo. È una presentazione piú colloquiale — secondo lo stile a cui Papa Francesco ci ha abituati, caratterizzato da espressioni incisive e colorite — ma non priva di numerosi riferimenti biblici, patristici ed ecclesiastici (si veda in particolare la descrizione del pelagianesimo ai nn. 49-56). In essa gnosticismo e pelagianesimo sono presentati come “nemici della santità” (titolo del capitolo); “falsificazioni della santità”, “proposte ingannevoli”, “forme di sicurezza dottrinale o disciplinare” (n. 35); “deviazioni” (n. 62); “derive” (nota 33). Non manca però la loro qualificazione come “eresie” (nn. 35 e 47).

Il Prof. Claudio Pierantoni, nell’intervista al National Catholic Register sopra segnalata, rileva che gli gnostici e i pelagiani descritti dal Papa nella Gaudete et exsultate non hanno le caratteristiche degli antichi eretici, ma quelle dei suoi avversari teologici:
Papa Francesco — sentendosi vittima dell’accusa (abbastanza ragionevole) di sostenere l’etica della situazione, e di aver rifiutato di rispondere ai dubia e a molte altre domande e osservazioni — ora formula l’accusa ridicola che tali fedeli cattolici sarebbero, per qualche oscuro motivo, anche “gnostici”. Ciò significa che li vede non solo come eretici, ma “aderenti a una delle peggiori ideologie”.
Gaudete et exsultate sarebbe, in altre parole, una sorta di “contrattacco” di Papa Francesco contro i suoi oppositori:
Se il documento viene letto nel contesto delle attuali controversie nella Chiesa, in particolare quella su Amoris laetitia e l’etica della situazione, si ha la forte impressione che molti passaggi siano indirizzati direttamente a rimproverare duramente tutte quelle persone (cardinali, studiosi, giornalisti e semplici laici che scrivono sui blog) che si sono opposti all’agenda papale di dare la Comunione ai divorziati risposati, la Comunione ai protestanti, permettendo in alcuni casi la contraccezione, un’opposizione o un silenzio troppo mite di fronte alla legislazione contro la famiglia e la vita (a favore di aborto, eutanasia, controllo delle nascite e matrimonio omosessuale). 
Io non so se il Prof. Pierantoni abbia torto o ragione. Dico però che il solo fatto che qualcuno possa sollevare un simile sospetto non è un buon segno. Non è un buon segno, innanzi tutto perché significa che i figli — o, per lo meno, alcuni di loro — hanno perso la fiducia nel padre; ma anche perché, se ciò è avvenuto, il padre ha, in un modo o nell’altro, determinato questa situazione o, per lo meno, ha dato occasione perché essa si creasse. In ogni caso, colui che doveva essere il padre di tutti, al di sopra delle parti, è diventato un uomo di parte, in lotta contro altri. Si dirà: nella Chiesa ci sono sempre state controversie; i Papi hanno sempre combattuto le eresie. È vero; ma la situazione attuale sembra diversa: nel corso dei secoli la Chiesa ha sempre condannato delle dottrine; qui si ha l’impressione che la lotta sia contro le persone, nello specifico non contro i nemici della Chiesa, ma contro alcuni che si dichiarano e intendono essere figli della Chiesa. Faccio solo due esempi tratti da Gaudete et exsultate, uno riguardante gli “gnostici” e uno i “nuovi pelagiani”:
Non mi riferisco ai razionalisti nemici della fede cristiana. Questo può accadere dentro la Chiesa, tanto tra i laici delle parrocchie quanto tra coloro che insegnano filosofia o teologia in centri di formazione … Assolutizzano le proprie teorie e obbligano gli altri a sottomettersi ai propri ragionamenti (n. 39).
Questo riguarda gruppi, movimenti e comunità, ed è ciò che spiega perché tante volte iniziano con un’intensa vita nello Spirito, ma poi finiscono fossilizzati... o corrotti (n. 58).
Qui non si sta condannando una dottrina; si stanno giudicando le persone. Sinceramente, non capisco l’utilità di questo accanimento verbale contro quelli che, fino a prova contraria, sono dei figli, forse erranti, ma verso i quali, proprio per questo, occorrerebbe esercitare pazienza e carità. Si dirà: anche Gesú non è stato tenero con gli scribi e i farisei. Penso che lui potesse farlo, dal momento che «conosceva quello che c’è nell’uomo» (Gv 2:25); a noi invece ha detto: «Non giudicate» (Mt 7:1). Avrò una concezione superata del papato; ma, a mio avviso, un Papa non può mettersi a polemizzare con i suoi oppositori. Deve volare alto.

Decisamente, preferisco il Bergoglio, Papa e gesuita, che parla di magnanimità, come fa in Gaudete et exsultate, al n. 169, o come aveva fatto nell’intervista alla Civiltà Cattolica del 2013:
Mi ha sempre colpito una massima con la quale viene descritta la visione di Ignazio: Non coerceri a maximo, sed contineri a minimo divinum est. Ho molto riflettuto su questa frase in ordine al governo, ad essere superiore: non essere ristretti dallo spazio piú grande, ma essere in grado di stare nello spazio piú ristretto. Questa virtú del grande e del piccolo è la magnanimità, che dalla posizione in cui siamo ci fa guardare sempre l’orizzonte. È fare le cose piccole di ogni giorno con un cuore grande e aperto a Dio e agli altri. È valorizzare le cose piccole all’interno di grandi orizzonti, quelli del Regno di Dio.
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