ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 30 maggio 2018

Chi, cosa e come si prega

AMBIGUO SINCRETISMO
La Chiesa milanese rapita dal fascino del Ramadan

Milano pullula di iniziative che aprono al Ramadan nelle parrocchie. E' la moda dell'Iftar, la cena rituale che rompe il digiuno. Alla Comasina col parroco c'è anche l'imam per "un'esperienza spirituale". E la diocesi organizza una cena all'Incoronata. Intanto a Torino il vescovo in moschea dice: "Mi sento a casa". Ha ancora senso l'evangelizzazione? -





Il fascino indiscreto dell’Islam sta diventando per molti cattolici sempre più invasivo. Può succedere che nella foga dell’”interreligionismo” molte parrocchie e persino diocesi italiane si mescolino a tal punto ai musulmani da non distinguersi più. Nelle parrocchie milanesi quest’anno si sta imponendo, ad esempio, la moda del’Iftar, la cena che rompe il digiuno del Ramadan, come noto mese sacro all’Islam.

Le cronache hanno raccontato di Ramadan in oratorio. Un titolo che non è piaciuto al parroco di San Bernardo alla Comasina, ma che a ben guardarci dentro non è poi così sbagliato. “Sabato sera nella parrocchia di piazza Gasparri si è celebrato l'Iftar della Misericordia, organizzato dal circolo Acli della Comasina con la presenza di un imam e del parroco”, si legge sul Giornale.


Si apprende così che la rottura del digiuno è stata ospitata dalla parrocchia della Comasina con un programma che ha previsto una riflessione sui «perché del digiuno», i «bambini che recitano il Corano», la preghiera «Al Maghreb» e una cena condivisa con i profumi arabi e sapori dell'Africa.

Ma come stanno le cose? Al telefono, una suora responsabile dell’oratorio, minimizza: “Nessun Ramadan – spiega alla Nuova BQ la religiosa – si è trattato soltanto di una cena di chiusura del corso di italiano che la parrocchia organizza per le donne musulmane. Il Ramadan non c’entra nulla”.

Ma la presenza dell’Imam? “Chieda al parroco, non so”. E il parroco all’inizio si dice stupito del clamore: “Una notizia falsa, che abbiamo già smentito, non vedo perché debba tornarci sopra – ci spiega don Aurelio Frigerio –, il clamore c’è stato perché la cosa è stata strumentalizzata politicamente da alcuni esponenti di Forza Italia”.

Così il parroco spiega la genesi di quell’incontro “assolutamente normale”. “C’è stata una cena di persone che in parrocchia collaborano tra di loro, si conoscono e condividono diverse attività tra cui la scuola di italiano. E’ successo che alcune donne di religione islamica hanno pensato di offrire alle volontarie cattoliche della parrocchia il pasto, come segno di condivisione e di conoscenza”.

Appunto. E l’imam che c’entra? “Dato che ero presente io come parroco, le donne hanno pensato di invitare anche il loro Imam. Ci è sembrata una bella idea. Noi abbiamo detto la nostra preghiera e loro hanno detto la loro”.

Insomma, sembra che si sia trattato né più né meno che di una cena della conoscenza dal vago sapore interreligioso. Ma allora perché tanto strepito? Perché si sono tirati in ballo il Ramadan e l’iftar che del Ramadan segna la cena serale e rituale che rompe il digiuno prescritto?

La risposta arriva proprio dal parroco: “Queste signore hanno inteso di offrire un’esperienza di Iftar, che è stato un dono che le nostre donne sono state ben liete di accogliere. Le polemiche politiche non hanno fatto altro che svalutare un’esperienza spirituale”.

Esperienza spirituale, dunque. Iftar, Ramadan. Semmai non si comprende perché il parroco abbia gridato allo scandalo non appena qualcuno ha denunciato la pericolosa commissione tra le fedi che la Chiesa, attraverso un documento risalente al 1993 definisce una “pericolosa confusione”.

Proprio così. Già in quell’anno, che sembra ormai un secolo, i vescovi italiani licenziavano un documento chiamato Orientamenti pastorali per l’immigrazione. Alla voce l’incontro con l’Islam si legge: Le comunità cristiane, per evitare inutili fraintendimenti e confusioni pericolose, non devono mettere a disposizione, per incontri religiosi di fedi non cristiane, chiese, cappelle e locali riservati al culto cattolico, come pure ambienti destinati alle attività parrocchiali.

Chiediamo così al parroco come si concilia questo divieto, i vescovi dicono espressamente “le comunità non devono…”, con la serata del Ramadan in parrocchia. Ma la risposta è molto pronta: “Ho ricevuto una telefonata del responsabile per i rapporti interreligiosi della Diocesi che si è congratulato per questa serata. Quindi, io seguo il mio vescovo. Come si concilia tutto questo lo chieda al mio vescovo”, taglia corto.

Già il vescovo. Si scopre infatti che proprio sabato 2 giugno l’Arcidiocesi di Milano promuove nientemeno che un Iftar ufficiale, con tanto di pubblicazione sul sito della Chiesa di Milano. Appuntamento al calar del sole dalle 19.45 alle 21.30, “nel cortile interno della parrocchia dell’Incoronata (corso Garibaldi 116, Milano), per vivere insieme l’Iftàr, la rottura del digiuno di Ramadan, un momento di amicizia e un’occasione per riflettere sul valore del digiuno nelle Religioni”. Curioso che “dopo la preghiera dei musulmani e la cena, la serata si concluderà con un momento di silenzio”. Insomma, la buona notte in parrocchia non la darà più la compieta, ma il muezzin.

Quello che accadrà all’Incoronata con tanto di un’ufficialità della Diocesi non è altro che la punta dell’iceberg di un fenomeno in cui Islam e Cattolicesimo si avvicinano a tal punto da diventare indistinguibili. Anzi, da diventare l’uno completamente annacquato e l’altro una gradevole e dolce imposizione nel segno del multiculturalismo alla faccia del principio di reciprocità.

Iniziative simili si ripeteranno anche a Sesto San Giovanni, dove da dieci anni va avanti la collaborazione tra la parrocchia e l’imam locale e nella chiesa di San Bernardino in via Lanzone per un Iftar promosso dalla Comunità di Sant’Egidio.

Questo per quanto riguarda Milano. Ma a Torino le cose non vanno meglio. Nei giorni scorsi l’arcivescovo Cesare Nosiglia, sempre in occasione del Ramadan, ha visitato per la prima volta la moschea di via Genova consegnando un messaggio alla locale comunità musulmana. Non è l’unico vescovo che compie il gesto, lo hanno fatto anche gli ultimi papi, ma è forse il primo vescovo che ha avuto l’ardire di esclamare: «Mi sento un po’ a casa. Questo è un luogo di spiritualità e cultura, qui si prega molto e la preghiera porta sempre un messaggio d’ amore». Chi, cosa e come si prega, evidentemente non è determinante. Men che meno chiedersi a questo punto che cosa significhi oggi la parola evangelizzazione. Ma forse anche questo è un concetto superato.

Andrea Zambrano


QUANTI ATTENTATI DURANTE IL MESE SACRO 
di Stefano Magni


http://www.lanuovabq.it/it/la-chiesa-milanese-rapita-dal-fascino-del-ramadan


Cause, interessi occulti e terribili conseguenze: il parere di Ilaria Bifarini, "bocconiana redenta"

FEDERICO CENCI
Giovani africani in partenza dalla Libia
Giovani africani in partenza dalla Libia

N
egli ultimi anni l’opinione pubblica europea ha imparato a conoscere e in qualche modo a metabolizzare il fenomeno dell’immigrazione di massa. Frotte di uomini, donne e bambini assiepano scomodi barconi che salpano il mar Mediterraneo fin quando non vengono raggiunti dalle imbarcazioni delle ormai arcinote ong, le quali si assumono il compito di traghettare i migranti sulle coste settentrionali. È questo solo l’ultimo stadio di un processo che inizia nei Paesi d’origine degli immigrati, ma che affonda le radici nei meccanismi finanziari che regolano l’economia globale.


Austerity, debito, maltusianesimo

Del tema se n’è parlato giovedì scorso presso la Sala Teatro della Fondazione Cristo Re, a Roma. Relatori Enzo Pennetta, biologo, docente e scrittore, e Ilaria Bifarini, economista, autrice dei libri Neoliberismo e manipolazione di massa (2017) e I Coloni dell’austerity: Africa, Neoliberismo e migrazioni di massa (2018). È un’analisi dei fatti che parte da lontano quella offerta dalla Bifarini, che si definisce una “bocconiana redenta”, dal nome della prestigiosa università dove ha studiato, la “Bocconi” di Milano, fabbrica dei futuri manager dell’alta finanza.
L’austerity, a suo avviso, e prima ancora il debito, sarebbero le cause scatenanti dell’immigrazione di massa nonché della globalizzazione della povertà. Austerity che, nell’introduzione di Pennetta, troverebbe una correlazione con il maltusianesimo, dottrina economica ispirata all’inglese Thomas Malthus secondo cui la popolazione crescerebbe in maniera superiore alle risorse disponibili. Di qui la necessità, promossa dai seguaci di questa teoria, di ridurre l’assistenza sociale perché essa incentiva la crescita demografica. E proprio i tagli alla spesa pubblica sono il punto di contatto tra Malthus e l’austerity.

Il ricatto all'Africa

Quest’ultima, diventata tema ricorrente in Occidente, “trova nell’Africa, e nel Terzo Mondo in generale, il proprio laboratorio di sperimentazione”, ha affermato la Bifarini. La sua riflessione è partita dalla crisi del debito del Terzo Mondo del 1982, quando - ha detto - “le politiche ultraliberiste occidentali irrompono nel continente africano attraverso i piani di aggiustamento strutturale, ossia una serie di riforme economiche imposte dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Centrale, poste come condizioni per la concessione di prestiti”.
Che tipo di riforme? Presto detto: privatizzazioni, tagli alla spesa pubblica, liberalizzazioni. Una congerie di ricette economiche ultraliberiste che - ha osservato la Bifarini - “hanno prodotto un aumento della disuguaglianza, della povertà e, conseguentemente, dell’emigrazione”. Non è un caso che i Paesi che presentano una superiore propensione all’emigrazione sono proprio quelli con un debito pubblico più ridotto, cioè quelle che hanno versato più "lacrime e sangue", per usare un'espressione famigerata. L’economista ha tenuto a precisare che prima di questo corto circuito, benché a piccoli passi, anche diversi Paesi africani avevano iniziato a crescere, e lo avevano fatto attraverso politiche keynesiane, cioè con interventi statali per incentivare la domanda. Metodo che - ha aggiunto - è stato usato anche in Occidente per far fronte e superare la grande depressione del 1929.

A chi giova l'immigrazione di massa

Oggi invece, per rimanere all’Occidente, la crisi economica del 2008 viene affrontata non promuovendo maggiori investimenti pubblici, bensì assecondando le spinte ultraliberiste. Questo atteggiamento - ha rilevato la Bifarini - “applicato già nel Terzo Mondo, creerà anche qui da noi, anche attraverso l’emigrazione incontrollata di quelle stesse vittime africane del neoliberismo, una globalizzazione della povertà che non risparmia nessuno e che è linfa vitale della finanza speculatrice internazionale”.
Il flusso migratorio è ormai rodato e gradito ai mercati. “L’Africa - ha detto la Bifarini - si trova ad affrontare una crescita demografica esponenziale, che nel 2050 porterà la popolazione del continente a raddoppiare, passando da 1,2 a 2,5 miliardi di abitanti. Al contrario l’Occidente è stretto nella morsa della denatalità e dell’invecchiamento della popolazione”. È così che - ha proseguito - “attraverso la migrazione di massa, da una parte i Paesi africani si liberano della popolazione eccedente, dall’altra l’Occidente aggira il compito ineludibile di attuare politiche del lavoro e di tutela delle famiglie”.

L'esercito industriale di riserva

Non solo, l’arrivo di masse di disperati, disposti a tutto pur di avere un impiego, abbassa notevolmente il costo del lavoro, permettendo ai Paesi occidentali di competere nel mercato globale con le cosiddette economie emergenti, le quali spesso non hanno una tradizione in diritto alla tutela del lavoro. Essi rappresentano - ha sottolineato Pennetta - quello che Karl Marx chiamava “esercito industriale di riserva”, moltitudini di persone pronte ad accontentarsi di retribuzioni da fame e di cattive condizioni lavorative. A tal proposito, Pennetta ha citato la dichiarazione di un esponente del Pd, che nel corso di una trasmissione tv nel 2016 ha detto che “uno dei parametri” a cui l’Italia è inchiodata è quello della “disoccupazione strutturale”. “Nel Def - ha chiarito l’esponente politico - abbiamo scritto che nei prossimi anni la disoccupazione non scenderà sotto il 12%, come obiettivo quasi dichiarato del governo”. Ciò significa - la riflessione di Pennetta - che si vuole che almeno un cittadino su dieci sia disoccupato, “di modo che sia disposto ad accettare stipendi sempre più bassi, per creare una concorrenza tanto sleale da far scendere sempre più retribuzioni e tutele”.
E per centrare l’obiettivo neoliberista c’è bisogno, inoltre, di quella che la Bifarini ha chiamato la “depoliticizzazione”, per cui lo Stato nazionale assume sempre meno valenza e cede la propria sovranità ad organi sovranazionali. “Nei Paesi africani - la sua riflessione - è stata repressa in nuce la nascita di Stati nazionali indipendenti nel periodo postcoloniale, che sono stati subito sostituiti da élite locali al servizio della finanza e delle multinazionali”. È ciò che sta avvenendo oggi anche in Occidente, ha rilevato la Bifarini. Ma la soppressione dello Stato non fa altro che generare una schizofrenia socioeconomica per cui non si investe più per risanare l’economia reale, quella delle imprese che producono beni e servizi, ma si alimenta il drago invisibile dell’economia virtuale, quella dei mercati, dei flussi di denaro che si muovono dietro lo schermo di un pc.

La profezia di Sankara

Infine la Bifarini ha voluto citare la figura di Thomas Sankara, storico presidente del Burkina Fasotra il 1983 e il 1987. Egli denunciò e combatté l’inganno del debito, visto come una sorta di neocolonialismo nei confronti dell’Africa, e per questo fu assassinato dal suo vice, con la presunta complicità di alcuni tra i maggiori Stati occidentali. Secondo Sankara - ha detto l’economista - “le masse popolari europee non sono contro le masse popolari africane, ma gli stessi che vogliono depredare l’Europa sono quelli che hanno sfruttato l’Africa”. Pertanto il nemico - ha concluso la Bifarini - è lo comune a tutti i popoli: “l’elite neoliberista che specula sulla miseria e trae profitto dall’immigrazione di massa e dalla globalizzazione della povertà”.

Ilaria Bifarini e Enzo Pennetta
https://www.interris.it/sociale/cosa-c--dietro-l-immigrazione-di-massa