ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 3 maggio 2018

Ci rimane solo poco tempo per convertirci

Alfie, pecorella abbandonata dal pastore

“Guarderanno a Colui che hanno trafitto”: in queste poche parole può  essere riassunta tutta la missione di Gesù Cristo nello svelare il potere del peccato e della morte su di noi (che ha origine dal demonio e dal nostro libero consenso) e di offrire  la possibilità della conversione, del perdono dei peccati e la vita eterna. La stessa cosa si può  dire di Alfie che, con il suo martirio, ha svelato aspetti, per lo più ben nascosti, del nostro vivere all’insegna del disprezzo di Dio e della vita umana. Come nella passione e morte di Gesù Cristo, anche in quelle Alfie c’è stata una incredibile attualizzazione del mistero della Croce alla quale ancora una volta è  stato inchiodato un Innocente.
L’uccisione di Alfie, che sicuramente è entrato nel Cielo, santo e martire tra i santi, è un crimine fra i più gravi che siano mai stati compiuti nella storia: un assassinio voluto proprio da quelle autorità che avrebbero il dovere di difendere le persone e non di ucciderle, specialmente se si tratta di innocenti. Le modalità con le quali questo crimine è stato attuato hanno mostrato la natura satanica del potere a cui si sono asservite numerose persone con varie responsabilità: sia nel mondo che nella Chiesa.
Alfie è sopravvissuto alla sua ingiusta condanna a morte una prima volta, ma non ha potuto usufruire nemmeno della grazia che, in questi casi, viene accordata anche al peggior criminale. Per essersi rifiutato di morire alla prima esecuzione, è stato lasciato morire in condizioni disumane, inaccettabili anche per qualsiasi animale. Si deve prendere atto che tante anime belle cercano sempre di rendere accettabili questi fatti alla sensibilità comune, ma niente può essere tolto alla vera tortura subita da Alfie e dai suoi genitori.

Se qualcuno ha il coraggio di affermare il contrario, provi almeno a chiudersi il naso lasciando passare solo qualche filo d’aria per alcuni minuti. E cerchi di immaginare che cosa ha provato Alfie durante quei cinque lunghissimi giorni, indebolito dalle droghe somministrategli, da un’infezione polmonare per nulla curata, dalla mancanza o insufficienza di cibo e acqua. Comprenderà, forse, che è molto facile ignorare o persino deridere chi sta sulla Croce (come avvenne per Gesù Cristo, crocifisso e deriso, sia dalla gente comune che dai notabili del popolo), quando non si è per nulla coinvolti in quelle sofferenze. Alfie è  stato giustiziato due volte e la seconda esecuzione è stata sotto ogni aspetto peggiore della prima.
Detto questo, come cristiano e come sacerdote, mi sembra sia giunto il momento di chiedere perdono a tutti per non aver compiuto il dovere di annunciare la Verità di Gesù  Cristo come avrei dovuto fare. In questo senso, mi permetto di chiamare in causa anche quanti, come me, sono investiti del mio stesso compito; in modo particolare i vescovi che hanno ricevuto il mandato del tutto speciale di trasmettere integralmente il Vangelo e l’insegnamento della Chiesa.
Chi più chi meno, tutti abbiamo mancato in due cose: non abbiamo saputo dire con fermezza e convinzione che la sofferenza e il dolore hanno un valore incalcolabile per la vita di ciascun uomo e soprattutto in vista della vita eterna. E, soprattutto, non abbiamo quasi mai parlato delle uniche realtà che non verranno mai meno e neppure si corromperanno come ogni altra cosa che ci è  data da vedere e toccare in questa vita: la il giudizio, l’inferno, il purgatorio e il paradiso, la risurrezione dai morti, e il giudizio finale.
Riguardo il significato della sofferenza e della Croce, è vergognoso ammettere che non si abbia avuto il coraggio di richiamare il perenne insegnamento della Chiesa. Nessuno ha avuto il coraggio di dire che il tema della sofferenza e del dolore è direttamente collegato al tema del peccato e della necessità di essere salvati dalla sua schiavitù. Si è preferito lasciar intendere che il dolore e la sofferenza siano realtà inutili e incomprensibili, da escludere dalla vita umana fino al punto di volere la morte di un bambino che, pur lottando con tutte le forze per vivere, viene soppresso “per il suo bene”. Eppure non bisognava scrivere un trattato di teologia o soteriologia come dicono gli esperti, ma di ritrovare gli elementi fondamentali della nostra fede.
San Paolo afferma che non ha detto altro, nel suo annuncio del Vangelo, che Cristo e Cristo  crocifisso, sapienza di Dio e stoltezza per gli uomini. Sebbene parli in diverse altre parti della risurrezione, San Paolo fa una sintesi impressionante dell’opera di Gesù Cristo con questa semplicissima frase che va collegata a quella in cui parla di una sofferenza di tutta la Creazione (e non solo dell’uomo) per l’attesa e per il desiderio che nasca e si manifesti l’uomo nuovo redento da Cristo. Ancora, San Paolo aggiunge che lui, come ogni cristiano, viene associato a Cristo per completare nella propria carne ciò che manca ai suoi patimenti (per la salvezza di tutta l’umanità).
O queste parole non hanno alcun senso, per cui sarebbe meglio toglierle dalla Scrittura, oppure stiamo dimostrando una tremenda ignoranza, per cui c’è da chiedersi a che servano tante università di teologia con tutti i loro costosissimi studi. Non solo, ma se la sofferenza e il dolore non hanno una loro collocazione dentro il piano di Dio, diventa incomprensibile tutta la nostra fede, dal momento che Dio stesso si serve della sofferenza, in Gesù Cristo per esercitare il suo amore verso di noi al fine di vincere il potere del demonio per mezzo della crocifissione del peccato nella sua stessa carne. Mi chiedo: sono delle stupidaggini, queste, o stiamo parlando della realtà più vera e più profonda del nostro credo?
Nei terribili giorni di tortura e di agonia di Alfie, un pensiero ha continuamente attraversato la mia mente: che cosa sappiamo di quel piccolo Essere nel quale sono inscindibilmente uniti un’anima eterna e un corpo voluti come tali da Dio fin dall’eternità? Come si fa a dire: bisogna porre termine a ciò che ha voluto Dio perché si tratta di una vita “inutile”? Che cosa ne so, io, dell’importanza di quella relazione tra i genitori e il loro bambino? Tra il quel bambino e noi, tra noi e Dio? Chi può dire qual è il vero termine di confronto o l’unità di misura per determinare l’utilità o meno di una vita? Non sarà che, se ci mettiamo a riflettere seriamente su tutte queste domande, si fa venire giù tutto, specialmente la terribile realtà dell’aborto, con tutto il nostro cinismo e la nostra consolidata abitudine al crimine più grave che esista?
Ricordo, come fosse quest’oggi, l’intervista a un porporato subito dopo il successo ottenuto dalla CEI in occasione del referendum sulla procreazione assistita. Il giornalista chiedeva se non fosse quello il momento buono per rimettere in discussione la legge dell’aborto, visti i risultati ottenuti. La risposta del porporato fu allucinante: no, quella legge non si tocca. Da quel momento, mi è stato ancora più chiaro che i pastori della nostra Chiesa non avrebbero avuto più nulla di importante da dire. E così  è avvenuto pochi anni dopo con le unioni omosessuali (una delle peggiori bestemmie contro la bellezza della creazione di Dio e contro la natura umana fatta a immagine di Dio) e per l’eutanasia. Senza parlare di tutte le “aperture” verso i cosiddetti “cambi di sesso” che rappresentano innanzitutto la peggiore castrazione della mente umana e della più semplice logica operate nel corso della storia. Le poche cose dette al riguardo, in difesa delle fondamenta della fede, invece, non sono arrivate neppure al livello del vagito di un neonato. E pensare che, da piccolo, mi sembrava di aver capito che il pastore doveva portare il bastone per difendere le pecore dai lupi. Al contrario, oggi i pastori mettono le pecore di fronte ai lupi perché se le possano mangiare senza dare loro alcun fastidio e, come se non bastasse, usando il bastone contro le pecore più deboli e indifese.
Ora credo sia opportuno parlare del secondo punto oscurato in questo tempo: la morte, il giudizio, l’inferno, il purgatorio, il paradiso, la risurrezione, il giudizio finale. San Paolo dice che, se non c’è risurrezione dei morti, vana è la nostra fede. Si potrebbe aggiungere anche: se non c’è il giudizio  (del quale parlano inequivocabilmente i Vangeli e tutta la Scrittura) e se non c’è la possibilità  di dannarci eternamente (anche di questo parlano i Vangeli e tutta la Scrittura), mangiamo, beviamo e divertiamoci, dal momento che moriremo. A questo punto, riconosco che il primo a gettare alle ortiche ciò che indegnamente indossa, dovrei essere io.
Perché i pastori della Chiesa, con i loro presbiteri (diaconi, catechisti e popolo tutto), non annunciano e non fanno presente che c’è un giudizio di Dio sulla storia e sulle nostre azioni nel quale dovremo rispondere? Perché non dicono che l’unico e vero impegno di tutta la nostra esistenza è e dev’essere quello di evitare di finire all’inferno e di cercare con tutte le forze di farsi piccoli per entrare in paradiso dove si trova l’unica felicità che deriva dal fatto di partecipare della Vita Divina che è  Carità  perfetta e Comunione con Dio e con i fratelli?  Che cosa ci può essere di più importante e di più “interessante” da ascoltare per un uomo o per una donna che, da fatti come quello di Alfie, sono seriamente interrogati sul senso della nostra esistenza?
Questi argomenti sono quelli che si sarebbero dovuti riproporre in un momento così tragico e crudele come quello della passione di Alfie e  dei suoi genitori, unitamente a tutti gli sforzi per strappare quell’innocente dalle mani dei suoi carnefici! Questa è la nostra vera difesa contro l’ignoranza generale della gente e in particolare dei giudici! Non importa se si sarebbero messi a ridere o a gridare allo scandalo della pretesa di dire che, in quella “vita inutile”, era Dio stesso a essere presente in mezzo a noi per farci uscire dalla nostra meschinità e per farci cercare il Cielo! Anche di fronte a Gesù Cristo che si dichiarava Figlio di Dio e faceva presente la nostra chiamata ad essere come Lui figli del Padre Celeste, i sacerdoti si erano strappati le vesti. Ma Gesù, il Buon Pastore, non si è tirato indietro, è rimasto lì, in piedi, non in ginocchio, di fronte al mondo e ha testimoniato la Verità ad ogni costo. E così Santo Stefano, umile diacono, quando testimoniò i Cieli aperti e l’accesso alla vita eterna per mezzo di Gesù Cristo, accettando in piedi di essere lapidato e nello stesso tempo offrendo la sua vita per i suoi persecutori.
Da parte mia sono certo che, se avessimo avuto il coraggio di testimoniare la Verità, nonostante la vittoria della crudele società assassina, sicuramente molti avrebbero visto un po’ più di luce vera in questo mondo di tenebra. Anzi, mi correggo: già alcune fiammelle si sono viste, ma sono state quasi unicamente quelle accese dai più poveri, da quelli che avevano meno mezzi per salvare Alfie o per svelare l’iniquità di un apparato asservito al demonio. Quelli che, come Christine, hanno dato tutto o molto di quello che serviva loro per vivere per salvare Alfie. Ma il resto, quelli che veramente potevano e non hanno fatto, quelli che hanno taciuto o si sono girati da un’altra parte, oppure hanno approvato sono stati complici delle tenebre. Come sempre, c’è stato bisogno di un tradimento.
La passione di Alfie ormai è stata consumata fino in fondo: non resta altro che guardare a Colui che abbiamo crocifisso. Mentre la risurrezione è nelle mani di Dio, ci rimane solo poco tempo per convertirci. Anche se sono il peggiore di tutti, grido a tutti, presbiteri, vescovi e Santo Padre: “Convertiamoci, non siamo stati posti al servizio del mondo e del suo principe. Torniamo a pascolare le pecore, non i lupi. Quando avremo lasciato sbranare le pecore, i lupi si avventeranno ancora più forti contro di noi!”.
Ma quel che è  peggio è che quando diremo: “Abbiamo predicato, fatto miracoli…” ci sentiremo rispondere:  “Via da me, maledetti, non vi ho mai conosciuti”.


 – di padre Vittorio Veneziani


https://www.riscossacristiana.it/alfie-pecorella-abbandonata-dal-pastore-di-padre-vittorio-veneziani/
Grazie Alfie, Kate e Thomas Evas. Ci avete insegnato che in ciascuno di noi c’è qualcosa di grande per cui combattere 

“C’è in te più di quanto tu stesso non sappia, figlio dell’occidente cortese…”. Queste le parole con cui Thorin Scudodiquercia si congeda nel finale de Lo Hobbit  da Bilbo Baggins. C’è in ognuno di noi la capacità di trovare dentro di sé – sembra dirci Tolkien – capacità inaspettate: coraggio, determinazione, eroismo. Anche se è un piccolo hobbit, non un guerriero abile nell’uso della spada e dello scudo. È quanto ha mostrato al mondo la famiglia Evans. Il piccolo Alfie, determinato a non morire nemmeno se lo ammazzavano; mamma Kate con la sua tenerezza e il suo amore silenzioso; e, infine, papà Thomas, il giovane genitore che come gli hobbit di Tolkien si è trovato coinvolto in una storia molto più grande di lui, nella quale ha dimostrato uno straordinario senso di responsabilità, eccezionale per la sua giovane età. Un giovane padre che mai, probabilmente, avrebbe pensato, ino a poco tempo fa di trovarsi genitore a vent’anni, genitore di un bambino gravemente disabile, genitore di un bambino condannato a morte dal Potere. Thomas, di fronte a tutto questo ha dato prova di responsabilità: si è fatto carico di difendere e proteggere a tutti i costi la vita del suo bambino, battendosi con una determinazione che certamente il Potere non aveva previsto, così come nell’epica grandiosa del cattolico inglese J.R.R. Tolkien l’Oscuro Signore nn immagina certo che possano essere due piccoli hobbit ad abbattere il suo dominio di paura e di menzogne, così come non lo immaginava l’apostata e traditore Saruman.

“Conserva nel tuo cuore la tua hobbitudine…”, così scriveva J.R.R. Tolkien nel 1944 al figlio Christopher mentre questi si avviava alla guerra. Uno strano saluto da parte di un padre: non le consuete raccomandazioni di un genitore a un figlio sotto le armi, ma l’invito appassionato a conservare in sé, a dispetto di tutti gli orrori che avrebbe presto incontrato, la propria hobbitudine ovvero, coraggio, determinazione, umiltà, attaccamento al bene, rifiuto del male, compassione, tutto ciò, insomma, che costituisce l’identità di un vero hobbit.

Come dicevamo questa hobbitudine la si è riscontrata nella famiglia Evans, una famiglia del popolo, della umile working class inglese, quella che Tolkien ammirava e che raffigurò, soprattutto nella figura di Sam Gamgee. come Sam con Frodo, così Thomas Evans non ha mai abbandonato il suo piccolo, non ha creduto alle menzogne di chi voleva fargli credere che quella non era più una creatura degna di vivere.



Thomas non ha ceduto agli inganni dell’Anello. Ha trovato in sé e in quella Fede che gli è stata trasmessa da bambino, una fede semplice e autentica del popolo rimasto coraggiosamente cattolico nelle isole britanniche e che era a lungo sopravvissuto nella clandestinità perseguitato dal potere e abbandonato da tutti, dai vescovi che avevano apostatizzato in massa con l’eccezione di John Fischer, abbandonato da Roma, ma mai abbandonato da Dio. Intorno a Thomas e Kate Evans si è radunata una piccola grande Contea. il suo coraggio è stato imitato e seguito da altri hobbit, in Inghilterra così come oltre la Manica.

Gente semplice, che ha colto più acutamente di molti intellettuali e perfino di molti pastori l’importanza della questione in gioco. Che ha capito che difendere la vita di questo bambino significava e significa difendere la sacralità della vita dagli attacchi di un potere per il quale la vita conta solo se è valida, efficiente, produttiva. “Chi sei tu per decidere chi ha diritto di vivere o di morire” dice Gandalf a Frodo Baggins quando questi gli chiede perché Bilbo, quando ne aveva avuta l’occasione, non si era sbarazzato di quella “spregevole creatura” che era Gollum.

Il monito e la domanda di Gandalf risuonano con forza ancora oggi: chi ha diritto di togliere una vita? Nessuno, nemmeno uno stato con tutte le sue leggi e i suoi protocolli e i suoi giudici paludati.

La hobbitudine di Alfie e dei suoi genitori deve esserci di testimonianza e d’insegnamento. Alfie è l’eroico caduto di una guerra che è solo agli inizi. A breve, nella vicina Irlanda, un tempo anch’essa terra di martiri e di confessori delle fede, si terrà un referendum sulla legalizzazione dell’aborto, fortemente voluto da quella stessa ideologia di morte che non si rassegna al fatto che l’Irlanda sia ancora un paese dove non si pratica l’aborto, uno degli ultimi avamposti della difesa della vita.

Che Alfie possa ispirare il popolo irlandese a non abdicare a quella umanità che per secoli l’ha caratterizzato e fermare l’avanzata della cultura della morte.
– di Paolo Gulisano

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