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giovedì 3 maggio 2018

Due ingiustizie non fanno giustizia

Basterebbe aprire un libro di storia

Perché scandalizzarsi tanto per le esternazioni di Abu Mazen quando, fino a poche settimane fa, cecchini israeliani sparano sui civili inermi?
Basterebbe un libro di storia per capire che Abu Mazen non ha detto nulla di sconvolgente. Un “Di Nolfo” qualunque (si fa per dire), non metterebbe in discussione quello che il capo palestinese ha dichiarato pubblicamente, ciò che invece giornalai e commentatori dell’ultim’ora stanno facendo incessantemente.

Così un capo palestinese, che vede il proprio popolo martoriato dai cecchini israeliani, non può riportare una verità storica? Nel primo Novecento, e già da prima, l’antisionismo – e non solo -, dilagava in Europa, proprio per il comportamento sociale degli ebrei, spesso dediti ad attività di usura.


Con il denaro proveniente da questa attività, molte famiglie, condizionate anche dal sentimento di antisemitismo, in Europa, e nella Germania martoriata dalle sanzioni post-belliche, cominciarono ad acquisire terre in Palestina, in Giudea e Samaria.

Il trasferimento sarebbe poi sublimato grazie un provvedimento inglese, che aveva il protettorato in Palestina, cui rinunciò in favore della formazione dello stato ebraico il 14 maggio del 1948, con l’ufficializzazione dell’indipendenza, cui fece seguito una guerra d’indipendenza.

Da lì in avanti, tra guerre e tregue, Israele ha eroso sempre più territorio alla Palestina araba, e relegato i musulmani in un fazzoletto di terra, tra bombe e stenti.

Gli israeliani rivendicano il loro vittimismo nella Shoah – e ci mancherebbe altro, per carità! -, ma nella storia, così come nella società, due ingiustizie non fanno giustizia.

E basterebbe aprire un libro di storia per capire che la vittima che diventa carnefice non ha giustificazioni di sorta.

di Mario Rossi
http://www.lintellettualedissidente.it/cartucce/storia-palestina-abu-mazen/
La bufala di Abu Mazen "antisemita". Fact-checking delle sue dichiarazioni

I mass media occidentali, zeppi di giornalisti asserviti ai poteri forti occidentali ed al loro alleato Israele, si sono scatenati su alcune dichiarazioni di Abu Mazen bollandolo come razzista antisemita.

Il più grande popolo semita della Terra è il popolo arabo del Medio Oriente. Ma perché un suo rappresentante, il palestinese Mohamed Abbas, detto Abu Mazen, dovrebbe fare dichiarazioni antisemite?

I mass media occidentali, zeppi di giornalisti asserviti ai poteri forti occidentali ed al loro alleato Israele, si sono scatenati su alcune dichiarazioni di Abu Mazen bollandolo come razzista antisemita. Ma cosa ha detto esattamente il notoriamente moderato rappresentante palestinese? Egli è certamente esacerbato dal fallimento di 20 anni di inutili trattative con Israele, la cui politica diventa sempre più spietata verso la popolazione palestinese cacciata, espropriata, assediata e sottoposta ad occupazione militare, e sempre più guerrafondaia con le continue provocazioni e gli attacchi contro Siria, Libano e Iran. Ma le dichiarazioni di Abu Mazen in realtà espongono con chiarezza fatti noti che si cerca di oscurare con un fuoco di sbarramento fatto di false accuse infamanti.

Il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese ha ricordato che Israele è una realtà coloniale creata dall’Impero Britannico. Ed infatti è noto che la Palestina, dopo la caduta dell’Impero Ottomano, fu data in custodia coloniale (o “mandato”) alla Gran Bretagna che ne profittò per far affluire nell’area un gran numero di immigrati ebrei conquistati dall’ideologia sionista che predicava il “ritorno” in Palestina. La cosa era stata concordata tra il ministro inglese Lord Balfour ed i dirigenti sionisti.

Affluirono così in Palestina, paese allora abitato quasi esclusivamente da Arabi, centinaia di migliaia di coloni ebrei sionisti. Le proteste e le rivolte palestinesi tra il 1936 ed il 1939 furono represse con migliaia di morti dall’esercito britannico spalleggiato da milizie ebraiche.

Abu Mazen ha giustamente ricordato che la maggior parte di questi coloni non avevano nulla a che fare con gli antichi Ebrei (antiche tribù semite simili agli Arabi), ma erano Askenaziti, ovvero popolazioni di origini turco-ucraine. Per chi non vuole crederci consiglio di leggere il bel libro del professore ordinario di storia dell’Università di Tel Aviv, l’israeliano ebreo Shlomo Sand: “L’Invenzione del Popolo Ebraico”. Sand ricordava che altri Ebrei moderni sono di origine berbera (i Sefarditi), o etiopica (i Falashah). Solo una minoranza è semita (quella di origine araba!).

Dopo la seconda guerra mondiale, nel 1947, sotto la spinta degli Stati Uniti, l’ONU propose una spartizione truffaldina della Palestina: il 55% del territorio doveva andare ai coloni ebrei, che allora erano meno del 30% della popolazione.
Intere zone abitate solo da Arabi venivano assegnate al progettato stato ebraico. Questo fu il segnale per le ben organizzate milizie ebraiche e per i gruppi terroristi ebraici guidati da Begin e Shamir per iniziare una feroce pulizia etnica delle popolazione arabe, che continuò nel 1948 con la cacciata di due terzi della popolazione araba, finita profuga nei paesi vicini. Il 15 maggio 1948 fu proclamato lo stato di Israele su quasi il 78% della Palestina, ben oltre i confini previsti dalla stessa ONU. Questo avvenimento è giustamente ricordato dai Palestinesi come la “Nakba”, cioè la catastrofe. Il tardivo e debole intervento di alcuni stati arabi non modificò la situazione.

Nel 1967 l’occupazione della Palestina fu completata con la guerra dei 6 giorni ed iniziò l’ulteriore colonizzazione di quel 22% di territorio rimasto ai Palestinesi, compresa Gerusalemme Est, cioè la parte araba di Gerusalemme.

I soliti giornalisti ed i sionisti fanatici, come la nota Fiammetta Nierestein, residente come colona a Gerusalemme Est, si sono accaniti in particolare contro una frase di Abu Mazen che ricordava come le passate persecuzioni contro le comunità ebraiche in Europa (ma non nei paesi arabi dove gli Ebrei potevano vivere tranquillamente!) erano legate anche a fattori non religiosi, ma sociali, come la pratica del prestito ad interesse che era praticato da alcuni rappresentanti delle comunità ebraiche, essendo vietata nel Medio Evo ai Cristiani. Sul perché delle passate persecuzioni, che nessuno nega, ci sarebbe da discutere, ma profittare di questa frase per gettare fango su un esponente sempre molto moderato e fin troppo disponibile come Abu Mazen è ridicolo.

Ci sarebbe da discutere anche sui motivi di più recenti persecuzioni, come quella operata dai Nazisti in Germania. Si può pensare che abbia giocato un motivo cinicamente demagogico come quello di gettare sugli Ebrei (che in realtà erano molto ben inseriti nella società tedesca) la colpa delle difficoltà economiche in cui versavano il proletariato e la piccola borghesia tedesca, fidando sul consenso della parte meno cosciente del proletariato e della piccola borghesia sciovinista. Questo però non giustifica la feroce occupazione e la pulizia etnica della Palestina (così ben descritta nel classico libro di un altro noto storico israeliano, Ilan Pappe) operata contro una popolazione che mai aveva perseguitato gli Ebrei.

di Vincenzo Brandi

Lettera aperta di 32 personalità del mondo ebraico contro la partenza del giro d'Italia a Gerusalemme

Riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta sottoscritta da 32 personalità del mondo ebraico italiano  a proposito dell'operazione  di immagine  organizzata in occasione del  70°anniversario della nascita dello Stato di Israele, operazione che coinvolge anche il nostro paese icon la partenza del  Giro d'Italia  con grande risonanza mediatica   da Gerusalemme
 

 
Nel prossimo maggio lo Stato d’Israele compirà 70 anni. Se per molti ebrei la memoria del maggio ‘48 sarà quella di una rinascita portentosa dopo la Shoà e un’oppressione subita per molti secoli, i palestinesi vivranno lo stesso passaggio storico ricordando con ira e umiliazione la Nakba, la “catastrofe”: famiglie disperse, esistenze spezzate, proprietà perdute, il tragico inizio dell’esodo di una popolazione civile di oltre settecentomila persone.

Molto problematica è in particolare oggi la situazione di Gerusalemme, città che Israele, dopo averne annesso la parte orientale, celebra come “capitale unita, eterna e indivisibile”. Tale statuto, oltre a non essere riconosciuto dalla stragrande maggioranza dei governi mondiali, secondo i dettami dell’accordo di Oslo del 1993 doveva essere oggetto di negoziati fra le parti in causa. Gerusalemme Est resta quindi, secondo le norme internazionali, una città occupata con i suoi 230.000 ebrei che vi abitano in aperta violazione delle suddette norme.

A rafforzare la pretesa del governo israeliano su Gerusalemme e a infliggere l’ennesima pugnalata al già moribondo processo di pace è calata nel dicembre 2017, come un colpo di maglio, l’iniziativa di Donald Trump di riconoscere ufficialmente la città quale capitale dello Stato d’Israele: una decisione che ne trascura completamente la complessità simbolica, ne ignora la natura molteplice e la condizione giuridica, obliterando l’esistenza dei suoi residenti arabi palestinesi (quasi 350.000, tre quarti dei quali vivono al di sotto della soglia della povertà, privi del diritto di acquistare terreni, costruire o ingrandire le proprie abitazioni – da cui spesso, anzi, vengono scacciati – e di prendere parte alle elezioni in Israele).

L’amministrazione americana ha già annunciato che trasferirà l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme proprio in coincidenza con il 70° “Giorno dell’indipendenza”, una “scelta che” ha commentato il primo ministro Netanyahu lo “trasformerà… in una celebrazione ancora più significativa”.

Ma un’altra iniziativa concorrerà, nelle intenzioni dei suoi organizzatori, a rendere memorabile la ricorrenza: la partenza del Giro d’Italia da Gerusalemme. A pretesto e giustificazione di questa scelta, la volontà di onorare la memoria di Gino Bartali che ha trovato un posto nel “Giardino dei giusti” di Yad Vashem, nel 2013, grazie alla sua opera di salvataggio – peraltro non così ben documentata – di alcuni ebrei fra il ’43 e il ’44. È invece indubbio il finanziamento che riceverà la RCS insieme alla sua “Gazzetta dello Sport” grazie a tale operazione: 12 milioni di euro, più altri 4 offerti agli organizzatori dal miliardario israelo-canadese Sylvan Adams, presidente onorario del Comitato Grande Partenza Israele che afferma (da “Nena News”, 20 novembre 2017): “Questa storica Grande Partenza della 101esima edizione del Giro ci permetterà di presentare il nostro paese a oltre cento milioni di spettatori tra quelli collegati via televisione e presenti lungo le strade”.
E gli fa eco Yariv Levin, ministro del Turismo israeliano: “Come parte di una rivoluzione nel marketing, che vede Israele quale destinazione turistica e per il tempo libero, stiamo portando il Giro d’Italia nel nostro paese”.

Se ne può quindi dedurre che il Giro d’Italia così concepito assecondi l’esigenza israeliana di presentare al pubblico, nazionale e internazionale, una facciata ripulita dalle immagini di violazioni e violenze coniugandola con la ricerca di RCS Sport di capitali e di una visibilità che immetta decisamente anche il ciclismo nel sistema di affari in cui il profitto detta le scelte e le agende dello sport.

A proposito di agende, in quella della prevista kermesse gerosolimitana figura, dal 13 al 15 maggio, la “Marcia delle nazioni: dall’Olocausto alla nuova vita”. Stando al testo del programma (http.//mon2018.com/), si prevede che si raccolgano a Gerusalemme migliaia di cristiani provenienti da tutti i paesi per prendere parte a un convegno speciale. “Insieme con israeliani di ogni segmento della società, le masse dei credenti in Cristo marceranno dalla Knesset al Monte Zion e recheranno onore ai sopravvissuti dell’Olocausto, dimostrando pubblicamente che le nazioni si ergono a fianco d’Israele per dire ‘No!’ all’antisemitismo.”

Infine, ciliegina sulla torta, è del 16 marzo la notizia che la Commissione giustizia della Knesset sottoporrà, nelle prossime settimane, al parlamento un pacchetto di leggi che trasformano definitivamente Israele in uno “stato ebraico”, abolendo così una volta per tutte la tanto fastidiosa parola “democratico” dal suo statuto e facendo in tal modo, finalmente, “chiarezza” sulla propria natura: sempre, è ovvio, per festeggiare il 70° anniversario (vedi al link https://www.jonathan-cook.net/2018-03-16/israel-jewish-nation-state-bill/). Tale passaggio sancirà, ancora definitivamente, l’esclusione dai diritti dei non ebrei residenti in Israele e faciliterà alle istituzioni preposte il compito di sbarazzarsi innanzitutto dei palestinesi ma anche degli immigrati non graditi.

Legittimando e rendendo irreversibile l’annessione di Gerusalemme Est e l’occupazione della Cisgiordania, l’intera operazione intorno al 70° anniversario della nascita d’Israele viola la legge internazionale e affossa forse definitivamente il processo di pace.

In quanto ebrei, consideriamo tale operazione un vulnus ai valori di giustizia e di ricerca della pace su cui si fonda la parte migliore della nostra tradizione. Ci rivolgiamo quindi a coloro che hanno ancora a cuore tali valori perché respingano un’operazione così dannosa per gli ebrei e tanta parte di umanità, chiedendo a ciascuno, con un atto di responsabilità personale, di sottoscrivere la nostra denuncia.

Bruno Segre, Susanna Sinigaglia, Stefano Sarfati, Anna Farkas, Carla Ortona, Stefania Sinigaglia, Giorgio Forti, Giorgio Canarutto, Joan Haim, Miriam Marino, Paola Canarutto, Sergio Sinigaglia, Marco Ramazzotti, Fabrizio Albert, Marina Ascoli, Guido Ortona, Giovanni Levi, Simona Sermoneta, Shmuel Gertel, Giorgio Segrè, Bruno Osimo, Ester Fano, Renata Sarfati, Irene Albert, Paolo Amati, Dino Levi, Barbara Agostini, Ferruccio Osimo, Lavinia Osimo, Antoine Dubois, Daniel Magrizos, Marina Morpurgo.