ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 2 maggio 2018

Il nocciolo della preoccupazione

DOVE VA LA CHIESA?
"Riaffermare il Vangelo", l'appello dei preti ai vescovi

“Appello pastorale ai vescovi per una riaffermazione apostolica del Vangelo”: così si chiama un’iniziativa destinata ai vescovi, e che ha per strumento i singoli sacerdoti. Dal contenuto dei punti richiamati, c'è anche “Amoris Laetitia”, nelle sue interpretazioni più liberali.



“APPELLO PASTORALE AI VESCOVI PER UNA RIAFFERMAZIONE APOSTOLICA DEL VANGELO”: così si chiama un’iniziativa destinata ai vescovi, e che ha per strumento i singoli sacerdoti, che dovrebbero farla propria, e in questo modo farla giungere al proprio ordinario diocesano. Come spiegano gli organizzatori: “Cosa chiediamo ai sacerdoti: per favore considera di firmare l'Appello e di inviare una copia al tuo vescovo (vedi www.curapastoralis.org).

Per la sua natura di atto pastorale e di testimonianza sacerdotale a Cristo e al suo Vangelo, l'appello richiede un impegno personale piuttosto che l'anonimato. Inoltre, non possiamo rimanere anonimi, mentre chiediamo ai vescovi di accettare le sfide di agire pubblicamente. I sacerdoti che firmano sono impegnati in uno sforzo pastorale, non in un'iniziativa politica. Agiscono a loro nome, non come membri di un gruppo o movimento all'interno della Chiesa. Chiediamo che discutendo l'Appello, chiariscano che stanno parlando per se stessi, non per gli altri che hanno firmato. Riconosciamo che possono esserci sacerdoti che sono d'accordo con le preoccupazioni fondamentali e le affermazioni del Vangelo espresse nell'appello, ma che per legittimi motivi prudenziali scelgono di non firmare. Chiediamo le vostre preghiere”. Dal contenuto dei punti richiamati, che vedrete più sotto, ci sembra di capire che sia soprattutto, ma non solo, “Amoris Laetitia” nelle sue interpretazioni più liberali il nocciolo della preoccupazione.

E l’appello rivolto ai vescovi in realtà è una richiesta di aiuto: “Come sacerdoti ordinati per assistere nella cura pastorale il popolo di Dio, scriviamo per chiedere il vostro aiuto nell'affrontare un approccio errato alla vita morale cristiana che incontriamo frequentemente e che danneggia gravemente coloro che ne sono stati fuorviati. Crediamo che gran parte del danno potrebbe essere guarito o mitigato se lei volesse riaffermare gli insegnamenti di Cristo e correggere quegli errori con la piena autorità del suo ufficio apostolico”. 

Si teme che senza un’azione da parte del vescovo, la situazione possa peggiorare in maniera significativa. La molla che ha spinto a proporre un’azione è sintetizzata così: “Di base, l'approccio errato afferma che coloro che commettono azioni oggettivamente cattive e giudicano se stessi soggettivamente non imputabili di colpa, devono essere ammessi a ricevere la Santa Comunione. In una forma più sofisticata, nega che certi comportamenti siano sempre cattivi e afferma che in alcune circostanze quei comportamenti sono il bene più realistico che può essere raggiunto o, addirittura, sono semplicemente buoni. Una versione ancora più estrema dichiara che quei comportamenti possono essere approvati o proposti da Dio. La vita di Cristo e gli insegnamenti morali vengono così presentati come ideali astratti che devono essere reinterpretati per adattarsi alle nostre circostanze piuttosto che come realtà già adeguate per liberarci dal peccato e dal male in ogni situazione”.

Sebbene chi difende questo approccio ne reclami la modernità, in realtà, si ricorda nella petizione, i suoi principi sono sempre stati riconosciuti dalla Chiesa come contrari al Vangelo. La Chiesa si è opposta a queste teorie con un insegnamento particolarmente vigoroso e preciso nel corso del ventesimo secolo e, soprattutto, durante i cinquanta anni trascorsi dall'Humanae Vitae a oggi. Proprio il fatto che oggi si torni a riproporre un approccio dannoso, “dimostra chiaramente che è necessaria una risposta pastorale più efficace di quella che i parroci possono offrire da soli o che possa essere fornita dall'autorità limitata delle dichiarazioni diocesane e regionali”.

Un vescovo, il vescovo della diocesi, può invece esercitare la sua piena autorità apostolica attraverso una riaffermazione formale del Vangelo e la correzione di questi errori. “Ciò offrirebbe all'intera Chiesa una testimonianza apostolica capace unicamente di sostenere e guidare il clero e il laicato nei compiti urgenti di aiutare coloro che sono stati danneggiati e di sviluppare autentiche iniziative pastorali per raggiungere tutto il mondo”. L’esercizio dell'autorità apostolica e il modo di esprimerla sono questioni che spetta a ogni vescovo decidere. Ma i sacerdoti autori dell’appello offrono alla considerazione dieci punti cruciali, e chiedono che ogni vescovo le affronti.  “Per favore, li riceva come testimone della Fede che professiamo in comunione con il Collegio dei Vescovi e il suo capo, il Vescovo di Roma”.

Ecco i dieci punti. Ve li presentiamo integralmente, perché ciascuno di essi è fondamentale.

1)  Dio è amore. Ha organizzato tutto per il nostro bene e ci ha chiamati a condividere la sua vita divina in Cristo. Di conseguenza, egli è completamente contrario al male, al peccato (cioè, l'abbraccio consapevole e volontario del male), e al danno che questi causano. Pertanto, sebbene Dio possa scegliere di tollerare la presenza del male e del peccato, non li propone mai né li approva.

2)  I cristiani che partecipano alla comunione interiore con Dio (cioè, in uno stato di grazia) in ogni circostanza sono messi in condizione da Cristo di rimanere fedeli evitando di abbracciare consapevolmente e volontariamente il male; perciò, sono colpevoli per qualsiasi peccato commesso (vedere I Gv 5:18 e Gias 1: 13-15). Questo è vero anche quando la fedeltà richiede sofferenza, privazione o morte perché ciò che è umanamente impossibile è possibile grazie alla grazia di Dio (vedere Mt 19,26 e Sir 15:15). Quindi, la fedeltà a Cristo e ai suoi insegnamenti è realistica e realizzabile, non un ideale astratto che deve essere adattato alle circostanze della vita.

3)  I cristiani in comunione con Dio possono soffrire di ignoranza o di impedimenti alla libertà in grado di mitigare o rimuovere completamente l’imputabilità della colpa in un particolare abbraccio del male. Sebbene quello che fanno è in realtà (cioè, oggettivamente) il male e quindi dannoso per se stessi e gli altri in vari modi, essi possono essere personalmente (cioè soggettivamente) non colpevoli di peccato e quindi rimanere moralmente integri.

4)  I cristiani che abbracciano il male senza colpevolezza rimangono in comunione con Dio, ma sono intrappolati in situazioni che sono realmente dannose e impediscono loro di condividere pienamente la vita abbondante che Gesù è venuto a portare. Il compito della Chiesa è di aiutare a guarirli e liberarli portando pazientemente la grazia e la verità del suo Vangelo.

5)  La coscienza è la norma immediata del comportamento, ma non la voce infallibile di Dio. Essa può giudicare male a causa di una innocente malformazione o di distorsioni derivanti da precedenti peccati. In quest'ultimo caso, chi segue la coscienza o si giudica libero da colpa può tuttavia essere colpevole di peccato. Dati questi limiti, i giudizi soggettivi della coscienza hanno bisogno di essere conformati al Vangelo rivelato da Cristo e continuamente proclamato da lui attraverso l'autentica testimonianza apostolica della Chiesa (ad esempio, il Magistero Ordinario e Straordinario).

6)  Il matrimonio è un'alleanza stabilita consapevolmente e volontariamente con considerazione e maturità richieste da un uomo e una donna che sono liberi di sposarsi. È un'unione esclusiva che non può essere sciolta da alcun potere umano o da nessuna causa se non la morte di uno degli sposi. L'unione sponsale di Cristo e della Chiesa è il fondamento di questo vincolo coniugale, sia nella natura umana che nel sacramento del matrimonio (cfr Gen 2:24, Mt 19: 3-6, Ef 5:32 e II Tim 2: 13).

7)  L'attività sessuale al di fuori del matrimonio è in ogni circostanza gravemente malvagia. L'abbraccio colpevole di questo grave male è un peccato mortale che, come tutti i peccati mortali, fa cessare la comunione con Dio.

8)  Per ricevere la Santa Comunione, i cristiani che riconoscono di essere colpevoli di peccato mortale devono avere la vera contrizione per i loro peccati, compresa una decisione di evitare ogni peccato in futuro. Inoltre, normalmente devono prima ricevere il sacramento della penitenza e della riconciliazione.

9)  L'accoglienza della Santa Comunione non può essere ridotta ad un atto privato basato su un giudizio soggettivo di innocenza perché è una testimonianza pubblica dell'adesione alla comune fede e vita della Chiesa. Indipendentemente dalla imputabilità, da coloro che continuano a perseverare in un male oggettivamente grave dopo aver appreso che la loro fede o il loro comportamento è contrario alla testimonianza apostolica della Chiesa, ci si può giustamente aspettare – e a volte anche essere richiesti – che non si accostino alla santa Comunione. Questa disciplina ecclesiale è un mezzo pastorale per portarli a riconoscere e rinunciare al male in modo che possano essere da esso liberati e condividere più pienamente la vita abbondante di Cristo. Tale approccio riflette l'insegnamento di Gesù e degli Apostoli, che ha fondato la disciplina ecclesiale sull'impossibilità oggettiva di accordarsi con la vita della Chiesa, non su un giudizio di imputabilità (cfr Mt 18:17; I Cor 5: 11-13; Gal 1 : 9; e I Gv 4: 6). L’accesso alla Santa Comunione può essere vietato anche per evitare di fuorviare gli altri riguardo alla fede e alla vita del Vangelo, per evitare lo scandalo (cfr. Mt 18: 6).

10)  L'accoglienza della Santa Comunione in casi specifici da parte di coloro che si sono risposati dopo un divorzio dipende dalla realtà oggettiva del vincolo del loro primo matrimonio e dall'evitare il peccato e lo scandalo pubblico; non solo sulla loro intenzione privata di evitare future attività sessuali, la loro valutazione soggettiva dell'attuale relazione, o il loro giudizio soggettivo sull'innocenza riguardante l'attività sessuale nella nuova relazione (cfr. Mt 5,32).

Gli autori di questo appello dicono di essere profondamente consapevoli come sacerdoti che molti membri del clero e del laicato sono stati così influenzati dalla mentalità mondana e dalla falsa teologia morale dei decenni passata, al punto che ora considerano la testimonianza apostolica della Chiesa come idealista, antiquata o addirittura crudele. Quindi, spesso percepiscono erroneamente affermazioni pastorali di quella testimonianza come astrazioni, legalismi o condanne personali. Sono situazioni dolorose, e potrebbero indurre alcuni a evitare di offrire una presentazione chiara e autentica del Vangelo.  Il testo ufficiale è in inglese, e rimanda a un sito,  www.curapastoralis.org, per il cui accesso è necessaria un’iscrizione. Il carattere privato dell’appello rende difficile, se non impossibile quantificare una risposta; ma pensiamo di capire che non sia questo l’obiettivo primario degli autori. 

Marco Tosatti

http://www.lanuovabq.it/it/riaffermare-il-vangelo-lappello-dei-preti-ai-vescovi