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domenica 24 giugno 2018

Fra il dire e il fare..che ci sia di mezzo il mare?

Galantino: "Migranti a casa mia? No, non servirebbe"

Migranti, Galantino spiega perché non li prende a casa sua. Il vertice della Cei per un'accoglienza degli enti preposti. Ma l'Italia è stata spesso l'unica "casa" disponibile per coloro che sbarcano
"Non li prendo a casa mia perché sarei un incosciente presuntuoso a pensare che il problema di ciascuna di queste persone lo possa risolvere io, in casa mia".


Parole di monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Conferenza episcopale italiana.
Dopo la vicenda di Aquarius, per la quale la Chiesa cattolica ha preso una posizione molto "decisa", continuano ad arrivare dichiarazioni di alti prelati. Il cardinal Ravasi, che su Twitteraveva citato il Vangelo in contemporanea con la discussione sull'apertura dei porti italiani, era stato "sottoposto" a una serie di attacchi via web. Questa una delle domande frequenti rivolte al porporato italiano:"Perché non li accogliete a casa vostra?". Le affermazioni di Galantino somigliano a una risposta.

"Non li prendo a casa mia - ha specificato il vertice della Cei - perché per queste persone serve altro e meglio di quello che so fare io, servono pratiche e organizzazioni che sappiano affrontare le necessità di salute, prosecuzione del viaggio, integrazione, lavoro, ricerca di soluzioni". "Non li prendo a casa mia - ha aggiunto - perché voglio fare cose più efficaci, voglio pagare le tasse e che le mie tasse siano usate per permettere che queste cose siano fatte bene e professionalmente dal mio Stato, e voglio anche aiutare e finanziare personalmente le strutture e associazioni che lo fanno e lo sanno fare". Serve, insomma, chi è davvero in grado di gestire l'accoglienza. Galantino ha detto questo e altro durante la presentazione dell'ultimo numero di Limes, qualche giorno fa.
Il discorso qui citato sarebbe stato ripreso da Luca Sofri, che negli stessi termini si era espresso in un pezzo pubblicato su Il Post. "Galantino copia..." si legge titolato su Il Messaggero. Il prelato ha specificato di non essersi attribuito "assolutamente niente". Rimane comunque il succo derivante dalle dichiarazioni: la Cei è per un'accoglienza indiretta, che coinvolga gli enti preposti e lo Stato prima ancora che i singoli.
Il gruppo di Visegràd non vuole i migranti "a casa sua". Malta, come abbiamo appreso anche di recente, è poco incline al'apertura dei porti, considerata la dimensione del territorio nazionale. La Spagna sembrerebbe sostenitrice di una politica doppiopesista in materia d'immigrazione. Macron, prescindendo dagli annunci pubblici, ha messo in campo una serie di misure restrittive. Il ministro dell'Interno tedesco Seehofer ha dato quindici giorni alla Merkel per trovare la quadra con gli altri paesi membri dell'Ue. Altrimenti potrebbe far cadere l'esecutivo di grossa coalizione. Il tema? I migranti, che Seehofer vorrebbe respingere in automatico nel caso le condizioni giuridiche lo permettessero. L'Austria di Sebastian Kurz è per la revisione dei trattati e per la "sponda" con Visegràd. Di questo si sta discutendo in Europa mentre scriviamo. Neppure Galantino vuole accogliere a casa sua. L'umanitarismo, in definitiva, resterebbe una prerogativa solo italiana. Le "cose pù efficaci", da un po' di tempo a questa parte, sono toccate a noi, che abbiamo fatto sbarcare più di 171mila migranti solo nel 2017. Forse siamo stati "incoscienti e presuntuosi" a pensare di poter risolvere da soli "i problemi di tutte queste persone".
Francesco Boezi 

Perché le leggi del mare ci danno ragione

Finora il loro governo libico non era autonomo, noi ne abbiamo fatto le veci
Il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, non ha tutti i torti a dire che le Ong non possono più portare migranti in Italia.
E il perché è racchiuso nelle varie convenzioni che regolano il salvataggio in mare. La Solas (Safety of life at sea), firmata nel 1914 in seguito al naufragio del Titanic, indica infatti che le navi che si trovino a soccorrere qualcuno in mare di fronte alle coste libiche dovranno rivolgersi al centro di Tripoli. C'è poi la convenzione di Amburgo, che impone alle autorità marittime di qualsiasi Paese di intervenire «nella gestione di un soccorso» di cui venga a conoscenza. Quello che, in sostanza, dicono anche le linee guida del 2004 dell'Imo (International maritime organization). La spiegazione è più semplice di quanto si pensi.
Quando un'autorità riceve una segnalazione di emergenza, qualora essa sia nella propria area Sar, la Guardia costiera di quel Paese assume il coordinamento del soccorso e inizia a impiegare mezzi propri, mercantili in transito e tutto ciò che naviga e che può essere utilizzato per salvare la vita alle persone. Qualora, come spesso è accaduto per l'Italia, l'imbarcazione in difficoltà contatti direttamente l'autorità di un altro Paese, magari tramite satellitare, secondo le varie convenzioni, il centro di coordinamento del soccorso di quello Stato dovrà informare la nazione nella cui area Sar l'emergenza è in atto. Per chiarire: se un barcone sta affondando nella zona di competenza libica e le persone che vi sono sopra chiamano la Guardia costiera italiana, la stessa dovrà assumere il coordinamento dei soccorsi, avvertendo prima l'Rcc (Rescue coordination centre) libico, quindi emettere un «circolare», ossia un messaggio satellitare con cui avverte le imbarcazioni nei paraggi che un natante è in difficoltà. A quel punto è la Guardia costiera libica ad assumere il coordinamento dei soccorsi.
Fino a dicembre 2017 la zona Sar libica, poi autonomamente istituita dal governo di Tripoli (e recentemente riconosciuta dall'Imo) non esisteva, come l'Rcc che da poco ha iniziato a funzionare a pieno regime. Per cui l'Italia si è sentita responsabile dei soccorsi, anche perché le convenzioni, in caso di mancata risposta dell'autorità competente, obbligano comunque al soccorso in mare. Oggi la storia è cambiata: oggi la Libia è in grado di gestire i soccorsi autonomamente e di coordinare le Ong. In caso di chiamata da una nave di queste ultime, quindi, l'Italia non deve far altro che indirizzarle a Tripoli da dove daranno l'ordine - presumibilmente - di riportare indietro i migranti.
Che poi i volontari del soccorso non riconoscano l'autorità libica e non condividano il fatto di dover far tornare le persone nella terra da cui erano partite, è tutta un'altra storia. Ma quella è solo una questione politica, perché la legge, come le convenzioni, parlano chiaro e vanno rispettate.
Chiara Giannini