ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 15 giugno 2018

I morti (viventi)

I VIVI E I MORTI



La persona "viva" è conscia dei propri limiti ma sa che la vita ci presenta ogni giorno possibilità di crescita. E' "morto" colui che si pone in un atteggiamento di negazione con spirito polemico e tendenza alla critica sterile 
di Francesco Lamendola  

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Diciamo che una persona è realmente viva quando si trova in una disposizione di apertura, di comprensione e di sostegno nei confronti del fenomeno vita, in tutti i suoi svariati aspetti e manifestazioni. Inoltre, è vivo chi conserva e alimenta nel suo cuore la dimensione dalla speranza,  intesa soprattutto come virtù teologale: la certezza del compimento delle verità credute per fede. Attenzione: la speranza è tutt’altra cosa dall’aspettazione; la prima ha la sua radice nel soprannaturale, è un dono che viene da Dio e illumina la vita umana dall’alto; la seconda è una cosa tutta umana, una convinzione che può degenerare in fanatismo, in caparbietà, in presunzione, fino a collidere con il principio di realtà e condurre ad esiti assai vicini alla schizofrenia. 

La vera speranza, l’uomo non può darsela da sé; se pretende di farlo, la sua non è speranza, ma una sorta di auto-illusione, che lo segrega in un mondo fittizio, popolato da sogni e allucinazioni. Infine, terzo elemento, la persona viva è capace di umiltà, di stupore e di benevolenza davanti al reale; non si esalta e non si abbatte a ogni soffio di vento; è autentica, perché è se stessa, ma non perché si accetta “a prescindere”, non perché si ritiene meravigliosa così com’è, e tanto meno pensa che gli altri la debbano accettare senz’altro, a scatola chiusa, anche coi suoi difetti più insopportabili e con l’ostentazione delle sue manchevolezze, ma, al contrario, perché essa è disposta a lavorare su di sé, pazientemente, quotidianamente, imparando da chi è migliore,  accettando il confronto con la realtà, mettendosi in discussione ogni volta che nota una discrepanza fra ciò che dovrebbe essere e ciò che effettivamente è. In breve, la persona viva è conscia dei propri limiti, desidera migliorarsi, sa che la vita ci presenta ogni giorno possibilità di crescita e di perfezionamento; e sa che solo gli arroganti, i pigri, i lussuriosi e gli avidi non li colgono mai, perché sono troppo impegnati a compiacere i propri vizi e a soddisfare i propri capricci e le proprie manie sterili e distruttive. Semplificando un po’, ma neanche troppo, potremmo dire che la persona viva è quella che cerca le soluzioni, che si accosta ai problemi con spirito costruttivo, che desidera collaborare con la propria parte migliore, con il prossimo e con Dio; mentre è morto colui che si pone sempre in un atteggiamento di negazione, di chiusura, di saccenteria, che evidenzia spirito polemico e tendenza alla critica sterile, che non mira alla soluzione dei problemi ma, semmai, a crearne di sempre nuovi e sempre più irrisolvibili, perché alimentati dalla metastasi dell’ego.

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Bisogna saper riconoscere e smascherare i signori della morte: i falsi filantropi, falsi papi e cardinali, falsi politici e statisti, falsi intellettuali e uomini di cultura, falsi economisti e finanzieri, tutta gente che ha venduto l’anima al diavolo e vorrebbe trascinarci con sé all’inferno. Ma se loro hanno satana, con noi c’è Gesù Cristo..

L’indizio rivelatore è lo sguardo: un minimo di capacità d’osservazione ci rivela, di primo acchito, se abbiamo a che fare con dei vivi o con dei morti. Un altro indizio è la presenza, o l’assenza, della malignità caratteriale. È maligno l’atteggiamento di chi gode costantemente a porre ostacoli, a intralciare il cammino altrui, a rendergli le cose difficili: non perché voglia affermare e realizzare se stesso, ma perché, non aspettandosi più nulla di buono, vuole che nulla di buono accada agli altri. Per esempio, è vivo un papà che sa raccontare le fiabe ai suoi bambini, perché solo una persona viva sa fare una cosa del genere; mentre dimostra di essere morto, di essere solamente un cadavere ambulante, l’adulto che gode a distruggere le fiabe dei bambini, ad esempio dicendo loro che Babbo Natale non esiste, e che a portargli i regali, nella notte santa, sono i suoi genitori. Al fondo della malignità dei morti viventi c’è la disperazione, ossia, appunto, la morte della speranza, perché la speranza è la caratteristica della persona viva. Nella vita, non esiste la neutralità o l’indifferenza (e neanche la pretesa divina indifferenza di cui parla a vanvera Eugenio Montale): o si ha nel cuore la speranza e si è vivi, o non la si ha e si è morti, perché dove manca la speranza regna la disperazione, anche se è possibile che molte persone non sappiano di essere disperate, così come non sanno, del resto, di essere morte. È anzi particolarmente terribile la condizione dei disperati che ignorano di esserlo e sfogano nella malignità gratuita la loro cupa angoscia; se ne avessero una chiara coscienza, potrebbero forse compiere qualche movimento per uscire dal luogo infernale in cui si sono cacciati, mentre, ignorandolo, niente e nessuno li potrà salvare dal loro tragico stato.
I morti (viventi) sono attratti da tutto ciò che sa di morte, in particolare dal denaro: sono banchieri, finanzieri, speculatori, usurai; se artisti, scrittori o poeti, sono ossessivamente attratti dal brutto, dal morboso, dal decadente, da ciò che sa di decomposizione; se tecnici, adorano le macchine, l’ordine e l’efficienza disumani, la produttività slegata da qualsiasi contenuto di umanità, compreso il lavoro in quanto attività dell’uomo; se magistrati, provano una passione particolare per il cavillo, per il codicillo, per il paradosso legale che rovescia lo spirito della legge a favore di chi la viola o non di chi dovrebbe esserne difeso; se militari o poliziotti, si compiacciono dell’uso della forza fine a se stessa; se padri o madri di famiglia, riversano sui figli la loro frustrazione, le loro ossessioni, li manipolano, li trasformano in duplicati di sé, li rinchiudono in una gabbia di ricatti e di pretese esorbitanti; se amanti, vedono nella persona amata un corpo da possedere, un’anima da soggiogare, uno schiavo o una schiava che deve essere controllato, spiato, dominato, e che mai può permettersi un pensiero autonomo, un comportamento indipendente, meno che meno la decisione di andarsene. Fra quei morti per definizione che sono gli ambiziosi compulsivi e narcisisti, due categorie spiccano in modo particolare, quelli che intraprendono la carriera politica e quelli che seguono la carriera ecclesiastica: non che tutti i parlamentari e i monsignori siano dei morti, ma vi è un’alta probabilità che lo siano, proprio per le caratteristiche che tali carriere presentano, non nel mondo ideale delle cose come dovrebbero essere (perché è difficile immaginare qualcosa di più bello che dedicare la propria vita al servizio delle istituzioni pubbliche o al servizio della Chiesa e delle anime), ma nel mondo reale, dove le cose sono ciò che sono, cioè dominate dai vizi e dai limiti della natura umana, che riducono tutto a questioni di potere e di denaro (e anche di sesso). I “politici” del bunga-bunga, con le loro escort e olgettine, e i monsignori delle orge segrete a base di droga e sesso gay, sono i più tipici esponenti di questo mondo di cadaveri ambiziosi che perseguono l’affermazione del loro io mortifero, nei palazzi del potere e in quelli del Vaticano. Peraltro, la distinzione fra le due cose è definitivamente venuta meno, anche ufficialmente, da quando il cardinale Parolin è stato accolto gloriosamente fra i partecipanti all’ultima riunione del Gruppo Bilderberg, segno eloquente dei tempi nuovi e della nuova “chiesa di Francesco”; e il trait-d’union fra le due carriere è, ancora e sempre, il mondo della finanza e delle banche d’affari, a metà strada fra massoneria, I.O.R., business dell’otto per mille, cooperative bianche per l’accoglienza ai migranti, finanziamenti occulti alle o.n.g. che traghettano volonterosamente i “naufraghi” in Italia, Soros & Rockefeller.

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E' vivo chi conserva e alimenta nel suo cuore la dimensione dalla speranza,  intesa soprattutto come virtù teologale: la certezza del compimento delle verità credute per fede.

I più morti di tutti sono i seguaci delle ideologie morte, che si portano dietro, oltre al peso del loro cadavere, anche quello dell'ideologia con la quale si erano identificati. Questi sopravvissuti al naufragio non hanno gli strumenti intellettuali per comprendere quel che è loro accaduto, dato che non si erano accorti di nulla neppure al tempo in cui le loro ideologie andavano per la maggiore e parevano godere di ottima salute; tanto meno li possiedono ora, carichi come sono di risentimento per l'ingiusto destino che li ha detronizzati, emarginati e consegnati alla loro impotenza e irrilevanza. Si consolano pensando che la storia darà loro ragione, che essi rappresentano la società migliore, la vera civiltà, ecc., mentre quanti li hanno sostituti al potere non sono, ai loro occhi, che degli illegittimi, degli abusivi, dei soprannumerari, casualmente premiati dalla sorte, ma destinati a scivolare nel nulla, quando il mondo avrà recuperato la propria lucidità e si sarà rimesso a girare dalla parte giusta. Per intanto, masticano la loro bile, inghiottono il loro disappunto e si sfogano a sparare a zero contro chi ha l'ingrato compito di porre rimedio, in qualche modo, ai disastri decennali da essi provocati; ma, avendo potuto disporre di una egemonia culturale pressoché ininterrotta, per due o tre generazioni, tutto passerà loro per la mente, tranne che fare un onesto bilancio della loro sconfitta e un equanime inventario di quel che essi hanno dato e di quello che hanno preso alla società. Pregustano, con perfido compiacimento, la soddisfazione di veder naufragare gli usurpatori, e sognano impossibili ritorni, circonfusi di gloria, dopo la prova temporanea del loro allontanamento dal potere, che essi immaginano di poter rivendicare, un domani, circonfusi della gloria dell'esilio, se non  proprio della palma del martirio. Si aggirano per i corridoi con passo felpato, confabulano a gruppetti, vergognosi e superbi, come re straccioni che hanno perso il regno per una misteriosa congiura di palazzo, ma non dubitano che verrà il tempo dei galantuomini, e il mondo finalmente vedrà quanto essi avevano ragione, renderà loro gli onori dovuti e li ringrazierà per lo stoicismo pieno di dignità, con il quale hanno sopportato il tempo della prova iniqua.
Il caso dei morti cardinali e monsignori è, in parte, diverso. L'istituzione nella quale hanno fatto carriera è infinitamente più antica, più prudente e più solenne, quindi il rischio di perdere poltrona e privilegi è quasi inesistente, e, comunque, è legato a dinamiche di tipo personale, a eventuali errori di tattica o di strategia, o, ancor più raramente, a imprudenze pastorali o ad incidenti di carattere privato, come farsi pizzicare in qualche osceno festino sodomitico. D'altra parte, in una Chiesa sempre più mondanizzata e laicizzata, come è quella del post-concilio, vigono delle dinamiche di fazione molto simili a quelle della vita politica: invece di guardare alla Parola perenne del Vangelo, tale chiesa si basa sulla parola transeunte di questo o quel pontefice, più o meno riformatore, più o meno rivoluzionario, per cui esiste la concreta possibilità di incrementare ed affrettare la propria carriera, se ci si schiera dalla parte "giusta", o di cadere in disgrazia e di venire silurati, se si fa la scelta "sbagliata", sempre, ben s'intende, rispetto al vento che tira in Vaticano, al seguito di questo o quel pontefice. 

I vivi e i morti 
di Francesco Lamendola
continua su:
MA COME SIAMO DIVENTATI?
Ma perché siamo diventati così? stiamo disimparando a pensare e a indignarci? 3 storie di ordinaria follia e il "ditino alzato di Delrio", meraviglioso spaccato sociologico sul rancore impotente degli sconfitti cattocomunisti 
di Francesco Lamendola  


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Il fatto è che ci stiamo facendo il callo; stiamo diventando sempre più simili alla società in cui viviamo, e quindi non facciamo caso più di tanto a quel che ogni giorno accade all’interno di essa. È un brutto segno: significa che ci stiamo omologando, che ci stiamo spegnendo, che stiamo disimparando a pensare, a stupirci, a indignarci. Stiamo diventando degli alieni, ed è per questo che non vediamo e non cogliamo le sconcertanti trasformazioni che si stanno svolgendo intorno a  noi, e anche dentro di noi. Il sistema ci sta riducendo a dei tubi digerenti, a delle amebe, a dei parassiti consumatori, produttori, contribuenti, totalmente passivi, conformisti e spersonalizzati. Siamo diventati invisibili a noi stessi: anche se avessimo un specchio davanti, non ci accorgeremmo di quanto siamo cambiati. Perché siamo cambiati allo stesso ritmo, o quasi, del cambiamento globale, antropologico, culturale, spirituale, materiale; pertanto, somigliamo a quel viaggiatore che non si accorge di essere su un treno che corre a più di trecento chilometri all’ora, perché nulla si muove nello scompartimento, la corsa è quanto mai silenziosa (senza contare che egli ha le cuffie della musica negli orecchi) e la tendina abbassata del finestrino non permette di vedere a quale velocità la campagna sta filando via.
Eppure, basterebbe dare una scorsa distratta al giornale per vedere, ogni santo giorno, quale china pazzesca abbiamo imboccato tutti quanti, e a quale folle velocità la stiamo discendendo. A mero titolo di esempio, scegliamo una giornata qualsiasi, quella di oggi – giovedì, 14 giugno 2008 – e sfogliamo, in fretta e furia, un quotidiano qualsiasi. C’imbattiamo in numerose storie di ordinaria follia, tutte riunite nella stessa parte d’Italia, il Nordest; e saremmo tentati di andare avanti, senza farci troppo caso; ma quel poco di umanità che ancora ci è rimasto attaccato alla pelle, come un vecchio vizio da cui non ci si libera tanto facilmente, o come l’odore di benzina sulla tuta di un meccanico che lavora tutto il giorno sui motori d’automobile, ci costringe a fermarci, a dedicare qualche pensiero a ciò che abbiamo letto, sia pure velocemente, scorrendo i titoli e le prime righe dei relativi articoli. Omettiamo i nomi delle persone e dei luoghi, perché non c’interessa puntare il dito contro qualcuno in particolare; vogliamo solamente cogliere il significato complessivo dei fatti di cronaca, perché in essi si riflettono fedelmente sia la mutazione antropologica in atto, forse ormai irreversibile, sia, cosa ancor più allarmante, il sempre più spesso strato d’indifferenza e ottusità con il quale siamo pronti ad assorbire, a ruminare, a digerire e a metabolizzare qualsiasi cosa, anche la più assurda, la più sgradevole o la più aberrante.
Prima notizia. Un uomo di ottant’anni, benestante, architetto, uccide a freddo, con due colpi di pistola, alla schiena e alla nuca, la sua ex moglie di sessantaquattro (rischiando di uccidere anche un’innocente, l’avvocatessa presente nella stanza) e poi si uccide a sua volta, sparandosi in bocca un solo, fatale colpo. Il fatto è accaduto nello studio notarile in cui i due, divorziati da anni, stavano concludendo la vendita della loro casa a una famiglia di acquirenti, padre, madre e figlio, che hanno assistito terrorizzati alla scena, e sono fuggiti a precipizio dall’ufficio/mattatoio. Non è stato un delitto passionale; l’amore e la gelosia non centrano, se non indirettamente: era una questione di soldi. La casa era ipotecata e perciò si trattava di trovare un compromesso fra i due ex coniugi, cosa evidentemente rivelatasi impossibile; l’uomo era già deciso a fare quel che ha fatto, come prova non solo la pistola con cui si è presentato all’appuntamento, ma anche il diario ritrovato nella casa destinata alla vendita, da cui risulta che il delitto era praticamente già deciso. Particolare non secondario: l’uomo, da molti anni, si era rifatto una vita (per la terza volta), si era trasferito addirittura a Tenerife, nelle Canarie, con la sua nuova moglie, una donna camerunense più giovane di alcuni decenni, che gli aveva dato un figlio a settant’anni suonati. Altro particolare: non c’era alcuna difficoltà economica; l’uomo era abituato alla bella vita, alle belle automobili, alle belle donne e alle serate ai casinò d’oltrefrontiera.
Ancora: non risulta affatto che l’uomo fosse un tipo pericoloso, né che avesse un brutto carattere. Tutti concordano nel dire che era riservato, ma gentile. Quanto all’ex moglie: una donna “solare” (immancabile definizione), piena di vita e d’interessi, con un lavoro che amava, benvoluta da tutti. Sorge perciò la domanda: che cosa ha fatto scattare la molla di questo omicidio/suicidio? Perché un uomo anziano, divenuto padre da qualche anno, che vive all’estero, che sta bene, che non ha problemi, che ha avuto una vita ricca di soddisfazioni professionali, che ha collezionato belle donne e begli oggetti, decide di assassinare platealmente, davanti ad altre persone, la sua ex moglie, e subito dopo di togliersi la vita? Quali ragioni possono averlo spinto a prendere una decisione di così fredda disperazione, lasciandosi dietro una vedova e un orfano, senza contare le altre persone, anche congiunte, la cui vita è stata sconvolta per sempre dal suo gesto? Possibile che una ripicca economica, una questione di denaro che non metteva, però, in pericolo il suo tenore di vita, sia stata sufficiente a fargli prendere quella decisione? Se è così, dobbiamo ormai aspettarci qualsiasi tipo di reazione dalle persone di fronte agli scacchi e agli insuccessi della vita; e non dobbiamo più attenderci che gli anziani, quelli con sedici lustri di vita sulle spalle, abbiano accumulato più pazienza o più saggezza di qualsiasi altro. Sono finiti i tempi in cui vecchiaia era sinonimo di saggezza e pacatezza.

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Siamo diventati invisibili a noi stessi: questo mondo non è più il nostro?

Seconda notizia. Una mamma si presenta nell’ufficio della preside di un liceo e le annuncia che si rivolgerà all’avvocato per fare causa contro la sua scuola. Il motivo? A sua figlia, una studentessa di diciannove anni, è stato dato un sette in pagella mentre in quella disciplina avrebbe meritato otto: il professore ce l’ha con lei. Considerato che pochi giorni prima una professoressa è stata picchiata selvaggiamente e ha rimediato un occhio nero ad opera della madre di un alunno cui aveva assegnato un quattro, non è andata poi tanto male a quell’istituto scolastico. Resta il fatto che stiamo parlando di un sette al posto di un otto, non della sufficienza o della bocciatura. Ci sono mamme di quaranta o cinquant’anni che ritengono cosa giusta e saggia rivolgersi a un avvocato per far causa a un professore che dà sette al proprio figlio, invece di otto. Di fronte a simili fatti, non si sa se ridere o piangere: in effetti, siamo in bilico tra la farsa e la tragedia. Pericolosamente in bilico, perché essi lasciano intravedere un rancore sociale così profondo, uno squilibrio psicologico così grave, una così totale incapacità di assorbire e mediare gli urti e le contrarietà ordinarie dell’esistenza, da lasciare senza parole. Se si va dall’avvocato per vendicare il sette del proprio pargoletto, che cosa si farà di fronte a una nota disciplinare, a una bocciatura? Si andrà dal preside con il fucile nascosto sotto la giacca? E quella ragazza di diciannove anni, come è cresciuta, come crescerà, sapendo che i suoi genitori sono pronti a intraprendere delle azioni legali per vendicare il suo otto mancato? Come vivrà una sconfitta in un torneo sportivo, o la bocciatura in un saggio di danza, o l’esclusione dopo un test di ammissione universitario? E come vivrà un rifiuto affettivo, una promessa mancata da parte di un amico, di un fidanzato?
Terza notizia. Fra pochi giorni verrà celebrato il matrimonio civile fra due giovani: un project manager, nonché segretario di una sezione del Pd di una città di media grandezza, e il suo grande amore. Si sposeranno in un castello e avranno centosessanta invitati. Agli amici (e alla stampa) dichiarano, sospirando: Vorremmo tanto avere un figlio. Una bella favola, vero?, come quelle di una volta. C’è solo un particolare che ancora non abbiamo precisato. Non stiamo parlando di un uomo e una donna, ma di due uomini. Sono due trentenni e posano per la gioia dei fotografi, guardandosi negli occhi con ardore.
Potremmo proseguire, ma queste tre notizie compendiano discretamente il vento di “normale” follia che soffia sulla nostra società, e che ci fa sentire ogni giorno più stranieri in patria, più alieni, più fuori posto. Questo mondo non è più il nostro; non c’è più un linguaggio comune, non c’è più una mappa comune, né concettuale, né, tanto meno, morale, fra noi e lui. Qualcuno potrebbe pensare che è una “cattiveria” accostare un omicida a una mamma un po’ focosa, ed entrambi a due giovani che, dopotutto, si amano. Benissimo: ma noi non intendiamo suggerire una equivalenza morale fra queste diverse situazioni, bensì unicamente la presenza di un elemento comune: sono situazioni che, solo un paio di decenni fa, praticamente tutti avrebbero giudicato incomprensibili. Del resto, non vogliamo dare la pagella ad alcuno, né ci sentiamo moralmente migliori di nessuno. Se, però, le persone assumono iniziative pubbliche, anche clamorose, devono accettare l’idea che gli altri le possano discutere. Un elemento comune fra i tre episodi sopra citati è, infatti, il loro carattere di pubblicità. L’uomo che ha ucciso l’ex moglie, e poi si è tolto la vita, ha voluto farlo davanti a una decina di estranei, il che non era affatto necessario, anzi, ha avuto l’unico effetto di mettere in pericolo anche la vita di terze persone, che non c’entravano nulla coi suoi rancori personali. Se odiava così tanto la sua ex moglie (ma perché, visto che aveva una nuova compagna e pure un nuovo figlio, ancora piccolo?), e se aveva deciso di regolare i conti a modo suo, avrebbe potuto seguirla nel buio, o aspettarla sotto casa, e ammazzarla “in privato”; avrebbe anche potuto suicidarsi senza bisogno di farlo davanti a un pubblico. Voleva compiere un gesto clamoroso e c’è riuscito: aveva bisogno di far sapere a tutti quanta rabbia covasse nel cuore. La mamma che ha deciso di querelare la scuola di sua figlia, poteva farlo, semplicemente; ma ha voluto preannuciare il suo gesto alla preside, e questa ha ritenuto di renderlo di pubblico dominio sulla rete. Anche qui, orrore della riservatezza e ricerca di un pubblico a ogni costo. Infine, nel terzo caso, quelle foto sulla stampa, quell’annuncio di centosessanta invitati, quella festa in un castello affittato per l’occasione, sono tutte cose che dicono quanta voglia di pubblicità vi sia nei due futuri sposi. Due maschi. Fino a qualche anno fa, un fatto simile sarebbe stato inconcepibile. La domanda è se abbiamo fatto un gran progresso, o un drammatico regresso. In ogni caso, anche qui, rifiuto di vivere i propri sentimenti con un po’ di privacy, massima ostentazione della propria iniziativa. Della serie: be’, che c’è di strano? perché se qualcuno ci trova qualcosa di strano, vuol proprio dire che è un oscurantista e un reazionario – e un omofobo, ben s’intende. Ma stia attento, i tempi dell’omofobia sono finiti: oggi chi avanza delle riserve sull’argomento, rischia una querela. Mica per niente, per un atto di civiltà. È una battaglia di civiltà assicurare la parità di trattamento agli sposi eterosessuali e a quelli omosessuali; e chi non l’ha capito, è davvero un marziano, un poveraccio.

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Oggi i "catto-comunisti" hanno anche il Vangelo dalla propria, non solo Il capitale

E ora ci sia consentito di passare a una quarta notizia, che, apparentemente, non c’entra nulla con le precedenti. Tanto per cominciare, non è di carattere locale, ma nazionale, e riguarda il mondo della politica. D’altra parte, non è una vera “notizia”, ma più che altro una nota di costume. In parlamento l’altro giorno si discuteva la fiducia al governo Conte. Come ha fatto notare Andrea Zambrano, il capogruppo Pd, Graziano Delrio, tipico esemplare di cattocomunista ex dossettiano, ha alzato il ditino contro il neopremier e lo ha ammonito: Il fratello del presidente Mattarella si chiamava Piersanti; va bene? Si chiamava Piersanti! Come dire: solo tu non lo sapevi, vergogna; va bene che da un “fascista” c’è da aspettarsi di tutto… Ecco: la notizia, se così vogliamo chiamarla, non è neanche in quell’intervento, ma in quel ditino di tutti i Delrio, che hanno viaggiato – culturalmente - in regime di monopolio per settant’anni, blindati e garantiti dalle tv di Stato e da gran parte dei mass-media, e ora sono spiazzati dalla nascita del governo giallo-verde: per loro è qualcosa d’inconcepibile, qualcosa di molto prossimo alla fine del mondo. I barbari in parlamento, e loro, i detentori del bene, del vero, del giusto, sono all’opposizione. Che vergogna; e, soprattutto, che ingiustizia. Quel ditino alzato, quella frase petulante contro la crassa ignoranza del premier Conte, erano un meraviglioso spaccato sociologico sul rancore impotente degli sconfitti che non vogliono rassegnarsi a passar la mano, sognano rivincite e vendette, scomunicano e sputano velenosamente tutto il loro disprezzo. Dall’alto del pulpito: perché loro sono il bene. Atteggiamento tipico dei cattolici di sinistra, più ancora che degli ex comunisti duri e puri; si sa, perché loro hanno anche il Vangelo dalla propria, non solo Il capitale: dunque, hanno due volte ragione, ragione da vendere. Dio è con loro e sarà sempre con loro, mica coi Salvini e coi Di Maio. A garantirglielo è il papa in persona: il papa a cui piacciono Pannella e la Bonino, e manda il cardinale Parolin al Gruppo Bilderberg; e che va d’amore e d’accordo con lo squalo della finanza, George Soros, su tutta una serie di temi del globalismo, a cominciare dalla cosiddetta accoglienza verso i migranti e l’azione delle o.n.g. nel Mediterraneo (nonché delle coop rosse e banche). Ora qualcuno chiederà dove vogliamo andare a parare, e cosa c’entri il ditino di Delrio con i tre episodi descritti in precedenza. Forse niente: chi lo sa?; o forse c’entra, eccome. La cultura catto-progressista ha diffuso per decenni una visione del reale ispirata all’utopia illuminista: l’uomo è buono, la società (capitalista) è cattiva; lasciamolo fare ciò che vuole, e avremo il paradiso sulla terra. Ebbene, proprio questo è il risultato...

Ma perché siamo diventati così?

di Francesco Lamendola