ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 9 giugno 2018

In un mondo di lupi

QUALE DIRITTO ALLA FELICITA'?


Ma perché è tanto difficile diventare bambini? Cristiano moderno e genesi dell'arroganza intellettuale: l'importante è "non farsi scoprire". In un mondo di lupi, chi lascia scorgere il proprio sangue rischia di essere sbranato 
di Francesco Lamendola   

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Gesù dice che, per convertirsi al vangelo bisogna diventare simili  ai bambini; ci siamo chiesti che significato abbia esattamente l’espressione diventare come i bambini, e ci è sembrato che voglia dire acquistare la stessa fede assoluta che i bambini hanno nei confronti di ciò in cui credono (cfr. il nostro precedente articolo: Se non diventerete come i bambini, pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 08/06/2018). Inoltre, ci è sembrato di poter concludere che il maggiore ostacolo al ritornare fanciulli, così come pretende il divino Maestro, è rappresentato dalla superbia intellettuale, dall’orgoglio di non voler rinunciare alla propria intelligenza umana, e dalla pretesa, anzi, di poter usare quest’ultima proprio per poter scoprire e lumeggiare aspetti della verità cristiana che sono ignorati dalla maggior parte delle persone. Però, come suole accadere (Ma sì com’elli avvien, s’un cibo sazia / e d’un altro rimane ancor la gola, / che quel chi chere e di quel si ringrazia: Dante, Paradiso, III, 91-93), questa rima spiegazione ci ha fatto sorgere un ulteriore interrogativo: ci siamo chiesti quale sia la radice di quella superbia, di quell’orgoglio, che inducono tanti esseri umani, e anche tanti sedicenti cristiani, a ignorare e disprezzare il preciso e severo ammonimento di Gesù stesso.

Ci siamo perciò domandati: questa superbia, quest’orgoglio, sono connaturati all’essere umano, e da che cosa, precisamente, traggono, a loro volta, origine? Per quale motivo la natura umana è cosiffatta, da non riuscire a liberarsi, senza una grandissima difficoltà, da quella superbia che è, poi, il principale ostacolo ad osservare l’insegnamento di Gesù circa la necessità, per potersi convertire, di divenire come i bambini? E la risposta, riflettendo bene, ci è sembrato che risieda in un ambito diverso da quello della superbia intellettuale, che è un semplice effetto, una “risposta”, e cioè in un ambito esistenziale, e più precisamente affettivo. La stragrande maggioranza delle persone, passando dall’infanzia all’età adulta, subisce un apprendistato, una formazione, che è anche, per un altro verso, una dolorosa disillusione, una caduta di certezze e una mortificazione di aspettative. L’arroganza intellettuale è, pertanto, la risposta che esse danno alla loro delusione e alla loro amarezza, al fine di occultarle il più possibile, non solo agli altri, ma anche e soprattutto a se medesime. In altre parole, le persone non vogliono far sapere a nessuno, e neanche a se stesse, quanto sono rimaste ferite dalla scoperta che la vita non è quel che esse credevano nell’infanzia; non vogliono confessare di essere rimaste terribilmente deluse e ferite, perché a nessuno piace mostrare le proprie debolezze o le proprie ferite, specie se non c'è niente da guadagnarci, tranne la fama di povero sciocco che non sa stare al mondo. Tutti, insomma, avrebbero voglia di gridare quanto sono rimaste deluse, vorrebbero mostrare le loro cicatrici e accusare il colpevole; ma poiché non c’è un colpevole, bensì’ la vita in generale, allora la cosa diverrebbe patetica, assurda o ridicola; e nulla spaventa più della possibilità di apparire ridicoli. Meglio essere odiati, e perfino disprezzati, che essere compatiti; meglio sopportare sentimenti di aperta ostilità, piuttosto che immaginare gli altri che scuotono la testa con commiserazione, e dicono: Eh, guarda quel poveretto! Guarda come è rimasto ferito dalla vita! Che vuoi farci, lui non sapeva, non immaginava: c’è della gente che non si sa proprio cosa venga a fare al mondo, tanto è ingenua e puerile!

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Le persone non vogliono far sapere a nessuno, e neanche a se stesse, quanto sono rimaste ferite dalla scoperta che la vita non è quel che esse credevano nell’infanzia

Gli eroi di Dostoevskij – è una osservazione di Tkačëv – si possono distinguere in umiliati, inaspriti e ideologi. Ne I fratelli Karamazov, per esempio, Smerdiakov è un “umiliato”, Dimitrij è un “inasprito” e Ivan un “ideologo”, come lo è, a suo modo, e cioè in senso opposto al suo, il giovane Alësa. Ebbene – l’osservazione è nostra - possiamo anche considerare questi tre tipi, o caratteri, come tre facce di uno stesso volto dell’umanità, come tre momenti di passaggio di una medesima personalità. La fase dell’adolescenza è quella della “umiliazione”, nella quale la caduta delle illusioni fa emergere, per contrasto, la goffaggine di fronte alla vita. Non è stato solo Dostoevskij a essere colpito da questo fatto, anche se lui gli ha rivolto una speciale attenzione, al punto da dedicargli un romanzo intero, L’adolescente; si pensi anche alle Illusioni perdute di Balzac, e al malinconico apprendistato alla vita di Lucien Chardon; oppure a Meaulnes, il protagonista de Il grande amico di Alain-Fournier; e si pensi al David Copperfield e ad Oliver Twist di Dickens, per non parlare de I dolori del giovane Werther di Goethe. Ma è soprattutto nella letteratura americana che la figura del “ragazzo” disilluso dalla vita adulta tocca vertici di alta drammaticità, fino al suicidio, come nel caso di Martin Eden di Jack London, o una fine che equivale a un suicidio, come Il grande Gatsby di Scott Fitzgerald; o, ancora, fino a una sorta di suicidio spirituale, come nel caso di Newland Archer, il protagonista de L’età dell’innocenza di Edith Wharton, che ricorda molto il Frédéric Moreau dell’Educazione sentimentale di Flaubert. Se poi si passa dalla figura dell’umiliato a quella dell’inasprito, possiamo vedere in quest’ultima la naturale reazione alla prima, non necessariamente in un altro tipo umano, ma anche nella stessa persona: l’effetto della delusione/umiliazione diviene così l’inasprimento, l’indurimento e il cinismo. L’importante è non far vedere, non far sapere quanto si è rimasto feriti: in un mondo di lupi, chi lascia scorgere il proprio sangue rischia di essere assalito e sbranato da tutti gli altri. L’inasprito è l’uomo in rivolta, l’homme révolté di Camus, il grande ribelle, il lottatore che ce l’ha col mondo, perché il mondo lo ha trattato male, e ha imparato, a sue spese, che non deve aspettarsi nulla di buono da nessuno. L’inasprito è l’uomo in collera: un po’ come avviene al protagonista del Viaggio in Sicilia di Vittorini, coi suoi “astratti furori” (vaga reminiscenza degli eroici furori di Giordano Bruno); e, naturalmente, non è difficile costruirsi una qualche giustificazione sociale, politica o economica della propria collera, per quanto essa nasca come esperienza assolutamente privata e individuale. Quando ciò avviene, si passa dall’inasprito all’ideologo, cioè a colui che ha razionalizzato la propria umiliazione e il proprio inasprimento, mediante la convinzione razionale, o almeno ragionata, che quanto di male capita al singolo, in fondo altro non è che il riflesso di rapporti ingiusti a livello sociale, politico, economico. Marx, Bakunin, Proudhon, Lenin, Gramsci, Che Guevara, e, perché no, Hitler e Mussolini appartengono alla categoria degli ideologi, così intesi, pur essendo tanto diversi fra di loro; i loro padri nobili (o ignobili, secondo i punti di vista) sono i philosophes illuministi, sono i Diderot e i D’Alembert, i Voltaire e i Rousseau; e, se si vuole risalire ancora più indietro, non si farà fatica a trovarli anche fra i Tommaso Campanella, i Thomas Müntzer, i Gioacchino da Fiore, e qualche altro capopopolo “cristiano” cui il Vangelo ha dato alla testa e fatto nascere idee balzane di palingenesi universale, qualche volta cruenta e qualche volta no.

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L'arroganza intellettuale ha partorito il diritto alla felicità, cosa assurda, che nessuno ha mai visto in natura e che rappresenta la fase finale, ipertrofica e paranoica, dell’ideologia moderna

Ma perché è tanto difficile diventare bambini?

diFrancesco Lamendola
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