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giovedì 7 giugno 2018

La mediazione della Chiesa è necessaria

RAGIONE E FEDE ILLUMINATA


La ragione chiarisce la fede se ne è illuminata. La teologia è solo una scienza sussidiaria della fede: al teologo che accecato dall’orgoglio si lasci prendere dalla superbia si possono applicare le parole d’ammonimento di Gesù 
di Francesco Lamendola  

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Lo spettacolo miserevole di confusione e di rilassatezza che caratterizza la vita della Chiesa ai nostri giorni, con un clero sempre più temerario nel discostarsi dal Deposito della fede, e una massa di fedeli sempre più abbandonati e allo sbando, tanto sul piano dottrinale, che pastorale, e perfino morale, ci spinge a interrogarci senza sosta sulle ragioni che hanno reso possibile questa situazione, perché, fino a quando non avremo capito come ciò sia stato possibile, non troveremo nemmeno la strada per uscirne. E dobbiamo interrogarci sia su quel che vediamo accadere, purtroppo ormai quotidianamente, tutto intorno a noi, dentro la Chiesa, sia su quel che accade nella nostra stessa interiorità, dentro la nostra anima: perché nessuno di noi è una monade isolata e autosufficiente, siamo gocce nel mare e quel che si verifica nel mondo è simile a quel che accade nelle nostre più intime profondità. Se pensassimo che la fede è esclusivamente una relazione diretta e personale fra ciascun’anima e Dio, cadremmo nell’errore dei protestanti, che poi è anche l’errore dei modernisti: ridurremmo la fede, cioè, a puro e semplice sentimento, a una relazione sentimentale fra noi e Dio. 

Invece, anche se la fede è, innanzitutto, una relazione personale fra noi e Dio, essa è anche una relazione che si attua intorno a un contenuto di verità, che, in quanto tale, è razionalmente intelligibile, almeno fino a un certo punto; e, inoltre, si esplica in un contesto provvidenziale, che si chiama Chiesa: Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là sono Io, ha promesso Gesù. La mediazione della Chiesa, dunque, è necessaria: se così non fosse, non si capisce perché Gesù avrebbe avuto tanta cura nell’istituirla, e perché avrebbe raccomandato a san Pietro, per tre volte, di pascere le sue pecorelle. E uno degli strumenti che la Chiesa mette a disposizione del credente, per aiutarlo, sostenerlo e incoraggiarlo nel suo cammino verso la fede, è il Magistero; il quale, a sua volta, si avvale del contributo di fede, sapienza e intelligenza che gli hanno offerto i Padri e i Dottori della Chiesa, e, in genere, tutti i teologi di buona volontà, nel corso dei secoli; nessuno dei quali, mai, ha osato anche solo immaginare di poter aggiungere o togliere un solo iota dai contenuti della Relazione stessa.
Ma poiché, a partire dal Concilio Vaticano II, il ruolo svolto dai teologi nella determinazione del Magistero è stato enormemente e, secondo alcuni, illecitamente sovrastimato, e poiché da alcuni teologi della seconda metà del Novecento sono scaturiti alcuni gravissimi errori filosofici, che si sono ripercossi in maniera drammatica sulla vita della Chiesa, è bene chiarire che la teologia è solo una scienza sussidiaria della fede; e che, se è la regina delle scienze umane, non è affatto, però, la regina della fede cattolica, non è essa che ne determina i contenuti, bensì ha la funzione di illuminarli e di renderli più chiari, procedendo per mezzo delle categorie filosofiche, che sono le categorie del pensiero razionale. Il legame tra filosofia e teologia è questo: la filosofia fornisce gli strumenti concettuali, la teologia se ne serve per chiarire e illuminare le verità della fede. Le quali verità, però, sono eterne e immutabili, e non derivano in alcun modo la loro esistenza, né la loro evidenza, dal lavoro del teologo: il teologo è, come ogni altro cristiano, solamente un onesto operaio chiamato a lavorare nella vigna del Signore: se pretende di eccedere i propri compiti, cade nell’errore, che, in casi gravi, si chiama eresia. In tal caso, la sua responsabilità è immensa, perché, invece di condurre le pecorelle verso la verità della fede, le allontana da essa, con grave pericolo per le loro anime immortali. Al teologo che, accecato dall’orgoglio umano, si lasci prendere dalla superbia e dalla vanità, e, scordandosi di essere solo un operaio della vigna, s’impanchi a rivelatore di nuovi contenuti della Verità rivelata, quasi un “correttore” del Magistero, si possono applicare le durissime parole d’ammonimento di Gesù Cristo (Luca, 17, 1-3): E' inevitabile che avvengano scandali, ma guai a colui per cui avvengono. E' meglio per lui che gli sia messa al collo una pietra da mulino e venga gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. State attenti a voi stessi!

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La mediazione della Chiesa è necessaria: se così non fosse, non si capisce perché Gesù avrebbe avuto tanta cura nell’istituirla

Il contenuto della fede cristiana e cattolica è formato da un insieme di verità, le quali formano la Rivelazione divina. Se la fede, dunque, nasce da un assenso della volontà, la quale presuppone l’azione della Grazia, perché, dice Gesù, Nessuno può venire al Padre se non per mezzo di me, la fede ha dei contenuti che sono razionali e che richiedono l’assenso della ragione; ma non la normale ragione logico-scientifica, non la ragione strumentale e discorsiva, bensì la ragione che viene illuminata dalla fede. Singolare circuito virtuoso: la fede ha bisogno della ragione, ma la ragione ha bisogno della fede. Non si tratta di una contraddizione, ma di una complementarità: la fede cristiana è fede in qualcosa, in una serie di verità che chiedono l’assenso della ragione; la ragione, tuttavia, per poterle comprendere e dare il suo assenso, deve innalzarsi al si sopra del suo livello ordinario, deve compiere un salto di qualità e lasciarsi illuminare da qualcosa che è ad essa superiore, la fede. Il nodo del mistero è nella fede, non nella ragione: perché la fede scende dall’alto, è un dono di Dio; e l’uomo la può chiedere, ma non la può pretendere. Abbiamo la garanzia di Gesù che, a chi la cerca sinceramente e instancabilmente, la fede verrà donata: Cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto, chiedete e vi sarà dato. Però non basta la perseveranza, ci vuole anche l’umiltà: nulla trova chi cerca con superbia e chi bussa con alterigia: sia per trovare che per ricevere, è necessario rivestirsi di umiltà e semplicità, farsi piccoli come i bambini, cioè, in altre parole, abbandonare la pretesa di sapere già, o di essere degni di capire, perché, umanamente parlando, noi non siamo degni di niente, né meritevoli di nulla. Quante anime superbe abbiamo visto rimanere deluse nella ricerca di Dio: e disïar vedeste sanza frutto / tai che sarebbe lor disio quetato, / ch’etternalmente è dato lor per lutto (Dante, Purgatorio, III, 40-42); e ciò perché si sono scordaste le chiarissime, inequivocabili parole del divino Maestro: Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli.  Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare (Matteo, 11, 25-27).
Non c’è niente da fare: per trovare la fede, è necessario deporre l’orgoglio: solo a tale condizione Dio si rivela al cuore umano, ed esalta quanti si sono arresi a Lui. Chi non sa liberarsi del proprio orgoglio, non troverà Dio, perché Dio è un Signore geloso, che non vuol fare a metà con alcuno nel dominio della nostra anima: ci vuole tutti per Sé, per potersi dare a noi. Sia Gesù, sia gli Apostoli, non hanno mai cessato di fare questa raccomandazione: per seguire Cristo è necessario spogliarsi della dura corazza del proprio orgoglio.Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore (Matteo, 11, 29). E san Giacomo, nella Letterache porta il suo nome (4, 1-10), con argomentazione ancor più circostanziate: Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni. Gente infedele! Non sapete che l'amore per il mondo è nemico di Dio? Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio. O forse pensate che invano la Scrittura dichiari: «Fino alla gelosia ci ama lo Spirito, che egli ha fatto abitare in noi»? Anzi, ci concede la grazia più grande; per questo dice: “Dio resiste ai superbi, agli umili invece dà la sua grazia”. Sottomettetevi dunque a Dio; resistete al diavolo, ed egli fuggirà lontano da voi. Avvicinatevi a Dio ed egli si avvicinerà a voi. Peccatori, purificate le vostre mani; uomini dall'animo indeciso, santificate i vostri cuori. Riconoscete la vostra miseria, fate lutto e piangete; le vostre risa si cambino in lutto e la vostra allegria in tristezza. Umiliatevi davanti al Signore ed egli vi esalterà.

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Le durissime parole d’ammonimento di Gesù Cristo (Luca, 17, 1-3): E' inevitabile che avvengano scandali, ma guai a colui per cui avvengono. E' meglio per lui che gli sia messa al collo una pietra da mulino e venga gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. State attenti a voi stessi!

Dunque: la ragione chiarisce la fede, per mezzo della filosofia e della teologia, ma solo a condizione di essere illuminata dalla fede, cioè solo a condizione di riconoscere la propria impotenza e il proprio limite. Da una situazione che, umanamente parlando, è di scacco, di impossibilità, un vero e proprio circolo vizioso, si origina il circuito virtuoso che viene da Dio e che permette all’uomo di superare il proprio limite: perché l’uomo, in quanto uomo, cioè con le sue sole forze, non possiede i mezzi per elevarsi fino alla Verità: ma non eran da ciò le proprie penne: / se non che la mia mente fu percossa / da un fulgore in che sua voglia venne (Dante, Par., 139-141). 

La ragione chiarisce la fede, se ne è illuminata

di Francesco Lamendola

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