ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 14 luglio 2018

Jorge Boeri

PEZZO GROSSO SU BOERI: CHI L’HA MESSO LÌ? E SU DI SÉ: ANCHE ULISSE DOVETTE USARE UNO PSEUDONIMO…



Pezzo Grosso si scusa. Con Stilum Curiae, e con i suoi lettori. Si scusa perché negli ultimi giorni i suoi interventi sono stati più fitti. “Ma quando leggo certe affermazioni, non ce la faccio a non polemizzare”, mi ha confidato a margine di questo intervento. Che ha per obiettivo, ancora una volta, le dichiarazioni creative del presidente dell’INPS, Tito Boeri; e anche quelli che definisce gli amichetti di chi è avversario del Paese in cui viviamo. E l’ideologia che da tempo sta cercando di modellare e condizionare le nostre (e quelle di molti altri nel mondo) esistenze. E che la Chiesa, ahimè sembra non contrastare più; anzi la liscia nel senso del pelo…

“Caro Tosatti, se abbiamo qualche dubbio che in Italia in posizioni di responsabilità abbiamo avuto (qualcuno lo abbiamo ancorai) amichetti dei nemici (politici) del paese, dobbiamo cancellarlo (il dubbio). Nei tempi recentissimi il bravo direttore de Il Giornale (Alessandro Sallusti) nel 2013 indicò Mario Monti. L’attuale Ministro degli Interni Matteo Salvini nel 2016 indicò quali nemici politicamente rilevanti del paese addirittura Prodi, Napolitano, Ciampi . Ora,in specifico, mi riferisco all’ormai esilarante Presidente dell’INPS Boeri (ma chi lo ha mai nominato costui?) le cui dichiarazioni ho già commentato un paio di volte su Stilum Curiae. In una recentissima eccellente analisi su Start Magazine (“tutte le fake news sulle pensioni“) l’on. Giuliano Cazzola, che è senza dubbio uno dei maggiori esperti italiani di pensioni, (è stato sindacalista CGIL, direttore Generale del Ministero del Lavoro, membro della commissione di vigilanza sui fondi pensione e valutazione della spesa pensionistica, ecc.), ci riporta una dichiarazione di Boeri, nel contesto dei suoi “geniali” interventi a spiegazione della indispensabilità degli immigrati per pagare le pensioni nostre : “per ridurre l’immigrazione clandestina si deve aumentare quella regolare“. A parte la solita reiterata abitudine di fare osservazioni senza numeri a supporto, questa dichiarazione mi ha ricordato quelle dei radicali (Pannella, Bonino & co.) sullo spaccio di droga, per ridurre il quale si dovrebbe liberalizzarne la vendita. Ma detta dichiarazione Boeri l’ha rielaborata copiando da vecchie dichiarazioni dei Segretari Generali ONU, tipo Kofi Annan, Ban Ki-moon e così via. Ohimè ! in che mani siamo, caro Tosatti.
Ora, si obietterà che essendo Pezzo Grosso uno pseudonimo non può pretendere di aver credibilità nelle sue valutazioni critiche. Forse è comprensibile, ma Pezzo Grosso deve esser prudente, non è protetto da partiti politici, lobby, logge e cosi via. Ricordo in proposito che anche Ulisse per riuscire ad abbattere il Ciclope, in mancanza di altri mezzi, usò l’anonimato…

 PG

Marco Tosatti

http://www.marcotosatti.com/2018/07/14/pezzo-grosso-su-boeri-chi-lha-messo-li-e-su-di-se-anche-ulisse-dovette-usare-uno-pseudonimo/ 

Parla Boeri, silenzio, parla il “megafono” di Soros

di   Luciano Lago
Arriva la sparata dei mondialisti con il presidente dell’INPS Tito Boeri che fa da megafono alle tesi di Soros, di De Benedetti e della Bonino.
Bisogna aumentare l’arrivo dei migranti in Italia, ha detto Boeri esplicito, tanto da asserire sicuro e senza tema di smentite: “l’Italia ha bisogno di aumentare l’immigrazione regolare» perchè sono «tanti i lavori che gli italiani non vogliono più svolgere». Nel lavoro manuale non qualificato. secondo l’Inps, ci sono il 36% dei lavoratori stranieri in Italia e l’8% degli italiani.
Secca ed immediata la risposta del ministro degli Interni Matteo Salvini : “Il presidente dell’Inps continua a fare politica, ignorando la voglia di lavorare (e di fare figli) di tantissimi italiani. Dove vive, su Marte?», ha risposto polemicamente Salvini.

La polemica è andata avanti e Boeri ha continuato ad insistere sulle sue tesi filo immigrazioniste.
A questo punto qualcuno si potrebbe forse meravigliare che il presidente dell’INPS entri a piedi pari a sostenere delle tesi che sono in contrasto non solo con il Governo ma anche con l’opinione della grande maggioranza degli italiani che hanno espresso il rifiuto delle politiche immigrazioniste della sinistra mondialista, sonoramente bocciata nelle ultime elezioni politiche.
Perchè meravigliarsi ? Soltanto chi ha la memoria corta può non ricordare che la nomina di Boeri alla presidenza dell’INPS fu patrocinata e promossa da Carlo De Benedetti, il finanziere proprietario del più importante gruppo editoriale italiano, Repubblica L’Espresso e strettamente collegato ai Rothshild ed a George Soros.
De Benedetti con Boeri
Come riportavano allora anche indiscrezioni di stampa, fu l’ing. De Benedetti a sostenere la nomina di Boeri alla presidenza dell’INPS e, in cambio di questa, Boeri si dichiarò favorevole al “Job Act” emanato dal Governo Renzi, in polemica anche con i sindacati e con i settori del lavoro contrari rendere “flessibile” il lavoro e abolire l’art. 18.
Non ci si può poi dimenticare che SOROS fu invitato, qualche tempo prima, al Festival dell’Economia di Trento nel 2012, proprio quando era presidente del comitato scientifico TITO BOERI, che non mancò di invitare, guarda caso, anche DE BENEDETTI.
In pratica TITO BOERI è un personaggio che risulta strettamente collegato con i settori della “Open Society”, ovvero la principale società con cui Soros finanzia e patrocina le migrazioni in Europa e fornisce appoggio e finanziamenti alle ONG che operano nel Mediterraneo ed alle formazioni politiche mondialiste come il partito di Emma Bonino, “Più Europa”.
Per De Benedetti e per Boeri l’immigrazione consente di disporre di una mano d’opera di riserva per lo sfruttamento, permette anche di abbassare i salari dei lavoratori e soprattutto facilita la creazione di una nuova base di consenso per la sinistra mondialista che ha perso la sua base tradizionale.
Quindi ben venga l’immigrazione di massa e l’africanizzazione dell’Italia, un obiettivo sempre facilitato e sostenuto da chi vuole distruggere l’identità culturale di questo paese e favorire i piani delle centrali globaliste transnazionali.
Accade che i sostenitori del globalismo non hanno più remore ed attaccano in modo diretto spiegando i loro argomenti che sono al limite della provocazione, in particolare per quei milioni di disoccupati italiani che vorrebbero lavorare e pagare i contributi senza dover essere costretti ad accettare lavori a tre euro l’ora per la presenza della mano d’opera schiavizzata fatta entrare appositamente nel paese.
https://www.controinformazione.info/parla-boeri-silenzio-parla-il-megafono-di-soros/
 MAGLIETTA ROSSA LA TRIONFERA’

    Solo folklore estivo. L’esibizione di esponenti delle sinistre, sotto choc, orfani del potere vestiti con magliette rosse in segno di solidarietà, con i “migranti”. Dicono di essere dalla parte degli “ultimi”, ma chi pensa a noi? di Roberto Pecchioli  

MAGLIETTA ROSSA LA TRIONFERA’

di
Roberto Pecchioli


0 toto castrista con taranto121 

Maglietta rossa la trionferà, evviva l’immigrazione in gran quantità. L’esibizione di esponenti delle sinistre sotto choc, orfani del potere, vestiti con magliette rosse in segno di solidarietà con i “migranti” può essere derubricata a folklore estivo o liquidata con una battuta come quella con cui abbiamo iniziato l’articolo. Ci sembra invece necessaria una riflessione, giacché il tema dell’immigrazione non è uno dei tanti problemi all’ordine del giorno, ma è il problema per eccellenza della nostra epoca, esito naturale del processo sovrastante, la globalizzazione nella forma della privatizzazione del mondo, fonte di povertà generalizzata unita all’abolizione della sovranità nazionale e di quella popolare.
Se le sinistre occidentali stanno perdendo terreno nonostante l’immenso potere che detengono nella cultura, nella scuola, nell’intrattenimento, nel possesso del linguaggio e nella formazione delle coscienze, è dovuto alla combinazione di due fattori principali: l’abbandono dei ceti popolari autoctoni al contrattacco “di classe” delle oligarchie transnazionali, e il disprezzo per le identità nazionali, sociali, popolari, spirituali, per usi e costumi dei popoli europei, a cui preferiscono le masse terzomondiste. Tuttavia, anche queste motivazioni non spiegano la bancarotta ideale e programmatica progressista, la cui causa profonda è avere assunto le ragioni, accolto i punti di vista, difeso gli interessi del nemico di ieri.
Il simbolo della maglietta rossa, dunque, non è un semplice ritorno nostalgico al passato, ma una vera e propria disperata chiamata alle armi, ancorché in nome di un obiettivo poco popolare, la difesa dell’immigrazione di massa, percepita come invasione da una parte crescente dell’opinione pubblica per le sue dimensioni e per le modalità di cui abbiamo preso coscienza. Contro Matteo Salvini, l’uomo delle felpe, il nuovo nemico assoluto - di cui le sinistre hanno bisogno come dell’aria per respirare -viene alimentato un odio disgustoso, il cui simbolo è la maglietta rossa. La novità è che l’invenzione non è di parte comunista, ma proviene da un prete poco devoto al suo ministero, mediatico e schierato a sinistra, don Luigi Ciotti, fondatore dell’associazione antimafia Libera, abituale oratore alle manifestazioni del 25 aprile.
Non è un caso: i comunisti superstiti hanno perduto la bussola, l’opera di rianimazione della sinistra non può provenire dai becchini del progressismo libertario neoborghese. Viene in soccorso la chiesa cattolica, o quel che ne resta. Don Ciotti ha scelto il colore giusto: il rosso antico che, chissà, potrebbe significare anche porpora cardinalizia. Nella neo Chiesa della “puzza di pecora” (parole di Jorge Mario Bergoglio) nulla può stupire, tranne la fedeltà al deposito della fede.  Hanno trovato una nuova ragione di vita: meno evangelizzazione, dottrina poca o punta, tutto per i migranti. Migrante: un participio presente, un vocabolo “liquido”, una condizione provvisoria come la società intera. Don Ciotti, quelli della maglietta rossa e un vasto settore d’ élite (!!!) hanno trovato l’uomo, come Diogene: homo migrans, il nuovo sottoproletario, il prolet di Orwell. Pazienza per la caduta di stile del giornalista medio orientale Gad Lerner, fierissimo nella sua maglietta troppo stretta, fotografato con Rolex al polso. Il nuovo simbolo piace alla gente che si piace.
Esistono due attitudini uguali e contrarie delle avverse tifoserie: la curva Salvini detesta gli immigrati, la tribuna Ciotti, Saviano, Lerner ha in uggia la gente comune che non vuole immigrati. Entrambe le parti sbagliano avversario. Non si può detestare lo straniero come tale, né disprezzare la sua condizione: il nemico è il sistema di potere che sradica, induce, costringe alle migrazioni, sfrutta, ingrassa su di esse. Schiavista è Soros con la sua ricca Open Society, schiavisti e negrieri gli scafisti delle centrali che per scopi di dominazione planetaria impongono la globalizzazione. Ci tediano da decenni con le cosiddette quattro libertà: dei capitali, delle merci, dei servizi, delle persone.

00 vecchio comunista
Dicono di essere dalla parte degli “ultimi”. Ma chi pensa a noi, i milioni di penultimi schifati dalle élite, traditi dalle sinistre politiche e beffati dalla Chiesa?

L’esito è sotto gli occhi: l’Africa attraversata da milioni di giovani uomini, le sabbie della Libia un magazzino umano a cielo aperto, le navi “umanitarie”, i tanti che si arricchiscono di là e di qua del mare. Le città e i paesi pieni a scoppiare di giovanotti nullafacenti: come potrebbe essere diversamente? Vanno alimentati, curati, e poi? Maglietta rossa non trionferà, perché ha già vinto il cosmopolitismo delle oligarchie nemiche. Migranti a vita gli uni, nomadi per scelta imposta dall’alto noi, specie i giovani. Lì c’è il nemico, e bisognerebbe davvero che i vecchi arsenali ideologici, incapaci di rappresentare il presente, venissero abbandonati per sempre. La sinistra indossa la maglietta rossa che garantisce gli interessi del Signore e irrita il Servo, continuando a giocare per la squadra avversaria. La destra abbaia agli immigrati, ma non mette in discussione il modello generale, la cui fosca coerenza porta più stranieri, meno diritti sociali, maggiore insicurezza, fine di secolari appartenenze, frantumazione di ogni equilibrio comunitario, deserto di principi condivisi.
Le due tifoserie perdono entrambe la partita. Don Ciotti, dal canto suo, segue le orme di tanti sacerdoti (religiosi?) che hanno scambiato l’agostiniana città di Dio con la Babilonia degli uomini. Pensiamo a Don Mazzolari, convinto che il difetto del comunismo fosse il materialismo, rimosso il quale cristianesimo e marxismo erano destinati a incontrarsi. Un ingenuo, come il Don Milani della Lettera a una professoressa, cantore sospetto dell’amore per i ragazzi poveri, profeta di un 68 clericale. Il peggiore fu probabilmente Giuseppe Dossetti, l’ex politico divenuto monaco, un ruolo importante nel Concilio, finissimo intelletto per il quale la Costituzione era il Vangelo. Bizzarra analogia con Lutero: sola scriptura.  
Forse ciò spiega l’insistenza con cui settori cattolici, come i gesuiti della stagione palermitana Sorge e Pintacuda, hanno lavorato sul concetto di “legalità” tanto caro a Ciotti. Per una nobile causa, la lotta alla mafia, il fine giustificava i mezzi, nonostante l’avversione per Machiavelli, ma intanto si scambiava la legalità (ovvero l’imperio concreto della norma vigente) con la legge naturale. A essere conseguenti, non i progressisti, ma i cattolici alla Ciotti dovrebbero essere i più intransigenti difensori dell’aborto – una legge dello Stato- e del matrimonio omosessuale. E’ legale, quindi è giusto. Vero Don Ciotti che ha sostituito il maglione scuro – di abito talare o di clergyman nemmeno a parlare – con la maglietta rossa rivelando finalmente i suoi sentimenti?
Trasformati in guru della sinistra in gramaglie, i preti dovranno aggiornarne il linguaggio. Magare convincere i compagni di magliette a ritrovare un pezzo del vecchio armamentario della sinistra d’antan. Assunto il linguaggio dei “padroni”, non sanno più nulla di rapporti di produzione, esercito industriale di riserva (ieri le donne, oggi gli immigrati), confondono l’internazionalismo con il cosmopolitismo, la libertà con la liberazione, i diritti individuali con quelli popolari.  Certo, il nemico ha bisogno di un volto e di un nome. Più facile prendersela con il Sciur padrun da li beli braghi bianchi. Lo incontravi davvero, era arrogante e sfruttava. Adesso ci sono i manager, i CEO, i dirigenti delle grandi corporazioni multinazionali, i vertici delle entità finanziarie, gli sconosciuti che manovrano la Borsa con la collaborazione decisiva di matematici e informatici abili nell’elaborazione di algoritmi, le “autorità monetarie”, gli azionisti speculatori a breve termine.
Sono più potenti dei commendatori di ieri, più violenti, sfruttano in maniera più completa e subdola, guadagnano incomparabilmente di più degli industriali del secolo passato. Però non si vedono, e quando appaiono fingono progressismo, filantropia. Indossano magliette grigie come Zuckerberg, maglioni griffati come Marchionne. La proprietà “dei mezzi di produzione”, che oggi non sono più le officine, ma l’apparato tecnologico, informatico e finanziario è divenuta opaca. Eppure sono gli stessi di prima, anzi il loro numero è inferiore al passato, poiché la concorrenza vale innanzitutto all’interno. Hanno abbattuto senza pietà migliaia di imprese radicate nel territorio, nulla può importare loro della deportazione di milioni di uomini, se serve a destabilizzare i popoli e rafforzare il loro dominio.
Svegliatevi, magliette rosse, e svegliatevi anche voi, tifosi di Salvini. Il nemico non è l’uomo nero – di pelle o di presunta ideologia – ma il sistema globale, quello che esternalizza il lavoro, lo delocalizza, poi elude per migliaia di miliardi le imposte poiché non ha un territorio, ma solo delle sedi, di preferenza in luoghi chiamati paradisi fiscali. Nemica è la razza apolide dei finanzieri creatori di denaro dal nulla, che generosamente prestano cliccando su uno dei loro server. Infine si appropriano del nostro lavoro chiedendoci in denaro e beni reali ciò che hanno finto di concedere come promessa di credito, gravato da interessi.
La vecchia e nuova sinistra ha sottovalutato, nonostante i moniti del giovane Marx, il ruolo della finanza e il gioco diabolico della moneta. Gli immigrati solo soltanto le ultime vittime, simbolo dolente, inconsapevole della globalizzazione tesa alla omogeneizzazione zootecnica dell’uomo, prima persona, poi cittadino, indi individuo, risorsa umana, e, di caduta in caduta nomade, precario, migrante. L’invasore che ci aspetteremmo di vedere smascherato e combattuto dalle magliette rosse, è il feudalesimo di ritorno, con il suo parterre di vassalli, valvassori e valvassini, cui, per le mutate esigenze di produzione e riproduzione del sistema, non interessano servi della gleba legati alla terra, ma nomadi transumanti da un capo all’altro del mondo, schiavi da spostare come su una scacchiera o su un modello di giochi di guerra.
Per questo lottano accanitamente per abbattere costruzioni politiche di cui si sono serviti in passato; gli Stati nazionali, troppo piccoli e coesi per i loro interessi, l’idea di democrazia e soprattutto a quella di sovranità. Hanno pressoché completato la demolizione della sovranità nazionale, adesso lavorano a schiacciare quella popolare. I popoli avevano diritto a votare con lo schema “un uomo, un voto” finché lorsignori erano in grado di prevedere, orientare e precostituire gli esiti, ma se il popolaccio si ribella, allora perché permettergli di esprimersi?  Le obiezioni dei reazionari d’altri tempi contro la democrazia e il suffragio universale fioriscono sulla bocca dei servitori dell’oligarchia feudale e finanziaria.
Ogni popolazione, da sempre, è diffidente verso gli stranieri. Lo afferma la parola stessa, che richiama l’estraneità. Ci fidiamo di chi riconosciamo, di chi parla e pensa come noi, di chi ha la nostra faccia e le medesime radici. Per questo le civiltà tradizionali hanno considerato sacro l’ospite straniero. Occorreva sottrarlo all’ostilità, riconoscerlo come essere umano titolare di dignità nella diversità. Gli stranieri, quando sono in numero modesto, sono in genere bene accetti. Allorché il numero allarma e il potere pubblico mostra di preferirli ai concittadini, come capita da anni, la musica cambia e la gente ritorna, confusamente, popolo.
Le magliette rosse sono il segno visibile di chi preferisce gli “altri” a “noi”. E non ci raccontino la storiella che non esiste l’Altro, siamo tutti fratelli e via dicendo. Soprattutto, non pontifichino da comodi pulpiti, salotti felpati, eleganti sotto e sopra la maglietta rossa, con il Rolex e la calcolatrice per valutare il profitto dell’affare dell’accoglienza. Il presidente dell’Inps, Boeri, un economista di regime, si affanna a raccontare che saranno gli immigrati a pagarci le pensioni. Due obiezioni, una di merito e una di principio. Come possono pagare le pensioni questi giovani maschi africani se non hanno un lavoro, e quando ne hanno uno, è precario e sottopagato, in concorrenza al ribasso con i milioni di poveri nostrani, afflitti da bassi stipendi e ancor più miseri contributi sociali? Inoltre, merita di sopravvivere il popolo italiano? Certo, non è una domanda per economisti, abituati ai modelli matematici, alla tabelle e alle previsioni fallite dal punto di vista dei cittadini comuni, ma assai favorevoli per le minoranze oligarchiche.
A Don Ciotti e al clero convertito alla nuova religione “migrante” non vale la pena rammentare le parole del papa detestato, Benedetto XVI, per il quale il primo diritto di un uomo è non dover migrare, ma vivere con decoro e dignità tra la propria gente.  La Chiesa italiana, che una volta donava santi “sociali” religiosissimi come Don Bosco, Cottolengo, Don Orione, Don Gnocchi, dovrebbe chiedersi perché i seminari sono vuoti, deserte le chiese e poche coppie, anche credenti, si sposano davanti al prete. Il giornale locale dell’Alto Adige, terra di forti radici cattoliche, ha titolato in prima pagina che solo il 15 per cento dei matrimoni celebrati nella città di Bolzano avvengono con rito religioso. Indifferenti, le gerarchie pensano all’8 per mille e i preti di strada (o di potere come Ciotti) indossano le magliette rosse. Come capì Eliot ottant’anni fa, è la Chiesa ad avere abbandonato il suo popolo. Quella italiana, poi, è parte inscindibile dell’identità nazionale, nonostante tutto. Fa soffrire vedere tanti preti avversare la nazione che ospita la Chiesa romana.
Meglio supplicare i sinistri in maglietta rossa, da avversari di tutta la vita, di ritornare a difendere chi ha bisogno. Non è difficile trovarli: basta un giro nei mercati, negli uffici di collocamento, nelle onnipresenti agenzie di lavoro interinale, nelle code davanti alle istituzioni sanitarie. Promuovano, non importa sotto quale bandiera, un’alleanza tra chi lavora e chi vorrebbe farlo contro le oligarchie nemiche, traditrici dei popoli. Non indossavano magliette, non hanno mosso un dito contro le mille leggi che hanno privato dei diritti sociali la nostra gente. Hanno accettato norme contro il libero pensiero, a favore delle istituzioni finanziarie, delle banche, dei padroni del mondo. Ma non sopportano chi si oppone all’invasione programmata a tavolino da quegli stessi che ci hanno espropriati di ciò che era nostro.
Due categorie di collaborazionisti ci ripugnano: i chierici dimentichi di Dio e i progressisti da salotto con il dito alzato e le sopracciglia corrugate. Farisei e filistei. Amano il popolo, ma a debita distanza e se proprio non riescono a convincerlo, lo sostituiscono. Quante cose inconsapevolmente populiste scrisse un loro vecchio beniamino, Bertolt Brecht: “il popolo ha perso fiducia nel governo. Non sarebbe più semplice, allora, che il governo sciogliesse il popolo e ne eleggesse un altro?” Alcuni brani delle Poesie di Svendborg, sembrano fatti apposta per quelli delle magliette rosse: “I ben pasciuti parlano agli affamati dei grandi tempi che verranno. Quelli che portano all’abisso la nazione affermano che governare è troppo difficile per l’uomo qualsiasi.” Ed ancora: “al momento di marciare molti non sanno che alla loro testa marcia il nemico. La voce che li comanda è la voce del loro nemico. E chi parla del nemico è lui stesso il nemico.”
Dicono di essere dalla parte degli “ultimi”. Ma chi pensa a noi, i milioni di penultimi schifati dalle élite, traditi dalle sinistre politiche e beffati dalla Chiesa? Si guardino dalla collera dei penultimi, altro che magliette rosse.

Dell'11 Luglio 2018