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venerdì 17 agosto 2018

Maletton, il lato B

BENETTON "MALETTON"
    Capitalismo vorace e parassitario sotto vesti progressiste? I Benetton sono stati la prima fabbrica nostrana dell’ideologia global, sponsor e precursori dell’alfabeto ideologico, simbolico della sinistra ma dietro c’è il lato B 
di Marcello Veneziani  
  
0 miliardari 970

I Benetton non hanno prodotto solo maglioni e gestito autostrade ma sono stati la prima fabbrica nostrana dell’ideologia global. Sono stati non solo sponsor ma anche precursori dell’alfabeto ideologico, simbolico e sentimentale della sinistra. Sono stati il ponte, è il caso di dirlo, tra gli interessi multinazionali del capitalismo global e dell’americanizzazione del pianeta, coi loro profitti e il loro marketing e i messaggi contro il razzismo, contro il sessismo, a favore della società senza frontiere, lgbt, trasgressiva e progressista. Le loro campagne, affidate a Oliviero Toscani, hanno cercato di unire il lato choc, che spesso sconfinava nel cattivo gusto e nel pugno allo stomaco, col messaggio progressista umanitario: società multirazziale, senza confini, senza distinzioni di sessi, di religioni, di etnie e di popoli, con speciale attenzione ai minori. Via le barriere ovunque, eccetto ai caselli, dove si tratta di prendere pedaggi. Di recente la Benetton ha fatto anche campagne umanitarie sui barconi d’immigrati e ha lanciato un video “contro tutti i razzismi risorgenti”. Misterioso il nesso tra le prediche sulla pelle dei disperati e il vendere maglioni o far pagare pedaggi alle auto.

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Il capitalismo nostrano da un verso sostiene battaglie “progressiste” appoggiando forze politiche pendenti a sinistra e finanziando campagne global e antirazziste; poi dall’altro si trova invischiato in storie coloniali di espropriazione delle terre alle popolazioni indigene.

Dietro la facciata “progressista” di Benetton c’è però la realtà di Maletton, il lato B. È il caso, ad esempio del milione d’ettari della Benetton in Patagonia, sottratto alle popolazioni locali, come le comunità mapuche, vanamente insorte e sanguinosamente represse. O lo sfruttamento senza scrupoli dell’Amazzonia, ammantato dietro campagne in difesa dell’ambiente. O la storia dei maglioni prodotti a costi stracciati presso aziende che sfruttavano lavoratori, donne e minori a salari da fame e condizioni penose, come accadde in Bangladesh a Dacca, dove morirono un migliaio di sfruttati che lavoravano in un’azienda che produceva anche per Benetton. Le loro facce non le abbiamo mai viste negli spot umanitari di Benetton, così come non vedremo nessuna maglietta rossa, nessun cappellino rosso sponsorizzato da Benetton o promosso da Toscani per le vittime di Genova. A questo si aggiunge per la Benetton l’affarone di gestire prima gli autogrill e poi interamente le Autostrade, dopo che lo Stato italiano ha investito per decenni miliardi per far nascere la rete autostradale. Un “regalo” del pubblico al privato, come succede solo in Italia. Il capitalismo italiano ha sempre avuto questo lato parassitario e rapace: non investe, non rischia di suo ma campa a ridosso del settore pubblico o delle sue commesse. A volte socializza le perdite e privatizza i profitti, come spesso faceva per esempio la Fiat, o piazza i suoi prodotti scartati dal mercato allo Stato, come faceva ad esempio De Benedetti accollando materiali un po’ vecchiotti dell’Olivetti alla pubblica ammministrazione. Aziende che si scoprivano nazionaliste quando si trattava di mungere dallo stato italiano e poi si facevano globalità quando si trattava di andarsene all’estero per ragioni di produzione, fisco o costi minori. O si rileva la gestione delle Autostrade come i Benetton e i loro soci, con sontuosi profitti ma poi è tutto da verificare se si siano curati di investire adeguatamente per ammodernare la rete e fare manutenzione efficace. La tragedia di Genova pende come un gigantesco punto interrogativo tra i cavi sospesi sulla città.
Di tutto questo, naturalmente, si parla poco nei media italiani, soprattutto nei grandi; non dimentichiamo che Benetton, oltre che importante cliente pubblicitario nei media, è azionista nel gruppo de la Repubblica-L’Espesso-La Stampa, dove si sono incrociati – ma guarda un po’ – i sullodati Agnelli e De Benedetti. In miniatura, segue lo stesso modello ideologico e d’affari alla Benetton, anche Oscar Farinetti, il patron di Eataly. Il capitalismo nostrano da un verso sostiene battaglie “progressiste” appoggiando forze politiche pendenti a sinistra e finanziando campagne global e antirazziste; poi dall’altro si trova invischiato in storie coloniali di espropriazione delle terre alle popolazioni indigene, di sfruttamento delle risorse e di uomini per produrre a costi minimi e senza sicurezza, ottenendo il massimo profitto.

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Un paese di asini? C’è da ripensare al modello italiano che non funziona più da anni, vive di rendita sul passato e manda in malora il suo patrimonio.

Poi vi chiedete perché in Italia certe opinioni politically correct sono dominanti: si è cementato un blocco tra un ceto ideologico-politico progressista, radical, di sinistra che fornisce il certificato di buona coscienza a un ceto affaristico di capitalisti marpioni. Un ceto che è viceversa adottato, tenuto a libro paga, dal medesimo. In questa saldatura d’interessi si formano i potentati e contro quest’intreccio ha preso piede il populismo.
Però alle volte insorge la realtà. Drammaticamente, come è stato il caso di Genova. Dove ci sono da appurare le responsabilità, i gradi e i livelli. Inutile aggiungere che con ogni probabilità non ci sarà un solo colpevole, ci saranno differenti piani di responsabilità, anche a livello di amministratori locali, di governi centrali e ministeri dei trasporti, che avrebbero dovuto vigilare e imporre alla società autostrade di spendere di più in sicurezza, pena la decadenza della concessione. Col senno di poi è facile dire che se gli azionisti della società autostrade avessero speso la metà dei loro utili (oltre un miliardo di euro l’anno) per ulteriore manutenzione, sicurezza e rifacimento di strutture a rischio, come era notoriamente il ponte Morandi a Genova, oggi probabilmente non staremmo a piangere i morti e una città stravolta, sventrata. Ma richiamare altre responsabilità non vuol dire buttarla sulla solita prassi del tutti colpevoli nessun condannato; no, ci sono gradi e livelli di responsabilità diversi, e qualcuno dovrà pagare per quel che è successo, ciascuno secondo il suo grado di colpa effettivamente accertata. A questo punto rivedere le concessioni è necessario. Ma non può essere la sola risposta. C’è da ripensare al modello italiano che non funziona più da anni, vive di rendita sul passato e manda in malora il suo patrimonio. Bisogna ripensare alla nostra scassata modernità, al nostro obsoleto repertorio strutturale, vecchio come i capannoni di archeologia industriale e le cattedrali nel deserto che spesso deturpano il nostro paesaggio e ricordano il nostro passato, quando l’industria era il radioso futuro. Un paese che non sa più pensare in grande, investire, intraprendere, far nascere, pensare al futuro. Resistono i ponti dei romani, resistono i ponti di epoca fascista, opere “aere perennius”, ma scricchiolano o crollano le opere recenti, perché non c’è stata vera manutenzione, perché c’è stato sovraccarico, o perché furono fatte in origine con materiali inadeguati, con permessi ottenuti in modo obliquo, perché qualcuno vi speculò, e non solo le imprese di costruzione.
In tutto questo, purtroppo, la linea grillina del non fare, del tagliare, del risparmiare sulle grandi opere o sui grandi rifacimenti non è una risposta adeguata ai problemi e alle urgenze. Non dimentichiamo che per i grillini fino a ieri era una “favoletta” il rischio di crollo del ponte Morandi di Genova, era solo un modo per mungere soldi; e dunque pur di frenare eventuali corrotti e corruttori, per loro è meglio tenersi strade scassate e ponti insicuri.

0 BOSCHI MELENA
Poi vi chiedete perché in Italia certe opinioni politically correct sono dominanti: si è cementato un blocco tra un ceto ideologico-politico progressista, radical, di sinistra che fornisce il certificato di buona coscienza a un ceto affaristico di capitalisti marpioni. Un ceto che è viceversa adottato, tenuto a libro paga, dal medesimo.

Intanto è necessario rimettere in discussione il modello imperante, con un residuo di statalismo incapace e impotente, che si accompagna a un capitalismo vorace e parassitario sotto le vesti progressiste e umanitarie, con tutte le sue connivenze politiche denunciate da Di Maio. Quelle aziende che mettevano in cerchio i bambini del mondo, salvo vederli sfruttare nelle aziende del Terzo mondo o espropriare delle loro terre. Quelle aziende che volevano abbattere muri e frontiere nel mondo e nel frattempo crollavano i ponti di casa…
Benetton Maletton

di Marcello Veneziani Il Tempo 

BENETTON: GIOCHI DI POTERE?

    Perchè i ponti degli antichi romani e del fascismo restano in piedi? Si è scritto, che la famiglia Benetton finanzia partiti politici: abbiamo il diritto di sapere se ciò è vero o ai procuratori non interessa aprire certi fascicoli?
di Antonio Serena


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Egregio Direttore,
è  un dato di fatto che   i ponti fatti erigere dagli antichi romani e dai fascisti restano in piedi e quelli eretti in epoca più recente crollano o danno segni di cedimento. Nonostante ciò abbiamo illustri parlamentari che vorrebbero abbatterli perché ricordano il “male assoluto”. 
A mio modesto parere il dimenticato architetto di Mussolini Eugenio Miozzi (colui che fece nascere il Ponte Littorio che collega Venezia a Mestre, Piazzale Roma, il ponte degli Scalzi, il ponte dell’ Accademia, il Casinò e decine di altri opere monumentali in tutta Italia) ha gli stessi meriti del celebrato  Eugenio Morandi, l’ architetto che diresse i lavori del ponte di Genova e alla cui memoria sono intitolate strade ed edifici pubblici.  
I ponti  costruiti nel dopoguerra cadono non per colpa di chi li ha progettati, ma per l’ incuria e l’ abbandono tollerati o gestiti dalla classe politica. Perché al lavoro e alla serietà  è subentrata la speculazione e non si obbligano i concessionari delle opere pubbliche alla loro manutenzione periodica; perché la vecchia politica degli appalti e delle bustarelle è andata finora a braccetto con squallidi speculatori spacciati per industriali che hanno storie e curriculi degni di Al Capone e che appartengono alla onorata famiglia del Club Bilderberg;  perché chi sbaglia non paga, al pari di chi amministra giustizia in malo modo.
In questo disgraziato paese ci si indigna per una manciata di vitalizi da due/tremila euro mensili e non per quelli che ci costano 9 miliardi l’anno o per i vitalizi di Ciampi e Napolitano;  per i sacchetti di plastica e non per gli aumenti dei pedaggi autostradali che nel 2018 hanno toccato punte del 52,69 %  con una crescita del fatturato di 7 miliardi e un calo del 20 % per le manutenzioni. Dal 1999, anno della privatizzazione della società Autostrade, al 2013, il costo dei pedaggi in Italia è lievitato del 65,9 per cento, mentre la crescita dell’inflazione si è fermata al 37,4 per cento.
Si è scritto che la famiglia Benetton finanzia i partiti politici; si parla di improvvise fortune di amministratori veneti. Abbiamo diritto di sapere se ciò è vero o ai procuratori non interessa aprire certi fascicoli? Ne hanno aperto 400 contro Berlusconi…   E’ stato impiegato tanto zelo nel cercare i 46 milioni della Lega o nel processare i venetisti del tanko di piazza San Marco; non possono usarne un po’ per sbirciare sugli enormi profitti dei Benetton che il  partito fino a  ieri al potere  ha concesso loro? O dobbiamo continuare ad essere il Paese del leone morente di Fedro, dove certi politici corrotti vengono perseguiti  solo quando sono decaduti dal mandato, non hanno più il potere per reagire ed hanno messo al sicuro il malloppo? O, peggio, dove non vi è interesse politico a perseguirli.
Dov’ era il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio quando il senatore Maurizio Rossi segnalava con due interrogazioni nel 1915 e 1916 che il ponte Morandi di Genova era  “struttura a rischio, con i giunti che cedono”? A digiunare per lo Ius soli o a programmare con Emanuele Fiano e Laura Boldrini l’abbattimento delle strutture del regime fascista?

BENETTON, . . . VERSIONE VALIDA

di Antonio Serena

Del 17 Agosto 2018

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