ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 6 dicembre 2018

Monarca e menarchi

Francesco monarca assoluto. Il retroscena del nuovo “Padre nostro” italiano


Il divieto imposto ai vescovi degli Stati Uniti, il 12 novembre, di votare su due misure da loro volute, molto severe, contro gli abusi sessuali commessi da membri della gerarchia non è l’unico caso recente di interferenza di papa Francesco nelle decisioni di una conferenza episcopale.
Negli stessi giorni, infatti, Francesco ha imposto la sua volontà anche ai vescovi italiani riuniti in assemblea plenaria, ordinando loro di sostituire nel “Padre nostro” della messa la domanda: “e non ci indurre in tentazione”, perché a suo giudizio traduzione “non buona” del testo del Vangelo.
L’assemblea era a porte chiuse e alla fine dei lavori è stato comunicato soltanto l’esito della discussione, con il varo della nuova formula: “e non abbandonarci alla tentazione”.
Ma come ci si è arrivati? Settimo Cielo ha ricostruito così la genesi della decisione.

Quando la questione è stata messa in discussione in aula, nel pomeriggio di mercoledì 14 novembre, alcuni vescovi sono intervenuti in difesa della versione tradizionale, chiedendo che fosse tenuta in vita e semmai spiegata meglio ai fedeli, invece che cambiata.
In effetti le parole “e non ci indurre in tentazione” – al pari della versione inglese in uso negli Stati Uniti: “and lead us not into temptation” – sono un ricalco preciso della traduzione latina tuttora in vigore nel canto liturgico: “et ne nos inducas in tentationem”, a sua volta aderentissima all’originale greco: “kai me eisenénkes hemás eis peirasmón”.
Ma dal tavolo della presidenza queste voci sono state subito messe a tacere. Ai vescovi si è comunicato che il “non ci indurre” doveva comunque essere sostituito e che l’unica cosa su cui erano consentite la discussione e la votazione era la scelta della nuova traduzione.
Questo perché “così era stato deciso”. E il pensiero di tutti, in aula, è andato a papa Francesco.
Come nuova formulazione, la presidenza della conferenza episcopale ha proposto quella già contenuta nella versione italiana della Bibbia approvata dalla Santa Sede nel 2008 e successivamente entrata nel lezionario liturgico nazionale: “e non abbandonarci alla tentazione”.
Era però consentito proporre e mettere ai voti nuove formulazioni alternative, a patto che fossero sostenute, ciascuna, da almeno 30 vescovi.
L’arcivescovo di Chieti e Vasto, Bruno Forte, notoriamente in confidenza col papa, ha raccolto le firme necessarie e ha proposto in alternativa quest’altra traduzione: “e fa che non cadiamo in tentazione”.
A sostegno di questa sua proposta, Forte ha affermato che questa era la versione preferita anche dal cardinale Carlo Maria Martini, grande specialista della Bibbia, oltre che vicina alle versioni liturgiche del “Padre nostro” di altre lingue neolatine, approvate dalle conferenze episcopali spagnola: “Y no nos dejes caer en la tentación”, e francese: “Et ne nous laisse pas entrer en tentation”.
Ma contro Forte si è levato il cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, che da biblista e poi da segretario generale della CEI era stato attivo promotore della traduzione del “Padre nostro” entrata nella nuova versione ufficiale della Bibbia e nel lezionario della messa.
Betori ha obiettato che il richiamo a Martini fatto da Forte era improprio, perché anche quell’illustre cardinale preferiva in realtà il “non abbandonarci”, al pari di un altro dotto cardinale defunto, Giacomo Biffi, anche lui oggi citato come testimone.
Al che Forte ha controreplicato asserendo di aver parlato della cosa con papa Francesco, che si era detto d'accordo con il “fa che non cadiamo in tentazione”.
Brusii in aula, pronta reazione del cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della CEI, e breve botta e risposta tra i due.
Quindi si è andati ai voti, che hanno rivelato un’assemblea spaccata esattamente a metà: con 94 voti a favore della proposta della presidenza e altri 94 a favore della proposta di Forte.
Secondo regolamento un emendamento per essere approvato deve avere la maggioranza dei voti, altrimenti, anche in caso di pareggio, non passa.
Così alla fine è prevalso il “non abbandonarci alla tentazione”, ma per un soffio, per un solo voto.
Per la cronaca, quando nel maggio del 2002 fu approvata la nuova versione del “Padre nostro” per il lezionario, Betori, che all’epoca era segretario generale della CEI, disse: "L'eventuale assunzione di questa traduzione nel rito liturgico e nella preghiera individuale si porrà al momento della traduzione della terza edizione del ‘Missale Romanum’. La decisione che viene presa ora pregiudica però in qualche modo la scelta futura, essendo difficile pensare la coesistenza di due formulazioni".
Oggi la nuova formula allora varata non è più “eventuale” ma è divenuta realtà.
E non poteva essere diversamente, visto come papa Francesco ha imposto all’assemblea generale della CEI la sostituzione della versione tradizionale, persino impedendo a qualsiasi vescovo di prenderne le difese.
Intanto, dal 5 dicembre, nelle sue udienze generali del mercoledì, il papa ha dato inizio a un ciclo di catechesi proprio sul "Padre nostro". Sarà interessante ascoltarlo quando arriverà all'invocazione che ha voluto far ritradurre.
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Per capirne di più:
Settimo Cielo di Sandro Magister 06 dic


"L'immacolata contraccezione". Il party blasfemo al centro sociale

A Genova lo spazio sociale "AutAut357" organizza la "blasfemissima e indecorosissima" festa dell'immacolata contraccezione


Siamo il Paese che toglie Gesù dalle canzoni di Natale in "rispetto" degli alunni non cattolici.
Siamo il Paese che mette in soffitta il presepe per non dar fastidio alle altre religioni. Il Paese che in ossequio a multiculturalismo e buonismi vari s'interroga mille volte prima di parlare di migranti, omosessuali e rom. E se qualcuno non segue queste regole politicamente corrette rischia di finire marchiato col timbro di fascista, razzista e buzzurro.
Rispetto. Rispetto. Rispetto. La sinistra chiede riguardo per tutti, per i musulmani, per i buddisti, per le donne, i gay, le lesbiche, i trans ma non per i cattolici. Nessuno si scadalizza se un centro sociale utilizza la Madonna, la madre di Gesù, come sponsor di una festa con l'intento volutamente dissacratorio. Un party che storpia la festività dell'Immacolata Concezione traducendola in "immacolata contraccezione".
Il festino "indecoroso e demachizzato" inizierà domani sera alle 22 e si concluderà "a tarda notte" (ma non troppo, il giorno dopo c'è il corteo No Tav). Si terrà all'AutAut357, uno "spazio sociale liberato" nato nel 2009 con l'occupazione di uno stabile in via delle Fontane. A presentare la "blasfemissima e indecorosissima" festa dell'immacolata contraccezione sarà Degeneriot, "gruppo che si interroga su genere, sessualità, corpi, relazioni, stereotipi ed aspettative sociali".
Verrebbe da dire che, forse, avrebbe potuto interrogarsi pure sull'opportunità di dissacrareuna ricorrenza sentita da milioni di cittadini. Ma tant'è.
L'ingresso è gratuito, "ma consapevole". Sono ovviamente banditi machisti, razzisti e fascisti. La serata prevede dalle musica live con una "queer rap da Bologna" e poi a seguire il djset "indecoroso". "Questa serata - spiega il centro sociale antirazzista, antifascista e femminista - è pensata per provare a liberarsi dalle costrizioni di genere ed esperire un modo diverso di relazionarsi alle altre, agli altri e a se stess*!". L'obiettivo è quello di "creare attivamente" uno "spazio libero dalla violenza, dal machismo, dai pregiudizi e dagli stereotipi di genere, un luogo dove tutt* possano sentirsi a proprio agio e liber* di esprimere se stess*". A tutt* sarano garantiti preservativi gratuiti, una zona "de-macho" (?), brillantini, palletes e baffi finti. Tutto compreso, tranne il rispetto.

Gesù sfrattato

don-luca-favarin
di Nico Spuntoni.
Da ormai un decennio a questa parte siamo abituati a commentare episodi di censura contro i simboli cristiani del Natale. Anche quest’anno, ad esempio, il presepe è diventato il bersaglio prediletto di chi sembra voler combattere una battaglia ideologica sulla pelle della storia di una nazione. E’ successo ad Ivrea dove alcuni dirigenti scolastici hanno deciso di non raccogliere l’invito del Comune a far partecipare le scuole ad un concorso di presepi. Più recenti sono invece le discusse dichiarazioni di un sacerdote veneto secondo cui fare il presepio oggi sarebbe “ipocrita”, mentre non farlo sarebbe “il più evangelico dei segni (…) per rispetto del Vangelo, dei suoi valori e dei poveri”
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Le lettere e i diari dei soldati impegnati sul fronte durante la Grande Guerra descrivono scene di cappellani occupati ad allestire presepi di fortuna in nicchie scavate nelle pareti della trincea. La vista della Natività confortava i militi nei rari momenti di pausa e ne facilitava il raccoglimento in preghiera, rimandando la mente alle feste natalizie passate in famiglia. A leggere le polemiche che puntualmente compaiono in questo periodo dell’anno, il secolo trascorso dalle scene descritte in quelle memorie di guerra si sente tutto.
Il presepe nel mirino
Da ormai un decennio a questa parte siamo, infatti, abituati a commentare episodi di censura contro i simboli cristiani del Natale. Anche quest’anno, ad esempio, il presepe è diventato il bersaglio prediletto di chi sembra voler combattere una battaglia ideologica sulla pelle della storia di una nazione. E’ successo ad Ivrea dove alcuni dirigenti scolastici hanno deciso di non raccogliere l’invito del Comune a far partecipare le scuole ad un concorso di presepi. Più recenti sono invece le discusse dichiarazioni di un sacerdote veneto secondo cui fare il presepio oggi sarebbe “ipocrita”, mentre non farlo sarebbe “il più evangelico dei segni (…) per rispetto del Vangelo, dei suoi valori e dei poveri”. Non può che destare qualche perplessità l’appello a non fare il presepe per rispetto dei più bisognosi: come si può dimenticare, d’altronde, che il primo a dare vita ad una rappresentazione della Natività fu proprio San Francesco. Un’idea che il Poverello d’Assisi ebbe, mosso dall’intenzione di vedere con “gli occhi del corpo” l’umile mangiatoia in cui nacque il Figlio di DioGreccio gli ricordò a tal punto la Betlemme probabilmente visitata durante il suo viaggio in Terra Santa che scelse una delle sue grotte per rievocare la notte di Natale e, fatti portare sul luogo un bue, un asinello ed il fieno, vi fece celebrare la santa messa alla presenza di fedeli accorsi anche dai paesini limitrofi. All’episodio avvenuto nelle valli reatine nel 1223 si attribuisce generalmente l’ispirazione dell’usanza del presepio. A suggerire quella che sarebbe diventata una delle tradizioni nazionali più longeve e caratteristiche, manifestazione della devozione popolare di generazioni di italiani, fu proprio colui che è riconosciuto come il Patrono dello Stivale. La volontà di eliminare i presepi, dunque, non causa soltanto un dolore ai credenti ma comporta anche un danno inestimabile al patrimonio culturale del nostro Paese.
Omettere Gesù
Anche il nome di Gesù è vittima del tentativo ciclico di fare del Natale un terreno su cui sbizzarrirsi in provocazioni o premure “politically correct” non richieste. Succede ormai frequentemente in occasione delle recite delle elementari quando si censurano i canti del tradizionale repertorio natalizio. Quest’anno è successo in una scuola di Riviera del Brenta, dove alcune maestre hanno provato a far rimuovere la menzione del Divin Bambino prevista nel brano “Natale in allegria”. Ma una bambina ha dato una lezione di buon senso a tutti, ribellandosi a questa decisione con una petizione firmata dai suoi compagni di classe, compresi quelli non cattolici. In passato, però, non sempre c’è stato un lieto fine a vicende analoghe e il nome Gesù era stato eliminato dalle recite natalizie: lo scorso anno, in un piccolo comune della provincia di Pordenone era stato sostituito paradossalmente con “Perù” per mantenere la rima, due anni fa a Pontevico si era utilizzata, invece, “festa” al posto di Natale.
La posizione degli altri fedeli
A Terni una dirigente scolastica è andata anche oltre cancellando la consueta recita natalizia. A sostegno della sua decisione, la preside umbra ha fatto appello al “rispetto totale per tutte le sensibilità, anche religiose” e alla volontà di non “superare certi limiti, seguendo le regole base imposte dal principio di laicità  della scuola“. Come periodicamente avviene in questi casi, però, a confermare quanto queste decisioni prese in nome del rispetto degli altri fedeli siano premure non richieste dai diretti interessati, l’imam del Centro culturale islamico di via Vollusiano, Mimoun El Hachmi si è schierato apertamente a favore dello svolgimento dello spettacolo: “Questi simboli fanno parte della tradizione e se per anni sono stati fatti è bene continuare (…) non siamo noi a voler cambiare la cultura di questo Paese anzi vogliamo rispettarla. Dunque non vogliamo togliere alcun crocifisso, né altri simboli cristiani”. E l’imam ha dato persino la disponibilità della comunità musulmana locale a a partecipare alle iniziative natalizie cancellate. Questa presa di posizione fa tornare alla mente quanto sosteneva l’allora cardinale Ratzinger quando affermava che ad offendere davvero gli appartenenti ad altre religioni è “il tentativo di costruire la comunità umana assolutamente senza Dio“.
La dissacrazione dei simboli
Ancora più tristezza della mannaia censoria sui canti tradizionali provocano le notizie relative ai simboli della festa cristiana utilizzati provocatoriamente a scopi ideologici. Queste strumentalizzazioni, compiute in spregio alla sensibilità religiosa di milioni di persone, non di rado sfociano nella blasfemia. Lo si è visto negli anni scorsi quando sono state messe in scena delle scimmiottature del presepe a sostegno della causa a favore dell’equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio o per protestare contro politiche migratorie giudicate troppo restrittive. Nel 2006, addirittura, furono due parlamentari della Repubblica ad inserire due coppie di bambolotti con cartelli a supporto dei Pacs nel presepe di Montecitorio. Anche in tempi più recenti non sono mancate le manifestazioni di vilipendio della rappresentazione della Natività ridotta a cornice folcloristica per le battaglie di chi cerca la visibilità a tutti i costi. La volontà è quella di desacralizzare i simboli per attaccare il senso religioso di una festività che continua ad essere avvertito, nonostante gli orpelli del consumismo che lo celano, anche da una società in via di secolarizzazione come la nostra. E così nel 2011 e nel 2015 abbiamo dovuto leggere sui giornali delle polemiche suscitate a Bergamo e a Piacenza dall’allestimento di un presepe senza la statuina di Maria ma con due di San Giuseppe. Sembra quasi che il carattere cristiano del Natale sia evidenziato da taluni soltanto allo scopo di dissacrarlo o al puro gusto di risultare provocatori a tutti i costi. Difficile non collocare in questa categoria anche la scelta del Comune di Roma nel 2013 – all’epoca guidato da Ignazio Marino – di installare su via del Corso delle luminarie arcobaleno presentate come “gayfriendly”.
Il mistero del Natale
Per chi crede, il Natale è l’occasione – come scriveva Chiara Lubich – di inabissarsi “nel dolcissimo mistero di Dio fatto bambino“. I suoi simboli li aiutano a riflettere sull’incarnazione del Verbo e la Sua nascita da una Vergine come gesto d’amore gratuito di Dio nei confronti dell’uomo. Prendersene gioco o banalizzarli significa calpestare il senso più autentico di questa festa che, nonostante tutto, continua ad essere profondamente consolidata nella coscienza civica della popolazione italiana ed europea, a testimonianza di quanto sia antistorico e obiettivamente falso negare le radici cristiane di questo continente.
Fonte: Interris



Don Luca Favarin: «Non fate il presepe». Ma il web insorge: «Sei la vergogna della Chiesa» Chi ha paura del presepe? La lotta contro il presepe è lotta contro Dio, contro la vita e la fede.





01:41


Il parroco di Padova lo scrive su Facebook e lo ripete alla radio: «È l’immagine di un profugo che cerca riparo e lo trova in una stalla: ipocrita poi esibire le statuette». Ma su internet è pioggia di insulti. Salvini: «Giù le mani»

corrieredelveneto.corriere.it/…/don-luca-non-fa…

Siamo monache, ma non per questo estranee all’umanità e agli eventi che fanno parte del mondo, e ci sentiamo ferite dall’insolita “guerra” posta in atto contro il Natale di Gesù Bambino e contro il simbolo che lo rappresenta ormai da secoli: il Presepe. Dal mondo giungono notizie veramente dolorose, di guerre vere, di martiri, di attentati, di crisi economiche e fallimenti di banche, eppure, qualcuno qui nel nostro paese, è disturbato dalla festa per la nascita di un piccolo Bambino e da piccole o grandi statuine che lo rappresentano. Possibile che qualcuno abbia paura di un Bambino? Cos’ha questo Bambino fragile e indifeso da incutere tanto timore da volerlo cancellare dalla vista e, possibilmente, dalla memoria? Forse chi lo contrasta vede qualcosa che lo disturba: vede il Re, colui che ora come allora fa tremare i potenti, rovescia i troni e innalza gli umili. Come 2000 anni fa abbiamo degni eredi di Erode in cerca del Bambino per ucciderlo. Quello che stupisce è che questa ostilità non è opera di non credenti o fedeli di altre religioni, ma di chi in nome di un presunto rispetto della diversa sensibilità e delle idee (?), dietro cui si nasconde, vorrebbe eliminare il Natale. Ma non viene il dubbio che anche questa macchinazione non rispetta la sensibilitàdi chi crede in un Dio che è entrato nel tempo e si è incarnato per poterci elevare a Lui e glorificarci nell’eternità? Francamente, tanta ostilità concretizzata negli atti repressivi e sacrileghi che la cronaca ci sottopone in questi giorni, ha il sapore amaro di una cristiano-fobia sempre più fattiva.
Eppure, abbiamo delle splendide testimonianze che ci raccontano i nostri amici, di momenti bellissimi in cui dei bambini, cristiani e musulmani insieme, si divertono a costruire il loropresepe, sotto lo sguardo divertito delle mamme, di fede diversa, ma unite dallo stesso amore e dallo stesso rispetto. Veniamo a conoscenza di padri musulmani che si ribellano (loro, non quelli cristiani!) ai presidi che vogliono togliere i crocifissi dalle scuole, perché rivendicano per i figli la possibilità di vivere in un mondo in cui si insegni il reciproco rispetto pur nella diversità di colori, usi, lingue o religioni. E fa male, quando leggi che addirittura dei sacerdoti accettano di non celebrare la messa di Natale in scuole storicamente cattoliche perché … la celebrazione eucaristica non sarebbe stata condivisa dalla maggior parte degli studenti. Senza considerare gli oltraggi pubblici perpetrati contro le statuine di Gesù Bambino esposte in luoghi pubblici!
Vorrei che iniziassimo tutti, ma proprio tutti, a difendere le nostre tradizioni, la nostra cultura, la nostra fede. Ricordo che quando ero piccola, nei primi anni della nostra vita, non avevamo un presepe, perché la nostra famiglia aveva possibilità economiche limitate. Quando finalmente fu possibile acquistarne uno era poverissimo, una piccola capanna con Gesù, la Madonna, San Giuseppe, il bue e l’asinello, ma per noi era stupendo! C’era un piccolo Gesù Bambino che ci guardava! Piano piano, negli anni, abbiamo iniziato ad aggiungere una pecorella, poi un pastore, una casetta, finché alla fine era diventato un piccolo paesaggio montano. Ma che gioia prepararlo con papà sdraiati per terra! Perché voler privare i figli di oggi di questi momenti di una bellezza intima che resterà per sempre nel loro cuore? Difendiamo il loro diritto ad avere una storia e delle radici che gli hanno dato la vita. Un uomo senza radici è come una pianta sradicata che, piano piano, muore e neanche se ne accorge.
Nel periodo natalizio si andava tutti a piazza Navona che, tradizionalmente, accoglieva presepi, addobbi natalizi e la mitica “Befana”, tanto cara ai romani di un tempo, sia adulti che bambini … Siamo sicuri che non si potevano risolvere diversamente le difficoltà e mantenere viva questa nostra festa? Se la mia voce avesse un eco pubblico, inviterei tutti il 6 gennaio, festa dell’Epifania, ad andare nella piazza principale della propria città, a Roma ovviamente a piazza Navona, portando ognuno una statuetta, piccola, grande, bella, brutta, e costruire insieme un presepe che gridi la nostra voglia di non farci rubare la nostra fede e le nostre tradizioni. Se potessi, verrei anche io con la mia statuetta di Gesù Bambino!

Intanto, nel nostro monastero abbiamo fatto tantissimi presepi, alcuni molto elaborati, come quello della chiesa e della Cappellina dove facciamo l’adorazione notturna, altri fatti con oggetti semplici che fanno parte della vita quotidiana familiare, come scaglie e sapone in polvere, bottigliette vuote della cucina, piccoli libricini, materiali che portano Lui nel presente, e li abbiamo preparati in ogni ambiente, in ogni corridoio, in ogni angolo, perfino in bagno! Perché ad ogni passo lo sguardo ci riconduca al mistero di questo Dio incarnato che dai Cieli è sceso fino a noi per portarci nel suo Paradiso … Per offrire tanti Presepi al Signore che viene, anche per chi non lo vuole e nega il piacere di farne ad altri o li distrugge. Piccoli atti e pensieri d’amore per Colui che, ancora oggi, viene a farsi massacrare da noi, per noi.

www.adoratrici.it/…/chi-ha-paura-de…

“Pronto Don Luca Favarin? E’ il Santo Padre”. Ma invece era uno scherzo de La zanzara di Radio24. Che burla per il prete del “non fate il presepio”





01:57


“Santo Padre, che emozione”. Lo dice con sincerità al telefono oggi pomeriggio don Luca Favarin, il sacerdote padovano assurto agli onori della cronaca locale per le sue esternazioni sul presepe che, come ha detto stamattina anche a Radio Padova, sarebbe meglio a questo punto non fare. Il telefono di don Luca Favarin oggi pomeriggio, dopo che già i principali siti di informazione parlavano di lui e delle sue idee sul presepio squilla. “Segreteria di Stato vaticano” dice in maniera solenne la voce dall’altra parte del telefono. Don Luca rimane in attesa, chissà con quali pensieri che gli attraversano la testa e con quale cuore in gola. Poi la voce con accento sudamericano, quasi indistinguibile con quella di Papa Francesco. “Che emozione” dice il quarantenne sacerdote padovano al finto Papa (in realtà un collaboratore del programma condotto da Giuseppe Cruciani). E don Luca si scioglie, spiega che “il vescovo si è arrabbiato, molto arrabbiato” e poi prega con il Papa dopo aver ragionato sulle esternazioni sul presepe.
Surreale chiusura per una giornata in cui il sacerdote padovano è stato protagonista, forse suo malgrado, delle cronache italiane, a tre settimane dalla notte più Santa per la cristianità.
Qui sotto l’audio della telefonata andata in onda questa sera su La zanzara


finto papa chiama don luca favarin la zanzara radio24

www.padova24ore.it/pronto-don-luca…

Il prete non celebra messa di Natale: chiesa chiusa contro dl Salvini

Il parroco della Chiesa di San Torpete a Genova non celebrerà il natale in protesta contro il decreto Sicurezza di Salvini sui migranti

"Obiezione di coscienza" contro il dl Salvini. Con questa scusa il parroco della Chiesa di San Torpete a Genova ha deciso di non celebrare la Santa Messa del 24 dicembre.
Foto dal profilo Facebokk
Anzi: la chiesa sarà chiusa "per fallimento" dalla vigilia di Natale fino al 5 gennaio dell'anno prossimo.
Don Paolo Farinella non sembra intenzionato a fare passi indietro. Lo considera un messaggio per i cattolici che nel segreto dell'urna mettono la loro "x" sul simbolo della Lega e che inneggiano a "Salvini, uomo incolto, senza alcun senso dello stato e del diritto, sono complici di lesa umanità e di 'deicidio'".
Nella sua newsletter, il parroco "di frontiera" scrive che "Natale non è più natale cristiano: non più 'memoria' della nascita di Gesù, ma cinico fatto commerciale, mescolato a ripetuti riti e liturgie". Fin qui, nulla da eccepire. Ma poi Farinella parla di Gesù come "migrante dei migranti", come "emigrante perseguitato dalla polizia di Erode, fuggito alla persecuzione, accolto in Egitto e ritornato a stabilirsi a Nazaret, dopo un viaggio allucinante e pericoloso attraverso il deserto del neghev". Il don sostiene che i cristiani "sono complici del degrado di Natale, perché la memoria della nascita di Gesù non c'entra nulla con questo Natale, trasformato in saga paesana di abbuffate tra regali e presepi, mentre accanto 'i poveri cristi' muoiono di fame e freddo in mare, nei bordelli della Libia, pagati dall'Italia".
Al centro della protesta del parroco di Genova c'è - e ti pareva - il decreto Sicurezza voluto da Salvini e votato dal Parlamento. Il dl sull'immigrazione non piace a Farinella che invoca l"obiezione di coscienza" e decide di non celebrare il Santo Natale. Un decreto che il parroco considera "di massima insicurezza e sfregio dei valori e dei sentimenti più profondi della democrazia e del diritto". Non solo. Il decreto sarebbe "incostituzionale" così come il motto "prima gli italiani" sarebbe un "obbrobrio giuridico che fa straccio di secoli di conquiste ci civiltà giuridica".
"Ogni volta che si fa un torto sul piano del diritto alla persona del povero - scrive il prete - lo si fa direttamente a Gesù nella carne viva dei migranti. Con quale diritto i cristiani possono pretendere di celebrare il natale di quel Gesù che il loro paese, senza alcuna loro resistenza o protesta, espelle l'uomo nel figlio di dio?". E ancora: "Se Gesù, con Maria e Giuseppe, si presentasse da noi per celebrare la sua nascita, col decreto immondo di Salvini, sarebbe fermato alla frontiera e rimandato indietro perchè migrante economico, perchè senza permesso di soggiorno e perchè in Palestina non c'è una guerra 'vecchia' dal 1948".
"Tutto questo - insiste il parroco - avviene nel silenzio complice di un mondo cattolico che inneggia a un ministro che dondola un presepe di plastica, sventola un vangelo finto e illude con il Rosario in mano, senza suscitare un rigurgito di vomito dei cosiddetti cattolici da salotto".
Insomma: per tutti questi e altri motivi la chiesa di San Torpete a Genova "resterà chiusa perchè per un Natale senza Cristo, un Natale senza Dio, perchè Natale senza uomo". "Come è possibile - si chiede Farinella - aprire le chiese e baloccarsi con ninne-nanne, tu scendi dalle stelle, canti gregoriani, presepi scellerati, quando fuori il vero cristo è offeso, torturato, stuprato, vilipeso, venduto, schiaffeggiato, ucciso". E ancora: "Con quale diritto i cristiani possono pretendere di celebrare il Natale di quel Gesù che il loro Paese, senza alcuna loro resistenza o protesta, espelle l’Uomo nel Figlio di Dio?".
Immediata è arrivata la replica del ministro dell'Interno: "Non ho parole. Questo 'prete' non danneggia me, ma toglie il Natale ai genovesi e agli italiani".
Claudio Cartaldo 

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