ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 6 dicembre 2018

«Più vergogna o più rammarico»?

LUCIO SILLA - UN SIGNIFICATIVO (E INQUIETANTE) PARALLELO TRATTO DALLA STORIA ANTICA



«Ad simulanda negotia altitudo ingenii incredibilis»
Sallustio, Bellum Jugurthinum, 95
Il saggio Actuating a schism di Patrick Archbold mi fornisce l’occasione di proporre al benevolo Lettore un parallelo offertoci dalla Storia antica, che trovo quantomai istruttivo per comprendere gli accadimenti presenti. Fu nel De Oratore che Cicerone formulò quella sublime definizione: Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis (II, 9, 36), sì che gli scritti degli Antichi ci mostrano quanto le virtù cardinali, tra cui la prudenza, abbian potuto nei piani della Provvidenza esser naturali fondamenta di civiltà per la costruzione del sublime edificio cattolico, che quelle volle render sante destinando Roma a Sede del Principe degli Apostoli.

Ed è proprio a Roma, nell’82 a.C., che si svolgono gli eventi cui vorrei accennare. Il generale Lucio Cornelio Silla, che dal 96 a.C. si era unito al partito degli oppositori di Gaio Mario, era stato nominato Dictator reipublicae constituendae dal Senato e si apprestava a vendicare le uccisioni perpetrate dai mariani due anni prima e di nuovo quello stesso anno. Va ricordato che, in quanto dictator, Silla aveva il diritto di vita e di morte, la possibilità di presentare leggi, di effettuare confische, di fondare città e colonie, nonché di nominare i magistrati. Si noti che, al tempo di Silla, Roma si trovava ancora tutelata costituzione repubblicana, e che la nomina a dittatore era prevista solo per risolvere una situazione di emergenza. Non dobbiamo confondere la magistratura straordinaria del dictator romano, con il significato più largo che il termine ha assunto nel secolo scorso. Contrariamente a quanto previsto dalla legislazione romana, egli era riuscito ad ottenere la nomina a tempo indeterminato, mentre di solito il dittatore rimaneva in carica per un periodo brevissimo. 

Nel Bellum jugurtinum Sallustio, pur di formazione aristocratica come Silla, ne tratteggia un ritratto tutt’altro che elogiativo: «Ebbe un ingegno il più profondamente simulatore che immaginar si possa. […] Chè di quanto egli di poi operò, non so se sia più vergogna o più rammarico parlare». Plutarco descrive Silla come una persona estremamente spietata: durante una guerra contro le truppe sannite, egli convinse al tradimento tremila avversari, inducendoli a combattere dalla sua parte e, una volta ottenuta la vittoria, li fece trucidare.

Il 2 Novembre 82 a.C. Silla, ch’era ancora Proconsole, riunì il Senato nel tempio della dea della guerra, Bellona, presso il Campo Marzio. Nel frattempo, alla Villa Publica, egli faceva squartare i parenti di Mario ed abbattere le sue statue nell’Urbe. Silla annunciò che avrebbe fatto redigere delle liste di proscrizione, in cui erano compresi anche tutti i magistrati di Roma, ovvero consoli, pretori, questori e legati, gli ex-magistrati, assieme ai senatori ed ai cavalieri del partito mariano. Nel Foro vennero affissi elenchi di hostes publici, i quali perdevano ogni diritto, potevano essere trucidati impunemente, ed anzi veniva garantita una ricompensa a chi li avesse uccisi. Le proscrizioni durarono fino al Giugno 81 a.C. e decretarono la morte di 90 senatori, 15 ex consoli, 2600 cavalieri. Tra il 27 e il 28 Gennaio 81 venne celebrato il trionfo di Silla, mentre ancor cadevano le teste dei suoi avversari. In capo alle tabulae con le liste compariva la dicitura Quod felix faustumque sit, a ricordare la sanzione divina delle leggi del magistrato. 

Ai proscritti era negato il diritto di asilo: era vietato accoglierli, sotto pena di morte, così come nasconderli, aiutarli a fuggire, dar loro cibo o acqua. La loro condanna era inoltre valida sempre e dovunque, anche ad anni di distanza. Molti dei proscritti, per sfuggire ai sicari di Silla, preferirono il suicidio. E per dimostrare fedeltà al dittatore, in tutte le classi sociali si scatenò una vera e propria caccia all’uomo: chi avesse portato la testa di un proscritto sarebbe stato ricompensato con due talenti d’argento, pari a 48.000 sesterzi. La stessajugulatio, ossia la decapitazione o sgozzamento cui si procedeva dopo la flagellazione del proscritto, era considerata dai Romani particolarmente infamante, perché era la modalità di uccisione prevista per i prigionieri di guerra. Le teste dei condannati vennero esposte sui rostri del Foro ed i loro corpi furono fatti in brandelli.

Questo massacro offrì il pretesto ai sillani di scatenarsi in una serie di vendette private, spesso motivate da cupidigia e dalla brama d’impossessarsi dei beni dei proscritti. In tali frangenti venne ad esempio coinvolto, vittima ignara, Sesto Roscio Amerino, che  ritrovò il proprio nome nelle liste affisse nel Foro perché Lucio Cornelio Crisogono, avido e debosciato liberto al servizio di Silla, voleva impadronirsi dei suoi terreni. Nell’80 a.C. fu Cicerone a difendere, con l’orazionePro Roscio Amerino, l’innocente patrizio romano, prosciolto dall’accusa di parricidio. 

Silla distrusse qualsiasi forma di opposizione. Un plebiscitum gli conferì la magistratura straordinaria: tutti i poteri, costituente, legislativo, esecutivo, giudiziario e militare vennero accentrati nelle mani del dittatore. Infine, si proclamò felix, in un delirio d’onnipotenza che segnò l’inizio del suo declino. 

Nel 79 a.C. Lucio Cornelio Silla, del tutto inaspettatamente, decise di lasciare la politica, per ritirarsi a vita privata. Plutarco ricorda che, nel suo ultimo discorso al Senato, Silla scandalizzò i Patres rivelando di aver intrattenuto sin dalla gioventù una relazione con l’attore Macrobio, che assieme a prostitute e ballerini lo seguì poi nella sua dimora in campagna. Dove morì di lebbra - in punizione dei vizi, secondo il biografo greco - l’anno successivo. 

Mi sia consentito di analizzare ora questi eventi, schematizzandoli. Perché, come scrive Patrick Archbold, «è importante capire lo schema». 

Modifica delle leggi vigenti: in modo da accentrare il comando e da rendere impossibile qualsiasi forma di autonomia nei livelli intermedi della struttura di potere, «hanno cambiato le regole». Silla corrompe i magistrati per farsi nominare prima console e poi dittatore, con poteri assoluti e a tempo indeterminato. L’eliminazione del dissenso ha conosciuto moltissime declinazioni nel corso della Storia, ma fa innegabilmente parte del progetto attuativo di qualsiasi tirannide. Volendo trovare un parallelo con le vicende della setta conciliare, il Lettore ricorderà, limitandoci al passato recente, l’epurazione del Gran Maestro del Sovrano Ordine di Malta; la rimozione di Cardinali e Prelati dalla Curia Romana; le nuove nomine in seno alle Conferenze Episcopali, la sostituzione di Vescovi nelle Diocesi, di Superiori nelle Congregazioni religiose, di docenti nelle Università. Infine, le dimissioni di Benedetto XVI, con tutte le implicazioni giuridico-canoniche, hanno a loro volta innegabilmente costituito un cambio delle regole, in modo da anticipare l’elezione del nuovo Papa, che diversamente oggi sarebbe ancora in Argentina. 

Asservimento degli organi assembleari. Silla fa eliminare 90 senatori per garantirsi la maggioranza assoluta, e successivamente estende il loro numero da 300 a 600, per allargare la base del consenso. Una mossa simile, per via meramente canonica, fu compiuta da Paolo VI, che con il Motu ProprioIngravescentem aetatem escluse dal Conclave i Cardinali ultraottantenni, in modo da assicurarsi una maggioranza di elettori progressisti. Lo stesso è avvenuto con il regolamento del Sinodo: «Siccome le votazioni hanno causato problemi, eliminiamo le votazioni»Le manovre della conventicola modernista, la cosiddetta mafia di San Gallo, pare abbiano consentito di far confluire il consenso degli Elettori intorno alla figura di Bergoglio. 


Limitazione del potere dei tribuni della plebe: le loro proposte dovevano essere approvate dal Senato ed il loro diritto di veto è fortemente ridotto. Si può trovare un parallelo con la limitazione dei poteri dei Vescovi, in particolare soggetti sia alle Conferenze Episcopali ed alle Romane Congregazioni (dall’alto), sia ostaggio dei Consigli Presbiterali (dal basso). Il parere di Roma per l’erezione di Istituti di Vita consacrata, assieme al deterrente della Visita Apostolica, privano de facto i Vescovi di una parte della loro autorità; lo stesso dicasi per i Superiori delle Comunità religiose, costretti da Vultum Dei quaerere e da Cor orans a sottostare al Presidente della rispettiva Federazione. 

Consenso apparentemente plebiscitario: la nomina del tiranno e dei suoi sostenitori viene sempre presentata come frutto di una scelta condivisa a larghissima maggioranza e voluta anche dalla base: Silla è proclamato dittatore con un plebiscitum, la cui volontà è espressione dei concilia plebis, ossia di organi di natura collegiale dai quali sono esclusi i patrizi, ma le cui decisioni sono vincolanti per tutti i cittadini. Il parallelo con la gestione del Vaticano II è evidente, perché anch’esso si organizzò in gruppi linguistici ed in Commissioni, consentendone una capillare manovrabilità, e rendendo praticamente impossibile l’intervento del Sant’Uffizio e degli organi di Curia: in pratica, vengono esclusi coloro sul cui consenso non si può contare a priori. Analogo procédé si è verificato in seno agli ultimi Sinodi, i cui documenti erano stati preparati ancor prima delle votazioni. Il Sinodo si è trasformato «in qualcosa di irriconoscibile, qualcosa che possa solo dire all’imperatore, in modi prestabiliti, quanto siano meravigliosi i suoi vestiti nuovi»; mi pare che un ruolo analogo sia svolto oggi anche dalle Conferenze Episcopali. Parte integrante del consenso plebiscitario è ovviamente assicurata dai media mainstream. 

Liste di proscrizione: si stilano elenchi di hostes publici, sia per schiacciare l’opposizione, sia come deterrente. Qualsiasi forma di dissenso non rientra nelle dinamiche di un legittimo e salutare confronto (come dovrebbe avvenire in un regime democratico), ma identifica il dissenziente con il nemico assoluto e permanente (il che caratterizza la tirannide). Specialisti nella compilazione di queste liste in ambito ecclesiastico sono le figure chiave delle Romane Congregazioni (che non si identificano necessariamente con i loro Prefetti), delle Conferenze Episcopali, delle Federazioni religiose: tutta una rete di delatori che dal gradino più basso dei Consigli Parrocchiali e Presbiterali, fino al vertice dei Dicasteri romani e della Segreteria di Stato è in grado - con l’incondizionato appoggio della stampa di regime - di distruggere brillanti carriere, screditare innocenti, esporre alla berlina i critici. Non ultimo, il ricorso alla Visita Apostolica, che scatta - ça va sans dire - dietro espressa richiesta di una quinta colonnaall’interno della struttura da commissariare.


Eliminazione dell’avversario, in forza di leggi speciali. Dichiarando un cittadinohostis publicus, Silla lo rendeva di fatto una non-persona, per usare un’espressione orwelliana. E sappiamo che, in seno alla neo-chiesa, il nemico pubblico è lo scismatico, il ribelle. Non occorre ucciderlo: basta provocarne la morte canonica. Vittime inaugurali del nuovo corso conciliare furono certamente mons. Lefebvre ed i suoi seguaci - termine non casuale - cui furono chiuse tutte le vie di fuga, per costringerli alla disobbedienza pur di non rinnegare la fede, ed aver così il pretesto giuridico prima per la sospensione a divinis, poi per la scomunica e la dichiarazione di scisma. Nel passato recente si colloca la vicenda dei Francescani dell’Immacolata e degli altri Ordini e Congregazioni spazzati via dal commissariamento. E, solo alcuni giorni or sono, la Fraternità di Familia Christi. 


Divisione all’interno della parte avversa. L’eliminazione del dissenso non si limita all’estromissione dell’avversario, ma deve necessariamente indebolirlo creando divisioni al suo interno e provocando defezioni. Nel caso di Silla l’indebolimento dei mariani si ottenne con la corruzione di militari e magistrati, che il dictatorriuscì a portare dalla propria parte promettendo loro promozioni e benefici di varia natura; alle masse dei ceti più bassi fu invece data l’opportunità di facili guadagni, tramite la ricompensa per chi avesse contribuito all’eliminazione dei proscritti. Si giunse a premiare con due talenti ogni testa del nemico consegnata a Silla. Facendo leva sulla cupidigia e l’avidità di persone senza scrupoli, egli semplificò la persecuzione sistematica degli oppositori, altrimenti molto complessa. In ambito ecclesiastico quest’opera di divisione - il famoso divide et impera - si concretizza principalmente nell’offrire un qualche vantaggio a chi abbandona lo schieramento tradizionale. Ovviamente questa politica viene messa in atto solo quando la controparte rappresenta un’opposizione organizzata che crea disturbo e riesce ad ottenere una qualche visibilità mediatica. Laddove la censura operata dai media mainstream non si riveli efficace, è possibile utilizzare a proprio vantaggio la defezione di un gruppo di fedeli tradizionalisti, enfatizzando il loro rientro nell’ovile come un segno di indulgenza dell’autorità. Dopo la scomunica comminata alla Fraternità San Pio X, ad esempio, la Santa Sede promulgò il Motu Proprio Ecclesia Dei, che concedeva a determinate condizioni la celebrazione della Messa tridentina e prevedeva il riconoscimento canonico di Istituti di Vita consacrata per accogliervi i transfuga del movimento di mons. Lefebvre. Come era chiaro già nel 1988, e come appare ancor più evidente oggi dopo la promulgazione del Motu Proprio Summorum Pontificum, lo scopo del documento papale era di rendere appetibile ad un membro della Fraternità il passaggio sotto l’autorità romana. La Fraternità San Pietro e l’Istituto del Buon Pastore, ad esempio, devono la propria ragion d’essere a questa strategia di contenimento del danno, finalizzata principalmente all’indebolimento dell’avversario. Ovviamente questa operazione viene divulgata sui media come un segno di paterna sollecitudine verso i dissidenti, cui Santa Madre Chiesa apre benigna le finestre della misericordia, dopo aver chiuso fragorosamente le porte della giustizia. Offrire accoglienza al defezionista richiede tuttavia un’offertaallettante, che gli consenta di non dover abdicare vergognosamente e pubblicamente alle proprie convinzioni, che costituiscono in definitiva le ragioni stesse della propria iniziale scelta di campo. Gli si offre così un inquadramento canonico ed il riconoscimento parziale delle sue richieste: potrà continuare a celebrare la Messa tridentina, ad avere una formazione di impostazione tradizionale. Non ultimo, gli verrà riconosciuto lo stipendio, la previdenza sociale e la pensione, assieme ad un futuro di cura d’anime in una struttura simile a quella che gli si vuol far abbandonare. Ad un’analisi attenta delle modalità in cui si svolgono le trattative, si vedrà che l’inquadramento canonico e tutti gli aspetti giuridici sono oggetto di una dettagliata formulazione scritta, mentre le assicurazioni sull’effettivo mantenimento della linea dottrinale tradizionale sono appena accennate a voce o del tutto taciute. Lo stesso stile nel quale è redatto l’accordo - termini altisonanti, citazioni latine, espressioni mutuate dal vocabolario preconciliare, sigilli, stemmi ecc. - serve a distogliere l’attenzione dalla sostanza del pactum sceleris, che nasconde invariabilmente una trappola destinata a scattare non appena il processo di riassorbimento sarà concluso. Inutile notare che analogo procédé si sta cercando di adottare nei riguardi della Fraternità San Pio X nella sua interezza, promettendo garanzie e tutele a non finire, ma cercando di evitare di affrontare nel merito quegli aspetti dottrinali sui quali, per grazia di Dio, il nuovo Superiore Generale pare non sia disposto a negoziare, specialmente avendo sotto gli occhi la fine di quanti lo hanno preceduto.



Rieducazione. Una volta stipulato l’accordo e persuaso il defezionista ad abbandonare lo schieramento opposto, gli si concede un qualche spazio di libertà, lasciando che de facto abbia la percezione che nulla sia cambiato. Il seminarista continua ad avere un insegnamento cattolico, ad assistere alla Messa antica, a recitare il Breviario di Roncalli. Si tollera addirittura qualche trasgressione che va al di là del dettato dell’accordo, come ad esempio la celebrazione dei riti della Settimana Santa secondo le rubriche precedenti alla riforma di Pio XII, le pianete plicate, l’arundine e lo strepitus. Si manda qualche Eminentissimo a pontificare all’Istituto, e si intima ai Vescovi di lasciarli fare. Ovviamente questa libertà di agire, il trovarsi in un contesto del tutto legittimato da Roma, il poter celebrare in splendide chiese piuttosto che in squallide cappelle di fortuna portano i beneficiari ad esprimere il proprio entusiasmo, l’apprezzamento per il Sommo Pontefice, l’espressione della più incondizionata fedeltà al Soglio. Il tutto enfatizzato con soddisfazione dalla stampa. Anche le proteste (concordate o spontanee) di alcuni progressisti, prontamente messe a tacere dal Vaticano, sono strumentali a rassicurare che la Santa Sede stia effettivamente tenendo fede agli impegni presi: adottando metodi collaudati in ambito civile, si ricorre alla cosiddetta drammatizzazione dell’evento. Nel frattempo, si iniziano ad insinuare piccoli cedimenti al Vaticano II, alla nuova ecclesiologia. All’inizio potrà trattarsi di un cenno compiaciuto all’ermeneutica della continuità, una citazione cattolica di un documento conciliare o di un’Enciclica. Gli esempi si sprecano. Se l’Istituto accetta obbediente di sottomettersi, può continuare a baloccarsi indisturbato con le cappemagne; se viceversa esprime perplessità o addirittura protesta per il mancato rispetto degli accordi, ecco intervenire la Pontificia Commissione Ecclesia Dei, a ricordare che l’accettazione del Concilio non è negoziabile, così come il riconoscimento delNovus Ordo come legittima forma rituale. Se i Superiori difendono le posizioni, basta che due o tre membri dell’Istituto mandino la solita letterina a Roma, ed ecco scattare la Visita Apostolica. Sostituzione dei Superiori, convocazione del Capitolo, nomina di persone gradite a Roma. Ed ecco che la Comunità approvata dall’Ecclesia Dei si mostra per quello che è: un campo di rieducazione. A legger quanto afferma padre Joseph Bisig, cofondatore della Fraternità San Pietro, pare che gli scopi siano stati raggiunti: «Prego molto per i miei vecchi, buoni amici della Fraternità San Pio X perché si uniscano alla Chiesa. [...] Devono entrare senza porre condizioni, accettando l’autorità del magistero vivente» (qui). Scrive Archbold: «Il gioco è fatto. Qualsiasi gruppo approvato che resista ai cambiamenti o si lamenti troppo forte verrà sottoposto alla Visita Apostolica e verrà eliminato per aver rifiutato di sottomettersi al Pontefice».

Perché questo disegno si compia, si deve tener presente chi siano le dramatis personae, ossia coloro che rendono possibile la tirannide: i pavidi, i servili, gli interessati, i complici ideologici, gli esecutori materiali. É quello che vedremo nel prossimo post.

Mi permetto, a margine di queste osservazioni, di far notare che simile situazione si sta verificando anche a livello politico. L’atteggiamento di aperta ostilità nei confronti del governo cinese verso i Cattolici fedeli alla Chiesa di Roma presenta inquietanti analogie con l’aperta ostilità della Gerarchia progressista verso i Cattolici tradizionali. In ambito politico - ma non senza implicazioni dottrinali - Bergoglio ha consegnato la Chiesa clandestina nelle mani dei suoi persecutori, intimandole di riconoscere la validità delle nomine dei Vescovi fedeli al regime comunista. Similmente, egli intende consegnare i Cattolici tradizionali nelle mani dei loro persecutori, imponendo loro di accettare il Vaticano II e di obbedire a chi apertamente opera per la cancellazione della Fede. É scandaloso che colui che siede sul trono del Vicario di Cristo si renda promotore tanto del tradimento verso i Cattolici perseguitati in Cina, quanto dei tradizionalisti perseguitati dalla setta conciliare. Chi tace dinanzi a tale scandalo si fa complice di un’inaudita sopraffazione, degna della peggior tirannide. 

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Mons. Bux: “Cosa dobbiamo fare? Proclamare sempre la verità, perché ‘La verità vi farà liberi’”
Per lo spessore dei contenuti teologici e filosofici, offriamo alla riflessione dei lettori di questo blog la relazione tenuta da mons. Nicola Bux al convegno sul “cambiamento di paradigma” che si è tenuto a Roma il 29 novembre scorso. Nel corso del convegno è stato presentato il libro di José Antonio Ureta per i cinque anni di pontificato di Papa Francesco. Il libro è intitolato: “Il ‘cambio di paradigma’ di Papa Francesco. Continuità o rottura nella missione della Chiesa? Bilancio quinquennale del suo pontificato”. La relazione di mons. Bux prende spunto dai contenuti del libro di Ureta.
Del “cambiamento di paradigma” che nella Chiesa si starebbe realizzando con Amoris Laetitia abbiamo più volte parlato su questo blog (ad esempio quiqui , qui…). Di esso parlò per primo il card. Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano. In risposta, il card. Gerhard L. Müller, già Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, osservò: “La Chiesa cattolica non può avere ‘cambiamenti di paradigma’ nell’interpretazione del deposito della sua fede”.
L’analisi accurata e la rigorosa e completa documentazione, fanno del saggio di José Antonio Ureta uno strumento prezioso per comprendere i primi cinque anni di papa Francesco. La chiave di comprensione offerta è il “cambio di paradigma” che “consiste soprattutto in un’inversione di fattori: la dottrina e la legge devono essere subordinate alla vita vissuta dell’uomo contemporaneo” (p.11). Un articolo di Stanislaw Grygiel (Il Timone,177, Ottobre 2018, p.I-III) e l’intervista recente di Gherard Müller vengono a confermare autorevolmente tale analisi.
Benedetto XVI non nascose che la Chiesa sta attraversando la crisi della fede: in che senso? È presa da un dilemma, tra la fede in Dio o quella nella praxis. Osserva Grygiel: “Alcuni teologi e pastori, accecati dall’efficacia delle scienze, trattano la teologia e la filosofia come se anch’esse fossero scienze. Sottomettono alla praxis pastorale il Logos, cercando furtivamente almeno di modificarlo, il che finisce con il trattarlo come se la Persona di Cristo fosse una delle opinioni e ipotesi che ieri erano in vigore, oggi invece non più.” E’ conseguenza della penetrazione nella Chiesa del principio marxista – “la praxis precede la verità e decide di essa” – che ha fatto da fondamento per i ragionamenti di tanti professori in America Latina. Si tratta di un “errore metafisico e antropologico” di cui non si sono accorti tanti studenti, sebbene conoscessero gli effetti nei paesi a regime comunista. Grygiel ne parlò con Karol Woityla che commentò: “Lo pagheranno caro, e noi purtroppo pagheremo con loro”. Queste parole si sono avverate. “Il marxismo si è insinuato nella mentalità degli intellettuali occidentali e di tanti uomini di Chiesa così da indurli nella loro prassi a modificare la dottrina della Chiesa, cioè la Persona di Cristo. La confusione che ne consegue costituisce il più grande pericolo per la Chiesa” (cfr K.Wojtyla, Segno di contraddizione, Esercizi spirituali a Paolo VI, 1976). L’antefatto è costituito dal processo di scristianizzazione dell’Occidente, descritto da Pio XII e riproposto nel saggio (p. 163).
Cosa dobbiamo fare? Proclamare sempre la verità, perché “La verità vi farà liberi”. Se non sei in grado, non devi mentire, che non significa tacere vilmente. Anche il silenzio è una testimonianza alla verità. Però, tacere quando si deve parlare e altrettanto vile menzogna, come lo è parlare quando si deve tacere (cfr Gregorio Magno, omelie sui vangeli 17,3;PL 76 1139). Giovanni Paolo II non adoperava mai parole di compromesso quando difendeva la verità della persona: non era peronista. Dunque, l’errore a cui stiamo assistendo nella Chiesa, permette di staccare l’uomo dalla verità e incatenarlo alla praxis, la quale decide come l’uomo e le cose debbano essere. Ogni praxis che produce la verità si riduce alla politica. Il cambio di paradigma di papa Francesco è questo. Infatti, Ureta documenta come, nel suo pensiero, la verità è una relazione, non è il criterio della relazione, è dunque – in senso pieno – relativa (p.110); così, l’ottica prevalente in cui egli si muove, è politica: si tratti di questioni politiche o ecclesiastiche, del Venezuela, dell’Ucraina o della Cina.
Invece Giovanni Paolo II – annota Grygiel – non ha mai fatto la politica: “Per lui essere sacerdote, vescovo e poi Pietro, significava incatenare ogni giorno la propria persona e quelle affidate al suo lavoro alla verità dell’uomo rivelata nella Persona di Cristo.” In tal modo “egli è stato uno dei più grandi politici cui sia stata data la capacità di cambiare il mondo”. Perché, “la verità antica e sempre nuova” è “che a dividere gli uomini non è la verità ma la menzogna […] Il timor Dei lo teneva al riparo dall’aggiungere (alla Parola del Maestro), qualcosa di sé. Cristo è da adorare non da modificare. Giovanni Paolo II non adeguava Cristo al mondo”. Le persone e le comunità – le famiglie, le nazioni e la Chiesa – “non sono da riformare. Queste realtà o rinascono o muoiono. Rinascono ritornando al Principio con cui Dio crea l’universo e l’uomo nella Parola che è suo Figlio”. Questo avviene con la conversione a questo primordiale atto di amore. Solo così si riapre il dialogo – parola altrimenti abusata, che porta a credere nella diplomazia, non nella fede – Ureta menziona il card. Zen (p.60) – un dialogo basato sulla compiacenza, sui compromessi e sulla doppiezza, come sull’islam (p.94) – il dialogo fra Cristo e il cuore dell’uomo, annichilito ma non distrutto. Questo avvia il processo della fede, intesa come immedesimazione nella presenza del Signore, sequela di Lui, esperienza viva del cambiamento dell’intelligenza e del cuore. Questa è la missione fondamentale della Chiesa –  ha scritto Giovanni Paolo II – la sua identità profonda: “di tutte le epoche e, in modo particolare, della nostra, è di dirigere lo sguardo dell’uomo, di indirizzare la coscienza e l’esperienza di tutta l’umanità verso il mistero di Cristo, di aiutare tutti gli uomini ad avere familiarità con la profondità della redenzione, che avviene in Cristo Gesù” (Redemptoris Missio, 10). Altrimenti la Chiesa, come un mero organismo umano, si riduce ad una azienda burocratica, e non attualizza la santificazione del mondo.
Jean Guitton ha ricordato il problema di ogni generazione cristiana: è la fede che giudica il mondo o il mondo che giudica la fede? Il discriminante dell’ortodossia e dell’eresia sta proprio qui. Il problema dell’eresia è nel prevalere di una concezione naturalistica o razionalistica e/o mondana sulla realtà di Cristo. La gnosi cioè, ovvero il modernismo: la madre di tutte le eresie (Cristo dilacerato. Crisi e Concili della Chiesa, Cantagalli 2002). Ureta si riallaccia al discorso di chiusura del Concilio di papa Paolo VI (p 166) che pure con Guitton conversava. Il suo dialogo col mondo moderno, in una prima fase appare venato da ottimismo romantico. Ma, forse, senza che egli lo volesse, anziché purificare i valori umanisti della Modernità con la fede cattolica, li ha portati alle loro ultime conseguenze, arrivando alla postmodernità, di cui è frutto il cambio di paradigma. Una nemesi storica, se si bada al giudizio del card. Martini sulla Chiesa rimasta indietro di 200 anni (p.170). Invece, l’ortodossia ripropone continuamente la capacità di giudizio della fede sul mondo; al contrario dell’eresia per la quale esiste una particolare situazione del mondo che ha il diritto di giudicare la fede. Fondiamo questo sull’affermazione di Gesù: “È per un giudizio che sono venuto nel mondo…” (Gv 9,39). Sulla fede in Cristo come giudizio non ci si pronuncia più: Egli è diventato solo lo spunto per parlare d’altro. Inoltre, il limite costituito dal peccato viene nascosto: papa Francesco ha affermato che l’inequità è la radice dei mali sociali (p.41).
Dentro la Chiesa, l’opposizione al mondo è considerato un fatto negativo, da superare in nome della tranquillità. Eppure, il cristiano è straniero nel mondo, e non può mai stare tranquillo, come concordavano Giovanni Paolo II e don Giussani. Altrimenti, che ne sarebbe della Chiesa, realtà sociale nuova in cui Cristo abita corporalmente?
Il “mutamento radicale di paradigma” (p.9) che fa sbandare tanti nella Chiesa odierna, è credere che l’urgenza sia portare nel mondo la giustizia per eliminare la povertà, o il commercio equo e solidale, o la fraternità, o mischiandosi con le situazioni estreme, migranti, omosessuali, divorziati, lotta per la legalità invece che per la riconciliazione; spesso non si sente pronunciare neanche una volta la parola “Gesù Cristo”, la Messa è ridotta a show televisivo con danze e applausi. Tutto questo mentre nel mondo è assente il riferimento a Dio, e il mondo diviene sempre più indifferente e nemico della Chiesa, della religione, della fede, di Dio.
Nel libro è riportato anche quanto dichiarato da Eugenio Scalfari in una delle interviste con papa Francesco: “La spinta che [Francesco] sta dando all’ ‘Ecclesia’ avrà profondamente cambiato il concetto di religione e di divinità e questo resterà un cambiamento culturale difficilmente modificabile” (p.177). Che dire? Se si realizzasse questo, le conseguenze sarebbero catastrofiche. Già oggi, la spinta missionaria è diminuita, segno di una crisi di fede. Tuttavia, nell’Evangelii Gaudium, papa Francesco afferma che la missione e l’annuncio sono il “paradigma” di ogni opera di Chiesa (cfr n 15); quindi, si dedurrebbe che non esiste un “nuovo paradigma” che marchi la rottura, ma sempre lo stesso che indica la continuità. Invece, in modo “peronista” – dicono a Buenos Aires – egli ha affermato che non esiste un Dio cattolico e che il proselitismo è una solenne sciocchezza (p 99); non convertire, ma servire, camminare insieme…
Ricordiamo quanto afferma Giovanni Paolo II: “L’unità della Chiesa è ferita non solo dai cristiani che rifiutano o stravolgono le verità della fede, ma anche da quelli che misconoscono gli obblighi morali a cui li chiama il Vangelo” (Veritatis Splendor 26).
Sebbene il papa possieda la plenitudo potestatis, neppure lui può dispensare dai decreti positivi della legge umana. Non possono esistere cose come un omicidio legittimo, un santo adulterio, un furto consentito o una pia menzogna. Nemmeno una intenzione buona è in grado di tirar fuori un’opera buona da un’azione cattiva. Qualcosa di cattivo non può diventare buono grazie ad una buona intenzione o a dei buoni mezzi. Non dovremmo mai opporre la fede alla ragione né recidere il legame tra la dottrina e la vita. La pastorale non può essere in nessun caso sganciata dalla teologia dogmatica. “Richiamare la connessione della fede con la verità è oggi più che mai necessario, proprio per la crisi di verità in cui viviamo” (Lumen Fidei, 25). Seguiamo Tommaso che possedette al massimo grado il coraggio della verità (cfr Fides et ratio 57-59).
In conclusione, dinanzi a questo ‘cambio di paradigma’, se la vocazione specifica dei laici è ancora la consecratio mundi dobbiamo domandarci – osserva Ureta – se è obbligatorio per un cattolico accompagnare questo indirizzo o se, al contrario, è lecito resistere (p. 186)Müller nella recente intervista tradotta da LifeSiteNews:
https://www.sabinopaciolla.com/card-muller-ecco-un-chiaro-esempio-della-presenza-dellateismo-nel-cristianesimo/: “Caterina da Siena si appellò candidamente e senza sosta alle coscienze di papi e vescovi, ma non li sostituì nelle loro posizioni.”
Dinanzi a un positivismo magisteriale simile al positivismo giuridico…gli antichi ribelli si sono trasformati in corifei del magistero papale (p.188): ma lo Spirito Santo non è stato promesso ai successori di Pietro per rivelare una nuova dottrina, ma per custodire il deposito della fede (p 194). “La sua autorità si estende sulla Fede rivelata della Chiesa cattolica e non sulle opinioni teologiche individuali di se stesso o dei suoi consiglieri”: così il card. Mueller nella recente intervista.  
Allora, ci sono occasioni in cui è legittimo sospendere prudenzialmente l’assenso (p.196-197) (v.Gherardini p 198 e p 199 n.27 e p 201 n 32). Quando viene resa vana la Croce di Cristo, per non perdere la fede (p 206), come comportarsi: praticare l’obiezione di coscienza e “la fedeltà al papa nonostante il papa” (p.64). Ricordando con Müller: “Il Magistero dei vescovi e del Papa si trova sotto la Parola di Dio nella Sacra Scrittura e nella Tradizione e la serve. Non è affatto cattolico dire che il Papa come persona individuale riceva direttamente dallo Spirito Santo la Rivelazione e che ora può interpretarla secondo i suoi capricci mentre tutti gli altri devono seguirlo ciecamente e rimanere muti. Amoris Laetitia deve essere assolutamente conforme alla Rivelazione, e non siamo noi che dobbiamo essere in accordo con Amoris Laetitia, almeno non nell’interpretazione che contraddice, in modo eretico, la Parola di Dio. E sarebbe un abuso di potere sottoporre ad azioni disciplinari coloro che insistono su un’interpretazione ortodossa di questa enciclica e di tutti i documenti magisteriali papali. Solo colui che è in stato di grazia può anche ricevere fruttuosamente la santa comunione. Questa verità rivelata non può essere rovesciata da alcun potere nel mondo, e nessun cattolico può mai credere il contrario o essere costretto ad accettare il contrario.”

Dunque, l’evoluzione nella comprensione che la Chiesa ha del Vangelo nel corso dei secoli non è una questione di cambiamento di paradigma ma di sviluppo della dottrina, organico e in continuità con la fede (p.114). Impressionante quanto dichiarato da Mueller: “L’ideologia LGBT si basa su una falsa antropologia che nega Dio come Creatore. Poiché è in linea di principio atea o forse ha a che fare solo con una concezione cristiana di Dio ai margini, non ha posto nei documenti della Chiesa. Questo è un esempio che l’influenza strisciante dell’ateismo nella Chiesa è stata responsabile della crisi della Chiesa per mezzo secolo. Purtroppo non smette di lavorare nella mente di alcuni pastori che, credendo ingenuamente di essere moderni, non si rendono conto del veleno che ogni giorno bevono e che poi offrono ad altri di bere. Ed anche: “Se questo sacerdote (ndr.il gesuita tedesco ricollocato ad insegnare) chiama la benedizione delle relazioni omosessuali frutto di un ulteriore sviluppo della dottrina, per la quale continua a lavorare, non è altro che la presenza dell’ateismo nel cristianesimo. Non nega teoricamente l’esistenza di Dio, ma, piuttosto, lo nega come fonte della morale, presentando ciò che è davanti a Dio un peccato come una benedizione.”

Se il ‘cambio di paradigma’ implica questa rottura, per Ureta bisogna interrompere la convivenza ecclesiastica con questi pastori (p.207).
di Nicola Bux
Sabino Paciolla