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mercoledì 20 febbraio 2019

Una «responsabilità» storica e culturale

Gli Ebrei sono «deicidi»?




Pubblichiamo questo articolo sia per l’importanza dell’argomento in sé, sia per l’argomentazione, che è svolta bene e conduce coerentemente all’unica risposta ammissibile per la domanda posta: gli Ebrei sono moralmente e culturalmente «deicidi».
Ora, dal momento che tale argomentazione presenta tre aspetti problematici, abbiamo ritenuto opportuno far seguire all’articolo alcune nostre osservazioni.



L'articolo

Gesù fu condannato a morte, ingiustamente, Lui, il santo e l’innocente. In più, Gesù è Dio, e come la messa a morte di un padre è tecnicamente un «parricidio», e l’assassinio di un re è un «regicidio», così la condanna e l’esecuzione ingiusta di Colui che è Dio si chiama «deicidio».
Ci si può quindi porre la domanda: chi è responsabile di questo «deicidio»? E dal momento che nel corso della storia, in termini popolari, si sono accusati «gli Ebrei», più o meno indistintamente, di essere i responsabili della morte di Cristo, ci si chiede se realmente gli Ebrei sono «deicidi» e in che maniera.

Per rispondere convenientemente a questa domanda è opportuno fare un certo numero di precisazioni.

Quelli che vediamo nel Vangelo agire contro Gesù

Gli Evangelisti sono molto chiari. Se la maggior parte degli uditori di Gesù venivano trasportati dall’entusiasmo per la sua predicazione, i suoi miracoli e l’irradiamento che emanava dalla Sua persona, un certo numero di contemporanei si dimostrarono via via più ostili nei suoi confronti, desiderando all’inizio la sua eliminazione e poi la sua morte, così da complottare in vista di questa morte e infine farlo arrestare e reclamare, fino ad esigere, la sua esecuzione dal Procuratore romano.

Circa il complotto per farlo morire (con l’esito fatale) e non semplicemente l’ostilità dottrinale: San Matteo dice che si trattò dei sacerdoti e degli anziani del popolo (Mt. 26, 3); San Marco indica i príncipi dei sacerdoti e gli scribi (Mc. 14, 1) o anche i príncipi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani (Mc. 14, 43); San Luca indica i príncipi dei sacerdoti e gli scribi (Lc. 22, 2) o anche i príncipi dei sacerdoti, i magistrati del Tempio e gli anziani (Lc. 22, 52); San Giovanni indica i príncipi dei sacerdoti e i Farisei (Gv. 11, 47).
Tutti segnalano che Gesù comparì davanti al Sinedrio (la più alta autorità giuridica ebraica) e che questo tribunale lo condannò, anche se l’«esecuzione» della condanna fu effettuata dall’autorità romana.

Si trattò chiaramente delle «autorità» della nazione ebraica: autorità ad un tempo religiose, politiche e intellettuali, dato che in quella «nazione-religione» queste tre dimensioni erano intimamente connesse.

Non furono tutti gli Ebrei

Tuttavia, è chiaro che in questo complotto non furono implicati tutti i membri di queste categorie (príncipi dei sacerdoti, anziani del popolo, scribi, magistrati del Tempio, Farisei), ma solo alcuni: anche se essi furono particolarmente attivi.

I primi tre Evangelisti segnalano che uno dei capi della sinagoga chiese un miracolo a Gesù (Mt. 9, 18; Mc. 5, 22; Lc. 8, 41). San Giovanni ci parla di Nicodemo «fariseo e capo dei Giudei» (Gv. 3, 1) che era discepolo di Gesù. Egli testimonia che a proposito di Gesù vi era divisione tra i Farisei (Gv. 9, 16); e sottolinea che «anche tra i capi» del popolo ebraico, un certo numero credette a Gesù (Gv. 12, 42). Gli Atti degli Apostoli affermano che dopo la Pentecoste «anche un gran numero di sacerdoti aderiva alla fede» (Atti 6, 7).

Circa il Sinedrio, San Giovanni segnala un intervento di Nicodemo a favore della regolarità di un eventuale processo (Gv. 7, 50-51). San Luca parla di Giuseppe d’Arimatea che «Non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri» membri del Sinedrio (Lc. 23, 50-51). Gli Atti degli Apostoli affermano che Gamaliele, fariseo «dottore della legge, stimato presso tutto il popolo» (Atti 5, 34) diede al Sinedrio dei consigli di moderazione a proposito degli Apostoli.

In maniera più generale, San Giovanni sottolinea che anche tra «gli Ebrei» (nel senso specifico con cui impiega questo termine e che abbiamo già spiegato) vi era una forte divisione a proposito di Gesù (Gv. 10, 19-21).

Quelli che sono colpevoli di «deicidio»

In tutto, i membri del complotto omicida contro Gesù dovevano ammontare ad alcune dozzine di persone, forse alcune centinaia. E siccome avevano visto tutti i suoi miracoli, di origine certamente divina, essi avevano il dovere di condurre un’inchiesta religiosa estremamente seria per verificare i titoli di credibilità di Gesù e ricevere il suo insegnamento se veniva accertato che esso veniva da Dio stesso.
Essendosi rifiutati di farlo, contro ogni evidenza e giustizia, questi uomini si sono assunti la responsabilità di «combattere Dio per i suoi doni» e almeno nella causa (quale che fosse la loro percezione esatta dello status di Gesù) essi sono realmente colpevoli di deicidio.

I presenti al Venerdì Santo a Gerusalemme

A questo gruppo di militanti contro Gesù si possono aggiungere, volendo, le centinaia o migliaia di persone riunite il giorno del Venerdì Santo davanti alla fortezza Antonia e che, per formazione, ignoranza, paura, ecc., finirono col reclamare a Pilato la morte di Gesù, senza necessariamente comprendere che cosa fosse in ballo.
Tuttavia, anche se essi non avevano perfettamente percepito cosa stesse per accadere, essi hanno comunque chiesto la messa a morte di un uomo innocente e visibilmente benedetto da Dio, cosa che li rende colpevoli di un grave peccato che è, nei fatti e materialmente, un deicidio.

Gli Ebrei della Palestina e della diaspora dell’epoca, in generale

Al di fuori di questi due gruppi (i partecipanti al complotto e le persone presenti davanti alla fortezza Antonia), gli Ebrei che risiedevano fuori dalla Palestina non sapevano alcunché di quello che accade la mattina del Venerdì Santo, né chiesero, né fecero alcunché in un senso o nell’altro.

La cosa, evidentemente, è ancora più vera per gli Ebrei della diaspora, che risiedevano a migliaia di chilometri da Gerusalemme e non erano certo informati degli avvenimenti della Palestina. Di questa lontananza e di questa ignoranza sono testimoni, per esempio, gli Ebrei di Roma che accolsero San Paolo prigioniero: «Noi non abbiamo ricevuto nessuna lettera sul tuo conto dalla Giudea né alcuno dei fratelli è venuto a riferire o a parlar male di te. Ci sembra bene tuttavia ascoltare da te quello che pensi; di questa setta infatti sappiamo che trova dovunque opposizione» (Atti 28, 21-22).

Questi uomini, che non presero parte personalmente alla morte di Gesù e ignoravano tutto, evidentemente non sono responsabili personalmente.

Una «responsabilità» storica e culturale

Ora, dal momento che quelli che spinsero per la morte di Gesù erano in gran parte i capi del popolo ebraico che in qualche maniera lo rappresentavano tutto, tutt’al più si può dire che gli Ebrei dell’epoca furono implicati «politicamente» in quella responsabilità, al pari del fatto che qualsiasi popolo è implicato nelle decisioni dei suoi dirigenti.
Quando noi diciamo che “i Francesi hanno dichiarato guerra ai Tedeschi nel 1939” sappiamo bene che i Francesi del popolo non lo hanno fatto: furono i responsabili politici che presero quella decisione, ma essi rappresentavano statutariamente tutto il paese. D’altronde, tutti i Francesi, anche quelli che non volevano la guerra, ne hanno subito le conseguenze (morti, occupazione militare, restrizioni, cc.). Si tratta dunque di una responsabilità non morale né personale, ma semplicemente politica e collettiva, «culturale» se così si può dire, nella misura in cui ogni cittadino ha subito le conseguenze (buone o cattive) dell’operato dei capi del paese.

Gli Ebrei di oggi, in generale

Un lungo tempo è ormai trascorso dalla morte di Gesù e lo stato degli Ebrei è considerevolmente evoluto in questo periodo. Che ne è quindi oggi della morte di Gesù?

Gli Ebrei di oggi è evidente che non hanno chiesto personalmente la morte di Gesù: quindi non possono essere ritenuti personalmente responsabili. Peraltro, essendo stata interamente distrutta l’entità politica che all’epoca rappresentava l’ebraismo, essi non possono neanche essere inglobati nella responsabilità «politica» degli Ebrei che vivevano all’epoca: non più di quanto gli Italiani di oggi possano essere inglobati nella responsabilità politica dell’Impero romano.

Tuttavia, nella misura in cui l’ebraismo attuale rivendica l’eredità dell’ebraismo antico e la storia del popolo d’Israele attraverso il tempo e lo spazio, questo ebraismo se ne assume naturalmente sul piano culturale le glorie e le vergogne. Così, esso, su un piano prettamente culturale, si rattrista per la rovina di Gerusalemme del ’70 e si glorifica della battaglia di Masada, senza avervi realmente preso parte. Per noi Francesi vale lo stesso, quando facciamo nostre storicamente la vittoria di Rocroi o la disfatta di Pavia, senza sentircene ovviamente responsabili.
E’ solo dal punto di vista dell’eredità culturale (e peraltro da certi punti di vista largamente mitici) che l’ebraismo attuale può in lieve misura essere ritenuto solidale con ciò che certi Ebrei fecero a Gesù più di duemila anni fa.

Gli Ebrei religiosi di oggi

La maggior parte di quelli che oggi si dicono Ebrei non hanno legami con la religione ebraica, salvo alcuni brandelli di tradizione: come noi contemporanei offriamo dei regali a Natale e mangiamo le uova di cioccolato a Pasqua, senza comprendere realmente il senso di queste azioni.

Per gli Ebrei attuali che praticano l’ebraismo le cose vanno diversamente: questo ebraismo è in realtà un ebraismo moderno, post-cristico, o anche talmudico. Esso fu rielaborato nel periodo che seguì la vita di Gesù da quella parte di Ebrei che avevano rifiutato di riconoscere Gesù come il Messia, ed è stato costruito su questo rifiuto di ammettere la messianicità di Gesù.

Ora, per ogni lettore dei Vangeli è chiaro che Gesù fu condannato dal Sinedrio per un motivo religioso: la blasfemia. Un uomo che si presentava come Messia e Figlio di Dio senza esserlo realmente, secondo la stessa legge ebraica era un bestemmiatore degno della pena di morte. Ne consegue chiaramente che l’ebraismo talmudico, che rifiuta la messianicità di Gesù, accetta come principio la condanna religiosa di Gesù, al di là delle circostanze concrete del suo processo (circostanze che possono essere giuridicamente molto contestabili) e della sentenza pronunciata.

Gli attuali Ebrei religiosi aderiscono, in tutta evidenza, a questo ebraismo talmudico e di fatto all’asserzione che la condanna di Gesù per blasfemia è religiosamente giustificata, e questo al di là del fatto che conoscano la loro religione o che ne abbiano solo una vaga idea.
L’Ebreo religioso attuale si trova quindi, logicamente e per principio, ad essere solidale con i capi religiosi ebrei che condannarono Gesù Cristo, anche se in effetti personalmente egli non avrebbe alcuna intenzione di sottoscrivere quella condanna, ancor meno riguardo alle concrete condizioni di essa (ingiustizia, messa a morte, ecc.).


Le nostre osservazioni

Abbiamo premesso che ci sono tre aspetti di questo articolo che ci sembrano problematici, eccoli.

Il primo è che le deduzioni relative alla parte documentaria, i racconti dei Vangeli, sono suscettibili di aggiunte e dei conseguenti sviluppi, così che la loro mancanza invalida in parte quanto si dice nell’articolo; mancano, per esempio, le precisazioni e gli scrupoli di Ponzio Pilato, da un lato, e la determinazione degli Ebrei presenti a volere la morte di Gesù.
Vero è che nel cortile della fortezza Antonia potevano essere presenti forse duecento persone, poca cosa se paragonate ai circa 600.000 abitanti della Gerusalemme di allora; ma è anche vero che il Governatore romano non avrebbe deciso per la condanna se non fosse stato convinto che nel cortile era presente la rappresentanza della maggioranza degli Ebrei di Gerusalemme. E questo indipendente dalle pressioni esercitate dal Sinedrio, ma conseguentemente a quelle esercitate da questa stessa rappresentanza: “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli!”… Apostrofe che ha una valenza universale e che gli Ebrei presenti lanciarono convinti di richiamare su di loro e su tutti gli Ebrei presenti e futuri la benedizione di Dio, per aver voluto la morte di un bestemmiatore di Dio; ma che comporta inevitabilmente il suo rovescio e cioè la maledizione di Dio se il bestemmiatore non era tale, come in effetti non lo era.

Il secondo è la distinzione tra responsabilità personale e responsabilità collettiva. Qui si dimentica che il popolo ebraico, secondo la sua stessa concezione tuttora in atto, non era e non è un insieme di individui, ma un unico corpo dalla valenza soprannaturale, al di là del tempo e dello spazio. Questo implica che la ricerca della responsabilità personale, secondo una concezione attuale e non ebraica, non ha alcun valore in relazione alla colpa di cui si sono macchiati volutamente gli Ebrei come popolo e come stirpe. E questo è tanto vero che gli stessi Ebrei, quando vengono maltrattarti, si sentono offesi tutti indipendentemente dalle circostanze di luogo e di tempo ed esigono una riparazione altrettanto slegata dai luoghi e dai tempi, per di più addebitandola, secondo la trasposizione ad altri della loro concezione, non alle persone, ma agli interi popoli o addirittura all’intera cultura che accomuna più popoli.

Il terzo è la mancata precisazione che la volontà distruttrice del popolo ebraico, manifestatasi nei confronti di Gesù Cristo, è continuata nei confronti di tutto ciò che ha seguito Cristo stesso: all’epoca i suoi discepoli e da allora, per i venti secoli a venire, i suoi seguaci raccolti nella sua Chiesa. Tale volontà di distruzione ha percorso e segnato a fuoco tutta la civiltà cristiana, sottoponendola ad un processo di disgregazione e di abbrutimento atto a porre i popoli cristiani in una condizione di dipendenza dalla loro volontà di potenza: a partire dalla pretesa di annullamento della loro colpa iniziale, per giungere all’altrettanto preteso riconoscimento della continuità tra ebraismo e cristianesimo, al punto che quest’ultimo dovrebbe adeguarsi e adattarsi alle esigenze ebraiche.
Vero è che l’ebraismo attuale non ha più alcun legame con l’ebraismo del tempo di Gesù e che si è sviluppato in chiave anticristica, ma è ancor più vero che esso non ha più alcuna ragione soprannaturale di esistere, perché da quasi due millenni gli Ebrei non hanno più né il Tempio né il sacrificio; così che di fatto non hanno più avuto una vera e propria religione, ma una credenza meramente umana che, per ciò stesso, non può essere gradita a Dio, checché essi ne pensino. E ci asteniamo volutamente dal considerare che questa loro condizione rientri nella punizione che Dio ha loro assegnato fino a quanto non riconosceranno la messianicità di Gesù Cristo, ci limitiamo semplicemente a considerare che si tratta di un “fatto” che data da quasi due millenni.
In questo senso, il popolo ebraico, pur avendo mantenuto la valenza di testimone in mezzo alle genti, da due millenni, avendo perso il rapporto organico e cultuale con Dio tramite il Tempio e il sacrificio, non esercita più questa testimonianza in nome di Dio, ma in nome dell’Anticristo: da testimone della vera fede, il popolo ebraico è diventato, anche suo malgrado per tanti, il testimone di una falsa fede…

In conclusione, in risposta all’interrogativo posto come titolo dell’articolo, si può dire che gli Ebrei continuano ad essere «deicidi»: sia perché lo furono all’inizio in nome di tutta la stirpe ebraica presente e futura col volere tenacemente mettere a morte il Figlio di Dio, nonostante i Profeti e i miracoli di Gesù; sia perché essi hanno continuato ad uccidere Gesù negandone fino ad oggi la divinità e perseguendo la morte del Suo Corpo Mistico che è la Chiesa.

    


Articolo pubblicato sul numero di dicembre 2018 della
Lettera ai nostri fratelli preti
inviata periodicamente dal Distretto di Francia della Fraternità San Pio X
ai preti francesi

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