ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 26 dicembre 2019

In tempi di vacche magre


Dalla penosa croce appendi-abito del politicamente corretto, al mistero salvifico del Verbo di Dio fatto uomo per la salvezza del mondo che oggi precipita verso l’abisso
L’Angolo di Girolamo
Savonarola: omiletica
cattolica in tempi di vacche
 magre

… e oggi, questa terribile vanità mondana che mira a piacere al mondo, ha svuotato il mistero del Verbo di Dio fatto uomo, per riempirlo di altro: di barconi di migranti, di ciambelle di salvataggio, o di giubbotti salvagente attaccati sulla croce di Cristo. È l’emblema della peggiore sciatteria della Chiesa visibile contemporanea: la croce ridotta ad appendi-abito, dinanzi a cori esultanti di persone che non entrano nelle nostre chiese neppure per Natale e per Pasqua, ma che plaudono gaudenti dinanzi alla nostra auto-distruzione, mentre la povera sposa di Cristo sta annegando, non nelle acque del Mare Mediterraneo, sta annegando nel ridicolo, nel grottesco della sciatteria, senza che nessuno si curi di lanciarle neppure una misera ciambella di salvataggio, forse perché colpevole di non essere musulmana, sicché può anche tranquillamente affogare, sotto gli applausi di un mondo che odia sempre di più tutto ciò che è veramente e autenticamente cristiano.


Puer natus est, Alleluia !
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per secoli, sulla croce, l’unica cosa che la tradizione cristiana ha appeso, è stato solo il sudario di Cristo Dio

Lux in tenebris lucet. La luce splende nelle tenebre, è la luce del Verbo incarnato narrata nella poetica di questo monumentale prologo al Vangelo di Giovanni [vedere testo della Liturgia della Parola, QUI]. Volendo potremmo aggiungere: la luce splende nelle tenebre in modo particolare in questo nostro mondo nel quale dobbiamo essere animati dalla più cristiana e operosa speranza, mentre siamo sottoposti alla più grande, difficile e temibile di tutte le prove: la grande prova della fede.
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Da diversi anni siamo spettatori silenti e impotenti protagonisti di mutamenti radicali generati da una condizione di grande crisi che investe a livello mondiale la morale, l’etica, la politica, l’economia, la comunità ecclesiale ed ecclesiastica che della crisi morale ed etica rischia di essere un paradigma. E proprio in questa situazione di grande crisi e decadenza dovremmo accogliere la luce che irrompe nelle tenebre attraverso l’incarnazione del Verbo di Dio, accogliendolo come nostro principio e fine ultimo.
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Il Verbo è stato annunciato nei tempi dalle parole di dolore, amore e speranza dei profeti; dalla voce del Battista, che all’alba della sua irruzione nella storia dell’umanità levò la voce dal deserto per rompere i deserti dell’animo umano. Il Verbo è parola viva ed eterna, ma è anche silenzio, perché nel nostro rumore mondano che tutto divora nell’indifferenza per meglio ingoiarci nel Grande Nulla, il Verbo tace nella misura che l’uomo non concede al suo amore eterno alcuno spazio per abitare in mezzo a noi, neppure un albergo di fortuna; neppure una mangiatoia in cui giacere dentro una stalla.
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Per rivelarsi il Verbo ha bisogno di quel luogo privilegiato che è il silenzio, per potersi manifestare e comunicare all’uomo che è oggetto del suo amore e suo soggetto amato.
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Gli antichi israeliti erano così intimoriti dal tetragramma dell’alfabeto ebraico che componeva il nome di Dio, che nessuno doveva osare pronunciarlo, solo il Kohen Gadol, il Sommo Sacerdote, chiuso nel Sancta Sanctorum del Tempio di Gerusalemme, a testa bassa col capo coperto, dopo essersi lungamente purificato lo pronunciava sommessamente una volta all’anno per il Yom Kippur, il gran giorno dell’espiazione.
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Impariamo a considerare il Natale come nome ineffabile di Dio, perché durante questa festa il Verbo di Dio si incarna in un uomo e viene ad abitare in mezzo a noi nella persona fisica di Gesù di Nazareth, aprendo ai nostri orizzonti il mistero del vero Dio e vero uomo. Fuggiamo dunque la gran bestemmia del Natale profanato, svuotato del Verbo e riempito d’altro, in un proliferare di presepi costruiti dall’Ufficio Supremo del Politicamente Corretto su barconi e ciambelle di salvataggio, con la Beata Vergine Maria ed il Beato Patriarca Giuseppe rivestiti di un salvagente. Riappropriamoci del Mistero del Natale, che è l’irruzione di Dio in carne e ossa nella storia dell’umanità, attraverso quel Gesù che noi adoriamo nella mangiatoia di Betlemme nella quale l’intera umanità è rinata ed è chiamata a rinascere, per giungere al suo apice con la pietra divelta del sepolcro vuoto del Cristo, col quale l’intera umanità è risorta ed è chiamata a risorgere. Adoriamolo nell’Eucaristia, suo memoriale vivo e santo, dono della sua presenza reale tra di noi, nostro sostegno e nostro cibo di vita eterna. Adoriamolo, perché Lui solo è l’inizio, il centro e il fine ultimo del nostro intero umanesimo. Soltanto così potremo aprire le porte del cuore per esprimere in modo pertinente e coerente: Buon Natale … il Natale del Dio che si è fatto come noi per invitarci a farci come Lui, in Lui e per Lui.
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Nei momenti di silenzio di questa sacra liturgia, prostrandoci durante la Preghiera Eucaristica sulle parole dell’Ultima Cena che renderanno il pane e il vino corpo e sangue vivo di Cristo, cerchiamo di cogliere il mistero e divenirne intimi partecipi, consapevoli che in silenzio il Verbo s’incarna e nel silenzio il Verbo ci parla. Prostriamoci con le ginocchia a terra, perché «nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi» [Fil 2, 10]. Non facciamo come coloro che dinanzi al Corpo e al Sangue vivo di Cristo hanno problemi all’anca, che però funziona a meraviglia per inginocchiarsi con scatto atletico dinanzi alla nuova “verità di fede”, o al nuovo “dogma del migrante” a cui sciacquare i piedi dinanzi ai giornalisti di regime che plaudono alla «nuova Chiesa» della «rivoluzione epocale», improntata su quella «misericordia» che concede la grazia della ghigliottina a chiunque osi proferire un legittimo, rispettoso e pacato sospiro di dissenso verso tutto ciò che può essere oggettivamente sbagliato e fuorviante.
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Il Gesù della storia, che col Natale entra nella nostra esperienza umana in carne e ossa, non è neppure un tenero simbolo a uso e consumo umano e commerciale delle varie tradizioni popolari o familiari, è il supremo mistero di Dio fatto uomo in Gesù che attraverso il mistero dell’Incarnazione comincia il suo percorso terreno deposto nella mangiatoia di una stalla e terminandolo deposto sul legno di una croce, per esplodere poco dopo come il Cristo della fede che rovescia la pietra del sepolcro, rendendoci per vocazione tutti partecipi della sua risurrezione.
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A questo siamo chiamati attraverso l’esperienza cristiana: ad incarnarci, a vivere, a morire ed a risorgere nel Cristo, perché Dio è giunto a farsi come noi affinché noi, proiettati nel mistero della sua grazia, ci facessimo come lui.
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Questo è il deposito della nostra fede, il resto è solo moderno paganesimo, nuova idolatria mirata a piacere e compiacere quel mondo sempre più anti-cristico al quale dovremmo cercare in ogni modo di non piacere. E noi, chiamati a servire e assistere il Popolo di Dio come sacerdoti, dobbiamo combattere sia il nuovo paganesimo sia il mondo sempre più anti-cristico, portando in modo amorevole e deciso il vero annuncio attraverso la vera pastorale evangelica, che non è certo l’odierna pastorale nevrotico-ossessiva del povero o del profugo vero o presunto, ma cristologica concretezza di vita vissuta. Non possiamo soprassedere, né peggio giustificare certe deviazioni come espressioni di fede, anzi siamo tenuti a chiamarle con il loro vero nome: veleno della fede.
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In nessuna pagina del Vangelo sta scritto che bisogna compiacere i vezzi ed i vizi del mondo, o peggio tacere sui suoi gravi peccati, perché il Verbo di Dio si è incarnato per divenire poi agnello sacrificale che lava con il sangue del proprio sacrificio sulla croce il peccato del mondo, ma soprattutto dopo averci avvisati:
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«Se il mondo vi odia, sappiate che ha odiato me prima di voi. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; ma poiché non siete del mondo, ma io vi ho scelto dal mondo, perciò il mondo vi odia» [Gv 15, 18-19].
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Quale terribile giudizio e meritato castigo, molti di noi pastori in cura d’anime riceveranno dal Divino Giudice, per avere lasciato in pasto alla paganitas il Popolo che Dio ci ha affidato, per essere andati a braccetto con i Démoni, per avere invitato e accolto il lupo dentro l’ovile e bastonato al tempo stesso le pecore che hanno osato gridare: «Attenti al lupo!». Perché anche in questo eravamo stati avvisati: 
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«Guai ai pastori che distruggono e disperdono
il gregge del mio pascolo!», dice il Signore.
Perciò così parla il Signore, Dio d’Israele,
riguardo ai pastori che pascolano il mio popolo:
«Voi avete disperso le mie pecore, le avete scacciate,
e non ne avete avuto cura;
ecco, io vi punirò, per la malvagità delle vostre azioni»,
dice il Signore.
«Raccoglierò il rimanente delle mie pecore
da tutti i paesi dove le ho scacciate,
le ricondurrò ai loro pascoli,
saranno feconde e si moltiplicheranno.
Costituirò su di loro dei pastori che le porteranno al pascolo,
ed esse non avranno più paura né spavento,
e non ne mancherà nessuna», dice il Signore [Ger 23, 1-4].
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E ancora:
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«Profeti e sacerdoti sono empi,
nella mia casa stessa ho trovato la loro malvagità»,
dice il Signore .
«Perciò la loro via sarà per loro come luoghi sdrucciolevoli in mezzo alle tenebre;
essi vi saranno spinti e cadranno;
poiché io farò venire su di loro la calamità,
l’anno in cui li visiterò», dice il Signore [Ger 23, 11-12].
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Il tutto suggellato dalle parole di Cristo Dio che ammonisce:
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«A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» [Lc 12, 48].
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Inutile a ricordarsi, sebbene lo faccia: a noi suoi sacerdoti, Dio ha affidato quanto ha di più prezioso: ci ha affidata la cura, la custodia e il governo pastorale del suo gregge, del suo Popolo Santo.
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Il Vangelo del Beato Evangelista Luca proclamato poche ore fa alla Messa della Santa Notte, narra in brevi parole con l’evento della nascita il modo scelto da Dio per rivelarsi nel Gesù della storia. Seguendo le parole di questo passo potremmo parlare del divino pudore di Dio che viene alla luce e che si manifesta agli uomini che attendevano il Messia, il Salvatore, quasi come se volesse nascondersi nell’atto stesso in cui si manifestava. È un aspetto che ci porta a riflettere sulla sfida sempre aperta delle sue divine intenzioni, della sua divina pedagogia.
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Forse il Signore, davanti alla sua rivelazione visibile, fisica e corporea, desiderava invitare gli uomini a non sentirsi esonerati dal dovere di ricercarlo, come i pastori che accorrono, come i magi che seguendo la luce di una stella giungono a portargli doni preziosi, senza alcuna paura di offendere la futura “idolatria del povero”. Forse, il Signore, il Salvatore nato in una stalla, voleva che questa nostra ricerca del suo essere eterno e del suo divenire tra di noi, ci obbligasse a piegare il nostro egocentrismo sulle vie dell’umiltà, che non è certo una posa a collo torto, ma la vera dignità dell’essere veri cristiani.
Contemplare l’umiltà di Dio Incarnato che giace in fasce dentro la mangiatoia di una stalla è un invito a penetrare il senso vero e profondo di quella virtù cristiana che è l’umiltà autentica, nostra strada maestra per correggere l’ostacolo principale che ci sbarra la via al nostro vero incontro col Cristo Salvatore: l’orgoglio che ci impedisce un rapporto con lui e un rapporto con gli altri. E dall’orgoglio si può guarire solo partendo dalla divina umiltà del bimbo Gesù nella stalla di Betlemme, per seguirlo sulla Via Dolorosa fino al Golgota, infine risorgere con quel Cristo della fede che fece dire a San Paolo: «Non sono più io che vivo ma Cristo vive in me» [Gal 2, 20].
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Dio nasce nascosto e talvolta si nasconde affinché l’uomo possa cercarlo attraverso l’istinto libero e liberante di quell’amore che quando è perfetto caccia via ogni paura, come insegna il Beato Apostolo Giovanni in un altro passo del suo Vangelo [Cf. Gv 4, 18]. Perché Dio non si nasconde mai dietro le grandi cose che spesso tanto ci affascinano, ma dietro ai piccoli particolari che spesso ci lasciano del tutto indifferenti; Dio non lo troviamo e non lo incontriamo, in ciò che al mondo piace, ma in tutto ciò che il mondo rigetta e odia.
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Il modo in cui si può cercare e trovare Dio celato in una stalla, ce lo ricorda uno dei più grandi convertiti della storia, che con la sua esperienza ci invita tutti alla conversione. Questo maestro è Aurelio di Tagaste, meglio noto come Sant’Agostino Vescovo di Ippona, divenuto in seguito santo e Dottore della Chiesa: «Amore pètitur, amore quaèritur, amore pulsàtur, amore revelàtur …» con l’amore si domanda, con l’amore si cerca, con l’amore si bussa, con l’amore si rivela.
Solo in questo modo possiamo entrare nella vera stalla di Betlemme, che è la stalla della fede e del mistero divino; quindi capire qualche cosa del Natale; per vivere il Natale nella fede in Gesù Cristo nostro Dio, Signore e Salvatore. Il resto — come diceva nel lontano Cinquecento quel grande pedagogo di San Filippo Neri prendendo spunto dal Libro di Qoelet — è solo vanità, nient’altro che vanità di vanità [cf. Qo 1,2]. E oggi, questa terribile vanità mondana che mira a piacere al mondo, ha svuotato il mistero del Verbo di Dio fatto uomo, per riempirlo di altro: di barconi di migranti, di ciambelle di salvataggio, o di giubbotti salvagente attaccati sulla croce di Cristo. È l’emblema della peggiore sciatteria della Chiesa visibile contemporanea: la croce ridotta ad appendi-abito, dinanzi a cori esultanti di persone che non entrano nelle nostre chiese neppure per Natale e per Pasqua, ma che plaudono gaudenti alla nostra auto-distruzione, mentre la povera sposa di Cristo sta annegando, non nelle acque del Mare Mediterraneo, sta annegando nel ridicolo, nel grottesco della sciatteria, senza che nessuno si curi di lanciarle neppure una misera ciambella di salvataggio, forse perché colpevole di non essere musulmana, sicché può anche tranquillamente affogare, sotto gli applausi di un mondo che odia sempre di più tutto ciò che è veramente e autenticamente cristiano. E noi, indegni sacerdoti, oggi genuflessi al mondo come delle miserabili prostitute dinanzi al cliente, di questo annegamento siamo i responsabili. E di ciò dovremo un giorno rendere conto al Verbo di Dio che severo ci ricorderà:
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«A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» [Lc 12, 48].
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Et homo factus est, alleluja!
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dall’Isola di Patmos, 25 dicembre 2019
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Cari Lettori,
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