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lunedì 30 dicembre 2019

Maria orizzontale

La rivoluzione di Francesco non risparmia neppure la Madonna. Ecco come lui la vuole


Nell’ottavo giorno dopo il Natale, quando Gesù è circonciso e gli è dato il nome dettato dall’angelo, la Chiesa cattolica celebra la festa di Maria Santissima Madre di Dio.
Ma chi è Maria nella devozione e nella predicazione di papa Francesco? Una sua recente omelia ha suscitato stupore, per come egli ha ridisegnato il profilo della madre di Gesù.
Pietro De Marco ci ha inviato questa analisi dell’omelia papale. L’autore, già docente di sociologia della religione all’Università di Firenze e alla Facoltà teologica dell’Italia centrale, filosofo e storico di formazione, è da anni ben conosciuto e apprezzato dai lettori di Settimo Cielo.

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"NO NOS PERDAMOS EN TONTERAS". I DOGMI MARIANI SECONDO PAPA FRANCESCO
di Pietro De Marco
Nel giro di pochi giorni abbiamo avuto notizia sia dell’affido del commento dell’Immacolata a due pastori battisti, marito e moglie, per i parrocchiani dell’arcidiocesi di Milano, sia soprattutto della stupefacente omelia di papa Francesco su Maria, nella messa in San Pietro della festività della Virgen de Guadalupe.
Se Francesco non ha emulato lo stile protestante in materia mariologica, ha voluto tuttavia, nel suo fervore, rendere pubblico un suo personale giudizio restrittivo sui dogmi mariani e negativo sul titolo di corredentrice, oggetto da secoli di riflessione teologica. “No nos perdamos en tonteras”, non perdiamoci in assurdità, in sciocchezze – “in chiacchiere” nella traduzione ufficiale –, ha detto a proposito delle ricerche secolari della teologia e della spiritualità mariane.
Cosa ha voluto sostenere il papa in questa sua omelia? Anzitutto che Maria è donna. E come donna è portatrice di messaggio, è signora, è discepola. “È così semplice. Essa non pretende altro”. Gli altri titoli, ad esempio quelli dell’inno “Akathistos”, o le litanie lauretane, comunque i millenari titoli di lode a Maria, per Francesco “non aggiungono niente”. Ora, già questo è sbagliato. Maria non è mai stata “la donna”, una omologia pericolosa nella varietà dei culti femminili mediterranei e mediorientali. Né è mai stata il femminino in quanto tale, in una delle versioni romantiche o decadentiste, per quanto possa colpire il culto che generazioni di artisti ebbero per la Madonna di Dresda di Raffaello. Maria non è neppure la donna delle rivoluzioni femminili contemporanee, le cui frange cattoliche aborriscono le icone della maternità di Maria. Non è Signora, “domina”, in quanto donna, “mujer”, e neppure in quanto madre. È “domina” in quanto quella maternità, la maternità divina, le dà regalità. L’umile ancella di Luca 1,38 è la vergine madre di Dio, così anzitutto definita dalle tradizioni cristiane nei secoli, ed e infungibile da figure sacre della Terra Madre o del principio femminile.
Il lettore nota che l’appellativo di vergine non compare mai nell’omelia di Jorge Mario Bergoglio, mentre il “Nican mopohua” (“Qui si racconta”, 1556 circa) da lui citato, la narrazione in lingua nahuatl dell’apparizione di Maria a Juan Diego, lo esplicita, nella testimonianza di Juan Bernardino zio di Juanito: l’immagine miracolosa dovrà essere designata come “la perfecta Virgen Santa Maria de Guadalupe”. E compare ovviamente in altri passi di quel testo, ad esempio nell’invocazione: ”Nobile regina dei cieli, sempre vergine, madre di Dio”.
L’appellativo di “signora”, poi, non è una formula generica, come sembra credere il papa, ma è un titolo alto, di sovranità, come il “déspoina” bizantino. L’uso assoluto di “nostra signora” (l’italiano antico “nostra donna” è calcato su “nostra domina”) mostra che “domina” è titolo regale, equivale a regina: “Salve regina”. Così, e sul modello di Ester, Maria è “domina”, “patrona”, “advocata nostra”. Quando anche Ignazio di Loyola, citato nell’omelia, chiama Maria “nuestra señora”, usa un’espressione antica e costante tra i cristiani, a partire, sembra, dall’”emè kyría”, mia sovrana, di Origene, analogo a “déspoina”.
Una semplice riflessione su “domina”, “señora” ecc. vanifica dunque le tesi minimaliste dell’omelia. È evidente, infatti, che questo genere di interventi papali mira al declassamento della grande mariologia occidentale e orientale, a favore di una immagine orizzontale di Maria, idonea piuttosto a dignificare il quotidiano della donna contemporanea.
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È allora Maria una mamma fattasi “discepola” al seguito di Gesù, suo figlio? Perché l’appellativo di “discepola”, raro nella tradizione, non decada a ovvietà pastoralistica deve essere almeno assunto nel senso di Massimo il Confessore: “La santa Madre divenne discepola del suo dolce Figlio, vera Madre della sapienza e figlia della Sapienza, perché non Lo guardava più in maniera umana o come semplice uomo, ma Lo serviva con rispetto come Dio e accoglieva le Sue parole come parole di Dio”.
Il binomio papale donna-discepola, invece, se declinato tra spiritualità del quotidiano ed esegesi sociologica, resta eccentrico all’ordine della divina rivelazione e fa intravedere nell’immaginario del papa quel Gesù itinerante con il seguito dei suoi, donne comprese, tanto caro ad esegeti e scrittori estranei alla cristologia; un Gesù separato dall’intera storia teologica e sacramentale della Chiesa. La mamma-discepola dell’omelia ricorda troppo la madre di un recente film con protagonista Maria Maddalena, uno dei prodotti di cui i fautori teo-sociologici del “movimento di Gesù” possono vantarsi d’essere i gratuiti sceneggiatori.
Una Maria spoglia di dogma per essere “tipo” del femminile, poi, proietta questa stessa accattivante semplificazione sulla Chiesa femminilizzata. Tutto serve contro il dogma. Ed è proprio così che avviene da secoli, ma mai provenendo dalla cattedra di Roma, fino ad oggi.
Il tono battagliero dell’omelia (“no pretenden”, “no tocaba”, “tocaban para nada”, “jamas quiso” ecc.) appare dunque mal fondato e mal diretto. Vi compare una sorta di esibita indifferenza teologica, con oltraggio alla Chiesa perenne, per avere libere le mani in sedi pratiche, fossero pure alleanze con le opinioni pubbliche progressiste mondiali.
A questo piglio, buono per incantare i semplici, appartiene inoltre il curioso argomento papale che la Madonna non ha mai voluto togliere niente al Figlio (“tomar algo de su Hijo”, o anche: “no robó para sí nada de su Hijo”). Niente corredenzione, dunque, che sarebbe un furto; ma, anche, quasi niente di tutta la teologia mariana. Un qualsiasi trattato mariologico, infatti, presenta oltre alla maternità e in virtù di questa la concezione immacolata di Maria, la sua “immunitas” dal peccato e gli altri “privilegia” fino alla gloriosa assunzione al cielo. La teologia classica prosegue affermando che la Vergine è oggettivamente, ontologicamente, mediatrice di tutte le grazie, partecipe dei meriti di Cristo “in quantum universo mundo dedit Redemptorem”, poiché ella dette il Redentore al mondo.
L’unione “sui generis” alla carne redentrice del Figlio pone Maria necessariamente entro l’ordine dell’azione e della grazia redentiva: “omnium gratiarum mediatrix”. Dalla mediazione redentiva alla corredenzione vi è un passo che molti teologi mariani hanno compiuto. La maternità di Dio innalza Maria a questa altezza “de congruo,” come vuole il linguaggio teologico, cioè non per sua natura né perché essa sia “immediate co-operans”: solo Cristo opera “immediate”, solo il Figlio è redentore “de condigno”, ossia come conseguenza debita, giusta, del suo sacrificio. Nel magnifico brano di sant’Anselmo attribuito oggi a Eadmero di Canterbury (“De excellentia Virginis”, 11), spesso citato dai dogmatici e nell’enciclica “Ad caeli Reginam” di Pio XII, leggiamo: “Come Dio, che ha tutto fatto nella sua potenza, è Padre e Signore di ogni creatura, così la Beata Vergine Madre di Dio che ha tutto riparato con i suoi meriti è Madre e sovrana di tutte le cose”. Altrove, per Eadmero, Maria è “nutrix Reparatoris totius substantiae meae”, colei che ha nutrito, ha preso su di sé, il Rigeneratore di tutto il mio essere.
La “serva del Signore per eccellenza”, la “discepola”, o è tutto quello che i suoi “privilegia” di madre di Dio dichiarano, o sarebbe poca cosa, come già è nelle tradizioni protestanti e come sta divenendo nella predicazione cattolica. Una parte enorme della spiritualità cristiana è vissuta e vive del dispiegamento di ricchezze teologiche che Maria ha meritato e attirato su di sé. Non sarà una mariologia populistica a conservarci queste ricchezze, tantomeno a sostituirle. Che si possano, poi, declassare i “privilegia” della madre di Dio, quali discendono teologicamente dal suo statuto di creatura eminente ed unica, trasmettendo ai fedeli il ridicolo sospetto che in Maria essi sarebbero stati furti, o ambizioni indegne di una mamma-discepola, equivale ad argomentare per “boutade”. Questa e altre intemperanze dell’omelia significano davvero, in profondità, che il papa nega l’intero senso e valore del lavoro teologico cristiano dalle origini. E disprezza il meraviglioso alimento dato dalla teologia al culto, alle tradizioni, alle spiritualità viventi. E ignora la santità del suo deposito nella tradizione della Chiesa. Per cosa? Per proporre una rivelazione cristiana senza mistero, senza trascendenza, senza gloria, senza divino-umanità, come nelle chiese riformate?
“Cecidere manus”, ovvero cascano le braccia di fronte a tanta improntitudine e malizia, anche; quella malizia riduzionistica dei teologi novatori che già avvolgeva la vicenda del Concilio Vaticano II, appena mascherata. Se poi vale per gli uomini del papa – non oso dire per lui – il “questo non posso crederlo” del vescovo e teologo liberale anglicano John A.T. Robinson, lo dicano. Si rifugino, se verranno accolti, nella residualità protestante. Ma sulla questione della protestantizzazione in corso mi riservo di tornare. Basti ricordare che l’ambizione protestante a cristianizzare la secolarizzazione, dopo avervi contribuito, è fallita e ha travolto con sé le chiese riformate.
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Qui mi soffermo piuttosto sulla questione del “meticciato” cristologico, con cui termina l’omelia di Francesco del 12 dicembre, prontamente presa di mira da commentatori severi come Maria GuariniRoberto de Mattei e altri dell’area “tradizionale”; ma vi sono altrove nella Chiesa altrettanto coraggio e cura per la fede?
Ricordo che “mestizaje” è l’equivalente spagnolo della categoria generale di mescolanza inter-razziale o inter-etnica, mentre “mestizos” indica i nati dalla mescolanza tra ispanici e indios. Nell’immagine miracolosa sul mantello di Juan Diego, la Virgen de Guadalupe è “morenita”, l’abbiamo contemplata in tanti sul Tepeyac. Questo suggerisce a Bergoglio uno sviluppo brillante, che però si risolve in un altro scivolone.
Dice infatti il papa che Maria “se mestizó para ser Madre de todos. […] ¿Por que? Porque ella mestizó a Dios”. Infatti, prosegue l’omelia, questo è il grande mistero: “Maria meticcia Dio, vero Dio e vero uomo, in suo Figlio”. Cosa ciò significhi veramente, vorremmo ci fosse spiegato.
Non oso pensare – come legittimamente altri hanno fatto – che Francesco voglia dire che Maria abbia meticciato Dio, ovvero nel suo seno abbia mescolato natura divina e umana, mediando in se stessa il divino con la carne umana, della quale solamente sarebbe madre, perché questo sarebbe uno degli errori del IV-V secolo contro cui ha combattuto Cirillo di Alessandria.
Immaginiamo piuttosto che il papa voglia dire che nell’essere figlio di Maria, ovvero nell’essere generato da donna, il Cristo eterno sarebbe stato meticciato come essa “se mestizó” – sono sempre parole sue – per essere madre di tutti gli uomini. Ma allora questo “meticciare” è un espediente oratorio, una teologia in situazione, per la grande festa della nazione messicana nella basilica di San Pietro. È solo la sottolineatura suggestiva del farsi uomo da parte di Dio, metaforicamente mescolandosi, come uomo, con l’umanità. Ma l’immenso tema cristologico del “Dio con noi” di Cirillo, può ridursi a un esempio del “convivete e mescolatevi”?
O questo “mestizaje “ porta in sé davvero qualcosa di più: l’idea che in Maria Dio stesso si sia meticciato, contro le definizioni dei Concili antichi necessarie a salvare verità e ricchezza della fede; contro il Credo e quanto proclamiamo nella liturgia. Propendo per la versione leggera anche se molto imprudente, ma nessuno può più fidarsi del papa poiché, ben diversamente dal “confirmare fratres suos”, egli, giorno dopo giorno, li “infirma”.
In effetti l’idea della “Theotokos” meticciante Dio non è meno scriteriata di quella dei coniugi battisti di Milano, che celebrano Maria perché “ha accolto” una gravidanza irregolare, la “più irregolare” delle gravidanze, e ha ospitato “quello straniero che veniva da Dio stesso, senza permesso di soggiorno”! Forse il fantasioso teologumeno di Cristo migrante nella miseria della “kenosis” (si suppone) fino all’ospitalità nella Vergine, non meno che il ripudio delle “tonteras” dogmatiche da parte di Francesco per una mariologia “della porta accanto”, pretendono di essere le nuove frontiere dell’annuncio cristiano.
A questo va opposto che la stessa affermazione che la “esencialidad” di Maria è il suo essere donna e madre è un tradimento della mariologia millenaria. Infatti, una maternità di Maria che non comprenda esplicitamente, per la coscienza teologica e la vita spirituale, anche la realtà e la potenza della partecipazione della Madre alla carne redentrice, proietta sulla stessa opera del Figlio ombre relativizzanti. La banalizzazione di Maria, ridotta dalla “omnium gratiarum mediatrix” alla soggettività virtuosa di un “ecce” e di un “fiat” e di un discepolato tutto umano, ferisce simmetricamente la cristologia non solo nella dimensione essenziale della redenzione e della grazia ma nel nucleo dogmatico delle stesse prerogative soprannaturali di Cristo. Sono questi i costi che si accetta di pagare per la “nuova evangelizzazione”? Buona notizia di che?
Gli argomenti di Francesco, espressi in quella sorta di sub-magistero soggettivo che egli pratica “in persona papae” ma “quasi papa non esset”, da papa ma come se non lo fosse, come se una responsabilità petrina non esistesse, sono di danno sicuro per la Chiesa. E credo sia giunto il momento di non tollerare più questa distonia.
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(s.m.) A proposito del titolo di corredentrice applicato a Maria, ecco come san Bonaventura ne argomentò la fondatezza teologica. L’autore del saggio, Silvio Brachetta, diplomato all’Istituto di Scienze Religiose di Trieste, è specialista di quel grande teologo francescano, dottore della Chiesa:
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