ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 3 agosto 2020

Un crescendo apostatico.

I 50 anni della nuova messa: dal sacrificio della Croce al banchetto pasquale

                      I cardinali Ottaviani e Bacci

Giovedì Santo, 3 aprile 1969, Papa Paolo VI ha promulgato attraverso la Costituzione Apostolica Missale Romanum il Novus Ordo Missae (NOM). Questo è stato il punto di partenza della riforma che, in nome del Concilio Vaticano II, avrebbe portato alla distruzione della liturgia cattolica: volendo spazzare via tutta la teologia della Messa per uno scopo ecumenico, si sarebbe solo avvicinato alla teologia protestante che ha distrutto il sacrificio della massa.



La prima reazione al sabotaggio della liturgia cattolica è il Breve esame critico del Novus Ordo Missae. Questo documento, redatto da alcuni teologi, revisionato e presentato dai cardinali Ottaviani e Bacci, è datato il 5 giugno 1969, festa del Corpus Domini. Il suo studio rimane essenziale per comprendere la dannosità della Nuova Messa.
La sua conclusione rimane attuale: "L'abbandono di una tradizione liturgica che fu per quattro secoli segno e pegno di unità di culto (per sostituirla con un'altra, che non potrà non essere segno di divisione per le licenze innumerevoli che implicitamente autorizza, e che pullula essa stessa di insinuazioni o di errori palesi contro la purezza della fede cattolica) appare, volendo definirlo nel modo piú mite, un incalcolabile errore".

Dal sacrificio al banchetto commemorativo
La breve recensione fa diverse critiche. La prima riguarda un cambiamento nell'orientamento della messa. Pertanto, l'analisi dell'articolo 7 e di altri articoli dell'Istituzione generale del Messale romano (IGMR) (vedere i tre articoli precedenti), consente di stabilire che "come è fin troppo evidente, l'accento è posto ossessivamente sulla cena e sul memoriale anziché sulla rinnovazione incruenta del Sacrificio del Calvario".
In effetti, il NOM ha sostituito la struttura sacrificale del messale tradizionale - oblazione della vittima (offertorio), immolazione (doppia consacrazione), consumazione (comunione) - quella dei pasti di culto ebraico. Istituendo l'Eucaristia, Cristo avrebbe assunto l'aspetto commemorativo1 della Pasqua ebraica senza conservare la sua dimensione immolatrice2.
Offertorio sacrificale sostituito da una benedizione ebraica
Il legame tra la messa e la croce è quindi indebolito a favore della Cena. Così, sono gli atti rituali specifici del pasto ebraico, eseguiti la sera del Giovedì Santo, che definiranno la struttura della messa: berakah o benedizione del cibo (presentazione dei doni), ringraziamento commemorativo (preghiera eucaristica), frazione del pane e manducazione (comunione). Vedi IGMR n° 48.
La nuova "presentazione dei doni" (che sostituisce l'offertorio) è incentrata sulle preghiere "parzialmente riprese, parola per parola, dalla benedizione ebraica della tavola"3: "Benedetto sei Tu Dio dell'universo dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane frutto della terra e del nostro lavoro lo presentiamo a Te perché diventi per noi cibo di vita eterna".
Queste parole cancellarono l'Offertorio Romano, provocando la scomparsa dell'atmosfera sacrificale e propiziatoria che lo caratterizzava: il sacrificio offerto per i nostri peccati (Suscipe sancte Pater), purificazione (Lavabo), offerta dell'ostia immacolata (Suscipe sancte Pater) e del calice della salvezza (Offerimus), implorazione della divina misericordia (Veni Sanctificator).
Il Canone ribattezzato Preghiera Eucaristica
Diventando una "Preghiera eucaristica", il Canone è stato duramente colpito: è una "preghiera di ringraziamento e consacrazione" (IGMR n° 54) come le preghiere dei pasti rituali ebraici, in cui viene inserita la storia dell'istituzione. La doppia consacrazione assume quindi una dimensione commemorativa piuttosto che sacrificale: considera il passato già compiuto piuttosto che la realizzazione attuale dello stesso sacrificio.
Questo cambiamento è evidente nella modifica delle parole della consacrazione. Le parole "Prendete e mangiatene (bevetene) tutti", chiaramente separate dalle parole di consacrazione nel messale tradizionale, sono ora incluse nella forma stessa del sacramento ("Questo è il mio corpo ..."). Dopo le due consacrazioni è stata introdotta l'espressione di Lc 22:19 - "Fate questo in memoria di me" - nel senso, spiega Louis Bouyer, che "l'enfasi non è sulla prescrizione 'Fatelo', ma ovviamente la precisione: 'Fatelo (implicitamente: d'ora in poi) in memoria di me'. (…) Queste parole devono essere tradotte: 'Fatelo come mio memoriale'; e questa parola deve avere il significato che ha ancora nella letteratura rabbinica, e specialmente liturgica, dell'epoca"4.
In altre parole, mentre le parole consacratorie del messale tradizionale rivelano in primo luogo la transustanziazione e la dimensione sacrificale, poi secondariamente l'aspetto commemorativo, quelle del nuovo messale si concentrano esclusivamente sull'aspetto conviviale e commemorativo della messa.
Allo stesso modo, non è più l'efficacia della morte redentrice che viene presentata al Padre, ma il Cristo vittorioso, che è giunto alla fine dei suoi misteri. Non si tratta più di un sacrificio, che si chiama Eucaristico per uno dei suoi scopi, ma prima di tutto un memoriale di Ringraziamento, di cui, uno dei fatti commemorati, è il sacrificio.
Il convito della comunità sostituisce la comunione
Le modifiche apportate ai riti di comunione confermano questo primato del pasto commemorativo specifico per il nuovo messale. Ad esempio con lo sviluppo della rottura del pane: "Conviene quindi che il pane eucaristico, sebbene azzimo e confezionato nella forma tradizionale, sia fatto in modo che il sacerdote nella Messa celebrata con il popolo possa spezzare davvero l’ostia in più parti e distribuirle almeno ad alcuni dei fedeli" (IGMR n ° 283).
Allo stesso modo, poiché la comunione è considerata principalmente come un pasto comunitario (IGMR n ° 56: "Poiché la celebrazione eucaristica è il banchetto pasquale"), la pienezza del segno richiederà di mangiare e bere, quindi la comunione sotto le due specie.
Pertanto, la messa non è più fondamentalmente riferita alla Croce, ma alla Cena, che è diventata il modello del rito, considerato come un banchetto commemorativo. Mentre l'aspetto sacrificale non viene negato, ma viene messo in secondo piano. L'oggetto di questo pasto commemorativo è sia la Passione che la Resurrezione, in egual modo (IGMR n° 2). Questi due misteri sono anche uniti in un unico termine: il "banchetto pasquale" istituito da questo memoriale.
Lo spostamento del "Mysterium fidei" conferma questa analisi. Precedentemente posto al centro della consacrazione, voleva stimolare l'atto di fede nella presenza di Cristo immolato, realizzata dalla transustanziazione. Da ora in poi, si riferisce a tutti i misteri di Cristo, proclamati in modo commemorativo: "Mistero della fede! Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua resurrezione nell'attesa della tua venuta!".
Questo cambiamento sposta il baricentro della messa. La trasformazione dell'altare in una tavola e il suo cambio di orientazione ne sono un segno particolarmente espressivo.
Quando la Diocesi invita a pregare per i musulmani e ad unirsi alla Festa del sacrificio

Riprendo un articolo pubblicato sul blog messainlatino.it relativo al tema dell'ecumenismo, tanto caro alla neo chiesa vaticanosencondista e ai suoi adebti così tanto solerti nel conoscere e approfondire le (false) religioni degli altri finendo per dimenticarsi della propria. Ormai siamo alla demenza, prodotta, è bene non scordarlo, da quelle malsane iniziative di Assisi, ad opera di Giovanni Paolo II e dei suoi successori - nelle quali tutte le religioni sono poste sullo stesso piano (questo di fatto l'assunto che se ne desume). Poi ci si meraviglia se i fedeli perdono la Fede in massa...  
L'Alfiere
I nostri lettori sono purtroppo abituati alle sconfortanti notizie che giungono dalla Diocesi di Bergamo, ma con il primo caldo estivo la situazione pare degenerata per giungere ad una vera e propria apostasia.
Nella tarda mattinata di lunedì 27 luglio [2020, ndr] è stato recapitato per posta elettronica a tutti i sacerdoti della Diocesi (ed in particolare ai parroci «dove si trovano centri culturali islamici») il comunicato, su carta intestata [vedi foto originale sotto], a firma di don (in realtà dal 2005 «mons.», ma è nota la refrattarietà ai titoli tra i prelati orobici) Patrizio Rota Scalabrini, direttore dell’Ufficio per il dialogo interreligioso, il cui contenuto ha fatto sobbalzare ben più di un destinatario, ponendo il serio dubbio che si trattasse di uno scherzo o di un grave colpo di sole accusato dai mittenti.
Appurato da fonti autorevoli che, purtroppo, la missiva è autentica e, ancor più purtroppo, nessuna insolazione risulta aver colpito gli addetti all’Ufficio per il dialogo interreligioso, la rendiamo nota ai nostri lettori.
La lettera si apre con una lunga introduzione sul significato ed importanza dell’imminente (venerdì 31 luglio) «Festa del Sacrificio» per i musulmani, precisando che tale festa «avviene laddove si trova ogni musulmano» e che «è la più sentita nel mondo musulmano: così anche in paesi di “diaspora” è occasione per rinsaldare i legami familiari e comunitari».
Già accennare all’Italia come «paese di diaspora» pone all’attento lettore ben più di qualche perplessità e preoccupazione, ma è dopo che lo sgomento prede forma, laddove mons. (ci voglia egli perdonare se ricordiamo che è Cappellano di Sua Santità) Patrizio Rota Scalabrini specifica che «in tale festa si ricorda Abramo che rigetta il demonio e sacrifica a Dio un montone al posto del figlio Ismaele»: falso! Il racconto biblico (come dovrebbe ben sapere Monsignore, che è anche insegnante residente di Scienze bibliche presso il Seminario vescovile «Giovanni XXIII», nonché delegato per l’Apostolato biblico dell’Ufficio catechistico diocesano) indica che Dio chiese ad Abramo di sacrificare il figlio Isacco, patriarca di Israele, e non Ismaele, considerato progenitore del popolo arabo, come invece i musulmani pretendono secondo la riscrittura che Maometto ha fatto del racconto «pro domo sua» (per tale motivo, la festa del sacrificio è stata provocatoriamente creata in insanabile contrasto ed opposizione con la fede cristiana).
Stravolgere un passaggio fondamentale nella storia della salvezza cristiana per compiacere l’interlocutore pagano lascia sbalorditi e la gravità è acuita dal fatto che l’autore sia un prelato ben consapevole (almeno stando ai titoli) di quanto scrive e delle implicazioni teologiche delle sue affermazioni.
Dopo questa claudicante introduzione, la lettera prosegue in un crescendo apostatico.
Preoccupandosi di ricordare che, a causa della pandemia, la comunità islamica di Bergamo ha subito più di cinquanta lutti e ha impedito ai suoi membri di festeggiare nei paesi d’origine compiendo il pellegrinaggio rituale alla Mecca (se questa stessa zelante preoccupazione fosse stata spesa per le decine di migliaia di Cattolici bergamaschi alle quali è stato impedito di celebrare santamente la Pasqua!), «raccomanda dunque di offrire sostegno ai fratelli e alle sorelle musulmani nel trovare le modalità migliori per poter celebrare questa festività con la propria comunità di fede, nonché nel ricercare e mettere in atto quei gesti di prossimità e benevolenza utili a sentirsi tutti parte di una comunità ampia che condivide lo spirito di fratellanza umana»: non c’è da stupirsi in una Diocesi che, da anni, organizza «Molte fedi sotto lo stesso cielo», festival che, in nome me di un malinteso ecumenismo, inneggia all’omologazione religiosa ed all’indifferentismo spirituale!
Ovviamente – chiarisce Monsignore – «lo spirito di fratellanza umana a cui Papa Francesco si appella»: non ci si premura più di trovare e citare circostanziatamente un fondamento nel Magistero pontificio (se mai ci sia…), basta il marchio di qualità «Papa Francesco» e la neochiesa ne esce soddisfatta. 
Ma per essere certo che il «messaggio di auguri» giunga correttamente ai fratelli musulmani, mons. Patrizio Rota Scalabrini si mette d’impegno e verga la preghiera da recitarsi («mi permetto di suggerire») da parte della comunità cristiana: «Preghiamo per i credenti musulmani»… e per la loro conversione all’unico vero Dio, potrebbe pensare l’ingenuo lettore, ed invece no! «Chiediamo a Dio 
onnipotente e misericordioso» (i due attributi più ricorrenti nel Corano: è lecito chiedere a quale «Dio» si riferisca Monsignore?) «che possano camminare alla Sua presenza in sincerità di cuore e nella ricerca del dialogo con i credenti delle altre tradizioni religiose»… ma sì, ebraica, buddista o cristiana, in fondo sono tutte «tradizioni religiose»!
Noi, invece, ci permettiamo di pregare – e di pregare veramente tanto – affinché le apostasie contenute in questa lettera siano cestinate dai destinatari, e le nostre autorevoli fonti ci confortano in tal senso: tanti saranno i coraggiosi parroci che non daranno seguito a queste indicazioni (ahimè, non frutto di passeggere, per quanto gravi, insolazioni estive) e rimarranno fedeli – essi ed il gregge loro affidato – all’unico vero Dio (Padre e Figlio e Spirito Santo… ché, di questi tempi, è bene precisare).
Una coraggiosa e strenua resistenza – del clero e del popolo laico – che a Bergamo non è certo una novità, ma che oggi assume forme ben più tragiche e decisive.
L.V.

P.S.: un ultimo fuggevole appunto che spero non contrarii Monsignore, il quale chiosa associando la festa islamica ed il pellegrinaggio rituale alla Mecca con il profeta Abramo, il quale «ci insegna e ci chiede di sentirci sempre pellegrini, in cammino in una terra che non è nostra ma che abbiamo l’onere e l’onore di amministrare ed attraversare insieme». Ecco – in nome della da lui auspicata « opportunità di incontro generativa, che rilancia la possibilità di creare relazioni amicali e fraterne» – con filiale devozione, invito Monsignore a sostenere l’amore verso la terra e tutte le creature che in essa vivono, chiedendo ai «fratelli e sorelle musulmani» di non procedere, durante la festa del sacrificio, al rituale sgozzamento di pecore, capre, buoi e cammelli, che a centinaia di migliaia vengono ogni anno brutalmente uccisi con questo metodo in ossequio alla tradizione coranica.

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