ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 12 settembre 2020

Intorno alle “mura” da abbattere

Gerico cadrà
                                       PAROLA PROFETICA Tu sei il Mio Tempio,... - La Bibbia ogni giorno | Facebook

Il Signore è il Dio dei castighi; il Dio dei castighi agì liberamente. Innàlzati, tu che giudichi la terra: rendi la ricompensa ai superbi. Fino a quando i peccatori, Signore, fino a quando i peccatori si vanteranno? dichiareranno e affermeranno iniquità, parleranno quanti operano l’ingiustizia? Hanno umiliato il tuo popolo, Signore, e vessato la tua eredità. […] Il Signore non respingerà il suo popolo e non abbandonerà la sua eredità. […] Dio renderà ad essi la loro iniquità e per la loro malizia li disperderà: li disperderà il Signore, nostro Dio (Sal 93, 1-5.14.23 Vulg.).

La preghiera del cristiano, per risultare efficace, deve essere profondamente radicata nelle tre virtù teologali. Nel caso dell’intenzione che presenteremo oggi pomeriggio nel Rosario, la richiesta si fonda anzitutto sulla fede che il Creatore, libero da qualsiasi impedimento, governa il mondo con la Sua infallibile giustizia, retribuendo ogni atto, buono o cattivo. Nessun peccato rimane impunito, ma viene scontato, se c’è conversione, con una pena di durata limitata da espiare in questa vita o nell’altra; in mancanza di pentimento di colpe gravi, con la dannazione eterna. Certamente la pena temporale può essere ridotta con vari mezzi, ma i potenti di questo mondo, propalatori di menzogne e operatori di ingiustizie, nella loro superbia li ignorano o disprezzano, esponendosi così al supplizio senza fine dell’Inferno. In secondo luogo la speranza, sicura dell’onnipotente Provvidenza, pur non nascondendosi la dura realtà presente fa attendere con incrollabile sicurezza l’intervento del Signore a liberazione del Suo popolo, mai da Lui abbandonato, e a condanna degli oppressori, esposti ad esser consumati dal soffio della Sua ira (cf. Gb 4, 8-9 Vulg.).
La carità, inseparabile dalle altre due virtù, fa sgorgare un grido di dolore di fronte allo spettacolo del male e delle ingiustizie, che offendono il Sommo Bene e fanno soffrire gli innocenti. Non è però una protesta scomposta e rancorosa, bensì un appello compunto, pieno di riverenza e di timore di Dio: il cristiano sa bene che nessuno è senza peccato dinanzi a Lui; l’innocenza di un essere umano – a meno che non si tratti di un battezzato che non ha ancora l’uso di ragione – è sempre relativa. Da ogni male, inoltre, l’Onnipotente è capace di trarre un bene, soprattutto se trova chi sia disposto a portare la croce con amore per Lui e per il prossimo. Chi si è lungamente e pazientemente allenato in questo santo esercizio può dichiarargli senza presunzione: «Il mio cuore è pronto, o Dio, il mio cuore è pronto. Chi sorgerà con me contro i malvagi? o chi resisterà con me contro gli operatori di iniquità? Innàlzati sopra i cieli, o Dio, e la tua gloria sia su tutta la terra, perché i tuoi diletti siano liberati. Portaci soccorso dalla tribolazione, poiché vana è la salvezza dell’uomo» (Sal 107, 2; 93, 16; 107, 6-7.13 Vulg.)».
La virtù, provata nel crogiuolo dell’umiliazione nascosta e silenziosa, dona questa santa audacia e confidenza, la quale, ovviamente, non è mai disgiunta dalla stringente consapevolezza dell’assoluto bisogno dell’aiuto divino. In tal modo si manifesta quel perfetto equilibrio tra natura e grazia che è richiesto per le imprese di portata soprannaturale, ma umanamente rischiose: l’uomo intraprende con determinazione ciò che lo Spirito Santo gli suggerisce interiormente e, nel far ciò, mette in atto tutte le proprie risorse, ma senza perder di vista un istante il fatto che il successo dipende dall’Alto e che, senza la protezione celeste, andrebbe incontro a sicura rovina. Tale armoniosa combinazione è realizzabile soltanto nei gradi avanzati della vita spirituale, mentre è impossibile nei primi passi di  una conversione. La storia di san Paolo, a questo proposito, è paradigmatica: lo zelo fervido e sincero, ma ancora indiscreto, del neofita lo portò a un passo dalla morte per ben due volte, a Damasco come a Gerusalemme, motivo che lo indusse a ritirarsi per tre anni, prima di dare inizio alla sua missione, nel deserto dell’Arabia (cf. At 9, 20-30; Gal 1, 17-18).
Il vero apostolo si distingue per umiltà, realismo, prudenza, discrezione, perspicacia, abnegazione, spirito di sacrificio. Chi invece, in uno stato dell’anima ancora acerbo e non esente da gravi difetti, si lancia senza alcun mandato in imprese più grandi di lui rischia di provocare disastri, mettendo in guai seri se stesso e chi lo segue. In questo caso il diavolo ha buon gioco nel far leva, con banali tentazioni sotto apparenza di bene, sull’orgoglio, sulla presunzione, sul narcisismo, sull’ostinazione, sull’emozionalismo, sull’impreparazione e sullo spirito di insubordinazione, trascinando l’ignara vittima verso esiziali derive pseudomistiche. Può anche accadere che uno, in preda ad un attivismo convulso, non si accorga, dopo aver cambiato la bandiera sotto cui militava, di continuare a usare gli stessi metodi da attivista politico, che non sono compatibili con l’apostolato cattolico. Per tutte queste ragioni è bene seguire l’esempio di san Paolo: i frutti straordinari della sua missione furon seminati in un congruo periodo di solitudine. Nella sequela di Gesù è Lui a tracciare il cammino e a fissarne le tappe per mezzo di una buona guida spirituale.
Per non correre il rischio di appiattirsi su modalità di azione puramente umane (e per giunta dettate dalla pancia anziché dal cervello), impedendo così la maturazione di una visione soprannaturale dei problemi e delle soluzioni, occorre lasciarsi severamente educare all’autentica vita interiore propria dei cattolici, alla scuola della Vergine Maria. Ciò non significa affatto una rincorsa al messaggio, al miracolo o all’apparizione, ma una formazione esigente dello spirito, che solo un maestro sapiente sa dispensare. Se non ne trovate uno in carne e ossa, ricorrete ai Santi e agli autori provati, come san Francesco di Sales, sant’Alfonso Maria de’ Liguori, il beato Columba Marmion, l’abbé Tanquerey… Un corretto rapporto tra natura e grazia – ossia tra ciò che dobbiamo fare noi e ciò che fa Dio – non si costruisce certo in un giorno né servono effimere fiammate di entusiasmo, in cui ancora si insinua l’io peccatore con i suoi moventi camuffati. La parte principale, in realtà, spetta fin dall’inizio allo Spirito Santo, ma con il progresso dell’anima cambia il Suo modo di agire: dapprima, nella lotta al peccato e nel consolidamento delle virtù, opera con noi; poi, nella via di unione, opera in noi.
Onde evitare lo scoglio dell’attivismo emozionalistico, naturalmente, non bisogna incagliarsi nelle secche dell’intellettualismo: in quest’ultimo caso, quanto letto nei testi di ascetica e mistica, anziché venir messo in pratica, rimane una mera acquisizione culturale, da esibire eventualmente per far colpo sugli altri. In questo campo, la collaborazione tra natura e grazia richiede, da parte nostra, anzitutto uno stile di vita ordinato negli orari e nelle abitudini; poi, un ritmo di orazione il più possibile stabile, a intervalli regolari; quindi un sapiente dosaggio di preghiera vocale, meditativa e contemplativa (come l’adorazione). Fanno da necessaria cornice la pratica perseverante delle virtù, guidate, fecondate e unificate dalla carità; una disposizione costante di umiltà e abnegazione, che ne è la condizione preliminare e al tempo stesso il sigillo di garanzia; infine un coraggioso spirito di sacrificio e dedizione, che dimostra la serietà e veracità delle richieste che rivolgiamo al Signore. Un indispensabile mezzo, alla portata di chiunque, per incrementare tutto questo è l’esercizio della mortificazione, anche al fine di combattere la dissipazione (per esempio, ponendo un limite preciso all’uso della Rete e dei social networks).
Prendiamo a modello i personaggi biblici che, mediante iniziative ispirate dal Cielo, hanno ottenuto risultati umanamente insperabili. Come insegna san Tommaso, fin dall’eternità Dio ha stabilito quali fatti si debbano verificare come effetto di cause umane, fra le quali rientra la preghiera (cf. Summa theologiae, IIª-II ͣ ͤ, q. 83, art. 2, resp.: «Non preghiamo al fine di mutare la disposizione divina, ma di ottenere ciò che Dio ha disposto che debba compiersi mediante le preghiere dei santi»). La regina Ester, prima di presentarsi al re Artaserse senza esser chiamata, correndo così un enorme rischio per la propria vita, digiunò e si mortificò per tre giorni con i suoi connazionali, poi invocò con umile confidenza l’aiuto del Signore e infine, rivestita di tutto il suo splendore, si avviò con determinazione verso la sala del trono (cf. Est 4-5 nel testo greco). Giosuè, per conquistare Gerico, non mise mano alle armi, ma eseguì fedelmente il comando divino di girare intorno alla città per sette giorni recando in processione l’arca dell’alleanza e suonando le trombe sacerdotali; il settimo, le inespugnabili mura crollarono prodigiosamente al possente grido di guerra lanciato dall’intero popolo (cf. Gs 6).
«Tutto ciò avveniva loro come prefigurazione e fu scritto per nostra istruzione» (1 Cor 10, 11). La vera foederis arca è l’Immacolata; indossando la medaglia miracolosa, La porteremo simbolicamente intorno alle “mura” da abbattere. Le trombe risuoneranno con le autorevoli intimazioni dell’esorcismo; il grido di guerra saranno le innumerevoli Ave Maria recitate in ogni parte d’Italia. Così si realizzerà per noi la profezia del Salmista: «In Dio faremo una prodezza; egli stesso annienterà i nostri nemici» (Sal 107, 14). Per conservare il giusto spirito, facciamo nostre queste parole del testamento spirituale di Bruno Cornacchiola: «Le sofferenze che ho, o che verranno, siano offerte dal mio cuore al Signore perché possiate continuare ad amare il Signore, anche in momenti che verranno terribili contro chi crede in Cristo, Verbo Dio generato da Dio, Dio stesso che nacque da Maria, Madre di Dio; chi crede all’Eucaristia, all’Immacolata Concezione e al Vicario, il Papa. Mio Dio, mi dono tutto a te e ti amo amando!» (12 aprile 1975). Dio ci benedica e la Vergine ci protegga.
Respexit in orationem humilium et non sprevit precem eorum (Ha volto lo sguardo alla preghiera degli umili e non ha disprezzato la loro supplica; Sal 101, 18).
N.B.: il programma qui indicato rimane invariato a motivo degli impegni già assunti; eventuali interferenze di estranei non vanno prese in considerazione.

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SANTO ROSARIO DEDICATO AL NOME DI MARIA



IN OCCASIONE DELL’ANNIVERSARIO DEL TRIONFO DELLA CRISTIANITÀ A VIENNA CONTRO L’ISLAM OTTOMANO, CONSACRIAMO QUESTO SANTO ROSARIO AL NOME DI MARIA, PER LA SALVEZZA DELLA CRISTIANITÀ DAI SUOI NEMICI ESTERNI E INTERNI

Confederazione Triarii

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