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mercoledì 21 ottobre 2020

Le ideologie che oggi occupano non solo il mondo ma anche la Chiesa

Un popolo si riappropria della Dottrina sociale

La Terza Giornata nazionale della Dottrina Sociale della Chiesa, tenutasi sabato scorso a Lonigo (VI), è stata molto più che un convegno: è stato un popolo che si riappropria di un insegnamento sociale che la Chiesa di oggi ha abbandonato per seguire le ideologie mondane. È stato l'inizio di un cammino per ricostruire una presenza nella società che metta al centro Cristo creatore e redentore.

                              Lonigo, l'intervento di Maurizio Milano (a dx)

In un grande convento francescano di una piccola cittadina veneta, sabato scorso 17 ottobre è accaduta una cosa molto significativa. A Lonigo (Vicenza) si è tenuta la III Giornata Nazionale della Dottrina sociale della Chiesa. Il solito convegno! si dirà… E invece non è stato il solito convegno ma qualcosa di meglio e di più. Lì si è dato appuntamento un popolo cattolico che non intende rinunciare alla Dottrina sociale della Chiesa così come la Chiesa l’ha sempre insegnata, che dal basso si organizza e si collega per aiutarsi a tenere fede a questo patrimonio, seriamente preoccupato da come la Chiesa stessa lo stia trascurando se non abbandonando.

Alla chiamata dell’Osservatorio Van Thuân e della Nuova Bussola Quotidiana hanno risposto non solo singole persone ma soprattutto molte realtà associative e centri culturali cattolici già collegati tra loro nel Coordinamento nazionale Justitia et Pax per la Dottrina sociale della Chiesa. Le relazioni della mattinata – il vescovo Crepaldi, Gotti Tedeschi, Milano, Severance, Cascioli – hanno messo in evidenza le ideologie che oggi occupano non solo il mondo ma anche la Chiesa. Tra esse e la Dottrina sociale c’è una opposizione frontale, sicché se il loro sviluppo è lasciato correre ciò accade per la carenza nell’utilizzo della Dottrina sociale della Chiesa.

Il mondo ecclesiale parla di ecologia, di povertà, di decrescita, di natura, di sostenibilità, di mondialità, di integrazione, di fratellanza così come ne parla il mondo piuttosto che secondo le categorie della propria Dottrina sociale. Le diocesi e le parrocchie credono alle bugie sul riscaldamento globale, denunciano lo spreco dell’acqua ma non dicono una parola contro lo sterminio dell’aborto. Pensano che “dare a Cesare quel che è di Cesare” consista nell’obbedire ai decreti governativi anti-covid, e dimenticano che anche a questo proposito bisogna “dare a Dio quel che è di Dio”.

Il popolo che ha partecipato a questa Terza Giornata della Dottrina sociale della Chiesa prende atto del suo abbandono da parte della Chiesa. La nuova teologia morale la rende impossibile. Le Diocesi non pensano ad utilizzarla in modo integro per la formazione dei laici. La Facoltà teologica di Milano dice che bisogna “superare” la Dottrina sociale della Chiesa. I vescovi italiani organizzano un pellegrinaggio ambientalista, molti di quelli americani invitano a votare Biden, quelli tedeschi hanno preso una strada di uscita dalla dottrina cattolica su questioni fondamentali di etica sociale, quelli spagnoli hanno proposto al loro governo di inserire l’insegnamento della religione nella materia di “educazione ai valori”: il Vangelo ridotto ad educazione civica dei governi socialisti.

Il collegamento tra bioetica, biopolitica, biodiritto e Dottrina sociale della Chiesa stabilito inequivocabilmente dalla Evangelium vitae è rifiutato. Nessun intervento chiaro e forte sulle recenti politiche contro la vita. I parroci alla prima comunione regalano ai bambini piantine da mettere a dimora. Si lanciano le parrocchie plastic free. Durante il lockdown la Chiesa ha omesso di educare i fedeli all’uso della ragione, applicando disposizioni ancora più irragionevoli di quelle governative. Di diritto naturale e di legge morale naturale, da sempre capisaldi della Dottrina sociale cattolica, raramente si sente parlare.

Che non si possa militare in tutti i partiti politici non si può più dire. Comandamenti che hanno uno sfondo sociale molto evidente vengono considerati non imperativi: dal dovere di santificare le feste a non desiderare la donna d’altri, dal non uccidere al non fornicare. Il diritto alla proprietà privata, invece, pur essendo tutelato da due comandamenti, viene messo volentieri in discussione.

Nel pomeriggio della Terza Giornata di Lonigo di sabato scorso ci sono stati molti interventi di questo popolo della Dottrina sociale della Chiesa. Non si vuole che la società multi-religiosa diventi il fine della vita sociale e politica perché questo la Dottrina sociale non l’ha mai insegnato. Si vuole una economia della vita, della famiglia, della natalità, dei corpi intermedi naturali e non una politica dell’ambiente o della società aperta, o delle agenzie internazionali.

Non si pensa che la Chiesa faccia parte di una più grande fratellanza in cui inserirsi, ma si pensa che Gesù Cristo abbia, come Creatore, costituito la fratellanza del genere umano, e che come Salvatore l’abbia redenta dal peccato. Non si vuole rinunciare allo sviluppo in cambio della sostenibilità, perché l’unica cosa insostenibile è il sottosviluppo. Non si vuole cedere ad un nuovo socialismo statalista, finanziario e globalista che si vuole imporre con la scusa delle emergenze sanitarie. 

Esiste già ormai da un anno il Coordinamento Justitia et Pax che collega tra loro queste realtà sia locali che nazionali. Bisognerà ampliarlo e renderlo ancora più strutturato e operativo che non ora. Poi bisognerà dar vita ad una opera formativa continuativa nei territori della cattolicità italiana. Bisognerà anche entrare con una sola voce nel merito di tante questioni sociali e politiche di oggi in cui lo smarrimento della bussola è evidente e dove il silenzio del magistero si fa più sonoro. Bisognerà poi pensare anche a delle opere.

Non è stato solo un convegno, è stato qualcosa di meglio e di più.

Stefano Fontana

https://lanuovabq.it/it/un-popolo-si-riappropria-della-dottrina-sociale

La proprietà privata come diritto “vero e perfetto”

La proprietà privata – tra le altre cose – è il «fine prossimo che si propone l’artigiano», per mezzo del suo lavoro. Lo scrive Leone XIII nella Rerum Novarum[1]. Il pontefice usa qui altri due sinonimi della proprietà privata: il «necessario alla vita» e la «dovuta mercede».

Ma la cosa notevole è che – sempre secondo Leone XIII – la proprietà privata è retta da un «vero e perfetto diritto», secondo il quale l’operaio può «esigere» e «investire come vuole» quello che, per mezzo del lavoro, è diventato suo.

Leone XIII rincara: la proprietà privata è di «diritto naturale», poiché «conforme alla natura» umana. Quindi non si tratta di un contratto sociale, né di una convenzione stipulata di comune accordo tra le parti. È, cioè, nella natura umana il possedere i beni materiali e spirituali, ovvero il poterne disporre, farne uso direttamente.

Il pontefice precisa che, al diritto alla proprietà privata, «non si oppone per nulla» il principio della destinazione universale dei beni «poiché quel dono egli lo fece a tutti, non perché ognuno ne avesse un comune e promiscuo dominio, bensì in quanto non assegnò nessuna parte del suolo determinatamente ad alcuno, lasciando ciò all’industria degli uomini e al diritto speciale dei popoli».

Contro l’ipotesi socialista, Leone XIII ammette sì che l’uso della terra è dato a «tutto il genere umano», ma non nel senso che i beni fossero simultaneamente a disposizione del godimento di tutti (comunismo), ma in modo che ci fosse una distribuzione assennata dei beni, secondo le capacità delle nazioni.

Il diritto alla proprietà privata è definito «vero e perfetto» anche perché Leone XIII ha ben presente che il «defraudare gli operai della giusta mercede» è uno dei peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio e, quindi, è cosa gravissima.

Quanto alla proprietà privata, la Rerum Novarum non fa distinzione tra ricchi e poveri, se non per dire che i ricchi sono in una posizione privilegiata e che la relazione tra le classi sociali dev’essere equilibrata mediante l’applicazione della giustizia e della carità.

Uno tra i temi maggiormente e colpevolmente dimenticati dalla politica e dall’economia contemporanea è la questione delle imposte. Non riesce ad entrare nella testa di chi amministra il bene pubblico che aumentare il carico fiscale a dismisura equivale a rubare – e proprio in virtù dell’esistenza della proprietà privata.

Leone XIII si è raccomandato «che la privata proprietà non venga oppressa da imposte eccessive», altrimenti si avrebbe un annientamento della proprietà privata: lo Stato non può farlo poiché «il diritto della proprietà privata deriva non da una legge umana, ma da quella naturale». È, dunque, «ingiustizia ed inumanità esigere dai privati più del dovere sotto pretesto di imposte».

Dello stesso tenore è il pronunciamento di Pio XI nella Quadragesimo Anno[2]: non è lecito allo Stato «di aggravare tanto con imposte e tasse esorbitanti la proprietà privata da renderla quasi stremata». Da notare che la critica dei pontefici all’eccessiva pressione fiscale non è associata, se non indirettamente, ai grandi principi della giustizia e della carità, ma immediatamente proprio alla legittimità della proprietà privata.

Anche Pio XI si dilunga, nella sua enciclica, sulla proprietà privata e sul pericolo socialista di annullarla. Tra l’altro, mettere mano alla mercede altrui è del tutto illecito: «l’abolizione della proprietà privata tornerebbe, non a vantaggio, ma a estrema rovina della classe operaia».

È vero, al contrario, che la proprietà privata ha la duplice «specie» di «individuale e sociale» – secondo il magistero richiamato da Pio XI. Vi sono, pertanto, dei doveri inerenti la proprietà, legittimamente regolati dallo Stato. Lo Stato, però, non può disporre della proprietà «arbitrariamente», poiché «l’uomo è anteriore allo Stato» (in conformità alla sua natura). Si tratta di una questione fondamentale: «il diritto del dominio privato viene largito agli uomini dalla natura, cioè dal Creatore stesso, sia perché gli individui possano provvedere a sé e alla famiglia».

Lo Stato ha potere sulla proprietà privata, perché il bene comune passa tanto per la dimensione individuale, quanto per quella sociale della proprietà. Non tutto è lecito a chi possiede e a chi usa di ciò che possiede. Per questi motivi è giusto affermare che la proprietà «non è immobile».

Prendere, però, a pretesto l’abuso (specialmente del capitale) sulla proprietà – scrive Pio XI – non può invalidare il principio secondo cui «bisogna che rimanga sempre intatto e inviolato il diritto naturale di proprietà privata e di trasmissione ereditaria dei propri beni, diritto che lo Stato non può sopprimere».

La proprietà privata, insomma, non deriva da legge umana, ma da legge naturale e lo Stato può «semplicemente temperarne l’uso e armonizzarlo col bene comune».

È da precisare che la tradizione cristiana e, in particolare, la Dottrina sociale della Chiesa hanno sempre esortato a considerare la proprietà privata come un mezzo e non un fine, a vantaggio non solo personale, ma sociale e comunitario[3]. Rimane primariamente la signoria di Dio su ogni realtà creata, anche se l’uomo ha la vocazione di partecipare ai doni del Creatore, disponendone e utilizzandone per il bene.

Proprio perché l’uomo possiede i beni donati a lui dal Creatore, è chiamato a seguire la via della carità e della giustizia – compiuta in Cristo – che consiste nel donare a sua volta le cose messe a disposizione dalla Provvidenza per il bene di tutti.

Silvio Brachetta 

 

[1] Leone XIII, Lettera enciclica Rerum Novarum, 15/05/1891. Si prendono in considerazione i nn. dal 4 al 12.

[2] Pio XI, Lettera enciclica Quadragesimo Anno, 15/05/1931. Si prendono in considerazione i nn. dal 25 al 49.

[3] CfCompendio della Dottrina sociale della Chiesa, LEV, nn. 176-181.

https://www.vanthuanobservatory.org/ita/la-proprieta-privata-come-diritto-vero-e-perfetto-di-silvio-brachetta/

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