ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 16 ottobre 2020

Perseverare diabolicum est

UN FILM GIÀ VISTO

Covid, il fatalismo e la replica degli errori

Il numero dei morti che viene comunicato è in linea con quello di molte patologie polmonari di cui non si parla più, ma i messaggi catastrofisti sono la nota dominante. Come a marzo-aprile, le terapie intensive rappresentano un elemento chiave di questa strategia comunicativa, con la prospettiva di una nuova “selezione” dei casi, nonostante per ora ci siano reparti anche vuoti e le cure esistano

Da alcuni giorni i messaggi catastrofisti riguardo al Covid stanno diventando sempre più insistenti. Si nota, rispetto a marzo e aprile, una diversa strategia comunicativa. Tutti ricordiamo lo slogan ripetuto come un mantra durante il lockdown: “Andrà tutto bene”. Oggi invece il messaggio è: andrà tutto male, anzi, malissimo.

Il numero dei morti che viene comunicato - e su cui si tacciono spesso l’età e le patologie concomitanti - è in linea con quello di tante altre patologie polmonari di cui non si parla più, ma non importa. In questo momento la parola d’ordine è puntare l’attenzione sulle terapie intensive, le quali - ci viene detto- saranno sature di pazienti entro due mesi. A quel punto scatterà il lockdown generale, presumibilmente intorno all’Immacolata, che ci accompagnerà poi fino a gennaio. Non è un caso che lo stato di emergenza proclamato nel febbraio scorso dal governo Conte duri fino al 31 gennaio.

Le terapie intensive rappresentano un elemento chiave della strategia comunicativa. Tutti ricordiamo le immagini delle persone intubate, o con la testa imprigionata dietro paurosi caschi. Le sole parole “terapia intensiva” fanno paura, fanno pensare all’anticamera della morte. “Non sappiamo se reggeremo”, dichiarano alcuni anestesisti. Perché? Verrebbe da chiedersi. L’idea che si vuole far passare è che un’infezione da Covid sia ipso facto gravissima, tale da portare fatalmente alla terapia intensiva e alla morte. Ma non è così.

Negli scorsi mesi si è visto che i casi gravi sono stati quelli in cui non si è fermato subito il processo infiammatorio, al suo inizio, somministrando solo antipiretici. Intervenendo con terapie robuste, con potenti antinfiammatori, e con altri farmaci, le morti non sono inevitabili. Anziché dunque aspettare l’aggravamento dei pazienti e attendere il loro arrivo nelle terapie intensive, sarebbe molto più opportuno fare diagnosi precoci, e addirittura prima di conoscere l’esito di eventuali tamponi sarebbe opportuno intervenire con cure precauzionali. Evidentemente bisognerebbe incrementare l’attività della rete medica territoriale, in particolare quella dei medici di Medicina Generale, ma tutto questo non è all’orizzonte.

Sembra di assistere alla replica esatta di quanto avvenuto nella scorsa primavera, con gli stessi errori, come se non fosse accaduto niente, come se non si fosse imparato niente. Come se le regole imposte con durezza da Stato di Polizia, dalle mascherine ai distanziamenti, in fondo sapessimo già che non raggiungeranno lo scopo di arginare i contagi.

Un fatalismo rassegnato, che non trova conforto, visto l’ostinato negazionismo rispetto alle possibilità di curare la malattia, e che attende solo il messia-Vaccino. “Distanziamento e mascherine a oggi sono l’unica terapia che sappiamo effettivamente funzioni fino all’arrivo del vaccino” ha dichiarato nei giorni scorsi la dottoressa Cristina Mascheroni, anestesista e presidente dell’associazione di categoria Aaroi-Emac Lombardia. Una dichiarazione agghiacciante, soprattutto se si pensa che arriva da quel tipo di specialisti il cui ruolo è utilizzare tutte le cure possibili, ad un livello appunto “intensivo”, per salvare i pazienti.

Lo scenario di una saturazione delle terapie intensive (nonostante alcune realtà come la Lombardia abbiano a disposizione le strutture realizzate nell’ex Fiera e a Bergamo, al momento completamente vuote) va ancora una volta a riproporre lo stesso film già visto a marzo e aprile, con la prospettiva di una “selezione” dei casi da ammettere o meno alle cure intensive.

Non si è a sufficienza indagato su quello che è accaduto in quei mesi, con le indicazioni di selezionare i pazienti da curare in base all’età o alla presenza di altre patologie, ed ecco riapparire lo spettro di eventuali abbandoni terapeutici, con il semplice accompagnamento del paziente alla morte con l’aiuto della morfina. Una prassi che per molti operatori sanitari chiamati ad applicare tali indicazioni ha voluto dire andare incontro ad un notevole impatto emotivo, con burnout e stress post-traumatico, ma che per molti pazienti ha voluto dire perdere la vita solo perché avevano più di 75 anni. Uno scenario che si vorrebbe non rivedere più.

Se l’attuale clima di allarmismo per l’evoluzione dei contagi può avere un aspetto positivo, questo sta proprio nel non farsi trovare impreparati, nell’implementare i posti letto per non avere più l’alibi del sovraffollamento e della scarsa disponibilità di cure, e nello smettere di far credere ai pazienti e ai familiari che non ci sono cure e che bisogna solo rassegnarsi e aspettare che passi la tempesta. Usiamo tutte le possibilità terapeutiche che sono disponibili, e non sono poche.

Paolo Gulisano

https://lanuovabq.it/it/covid-il-fatalismo-e-la-replica-degli-errori


Censis: “Italiani impauriti, pronti alla seconda ondata”. Ma, numeri alla mano, le restrizioni sono abnormi


Cari amici di Duc in altum, “Italiani impauriti, ma pronti alla seconda ondata: otto su dieci favorevoli all’obbligo della mascherina ovunque”. Questo il titolo con il quale il Censis presenta i risultati di un’indagine su come è cambiato il lavoro con il Covid-19. Qui vi propongo la sintesi pubblicata dal Censis. Alla quale segue una lettera con le valutazioni di Alessandro Martinetti, osservatore attento che già in passato è intervenuto nel blog e ci offre nuovi spunti di riflessione.

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O mascherina o multa, anche sul lavoro: gli italiani dicono sì. Gli italiani d’accordo con l’obbligo della mascherina da indossare ovunque sono l’80% del totale (il dato sale all’86% tra le donne). Più favorevoli al Centro (85,6%) e al Sud (83,1%), meno al Nord-Ovest (78%) e al Nord-Est (71,6%). In particolare, tre lavoratori su quattro vogliono mascherine obbligatorie ovunque, anche in azienda, pena un’ammenda per i contravventori. Più favorevoli sono i dirigenti (84,2%) e i laureati (80,7%).

Questi sono alcuni dei risultati dell’instant report Censis-Eudaimon «Lavorare durante e dopo il Covid-19: perché è importante il welfare aziendale», realizzato dal Censis in collaborazione con Eudaimon (www.eudaimon.it), leader nei servizi per il welfare aziendale, con il contributo di Credem, Edison e Michelin.

Pronti alla seconda ondata

L’83,7% degli italiani è pronto ad affrontare l’emergenza sanitaria e le restrizioni a cui da tempo si preparavano. Per il 66,1% la propria Regione è pronta (il dato aumenta all’83,2% nel Nord-Est e scende al 65,1% nel Sud e nelle isole, al 64,4% nel Centro, al 56,4% nel Nord-Ovest). Per il 55,1% il Governo è pronto (il 54,1% tra i giovani, il 62,8% tra gli anziani). E per il 63,1% dei lavoratori è pronta la propria azienda (il 70,9% tra i dirigenti, il 62,8% tra gli impiegati, il 68,5% tra gli operai). Paura sì, ma stavolta niente «effetto sorpresa» dal virus. Alla seconda ondata gli italiani si sono preparati psicologicamente e materialmente, anche dentro le aziende.

Ma non è più il lavoro di prima del Covid-19

È già chiaro che a causa dell’emergenza sanitaria il lavoro è cambiato per sempre. Lo pensa quasi la metà degli occupati (il 45,9%), in particolare i millennial (57,3%) e gli operai (52%). Secondo il 44,3% sono aumentati la fatica e lo stress. L’autonomia negli impegni e negli orari di lavoro è rimasta però la stessa secondo la maggioranza (63,7%), mentre è peggiorata solo per il 18,2% (al contrario, è aumentata per il 18%). Ma per il 25,3% degli occupati adesso è più complicato conciliare lavoro, famiglia e tempo libero (per il 54,6% la conciliazione è rimasta complicata come prima, solo per il 20,1% è migliorata).

Molto meglio lavorare da casa

Il 24,4% degli occupati ha sperimentato forme di lavoro da remoto: il 34,8% tra i dirigenti, il 27,2% tra gli impiegati, solo l’11,3% tra gli operai. La conciliazione di lavoro, vita familiare e tempo libero è migliorata molto di più per gli smart worker che per i lavoratori costretti alla presenza fisica: il 41,6% dei primi contro solo il 13,1% dei secondi. In particolare, per il 44% di chi lavora a distanza è migliorata la gestione dei figli: una percentuale che crolla al 15,1% tra chi non lavora da remoto. Rispetto al periodo pre-Covid, per il 24% degli smart worker è migliorato in generale il proprio lavoro, ma la pensa così solo il 7,6% di chi non lavora da remoto.

Lavorare insieme, nonostante le condizioni diversificate

Per il 46,1% dei lavoratori (il 59,5% dei dirigenti, il 44,8% degli impiegati, il 45,7% degli operai) l’emergenza sanitaria ha complicato ulteriormente la vita familiare e ha differenziato profondamente le condizioni di lavoro nelle aziende. Ecco la sfida che il Covid-19 ha lanciato alle aziende: riuscire a far cooperare persone con situazioni di lavoro e di vita personale diversissime tra loro. Il valore aumentato del welfare aziendale emergerà da questa sfida: garantire servizi adeguati a condizioni personali e lavorative molto diverse, intercettando i bisogni di ciascuno e fornendogli i servizi necessari. Riducendo così lo stress e le tensioni, e migliorando la qualità della vita di tutti.

Fonte: Censis

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Caro dottor Valli, il regime autoritario sotto mentite spoglie democratiche che martoria a proprio piacimento l’Italia s’è inventato – come ampiamento previsto – la “seconda ondata” del Covid, ottimo pretesto per martoriare vieppiù gli italiani (i quali, peraltro, come rane bollite, paiono non essersi ancora accorti della calamitosa truffa perpetrata a loro costernazione).

Tra chi presenta un tampone positivo, il 50-60% è totalmente asintomatico, cioè non è malato, non ha il Covid (ma il regime s’è inventato la malattia dell’asintomaticità, ignota ai manuali di medicina). Il 35-40% è paucisintomatico, cioè ha pochi sintomi, niente più di una blanda sindrome similinfluenzale. Solo il 5% circa ha sintomi più rilevanti, ma il regime pare ignorare che oggi il Covid, numericamente quasi estinto, si cura benissimo (idrossiclorochina, corticosteroidi, eparina, plasmaferesi).

Si consideri inoltre che dei debolmente positivi (cioè circa il 95% dei positivi al tampone) solo il 3% circa trasmette il contagio.

Numeri alla mano, dovrebbe essere evidente che le restrizioni di regime (che preludono a un nuovo lockdown natalizio) sono follemente abnormi rispetto alla reale entità della minaccia in essere, e che il Covid oggi è nient’altro che un comodo pretesto per perpetuare una spietata politica del terrore a desolazione morale e materiale del Paese.

Anziché procedere con un altro lockdown, il regime dovrebbe applicare le elementari regole della profilassi medica, cioè limitarsi a riguardare con debite cautele le persone a rischio, ossia gli anziani immunodepressi e con gravi patologie pregresse o in atto, le sole per le quali il Covid possa presentare ancora rilevanza clinica.

Alessandro Martinetti

https://www.aldomariavalli.it/2020/10/16/censis-italiani-impauriti-pronti-alla-seconda-ondata-ma-numeri-alla-mano-le-restrizioni-sono-abnormi/

Raffaele Varvara (Infermiere): "Nei reparti adesso non c'è nessuna emergenza"


Raffaele Varvara, fondatore del gruppo politico-professionale "infermieri in cambiamento", offre la sua diretta testimonianza riguardo alla reale situazione che si respira negli ospedali italiani alle prese con il covid. "Oggi non c'è dal punto di vista empirico nessuna emergenza"


Vox Italia Tv https://www.youtube.com/watch?v=NYLLPl_mLzM


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