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martedì 20 luglio 2021

Il demonio odia la Messa in rito antico

Il professor Kwasniewski: la liturgia tradizionale è un esorcismo perpetuo, ecco perché il demonio la odia così tanto


Sul mensile Radici Cristiane (n.142) fu pubblicata un’intervista al professor Peter Kwasniewski. Quando l’intervistatrice Chiara Chiessi gli domanda se il demonio odia la Messa in rito antico, Kwasniewski risponde:

Il demonio odia la disciplina, l’ordine, la bellezza, l’umiltà, il sacrificio, la lode liturgica, la tradizione ed il sacerdozio. L’antica liturgia romana -e sto parlano qui non solo della Messa, ma anche dell’Ufficio divino e di tutti i sacramentali- è permeata di ordine e bellezza. 

Richiede immensa umiltà e disciplina da parte dei ministri, che devono celebrare in maniera giusta ed adeguata. Sopprime deliberatamente l’individualità ed il desiderio di “apparire” o di “essere se stessi”. Tende all’adorazione ed alla glorificazione di Dio, con Cristo stesso come Sommo Sacerdote e tutti gli altri come servi. Paradossalmente, edifica ed avvantaggia gli stessi fedeli, proprio perché è teocentrica e cristocentrica, non antropocentrica come la moderna filosofia e cultura. 

Lucifero, la più bella delle creature di Dio, si innamorò di se stesso. Il suo peccato era l’egocentrismo, l’autocelebrazione. Quindi qualsiasi movimento nella liturgia verso la liberazione, l’applauso, la celebrazione o la coltivazione dell’ego dei ministri e dei fedeli è diabolico nella sua origine e nei suoi effetti. La Chiesa, nella sua sapienza data da Dio, aveva da sempre compreso il pericolo della personalità ‘carismatica’ e si è guardata da essa grazie a riti caratterizzati dalla loro obiettività, stabilità, precisione, chiarezza dogmatica, requisiti ascetici e nobiltà estetica. 

Queste stesse caratteristiche contrastano certe tendenze ricorrenti della natura umana, decaduta, come l’emotività o il sentimentalismo, il relativismo, l’ambiguità, la causalità, l’indulgenza e l’estetismo (la cui totale mancanza di gusto o di incuria è una mutazione genetica peculiare). 

L’antica liturgia conferisce il ruolo inequivocabile di mediatore sacramentale al sacerdote ed, in varia misura, agli altri ministri. Questo ruolo di mediatore è icona vivente dell’Incarnazione dell’unico mediatore tra Dio e l’uomo, contro il quale Satana si ribellò. 

L’unica ‘riforma liturgica’ che Satana cerca è sempre quella di allontanare la Chiesa dall’Incarnazione, da un’economia sacramentale radicata nella carne eucaristica di Cristo e dall’intera struttura di riti, cerimonie e preghiere che la incarnano. In ogni aspetto, l’ ‘uso antiquior’ è come un esorcismo perpetuo al diavolo ed indica continuamente il trionfo di Dio incarnato sull’antico nemico della natura umana. Il fatto stesso che la nuova liturgia abbia abolito o abbreviato gli esorcismi ovunque siano stati trovati -nel rito del battesimo, in varie benedizioni, nel rito stesso dell’esorcismo- parla da sé. 

Ci si chiede se il confuso e tormentato papa Paolo VI stesse percependo questa verità quando nel 1972, solo poco dopo l’introduzione della monumentale rottura del ‘Novus Ordo’, disse: ‘Da qualche fessura, il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio’. Forse quella fessura non erano altro che le incessanti riforme liturgiche del XX secolo, che culminarono con un cambiamento della ‘lex orandi’ delle proporzioni di un terremoto.

http://itresentieri.it/il-professor-kwasniewski-la-liturgia-tradizionale-e-un-esorcismo-perpetuo-ecco-perche-il-demonio-la-odia-cosi-tanto/

Perché la Messa di san Pio V disturba? Un’omelia ce lo fa capire molto bene

http://itresentieri.it/perche-la-messa-di-san-pio-v-disturba-unomelia-ce-lo-fa-capire-molto-bene/

Il colpo di coda di Bergoglio contro la messa in latino

Ma perché accanirsi contro la messa in latino? L’occidente si scristianizza, la gente non va più a messa, la blasfemia e l’oltraggio alla religione dilagano e Bergoglio colpisce i rari devoti seguaci dell’ordo missae. La sua gratuita censura della messa in latino è uno sfregio simbolico alla Tradizione, ai suoi fedeli ma anche alla libertà di culto. Che male può fare una messa in latino, riammessa da Ratzinger nel 2007, peraltro così discreta e marginale? Perché accogliere i non credenti, gli islamici, dialogare con i credenti di altre fedi, anche rivoluzionarie e anticristiane, e poi chiudere le porte della Chiesa ai pochi, irriducibili devoti della messa antica e della fede secondo tradizione? Per dirla in latino, senza traduzione, Piscis Ecclesia primum a capite foetet…

Persino Giovanni XXIII nel ’62 faceva sua le parole di Pio XI: “La Chiesa esige per sua natura una lingua che sia universale, immutevole e non volgare”. Collimava con quel che René Chateaubriand aveva scritto nel Genio del Cristianesimo: ”Crediamo che una lingua antica e misteriosa, una lingua che non varia più con i secoli, convenga assai bene al culto dell’Essere eterno, incomprensibile, immutabile”.

La mente va a Cristina Campo e perfino a Jorge L. Borges, argentino come Bergoglio, che difesero invano l’ordo missae quando fu soppresso nel 1964. Soprattutto lei, Cristina, alias Vittoria Guerrini, denunciò nella cancellazione della messa in latino “l’apostasia liturgica del secolo” e fondò un movimento come La Voce in difesa della tradizione violata. Poi scrisse della sua dolorosa rinuncia a seguire la messa dove l’aveva per anni seguita: “A Sant’Anselmo è giunta la lebbra (microfoni da per tutto, parti della Messa in volgare, discussioni penose là dove era silenzio e sorriso) ed io non vi metto più piede”; e non aveva ancora visto le schitarrate, i comizi dei preti e i linguaggi alternativi… Così Cristina-Vittoria scese dall’Aventino fino al Pontificio Collegio Russicum fondato da Pio XI per preparare i seminaristi russi, poi chiuso dai gesuiti di Bergoglio. E lì seguendo la messa col rito bizantino ritrovò, scrive Emanuele Casalena “quella bellezza della perfezione che tanto aveva inseguito nella vita; tutto gliela ricorda, dalla liturgia, ai canti, dai gesti meditati, ai paramenti fino alle sacre icone appena illuminate dal tremulo fiammeggiare delle candele, lì riscopre la metafisica della bellezza”.

Nell’anno della morte di Cristina Campo, nel ’77, il nichilista ironico Giorgio Manganelli stroncò invece la messa in latino sul Cursore Vespertino (alias Corriere della sera), in uno scritto poi raccolto in Mammifero italiano, Adelphi). Un virtuoso esercizio di intelligenza e scrittura ma separata da ogni apertura spirituale e mentale al linguaggio del sacro e alla bellezza metafisica.

Il ricordo della messa in latino ci riporta all’infanzia. Era l’ultima messa in latino nella cattedrale del mio paese, con un’offerta di venti lire per sedere nel coro con mio padre. Ho ancora negli occhi, nel naso e nelle orecchie, la bellezza di quel rito, il profumo dell’incenso, il mistero di quelle parole. Mi sentivo connesso alla rete del Signore. Il prete si rivolgeva a Dio e non Gli dava le spalle per compiacere i fedeli come se la messa fosse un’assemblea condominiale o sindacale o un comizio politico per cercare consensi; le parole sussurrate e antiche, il mistero di quelle formule, i canti gregoriani, i silenzi, promanavano il sacro e avvicinavano al Signore. E l’incenso generava sinestesia mistica. La messa non è una soap opera, non è necessario capire le parole; è un rito di comunione con Dio e non un foglio d’istruzioni per montare Alexa. Chi dice che il mistero di quelle parole serviva per sottomettere il volgo al dominio del clero, non si rende conto di quanti linguaggi iniziatici, esoterici, criptici è infarcito il gergo corrente, della tecnologia alla medicina alla finanza, dai misteri di un pc ai labirinti fiscali. La casta sacerdotale ha lasciato l’egemonia alla casta dei tecnici, dei burocrati, dei sanitari e dei commercialisti. A ciascuna setta il suo latinorum.

Quando penso al latino ripenso alla scuola e m’intenerisce il core pensare a certi professori che non ci sono più. Li penso tutti insieme, in gruppo, i Mitici, i Pedanti, i Pedofagi, cioè i torturatori di ragazzi con il terribile latinorum. Poi penso agli altri docenti più giovani, che mal sopportavano il latino e non lo amavano, facendosi così più amare da noi liceali. E invece dovremmo pentirci, dissociarci da quel passato dissacratore, e riabilitare i primi, latinisti per passione, e deplorare i secondi, latinisti per necessità. Avevano ragione loro, senza il latino noi italiani siamo tutti trovatelli, figli di nessuno, ovvero di Madre lingua ignota (sapete come si traduce a Roma), quando il latino divenne facoltativo e perfino intercambiabile con l’applicazione tecnica (con tutto il rispetto per i falegnami). E più dilagano gli slang cosmopoliti, le americanate linguistiche e i grugniti neo-gergali, i codici d’accesso e più s’avverte il bisogno di tornare alla Casa Madre. Magari per farsi rispettare, evocando le nostre origini romane e cristiane. A Bruxelles, a Strasburgo, a New York sarebbe bello opporlo all’esperanto dei burocrati, presentandoci con la linda e austera chiarezza del latino. La trasparenza di una costruzione lessicale è il preambolo per una trasparente costruzione politica, rispettosa della civiltà da cui proveniamo. E una lingua pulita s’accompagna di solito a una mens sana.

Ci vorrebbe un Sexaginta octo di segno opposto per rilanciare il latino, cancellato dal ’68 e propaggini, fino al colpo di coda di Bergoglio. Magari celebrando il dies familiae – che suona meglio di family day; mentre gay pride suona male se lo traduciamo con ipse sexus amator superbia. Ah, il rigoroso lindore della lingua latina e il suo amore assoluto per la verità…

MV, La Verità (18 luglio 2021)

http://www.marcelloveneziani.com/articoli/il-colpo-di-coda-di-bergoglio-contro-la-messa-in-latino/

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