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martedì 10 gennaio 2012

La rivolta dell’uomo moderno contro il cristianesimo parte dalla Rivoluzione francese



di Francesco Lamendola - 09/01/2012

 È nota la tesi di Alexis de Tocqueville a proposito della Rivoluzione francese: per il filosofo, storico e uomo politico liberale (1805-1859), nonché antesignano del pensiero sociologico, essa non ebbe di mira la distruzione del cristianesimo, ma gli istituti politici e sociali di origine feudale, sia in Francia che nel resto d’Europa.
D’altra parte, poiché tali istituti si ramificavano, attraverso mille vie, in tutti gli aspetti dell’Antico regime, comprese le leggi politiche e religiose, per distruggerli fu necessario distruggere quasi l’intera struttura sociale; ma non allo scopo di istituzionalizzare l’anarchia, bensì per creare un nuovo ordine sociale, più efficiente e moderno, capace di assicurare le condizioni di uguaglianza di tutti i cittadini.
Ciò che faceva corpo con il feudalesimo venne distrutto, ciò che non vi era legato organicamente poté sopravvivere o riemergere; e fu quanto avvenne per la religione cristiana e per la Chiesa cattolica, che, pur essendo state duramente perseguitate, poterono riprendersi, una volta che la sfera religiosa fu separata in modo netto da quella politico-sociale.

Insomma, per Tocqueville, anche se è vero che la Rivoluzione francese era stata preparata dalle filosofia del 1700, e che quest’ultima era profondamente irreligiosa, il suo scopo principale non era antireligioso; e la rinascita della potenza ecclesiastica che ebbe luogo con la Restaurazione starebbe a testimoniarlo.
Egli si spinge fino a sostenere che la rivoluzione francese, così intesa, ossia come volontà di distruzione sistematica dei residui istituti feudali, e che non terminò con la fine del XVIII secolo, ma proseguiva tuttora (oltre la metà dell’Ottocento), fu preparata dall’opera di dieci generazioni, il che, calcolando una media di circa 25 anni per una generazione, ci porta indietro a ben prima della filosofia dei Lumi, almeno fino al tardo Rinascimento.
Anche prendendo questa affermazione come un completamento del suo pensiero, e non come una contraddizione, rimane il fatto che, per Tocqueville, la religione cristiana fu il primo e l’ultimo obiettivo contro il quale si scatenò la furia dei rivoluzionari; che tale obiettivo era stato preparato, se non proprio additato, da tutta la filosofia irreligiosa del XVIII secolo; che il cristianesimo era legato, sì, per via dei suoi interessi mondani, all’aborrito feudalesimo, ma che era anche parte integrante, anzi, parte essenziale, di quel paradigma culturale e di quella realtà spirituale che gli uomini dell’89 volevano distruggere dalle fondamenta.
Tocqueville dice che i rivoluzionari non odiavano i preti in quanto preti, ma in quanto proprietari terrieri: può essere; ma se odiavano l’Ancien régime in quanto tale, se volevano distruggere tutto ciò che, in esso, era legato inscindibilmente alla tradizione: come potevano non vedere un avversario da abbattere anche nel cristianesimo in se stesso, in quanto, cioè, religione che aveva potentemente contribuito alla nascita dell’Europa moderna, così come questa si era venuta delineando nel corso dei secoli, essi che intendevano ricostruire il mondo di sana pianta, ripartendo praticamente da zero?
Se la Rivoluzione francese è stata, come è stata, essenzialmente un rapido e gigantesco spostamento di proprietà dalle mani della Chiesa e dell’aristocrazia in quelle della ricca borghesia, bisognava suscitare non già l’odio del povero contro il ricco, ma l’odio del “citoyen” contro il prete ed il nobile: ed è un movimento che parte da molto più lontano di quanto Tocqueville non veda, poiché inizia almeno con l’avvento del ceto magnatizio nei Comuni italiani, fiamminghi e anseatici dell’XI e XII secolo.
Inoltre: è proprio vero che i filosofi illuministi avevano combattuto lo spirito cristiano solo in quanto esso appariva compromesso, e grande beneficiario, del sistema feudale? Non è forse vero che uomini come Hume o come Voltaire avevano combattuto lo spirito cristiano in quanto tale, lo avevano aggredito, screditato, ridicolizzato, non solo per le compromissioni della Chiesa con il sistema dell’Ancien régime, ma perché lo vedevano come un nemico in se stesso, nella sua aspirazione alla trascendenza, nel suo senso del limite e del mistero, inconciliabili con l’ideologia del progresso illimitato??
L’irreligione fa la sua comparsa nella letteratura del tardo Medioevo; in Boccaccio, ad esempio, anche se la beffa e il ridicolo sono gettati su singoli membri del clero (né avrebbe potuto essere diversamente), è tutta l’impalcatura ecclesiastica e religiosa che, indirettamente, viene svalutata e screditata: il minimo che si possa dire è che il sentimento religioso, in quanto tale, scompare semplicemente dall’orizzonte delle cose umane, sostituito da due forze puramente immanenti: la Fortuna e l’industria, ossia la capacità dell’uomo di volgere a proprio favore anche le circostanze più ardue e scabrose.
Non si vuol dire, con questo, che la scristianizzazione scatenata dagli Enragés nel 1793 sia stata scientemente preparata nei sei o sette secoli precedenti, quasi seguendo un piano preordinato e tramandato di generazione in generazione; ma, semplicemente, che l’economia capitalista, in se stessa, in quanto basata sulla logica della sopraffazione economica e sullo strapotere del capitale sul lavoro, è incompatibile con la visione cristiana della vita, più ancora di quanto non lo fosse stata la visione del paganesimo antico; e che l’affievolirsi e lo svuotarsi di alcuni istituti medievali, come l’organizzazione corporativa, pensati appunto per limitare e controbilanciare quello strapotere, aveva lasciato sussistere, sì, le forme del feudalesimo, ma preparando il terreno per l’ultimo balzo della borghesia capitalista verso il controllo politico della società.
Non è forse significativo il fatto che l’unico Paese d’Europa a non subire neanche lontanamente l’effetto di marea della Rivoluzione francese sia stato l’Inghilterra, in cui il feudalesimo era praticamente finito sin dal XV secolo, con la Guerra delle Due Rose, e in cui la borghesia capitalista era già andata al potere con le due rivoluzioni del 1642 e del 1688?
E non è significativo il fatto che in Inghilterra la monarchia, mediante la riforma di Enrico VIII, avesse già confiscato i beni della Chiesa, per cui non vi era più il cattolicesimo da combattere, se non sul piano internazionale e per coagulare lo spirito nazionale attorno ai valori della patria, della libera iniziativa e della proprietà privata - quelli, appunto, esaltati da Locke in polemica con l’assolutismo e con la Chiesa di Roma?
Così riassume la questione Alexis de Tocqueville nel suo celebre saggio «L’antico regime e la rivoluzione» (titolo originale: «L’Ancien Régime et la Révolution», Paris, 1856; traduzione italiana a cura di Giorgio Candeloro, Rizzoli, Milano, 1981, 1996, pp.  41-42):

«Una delle prime mosse della rivoluzione fu quella di aggredire la Chiesa; fra le passioni suscitate da questa rivoluzione, la passione irreligiosa fu la prima ad accendersi, l’ultima a spegnersi. Anche quando l’entusiasmo per la libertà era svanito, dopo che si fu ridotti ad acquistare la tranquillità a prezzo della schiavitù, si restava sempre contrari all’autorità religiosa. Napoleone, che aveva potuto vincere lo spirito di libertà della rivoluzione francese, fece inutili sforzi per domare lo spirito anticristiano; anche ai nostri tempi abbiamo visto uomini che credevano di riscattare la propria servilità verso i più bassi agenti del potere politico con la loro insolenza verso Dio e mentre abbandonavano quanto v’era di più libero,  di più nobile e fiero nelle dottrine della rivoluzione,, s’illudevano di rimanere fedeli allo spirito di essa  restando miscredenti.
Eppure è facile oggi convincersi che la guerra alle religioni fu solo un incidente di questa grande rivoluzione, un ramo caratteristico e tuttavia fugace della sua fisionomia, il prodotto transitorio di idee, passioni, fatti particolari che lo’hanno preceduta e preparata, e non il suo vero spirito.
A ragione si considera la filosofia del diciottesimo secolo come una fra le cause principali  della rivoluzione, ed è vero che questa filosofia è profondamente irreligiosa.  Bisogna però notare in essa due parti, nello stesso tempo distinte e separabili.
Nell’una si trovano tutte le opinioni nuove o ringiovanite che si riferiscono alle condizioni della società e ai principî delle leggi civili e politiche, come per esempio: l‘eguaglianza naturale degli uomini; l’abolizione di ogni privilegio di casta, di classe, di professione, che ne è la conseguenza; la sovranità del popolo; l’onnipotenza del potere sociale; l’uniformità delle regole… Tutte queste dottrine non sono soltanto la causa della rivoluzione francese, ma ne formano per così dire la sostanza, quanto nell’opera sua v’è di più fondamentale, durevole e vero, nel tempo.
Nell’altra parte delle loro dottrine, i filosofi del diciottesimo secolo si sono accaniti con una specie di furore contro la Chiesa; ne hanno aggredito il clero, la gerarchia, le istituzioni, i dogmi, e, per rovesciarli meglio, hanno voluto demolire le fondamenta stesse del cristianesimo. Ma tale parte della filosofia del diciottesimo secolo, essendo nata  dai fatti che la stessa rivoluzione distruggeva, doveva a poco a poco scomparire con essi e trovarsi quasi seppellita nel suo trionfo. Aggiungerò una sola parola per farmi capire pienamente, perché voglio riprendere altrove questo grave argomento: il cristianesimo aveva suscitato  questi odî furibondi non tanto come dottrina religiosa, quanto come istituzione politica; non perché i preti pretendevano di regolare le cose dell’altro mondo,  ma perché erano proprietari, signori, amministratori e riscuotevano decime in questo; non già perché la Chiesa  non potesse prender posto nella società nuova che stava per esser fondata,, ma perché occupava allora il posto più privilegiato e forte in quella vecchia società che si doveva ridurre in polvere.
Osservate come il corso del tempo ha messo in lice questa verità, e più la mette ogni giorno; a mano a mano che l’opera politica della rivoluzione si consolida, la sua opera antireligiosa finisce; a mano a mano che tutte le istituzioni politiche da essa attaccate sono state completamente distrutte, , che i poteri, le influenze, le classi a lei particolarmente odiosi sono stati vinti per sempre, e che, per ultimo segno della loro disfatta, anche gli odî da essi ispirati si sono illanguiditi; a mano a mano che il clero non fa più parte di tutto quanto non era caduto con esso, si è vista la potenza della Chiesa risollevarsi gradatamente negli spiriti e rafforzarvisi.»

La Rivoluzione francese rappresenta il punto d’arrivo di un mutamento economico e sociale che coincide con un mutamento culturale e spirituale; brusco nei suoi effetti, era stato assai lento e graduale nel suo movimento preparatorio; così lento e graduale che le forze che da essa vennero travolte non ebbero una vera percezione del pericolo, anzi, in parecchi casi collaborarono con essa, almeno nella fase iniziale.
Furono i nobili e i preti “illuminati” ad aprire la strada alla rivoluzione ed è chiaro che non si avvidero della posta in gioco, né della reale natura delle nuove idee che accoglievano e delle conseguenze cui esse avrebbero portato; e questo è un fenomeno che si è notato anche in altre rivoluzioni della storia.
Quello che ha di specifico la Rivoluzione francese è, a nostro avviso, proprio ciò che per Tocqueville rappresenta solamente un aspetto vistoso (e perché non dire anche: sanguinoso?) ma, in fondo, accessorio ed estrinseco: lo spirito irreligioso e anticristiano.
Il nuovo assolutismo giacobino - e, poi, quello napoleonico -, anzi, il nuovo totalitarismo in versione democratica, in confronto al quale l’assolutismo di Luigi XVI era destinato ad apparire come una cosa ben modesta, non poteva coesistere con una religione che proclama l’irriducibilità della persona alla dimensione del cittadino e rifiuta la subalternità della coscienza alla “volontà generale”; e che, inoltre, non ammette che le ragioni del profitto, e a maggior ragione della rendita finanziaria, prevalgano su quelle dell’uomo concreto.
Certo: non sempre la Chiesa cattolica era stata fedele a tali principî; ma già nel corso del XVIII secolo si era notato - tanto per fare un esempio, nel caso delle” riduzioni” dei Gesuiti nel Paraguay, avversate dal marchese di Pombal - un rovesciamento di ruoli: con la Chiesa intenta a difendere e con lo Stato “illuminato” intento a distruggere quegli istituti e quelle forme di vita sociale che offrivano ancora, o che potenzialmente potevano offrire, un qualche riparo alle classi e ai gruppi sociali più deboli contro la prepotenza ormai dilagante del capitale, del commercio internazionale e delle banche.
Se a ciò si aggiunge il ruolo decisivo giocato, in chiave anticristiana, dalla Massoneria, sia nella Rivoluzione francese (e, prima, in quella americana), sia nelle successive rivoluzioni liberali e democratiche dell’Ottocento, il quadro apparirà più chiaro e, crediamo, meno rassicurante di quello tracciato da Tocqueville.
No: la Rivoluzione francese, almeno nel suo nucleo portante, era fermamente intenzionata a distruggere dalle fondamenta il sentimento religioso e, con esso, la Chiesa cattolica; la stessa caduta di Robespierre si può collegare sia con il suo rifiuto di aderire alla campagna di scristianizzazione, sia alla istituzione del nuovo culto dell’Essere Supremo, versione assai sbiadita del culto cristiano, ma tale da preservare un sia pur vago sentimento religioso nelle masse.
Bisognava, invece, far sì che il popolo accettasse, senza opporvisi, quell’enorme trasferimento di ricchezze di cui parlavamo prima, dagli ordini privilegiati al Terzo Stato; e, per far ciò, non bastava colpire e neutralizzare la Chiesa, bisognava anche additare il cristianesimo alla pubblica esecrazione, in modo che venisse a cadere l’idea di una intrinseca dignità di tutti gli uomini e di una loro effettiva fratellanza in Dio.
E ciò mentre le masse popolari venivano inesorabilmente asservite ad una più capillare forma di dispotismo, che s’illudevano di esercitare; sottoposte al nuovo feudalesimo della fabbrica e della banca, ancor più duro dell’antico; schiavizzate in barba ai “sacri” principî dell’89, come nel caso dei neri nelle piantagioni di canna da zucchero delle Antille, ma sempre - si capisce - all’ombra beneaugurante dell’Albero della Libertà.


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