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mercoledì 19 settembre 2012

Chi di ossequio sionistico ferisce...


Il Papa in viaggio in Libano vuole dai cristiani più fede e meno politica. Ma il patriarca melchita non segue la linea ufficiale e chiede il riconoscimento dello stato palestinese

Nei tre giorni di permanenza in Libano, Papa Benedetto XVI non ha parlato da capo di stato, bensì da leader religioso. Nell’esortazione apostolica “Ecclesia in Medio Oriente” che segue al lavoro del “Sinodo tenuto in Vaticano nell’ottobre 2010, egli non ha chiesto ai cristiani particolari impegni politici, partigiani, ideologici” scrive il direttore di AsiaNews Bernardo Cervellera, bensì “di essere cristiani con una identità salda, fondata sulla fede in Gesù Cristo e sulla tradizione della chiesa”.
E ancora: “Nel documento di 90 pagine la parola ‘fede’ è citata ben 65 volte. Essa è la forza della vita dei cristiani; la spinta alla collaborazione fra confessioni diverse che testimoniano ‘l’unità della fede nella diversità delle loro tradizioni’; la radice di ogni ecumenismo con ebrei e musulmani; la fonte di ogni contributo di carità e cultura che i fedeli possono dare alla società”.
La linea del Papa, insomma, almeno stando al testo dell’esortazione come anche ai testi dei discorsi pronunciati, e così ovviamente la linea di tutta la diplomazia vaticana, è quella dell’equilibrio, del non prendere le parti di nessuno in nessun conflitto. Così nella guerra civile che sta dilaniando la Siria, così nell’atavico conflitto israelo-palestinese.
Non tutti i leader religiosi convocati in Libano però sembrano condividere la prudenza del Vaticano. Fra questi Gregorio Laham III, patriarca greco cattolico melchita di Damasco al vertice di oltre un milione e trecentomila fedeli. Questi, accogliendo Benedetto XVI nella basilica di San Paolo a Harissa, ha pronunciato un discorso nel quale ha espresso il proprio convinto sostegno alla causa palestinese, spronando il Pontefice a dare il via libera allo stato arabo. Secondo la visione delle cose del patriarca, infatti, soltanto il riconoscimento potrà garantire alla pace effettivamente di realizzarsi. Perché il riconoscimento a suo dire preparerebbe la strada verso una vera primavera araba, una vera democrazia e una vera rivoluzione capace di cambiare il volto del mondo arabo e dare la pace alla Terra santa.
Laham III da sempre sostiene questa tesi e anche altre volte l’ha enucleata. Già due anni fa, nel corso del sinodo sul medio oriente, il patriarca tradì la sua simpatia per Ramallah, ma non incontrò il favore della maggioranza dei padri sinodali. Nei giorni scorsi sul sito ufficiale della visita del Papa in Libano (www.lbpapalvisit.com), era stato pubblicato in anteprima il testo del saluto del presule a Benedetto XVI.
L’intervento conteneva anche un richiamo esplicito alle vicende della Terra santa. Ma il messaggio dalla rete è stato espunto. Ha detto in proposito padre Federico Lombardi, portavoce vaticano, che “il testo è stato rimosso perché questo genere di interventi si pubblicano dopo che sono stati pronunciati”. E ancora, minimizzando diplomaticamente: “E’ solo la posizione personale del patriarca”.
Il testo di Laham III è poi riapparso sul sito ufficiale della visita, seppure ripulito dei passaggi più delicati. Non c’è più la frase sul riconoscimento dello stato palestinese come “atto coraggioso di equità, di giustizia e di verità” e non c’è il rimando al Vaticano che finirebbe “per incoraggiare gli altri stati europei e non solo a riconoscere la sovranità dello stato palestinese”.
http://www.paolorodari.com/2012/09/19/il-papa-in-viaggio-in-libano-vuole-dai-cristiani-piu-fede-e-meno-politica-ma-il-patriarca-melchita-non-segue-la-linea-ufficiale-e-chiede-il-riconoscimento-dello-stato-palestinese/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+PalazzoApostolico+%28Palazzo+Apostolico+-+Diario+Vaticano+di+Paolo+Rodari%29&utm_content=Netvibes

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