ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 10 febbraio 2014

“I due Papi più vicini di quanto si pensi”

Vaticano, un anno fa l’addio di Ratzinger. “I due Papi più vicini di quanto si pensi”

L'analisi della cronista Ansa Giovanna Chirri, che per prima annunciò la notizia del passo indietro di Benedetto XVI: "Una scelta che ha reso possibile un cambiamento nella Chiesa che non si sarebbe verificato se il pontificato si fosse concluso con la morte"


Bergoglio e Ratzinger
La consapevolezza della sua unicità diventa ancor più eloquente il 23 marzo 2013 quando Francesco abbraccia Benedetto XVI a Castel GandolfoIl mondo ha due Papi, due vescovi vestiti di bianco. E dal 2 maggio 2013 predecessore e successore convivono in Vaticano, nel “recinto di San Pietro”, con Ratzinger che rinnova più volte a Bergoglio la sua incondizionata “reverenza e obbedienza”. “Due Papi in Vaticano! Ma, mi chiedono, – ha rivelato Francesco ai giornalisti – non ti ingombra lui? Ma lui non ti fa la rivoluzione contro? Tutte queste cose che dicono, no? Io ho trovato una frase per dire questo: è come avere il nonno a casa, ma il nonno saggio. Quando in una famiglia il nonno è a casa, è venerato, è amato, è ascoltato. Lui è un uomo di una prudenza! Non si immischia. Io gli ho detto tante volte: Santità, lei riceva, faccia la sua vita, venga con noi. Se io avessi una difficoltà o una cosa che non ho capito, telefonerei: ma, mi dica, posso farlo, quello? E quando sono andato per parlare di quel problema grosso, di Vatileaks, lui mi ha detto tutto con una semplicità, al servizio”.
La notizia delle dimissioni di Benedetto XVI fa ovviamente il giro del mondo. È Giovanna Chirri, storica vaticanista dell’Ansa, a dare l’annuncio ai media di tutto il pianeta. “Considero un dono e un privilegio – confida la giornalista a ilfattoquotidiano.it – aver potuto seguire Benedetto XVI come giornalista d’agenzia. Essere lì ad ascoltarlo quell’11 febbraio mentre pubblicava le ‘dimissioni’, nei fatti è diventato un regalo alla mia vita”. “A un anno di distanza – racconta Giovanna Chirri autrice del libro ‘L’ultima parola’ (San Paolo) – la rinuncia di Papa Ratzinger risulta con chiarezza ciò che già era appena pubblicata, cioè un atto coraggioso, una riforma nel solco del Concilio che ha reso possibile un cambiamento nella Chiesa che non si sarebbe verificato se il pontificato si fosse concluso con la morte. Benedetto XVI, con la sua decisione presa per il bene della Chiesa, ha mostrato di vivere e intendere il pontificato come servizio e non come potere e ha innescato un processo di rinnovamento altrimenti impensabile”.
E su Benedetto XVI e Francesco la giornalista dell’Ansa sottolinea che se pur diversissimi per storia, temperamento, stile e formazione, “sono più vicini di quanto si pensi in alcuni nodi fondamentali della visione di Chiesa”. La “smondanizzazione“, per esempio, che Benedetto XVI ha predicato a Friburgo, secondo Giovanna Chirri, non è lontana dalla condanna di Francesco della mondanità nella Chiesa. Le fa eco un altro racconto interessante dei vaticanisti Andrea Gagliarducci e Marco Mancini che nel volume “La quaresima della Chiesa” (Tau) ripercorrono i giorni della rinuncia, della sede vacante, dell’elezione e della riforma intrapresa da Papa Francesco con particolare attenzione alla “continuità” nella riforma finanziaria che ha come protagonista principale lo Ior. Inedito il racconto del rapporto tra il cardinale Jorge Mario Bergoglio e l’allora presidente argentino Nestor Kirchner che definì il futuro Papa “il diavolo in abito talare”. “Lo scontro, durissimo, – raccontano Gagliarducci e Mancini – è proseguito anche quando alla testa della Repubblica Argentina si è insediata Cristina Fernandez de Kirchner, vedova di Nestor, soprattutto in occasione della legalizzazione dei matri­moni omosessuali”.
Un anno dopo la rinuncia di Benedetto XVI pedofilia e Ior, ovvero sesso e soldi, rimangono i problemi principali della Chiesa cattolica. Non a caso vanno in questa direzione le prime decisioni di governo assunte da Papa Francesco che hanno messo in luce, in particolare per quanto riguarda la pedofilia, la lotta senza precedenti portata avanti da Ratzinger nei suoi otto anni di pontificato per contrastare alla radice gli abusi sui minori. C’è ancora molto da fare e Bergoglio sta toccando con mano la forte opposizione, spesso sotterranea, di cui è vittima anche un Papa. “La conversione del papato” e la volontà di avere una “Chiesa in uscita” si dovranno scontrare con la Curia ancora troppo “vaticano centrica” e con “la lebbra della corte del papato”.
di  | 10 febbraio 2014
Twitter: @FrancescoGrana

Da Pontefice a “pellegrino”: gli ultimi giorni di Papa Ratzinger


L'elicottero con il Papa
(©ANSA) L'ELICOTTERO CON IL PAPA

Dall’11 febbraio 2013, rinuncia al pontificato, al 28 febbraio, volo in elicottero e chiusura del portone di Castel Gandolfo: i 18 giorni con cui si è congedato Benedetto XVI

IACOPO SCARAMUZZICITTÀ DEL VATICANO
“Fratres carissimi, non solum propter tres canonizationes ad hoc Consistorium vos convocavi…”. Sembrava una giornata normale, l’11 febbraio 2013, finché Benedetto XVI non iniziò a leggere quelle parole in latino. Nel palazzo apostolico, evento di routine, si stava concludendo un concistoro ordinario pubblico per la canonizzazione dei martiri di Otranto. In Vaticano, anniversario dei Patti Lateranensi, era giorno di festa. Oltre il Tevere la campagna elettorale era in dirittura d’arrivo, le redazioni italiane a tutto pensavano furoché al Papa. In sala stampa, aperta con orario ridotto, erano presenti una manciata di giornalisti di diversi paesi. Conclusa la cerimonia, trasmessa dalle telecamere del circuito interno, Joseph Ratzinger prende in mano un foglio e annuncia la rinuncia al suo pontificato e l’inizio della sede apostolica vacante a partire dal 28 febbraio. “… Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino…”. Alle 11.46 Giovanna Chirri dell’Ansa, forte della sua conoscenza del latino, dà il primo flash di agenzia: “Papa lascia pontificato dal 28/2”. La notizia fa il giro del mondo assieme alle immagini dell’anziano Papa tedesco che parla in latino affiancato da un monsignore con gli occhi strabuzzati.

La stagione dei Vatileaks, la fuga dei documenti riservati della Santa Sede, si era conclusa da poco, ma della notizia della rinuncia di Benedetto XVI al ministero petrino non era filtrata alcuna anticipazione. Pochissimi erano stati preavvertiti dal Papa. L’annuncio è giunto “come un fulmine a ciel sereno”, ha commentato, leggendo un testo, il decano del collegio cardinalizio Angelo Sodano, uno dei pochi a essere stato preavvisato. A posteriori, certo, qualche indizio era stato disseminato nel corso del tempo. Non tanto il secondo comma del canone 332 del diritto canonico, che regolamenta l’eventualità che il romano Pontefice rinunci al suo ufficio. Né il fatto che proprio Joseph Ratzinger fu incaricato da Giovanni Paolo II – lo ha rivelato il postulatore della causa di canonizzazione Slawomir Oder – di studiare la sostenibilità storica e teologica di dimissioni che, poi, si risolse a non dare. Quanto l’affermazione, rilasciata da Ratzinger solo pochi anni prima, nel 2010, nel libro-intervista con il giornalista tedesco Peter Seewald, “Luce del mondo”, quando, pur escludendo, per il momento, l’eventualità, affermava, senza mezzi termini: “Quando un Papa giunge alla chiara consapevolezza di non essere più in grado fisicamente, psicologicamente e mentalmente di svolgere l’incarico affidatogli, allora ha il diritto ed in alcune circostanze anche il dovere di dimettersi”.

Vi erano stati poi segnali appena percepibili, nei mesi precedenti: un viaggio a Cuba, a marzo del 2012, che aveva particolarmente provato, da un punto di vista fisico, il Papa; l’annuario pontificio, solitamente pubblicato a inizio anno, che ancora non veniva stampato; un’udienza particolarmente commossa, pochi giorni prima dell’11 febbraio, al presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano in procinto di lasciare il Quirinale (ma, paradossalmente, mentre Ratzinger lasciò il soglio petrino, Napolitano poche settimane dopo fu rieletto a 87 anni…). Sullo sfondo, diversi scandali avevano scosso il Vaticano negli anni e mesi precedenti, dalla pedofilia allo Ior ai Vatileaks. Nel corso degli anni, sui giornali italiani, Antonio Socci e Giuliano Ferrara parlarono, con motivazioni diverse, dell’ipotesi che Joseph Ratzinger si dimettesse. Nessuno, a ogni modo, seppe prevedere né la tempistica, né le modalità, né le motivazioni addotte da Benedetto XVI l’11 febbraio 2013: “Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato…”.

Lo choc, dentro e fuori il Vaticano, fu grande. Nei giorni successivi all’annuncio della rinuncia, nel popolo dei fedeli, ma anche tra chi era più lontano dalla Chiesa, il gesto di Joseph Ratzinger fu visto con rispetto, simpatia, addirittura ammirazione. Tra il pubblico coro di assenso di cardinali, vescovi e monsignori, si levò qualche voce di distinguo. Il cardinale australiano Gorge Pell commentò che in futuro “ci potrebbero essere persone che essendo in disaccordo con un futuro Papa potrebbero montare una campagna contro di lui per indurlo alle dimissioni”. In Italia, il cardinale Camillo Ruini dichiarò: “Come cattolico e come sacerdote, ancor prima che come cardinale, ritengo che le decisioni del Papa non si discutano ma si accolgano, anche quando provocano dolore”. Il cardinale polacco Stanislaw Dziwisz, segretario personale di Giovanni Paolo II, affermò (salvo poi smentire che si trattasse di un riferimento critico) che “Wojtyla decise di restare sul Soglio pontificio fino alla fine della sua vita perché riteneva che dalla croce non si scende”. Concetto al quale Benedetto XVI sembrò fare riferimento quando, all’ultima udienza generale, il 27 febbraio, affermò: “Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso”. Il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, da parte sua, definì la decisione di Joseph Ratzinger un “atto di governo”.
Seguirono, dall’11 al 28 febbraio, giorni convulsi. I network di tutto il mondo si riversarono a Roma e tempestarono la sala stampa delle domande più disparate, da come si sarebbe chiamato il nuovo Papa a come si sarebbe vestito, dal rischio di scismi e sedevacantismi a informazioni sulle procedure del Conclave. In un clima di sospensione vagamente surreale, Benedetto XVI partecipò, insieme alla Curia, ai ritiri spirituali di Quaresima predicati dal cardinale Gianfranco Ravasi. Poi, in alcuni casi pressato dai maggiorenti di Curia, prese alcune ultime decisioni di governo: il rinnovo della commissione cardinalizia di vigilanza dello Ior, il commissariamento della Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione, la nomina del nuovo presidente dello Ior Ernst von Freyberg, la promulgazione del motu proprio “Normas nonnullas” per permettere di aprire il Conclave con qualche giorno di anticipo, l’udienza ai tre cardinali “detective” del caso Vatileaks, Julian Heranz, Jozef Tomko e Salvatore de Giorgi, le dimissioni del cardinale scozzese Keith O’Brien travolto da uno scandalo di molestie omosessuali.

Joseph Ratzinger fece ancora alcuni interventi pubblici: due udienze generali, due Angelus, alcune udienze particolari (tra gli altri ricevette ancora una volta il presidente Napolitano e rivolse un denso discorso a braccio sul Concilio vaticano II ai sacerdoti romani). Poi, alle 17 del 28 febbraio, dall’eliporto vaticano si alzò l’elicottero in direzione di Castel Gandolfo. “Voi sapete – disse poi Benedetto XVI affacciato dal balcone del palazzo apostolico sul lago albano ai fedeli presenti – che questo mio giorno è diverso da quelli precedenti; non sono più Sommo Pontefice della Chiesa cattolica: fino alle otto di sera lo sarò ancora, poi non più. Sono semplicemente un pellegrino che inizia l’ultima tappa del suo pellegrinaggio in questa terra. Ma vorrei ancora, con il mio cuore, con il mio amore, con la mia preghiera, con la mia riflessione, con tutte le mie forze interiori, lavorare per il bene comune e il bene della Chiesa e dell’umanità. E mi sento molto appoggiato dalla vostra simpatia. Andiamo avanti insieme con il Signore per il bene della Chiesa e del mondo. Grazie, vi imparto adesso con tutto il cuore la mia Benedizione. Ci benedica Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo. Grazie, buona notte! Grazie a voi tutti!”. Alle 20, chiusi dalle guardie svizzere i battenti del portone di Castel Gandolfo, iniziò la sede apostolica vacante.

Don Giorgio: “Papa Francesco purtroppo non sta facendo altro che coprire il culo sporco del Vaticano”

dgdcb
Parlare male di Berlusconi è anche facile, oggi. Ieri non lo era, quando tutti ci andavano a letto, politicamente parlando (lasciamo stare il resto). Come puttane per essere pagate. Tutti sappiamo che la Lega, Comunione e liberazione e il Vaticano si erano legati anima e corpo al Malfattore riccone, per avere contributi economici, per tappare i buchi finanziari, per ottenere sovvenzioni per le scuole cattoliche ecc. ecc. Ma non solo. Peggio ancora, la Chiesa si è unita al Maledetto per ottenere il sostegno per i cosiddetti valori cattolici (!) come se i valori avessero una etichetta e come se questi valori potessero essere difesi da un Porco. Per anni e anni, c’è stato questo puttaneggio che, se era anche comprensibile da parte della Lega (non esistono partiti o movimenti politici del tutto puri, incontaminati, onesti), non lo era affatto per la Chiesa, almeno per quella Chiesa in cui credo. E ora tutti a scandalizzarsi, compresa la Chiesa, soddisfatta anche perché è arrivato Papa Francesco che, l’ho già detto, purtroppo non sta facendo altro che coprire il culo sporco del Vaticano. Gli sta mettendo mutande nuove, ma il culo è sempre pieno di merda.

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