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martedì 8 aprile 2014

La “penombra cristiana”

Il laicismo cresce nella “penombra cristiana” più che nell’umanesimo ateo

Il processo della secolarizzazione occidentale non ha la forma di una disputa fra accusa e difesa, non è una rappresentazione con due attori che furiosamente lottano, religiosi da una parte e laicisti dall’altra. Non è un duello manicheo fra ultrà di due opposte concezioni del mondo. C’è una terza forza in campo, forse la più determinante in quel radicale percorso di ridefinizione dei rapporti sociali in senso secolarista che è in corso sotto varie etichette, dal neogiacobinismo francese alla più felpata sterilizzazione delle conseguenze politiche e culturali del cristianesimo nella terra della libertà religiosa, l’America: la “penombra cristiana”, quell’area culturalmente cristiana per eredità e convenzione sociale, quelli della messa una volta ogni tanto e del matrimonio in chiesa per far contenta la nonna e non sgarrare sul protocollo. 


L’espressione l’ha coniata il columnist del New York Times Ross Douthat, cattolico e conservatore che osserva le conseguenze sociali addirittura “dannose” create da questo popolo religiosamente tiepido, cercando una terza via interpretativa a una paradossale pletora di studi sociali che associano, da un parte, la partecipazione religiosa a una maggiore mobilità sociale, alla fioritura di opere filantropiche e di carità, alla felicità personale e familiare; dall’altra le presenze religiose sono connesse anche alla povertà, alla corruzione politica e all’emarginazione sociale, fenomeni che si riscontrano in modo massiccio, ad esempio, nella Bible Belt americana, il sud protestante in rapida transizione verso la penombra. “I beni sociali associati alla fede – scrive Douthat – discendono quasi esclusivamente dalla partecipazione religiosa, non dall’affiliazione o da un credo nominale”. Gli abitanti della penombra sono parte di una forza socialmente distinguibile rispetto ai loro confratelli praticanti e  degli avversari completamente secolarizzati. L’incidenza del divorzio nel sud degli Stati Uniti è un esempio perfetto in questo senso. Un recente studio indica che nelle regioni ad alta densità religiosa il numero di divorzi è superiore alla media del paese, ma occorre un’indagine più specifica e approfondita per cogliere il senso di queste percentuali: i protestanti praticanti divorziano meno rispetto alla media nazionale, ma quelli della penombra cristiana divorziano molto più frequentemente anche rispetto alle persone senza affiliazione religiosa: è la penombra ad alzare la media. Il fenomeno può essere collegato al fatto che i protestanti della penombra sentono una certa pressione famigliare e tradizionale a sposarsi in giovane età, ma la loro esperienza religiosa è personalmente tiepida, acerba, e spesso si ritrovano a non riuscire a sopportare la scelta di vita fatta per compiacere rituali sociali ai quale aderiscono soltanto formalmente.

Fra i protestanti “nominali” americani è comune anche trovare un numero di figli fuori dal matrimonio oltre la media, segno, più in generale, di un rapidissimo spostamento verso un paradigma sociale lontano da quello della tradizione occidentale. Paradossalmente, la popolazione esplicitamente non religiosa tende ad avere comportamenti più tradizionali in fatto di famiglia, prole, educazione. Come dice l’Apocalisse, il caldo e il freddo è sempre preferibile al tiepido.

Il parallelo europeo della penombra protestante americana è da cercare in quell’“abisso” fra la vita cristiana e il modo in cui i cattolici effettivamente vivono citato dal cardinale Walter Kasper nella sua relazione al concistoro sulla famiglia. Le informazioni rese pubbliche sui questionari alle parrocchie cattoliche in Germania parlano di un massiccio spostamento dei credenti dalle parti della penombra cattolica, un percorso di intiepidimento e formalizzazione legato intimamente alla disgregazione sociale, così come succede per le comunità protestanti in America.

Il concetto della penombra, ambigua area non più compiutamente cristiana ma non ancora atea, è quello su cui fanno leva i profetti dell’adattamento al mondo in fatto di indissolubilità matrimoniale e famiglie patchwork. La realtà della comunità cristiana, dicono, impone di cambiare qualcosa, di allentare i termini e ridurre le pretese, occorre abbassare l’asticella della proposta di vita della chiesa, renderla praticabile per l’uomo d’oggi; nei termini di Douthat significa istituzionalizzare la penombra, certificarla con un sigillo formale, promuovere ufficialmente quella tiepidezza religiosa che, da un punto di vista sociale, è paradossalmente anche più disgregante di un’esplicita conversione ai dettami dell’umanesimo ateo.

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