ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 22 gennaio 2015

Il gioco delle tre carte

Introvigne, la Croce e la famiglia 

Al convegno tenuto a Milano il 17 gennaio, l’ottimo professore ci ha offerto un altro saggio delle sue capacità. Purtroppo in una fantasmagoria di pensieri, parole, opere e omissioni, ci si dimentica che in ballo non ci sono opinioni personali, tendenze, simpatie o visioni del mondo; la materia è indisponibile perché tocca interessi che vanno al di là di opinioni, tendenze, simpatie e visioni del mondo. Anche senza scomodare il bene comune.

di Elisabetta Frezza e Patrizia Fermani
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Tempo fa, in occasione della presentazione del manifesto “Sì alla famiglia”, avanzammo alcune perplessità sul significato e sugli obiettivi della iniziativa (clicca qui).
Ci chiedevamo anzitutto quale estensione si intendesse dare al termine famiglia, e se con quel testo non si aprisse surrettiziamente la strada a qualche preoccupante novità, attraverso una difesa apparente dei principi fondamentali che reggono la morale famigliare e con essa la società medesima.
I dubbi si sono rivelati più che legittimi, grazie all’esauriente relazione con cui il professor Introvigne ha introdotto l’atteso convegno di Milano del 17 gennaio scorso dal titolo “Difendere la famiglia per difendere la comunità”, organizzato dalla Regione Lombardia e da questa affidato alle cure di Alleanza Cattolica, Fondazione Tempi e Obiettivo Chaire. Vi è accorso un nutrito pubblico, munito dei conforti religiosi de “La Croce”.

Il professore innanzitutto constata che la bagarre allestita per tempo da Repubblica è servita a vivacizzare un evento che rischiava altrimenti di affogare nella consueta noia.
Egli passa quindi alla esposizione della propria teoria sulla famiglia, articolandola in quattro tesi. Primo. La famiglia non è solo “il motore del mondo e della storia” – come afferma qualcuno – ma è anche, “più modestamente”, “l’ancora di salvezza”, intesa in senso economico, dell’Italia. Questo, in base al noto principio logico secondo cui nel meno sta il più. In altre parole – vuole dirci Introvigne – non è il caso di enfatizzare troppo il valore della famiglia, che va ridimensionato in quello di un sano ammortizzatore sociale.
E corona la sua prima tesi con uno stacco lirico finale, in cui associa la bellezza del risparmio famigliare al blu di cieli, mari e manti.
Secondo. Prendendo le mosse dall’autorevole osservazione per cui “la famiglia è bastonata da tutte le parti”, da sociologo esperto qual è rileva il forte calo demografico, dovuto soprattutto alla diminuzione dei matrimoni. Il che comporterebbe, ancora una volta – ci informa – gravissime ripercussioni economiche: “meno produttori, meno consumatori, meno contributori”.
Terzo. Anche i danni che la famiglia subisce sono prevalentemente di ordine economico: il fisco è il suo principale nemico. Naturalmente – aggiunge il professore – non sono i movimenti omosessualisti in cerca di parificazioni giuridiche a metterla in pericolo. Ci mancherebbe altro.
Quarto. Finalmente, in piena sintonia con il suo autorevole ispiratore, egli afferma che il riconoscimento delle diverse forme di convivenza presenta un inconveniente fondamentale: quello di sottrarre risorse alla famiglia. Inoltre, ci dice che va ribadito il diritto dei bambini a crescere con un papà è una mamma. E a chi obiettasse la matrice cattolica di questi enunciati, risponde che essi sono solo espressione di buon senso. E qui apprendiamo che “il buon senso non è nè laico, nè cattolico, nè buddista”.
A questo punto Introvigne affronta di petto la vexata quaestio delle pretese degli omosessuali.
Si prendono le mosse dal topos bergogliano diventato in breve tempo la Grundnorm del pensiero occidentale: “Chi sono io per giudicare?”.
Conviene qui soffermarci brevemente sulle circostanze in cui la famosa frase è stata pronunciata. Rispondeva a una precisa domanda della giornalista corrispondente vaticana di Rede Globo, Ilze Scamparini, durante il volo di ritorno dal Brasile: “Vorrei chiedere il permesso di fare una domanda un po’ delicata: anche unaltra immagine ha girato un po’ il mondo, che è stata quella di mons. Ricca e delle notizie sulla sua intimità. Vorrei sapere, Santità, cosa intende fare su questa questione? Come affrontare questa questione e come Sua Santità intende affrontare tutta la questione della lobby gay?“. La risposta bergogliana, invero assai articolata, mira a neutralizzare il problema escludendo ogni possibilità di giudizio, nell’evidente intento di sottrarre il fenomeno della omosessualità dalla sfera del peccato. Cosa che, infatti, ha consentito a monsignor Ricca di mantenere il posto nella amministrazione vaticana. Vorremmo sperare, date queste premesse, che il “motto” abbia per lui un significato almeno parzialmente diverso da quello che ha per il Vescovo di Roma.
Comunque, dopo quella affermazione di principio, Introvigne precisa che per i cattolici “le persone non vanno mai giudicate in quanto persone”. Introduce così un criterio indubbiamente originale, che lascia tuttavia inevaso il problema del secondo termine di paragone: una persona, se non va giudicata come persona – ci chiediamo – come va giudicata?
Ora, accantonato definitivamente il problema morale, viene affrontato quello “scientifico” della normalità clinica degli omosessuali, che risulterebbe acclarata (lo sostiene persino Bruto Bruti). Senonchè ci si dimentica che la questione sul tappeto, in relazione alla famiglia, è invero tutt’altra, sicchè sia il profilo clinico sia quello morale sono al proposito del tutto irrilevanti.
Infatti, se si parla della difesa della famiglia, l’omosessualità rileva in quanto è il presupposto di pretese che stravolgono la sostanza stessa della istituzione. È cioè un problema di etica collettiva, che passa attraverso gli strumenti giuridici. Ed è sul piano giuridico che si gioca questa partita,  quello del rapporto tra la legge è il diritto naturale. Come Introvigne dovrebbe ben sapere.
D’altra parte, egli è anche l’unico che sembra ignorare – perché ormai lo hanno capito quasi tutti – come la questione della regolamentazione delle coppie di fatto interessi soltanto gli omosessuali, che l’hanno scelta come la via più rapida per arrivare ad ottenere l’affidamento di bambini (con il singolare avallo dell’onorevole Formigoni). Il principio di uguaglianza è il mezzo con cui, una volta promossa la convivenza a status giuridico, si arriva alla estensione indiscriminata del diritto di adozione.
Stupefacente il gioco di prestigio già sperimentato nel testo del “Sì alla famiglia”, per cui da un lato si afferma la necessità di consolidare il corredo di “diritti” concessi ai conviventi come tali, dall’altro e contestualmente si esclude la possibilità di creare la figura giuridica delle “unioni civili”: come se lo status giuridico dipendesse dal dato onomastico.
A questo proposito Introvigne rivendica al cartello “Sì alla famiglia” il merito di aver presentato un disegno di legge in trentatré articoli, “un testo unico che mette insieme tutti i diritti di cui i conviventi già godono in Italia, coordinandoli con piccoli aggiustamenti ma senza introdurre nulla di nuovo rispetto alle leggi e alla giurisprudenza della Corte Costituzionale e della Cassazione”. Se qualcuno non avesse capito bene, il “Sì alla famiglia” fa tesoro delle nuove conquiste giurisprudenziali in tema di famiglie di tutti i colori (vedi ad esempio la sentenza della Cassazione 4184/2012 sulla estensione di tutti i diritti delle coppie coniugate alle coppie omosessuali), in omaggio al potere legislativo della magistratura militante. Con quella che si pretenderebbe di far passare come una mera raccolta di provvedimenti di varia natura dettata da motivi di ordine pratico, e che viene chiamata in modo suggestivo “testo unico”, in realtà si propone un sistema chiuso di norme, dominato dai criteri interpretativi della giurisprudenza di regime e quindi del tutto modellato sulla nuova etica omosessista. Quello che si dice: un furto con destrezza della buona fede di tanti crociferi e dintorni cattolici.
Forse a questo punto varrebbe la pena di avvertire i protestanti omofili che il professor Introvigne, lungi dal costituire un antagonista, ha servito loro su di un piatto d’argento l’accoglimento “cattolico” di ogni loro desiderio.
In tutta questa fantasmagoria di pensieri, parole, opere e omissioni, purtroppo, ci si dimentica tragicamente, ancora una volta, che in ballo non ci sono opinioni personali, tendenze, simpatie o visioni del mondo; la materia è indisponibile perché tocca interessi che vanno al di là di opinioni, tendenze, simpatie e visioni del mondo. Anche senza scomodare il bene comune. Infatti essa riguarda il sovvertimento della vita o delle vite altrui, che si vorrebbe piegare all’arbitrio, all’arroganza e alla prepotenza di gruppi ben strutturati, organizzati e protetti. Questi gruppi avanzano pretese che, indipendentemente dalla scienza medica, dovrebbero apparire a tutti come demenziali.
In chiusura, Introvigne invita ancora una volta ad ascoltare il Vescovo di Roma. Noi stasera lo abbiamo ascoltato. Ha detto: «Paternità responsabile significa che si devono fare figli, ma responsabilmente. Alcuni credono che i cristiani debbono fare come i conigli».
Quindi: Introvigne, chi vuole compiacere? Le gerarchie ecclesiastiche e/o i cascami del progressismo di ogni risma che ha conquistato la cittadella vaticana e ha la sua sala operativa a Santa Marta?
Lo scopo è quello di essere dalla parte giusta al momento giusto.
Forse anche perché, in ogni caso, con il prossimo conclave, “morto un papa se ne fa un altro”; più o meno uguale.
http://www.riscossacristiana.it/introvigne-la-croce-la-famiglia-di-elisabetta-frezza-patrizia-fermani/

Gay si nasce o si diventa?


di Lupo Glori

Pubblicato su Corrispondenza Romana


Gay si nasce o si diventa? La fatidica domanda, riguardo l’esistenza di un presunto gene gay innato, ogni tanto ritorna, sebbene il quesito abbia, da tempo, ricevuto ampie e inequivocabili risposte. Recentemente la questione è stata portata nuovamente alla ribalta da una organizzazione di ex gay, americana, chiamata PFOX, la quale ha promosso a Richmond, capitale dello Stato della Virginia, una ampia campagna pubblicitaria per far conoscere i reali dati scientifici riguardo l’omosessualità.

In particolare, tali dati riportano diversi casi di gemelli omozigoti, quindi perfettamente identici, che tuttavia differiscono per tendenze sessuali. Esistono almeno otto importanti studi scientifici condotti su gemelli identici in Australia, Stati Uniti, e in Scandinavia, durante gli ultimi due decenni che mostrano come gli omosessuali non sono nati omosessuali.

Il dott. Neil Whitehead, che dopo avere prestato servizio per 24 anni come ricercatore scientifico per il governo della Nuova Zelanda, e aver lavorato alle Nazioni Unite e l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, oggi ricopre il ruolo di consulente per alcune università giapponesi, sottolinea il ruolo irrilevante della genetica nella scelta dell’orientamento sessuale, affermando: «al meglio la genetica è un fattore secondario». I gemelli monozigoti derivano da una singola cellula uovo fecondata, ciò significa che essi sono nutriti in condizioni prenatali uguali e condividono il medesimo patrimonio genetico.

Da qui consegue che, se l’omosessualità fosse una tendenza innata, stabilita dai geni, ci si aspetterebbe che tale attrazione fosse sempre identica nei gemelli monozigoti. Come nota infatti il dott. Whitehead: «dal momento che hanno DNA identici, dovrebbero identici al 100%». Tale ipotesi è però smentita dalla realtà dei fatti che attestano che «se un gemello identico ha attrazione per lo stesso sesso la possibilità che il co-gemello abbia la stessa attrazione è solo di circa il 11% per gli uomini e del 14% per le donne». Il dott. Whitehead conclude dunque escludendo categoricamente che l’omosessualità possa dipendere da fattori genetici: «nessuno nasce gay. (…) Le cose predominanti che creano l’omosessualità in un gemello identico e non negli altri devono essere fattori post-parto».

Secondo lo specialista l’attrazione per lo stesso sesso (SSA) è determinata da «fattori non condivisi», cose che accadono ad un gemello, ma non l’altro, o da una differente reazione personale ad un specifico evento da parte di uno solo dei gemelli. Pornografia, abusi sessuali, particolare ambiente familiare o scolastico sono tutti elementi che possono influenzare in modo diverso l’uno rispetto all’altro. Un gemello potrebbe non essere in grado di interagire socialmente come l’altro gemello, provocandosi una sensazione di solitudine, che potrebbe poi portare alla necessità di essere accettato da un gruppo di persone, e in alcuni casi, tale gruppo diventano le comunità LGBT. Secondo il dott. Whitehead infatti, «queste risposte individuali e idiosincratiche a eventi casuali e ai fattori ambientali comuni predominano».

Il primo studio approfondito su gemelli monozigoti è stato condotto in Australia nel 1991, seguito da un altro grande studio americano nel1997. Oggi, lo strumento principale per la ricerca biomedica, secondo lo specialista, sono i registri nazionali sui gemelli: «i registri dei gemelli sono la base dei moderni studi sui gemelli. Ora sono molto grandi, ed esistono in molti paesi. Al momento è in progettazione un gigantesco registro europeo del quale faranno parte 600.000 membri, ma uno dei più grandi attualmente in uso si trova in Australia, con più di 25.000 gemelli registrati».

Nel 2002 la coppia di sociologi americani Peter Bearman e Hannah Brueckner ha pubblicato uno studio che ha coinvolto 5.552 coppie di gemelli degli Stati Uniti, mettendo in evidenza come l’attrazione per persone dello stesso sesso tra gemelli identici era comune solo al 7,7% per i maschi e al 5,3% per le femmine. La stessa ricerca ha preso in esame anche il cambiamento di orientamento sessuale durante il corso della vita, osservando come la maggior parte di questi cambiamenti, avvenuti per via “naturale” piuttosto che terapeutica, sono indirizzati verso una esclusiva eterosessualità, con il 3% della popolazione eterosessuale che afferma di essere stata in passato anche bisessuale o omosessuale. Alla fine tali dati hanno fatto emergere un dato curioso per il quale il numero delle persone che hanno cambiato il loro orientamento sessuale verso una totale eterosessualità risulta più alto dell’attuale numero di bisessuali e omosessuali messi insieme. In altre parole, conclude Whitehead, «gli ex gay superano per numero gli attuali gay».

Ancora una volta la realtà sbatte la porta in faccia all’ideologia. La forsennata ed tendenziosa ricerca degli attivisti LGBTQ riguardo l’esistenza di un agognato gene gay, che attesterebbe la normalità dell’omosessualità si deve, infatti, bruscamente arrestare davanti agli inoppugnabili dati concreti che certificano chiaramente come l’omosessualità non ha nulla di genetico e naturale. Più che di “gene gay” sarebbe corretto parlare di “virus gay”; se nessuno nasce infatti con il gene dell’omosessualità tutti, e in particolare le giovani generazioni, sono a rischio contaminazione dell’ideologia del gender imposta come diktat etico dal mainstream culturale dominante.

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