ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 25 settembre 2015

La preminenza della pastorale sulla dottrina

Il Francis effect funziona nella chiesa dell’establishment, meno tra i cattolici “in subbuglio”

Il Papa ha trovato semplicemente la chiesa americana, nella sua versione à la page e liberal

Papa Francesco al Congresso americano (foto LaPresse)
Washington. L’America entusiasta e blindata ha trovato il figlio di una famiglia di migranti, l’eroe accessibile che si presenta alla Casa Bianca sulla 500 e ha una carezza e un selfie per tutti. Ma Francesco cos’ha trovato in America? Una chiesa in “subbuglio”, dice il New York Times, che alla vigilia ha fatto una grande ricognizione, ancorché animata da una tesi precostituita, fra le linee di frattura di una chiesa divisa fra conservatori e progressisti, nord e sud, bianchi e ispanici, attivisti catto-lgbt e guerrieri culturali, entusiasti novatori che lavorano al grande compromesso con la secolarizzazione e strenui difensori della dottrina bastonati dalla realtà.
E’ stata quest’ultima chiesa, quella dei Chaput, dei Cordileone, dei Burke e dei DiNardo, che il Papa ha fraternamente rimproverato nell’incontro con i vescovi nella cattedrale di St. Matthew, con monito chiaro per le orecchie che vogliono intendere: “Guai a noi se facciamo della croce un vessillo di battaglie mondane”. Michael Sean Winters, osservatore raffinato e musicista d’accompagnamento della sinfonia bergogliana, aveva predetto che sarebbe stato quello il discorso più importante, e nell’amorevole buffetto papale vuole vederci niente meno che una rivoluzione: “Siate pastori, non culture warriors”, scrive, decrittando ed esplicitando quello che il linguaggio della chiesa sibila soltanto fra le righe. Non c’è dubbio che il vento soffi dalla sua parte.

ARTICOLI CORRELATI Altro che povertà, Francesco bacchetta la Casa Bianca sulla “libertà religiosa” Francesco politico corretto Il Papa assolve le suore ribelli: “Cosa sarebbe la Chiesa senza di voi?”Per lui e per tanti come lui è la fine trionfale della chiesa militante americana, ripiegata su battaglie etiche coraggiosamente intraprese e rovinosamente perdute. Letti oggi con occhio politico, i discorsi di Benedetto XVI agli Stati Uniti sono appunti per un’agenda fallimentare, dalla vita alla famiglia e la secolarizzazione galoppante in ogni angolo della vita e della società. Questa chiesa che abbraccia e lenisce, stando alla larga dalle manifestazioni di piazza e da battaglie che vanno tutte nel verso sbagliato, è rimpiazzata dal “Francis effect”, fenomeno palpabile sui giornali dell’establishment sovreccitato, già meno dalle parti del gregge. Pure al New York Times, che vaglia tutto lo scibile con i big data ma all’effetto Francesco crede per fede, tocca concedere infine che i numeri non sono da capogiro: sotto il pontificato di Francesco il 13 per cento dei cattolici americani va a messa più spesso, ma il 12 per cento ci va meno. Per il 74 per cento non è cambiato nulla. Pari e patta. Il conservatore moderato Ross Douthat, che sul New York Times scrive in partibus infidelium, nota che non esiste Vicario al mondo che possa riempire di colpo le chiese dell’occidente stanco: “I pontefici non hanno quel tipo di potere, punto”. Eppure il mondo sembra desiderare ardentemente che Francesco quel potere ce l’abbia, e pare che basti lavorare con la lima qualche spigolo acuto della dottrina per ottenerlo.

Chiesa in subbuglio? Forse quella che Francesco ha trovato in America è, più semplicemente, la chiesa americana, nella sua versione accomodante e à la page, kennediana, fondamentalmente liberal, punteggiata di celebrity e con gli occhiali a goccia tipo Joe Biden, quella per cui fede e politica sono rette parallele che s’incontrano tutt’al più in cielo. Quella che rifugge privatamente l’aborto ma lo vota orgogliosamente al Congresso, roba buona per la “strong catholic” Nancy Pelosi (definizione sempre del Times). Una lucida indicazione sullo stato della religione americana trovata da Francesco l’ha data, a sorpresa, John Kerry, rispondendo in modo non ovvio a una bella domanda di Massimo Franco sulla nazione post-cristiana: “Gli Stati Uniti rimangono una delle società più religiose del mondo, e il loro paesaggio religioso continua ad essere in movimento. Gli Stati Uniti stanno diventando più pluralisti da questo punto di vista, così come appaiono più compositi sul piano delle razze e delle etnie. Gli studiosi hanno anche notato un cambiamento nel numero di americani che non si riconoscono in maniera formale con una particolare comunità religiosa, o che si identificano con fedi non cristiane. C’è una grande potenza in questa diversità, e il pluralismo religioso dell’America è una fonte della sua forza”.

Sembra uscita direttamente dalla bocca di John Courtney Murray, il gesuita che ha costruito la teologia democratica di Camelot, teorico del supermercato delle visioni religiose come luogo mistico e civile dell’abbraccio fra l’identità cattolica e quella americana. Concetti che uno come Kerry, gentiluomo democratico educato nelle boarding school del New England, ha bevuto nel latte materno. Douthat aveva chiamato quest’America “spiritual but not religious” una “nazione di eretici”, dove l’intimismo personalizzato ha sostituito (anzi, risostituito: le pulsioni religiose dell’America si muovono secondo ondate o “awakening”) gli ordini ecclesiastici. E’ stato Paul Elie su Vanity Fair a tracciare un suggestivo parallelo fra Francesco e John Fitzgerald Kennedy, appoggiandosi al sistema di rimandi simbolici della Cattedrale di Washington, dove sono stati celebrati i funerali del presidente e dove Francesco ha dato ai vescovi la frustata che è piaciuta tanto ai cattolici kennediani. L’agiografo di Camelot, Arthur Schlesinger, scriveva: “L’energia che ha sprigionato, gli standard che ha definito, gli obiettivi che ha fissato guideranno la terra che amava per gli anni a venire”, frase che gli agiografi del Papa potrebbero adottare e riadattare all’istante. Più che il parallelo fra le due figure è significativo notare le indicazioni che queste fornisce sulla natura dominante del cattolicesimo che il Papa ha trovato in America, una sensibilità che inevitabilmente s’accorda con la preminenza della pastorale sulla dottrina, con le aperture degli spazi di dialogo su cambiamenti climatici, economia, famiglia e altro che sono in diretta competizione con il tono severo della conferenza episcopale, quella del “tragico errore” del matrimonio gay. Francesco ha trovato un cattolicesimo d’establishment con le braccia spalancate.
di Mattia Ferraresi | 25 Settembre 2015 

Il Papa assolve le suore ribelli: “Cosa sarebbe la Chiesa senza di voi?”

A St.Patrick Francesco tuona contro "la spiritualità mondana". Alla fine, show del cardinale Dolan
di Matteo Matzuzzi | 25 Settembre 2015 

Il Papa ha celebrato i Vespri nella cattedrale di St.Patrick, a New York
New York. Prima di iniziare a leggere l’omelia preparata in spagnolo per i Vespri celebrati con il clero, i religiosi e le religiose nella cattedrale di San Patrizio, a New York, Francesco ha espresso vicinanza “ai miei fratelli musulmani” per la tragedia della Mecca, dove più di settecento persone sono morte nella calca in occasione del primo giorno della festa del sacrificio. Il Papa, dopo aver concentrato la sua riflessione su “gratitudine e laboriosità”, definiti “due pilastri della vita spirituale”, ha parlato delle religiose americane, negli anni scorsi sottoposte a due distinte indagini del Vaticano. La controversia più delicata aveva riguardato la Leadership Conference of Women Religious (LCWR), la maggiore organizzazione di suore statunitensi, finita nel mirino della Congregazione per la dottrina della fede con l’accusa di aver assunto posizioni “oltre la Chiesa” e “oltre Gesù”. Alcune di esse chiedevano il via libera all’ordinazione delle donne, e a chi faceva loro notare (il Papa, in un intervista aerea, ndr) che Giovanni Paolo II aveva chiuso la questione, l’ex presidentessa della Lcwr, Theresa Kane, rispondeva che “Giovnani Paolo II è morto”. Il Papa ha, con un paio di frasi, chiuso definitivamente la questione: “Vorrei in modo speciale esprimere la mia gratitudine alle religiose degli Stati Uniti. Che cosa sarebbe questa Chiesa senza di voi? Donne forte, lottatrici; con quello spirito di coraggio che vi pone in prima linea nell’annuncio del Vangelo. A voi, religiose, sorelle e madri di questo popolo, voglio dire ‘grazie’, un ‘grazie’ grandissimo. E – ha aggiunto alzando la voce – dirvi anche che vi voglio molto bene”. I presenti, clero e religiosi e religiose, sono esplosi in un applauso fragoroso, accompagnato dai sorrisi dei tanti presuli presenti accanto al Papa. 

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Alla fine della celebrazione, un frizzante Timothy Dolan, cardinale arcivescovo di New York, ha salutato il Pontefice, ringraziandolo per essersi recato nella cattedrale metropolitana. Dolan ha ricordato i tre anni di lavori per il restauro dell’edificio, “grazie alla generosità di tante persone”, e ha pronunciato qualche parola anche in italiano e in spagnolo. Prima di dare due energiche pacche sulla spalla del Papa (divertito), il cardinale gli ha detto: “Come back soon!”
http://www.ilfoglio.it/papa-in-america/2015/09/25/il-papa-assolve-le-suore-ribelli-cosa-sarebbe-la-chiesa-senza-di-voi___1-v-133140-rubriche_c279.htm


IL REGALO DELLA NUNZIATURA NEGLI USA AI SEMINARISTI PRESENTI ALL'INCONTRO CON IL PAPA: IL LIBRO DI SARAH


Il regalo della nunziatura negli Usa ai seminaristi presenti all'incontro con il Papa: il libro di Sarah
I numerosi seminaristi presenti all’incontro del Papa con i vescovi statunitensi, mercoledì scorso a Washington, nella Cattedrale di San Matteo, si sono visti omaggiati di una copia dell’ormai celebre ultimo libro del cardinale Robert Sarah “Dio o niente”. Un regalo della nunziatura apostolica. Allegato al libro, un biglietto di cui il blog di padre John Zuhlsdorf ha pubblicato la foto:
«In occasione della visita di Sua Santità Papa Francesco negli Stati Uniti D’America, la nunziatura apostolica è lieta di presentare questo libro ai futuri religiosi e religiose dell’America e ai suoi futuri sacerdoti». Firmato, Carlo Maria Viganò, nunzio apostolico. 

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