ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 10 ottobre 2015

«Chi fa l’angelo fa la bestia»

Dall’abisso alla gloria
Corruptio optimi pessima.

Già l’antica saggezza latina aveva riconosciuto che, quando sono i migliori a guastarsi, la loro corruzione supera i limiti di quella propria di chi è abitualmente corrotto e li fa sprofondare in abissi di depravazione che sorprendono persino i disonesti. Anche al di fuori di tale decadenza, è risaputo che un’esteriorità impeccabile può ben fare da schermo al marciume: «Chi fa l’angelo fa la bestia», sentenzia il noto adagio attribuito a sant’Alfonso Maria de’ Liguori. Finora, però, le bestialità commesse dagli angeli apparenti erano consumate in segreto; oggi invece (proprio all’epoca in cui le notizie si divulgano in pochi istanti a livello planetario) esse vengono con orgoglio esibite in pubblico. È uno schiaffo al buon gusto, prima ancora che al buon senso – anche per quanti, pur vivendo lontano dalla fede, si aspettano spontaneamente dai sacerdoti una condotta per lo meno decente. Se poi il motivo del vanto è una relazione sodomitica, inevitabilmente intessuta di atti che sono fra i più disgustosi e degradanti che un essere umano possa commettere…
Come frutto delle amenità raccontate al catechismo e del vuoto spinto caratterizzante la formazione dei seminari, d’altronde, non ci si poteva aspettare molto di meglio. Ascesi e mortificazione sono state abrase dalla vita cristiana come relitti di un passato oscurantista e opprimente in cui – dicono – la gioia di vivere e l’anelito alla libertà erano sistematicamente repressi ai fini della conservazione del potere clericale. Pur non avendo esperienza diretta di quei deprecabili tempi preconciliari (termine gravido delle più sinistre risonanze), posso comunque fare appello a ricordi personali. La frequentazione di sacerdoti anziani, formati alla “vecchia maniera”, mi ha sempre fatto un gran bene nel profondo dell’anima: erano uomini buoni, sereni, saggi e radiosi che mi volevano bene in modo pulito, franco, disinteressato, diventando così fari della mia infanzia e giovinezza e favorendo in modo decisivo la mia vocazione. Il mio solo rimpianto è che non ci siano più e che io non abbia più la preziosa opportunità di imparare da loro ciò che non mi è stato insegnato.
Qualcosa, in ogni caso, dev’essere pur passato, se oggi continuo a cercarlo intorno a me e desidero offrirlo a mia volta. Di fatto, gli unici in cui ritrovo le medesime qualità sono sacerdoti bollati come “tradizionalisti” e, paradossalmente, dei giovani religiosi che si stanno formando “all’antica”: i loro volti puri, solari e vitali sono una prova evidente della bontà del cammino seguito. Sono ragazzi del nostro tempo, cresciuti nelle nostre città e nelle nostre scuole, ma miracolosamente liberi dall’orrenda schiavitù dell’impurità che soggioga la nostra gioventù infelice. Dato che la grazia suppone la natura, è ovvio che certi miracoli richiedano particolari disposizioni spirituali che non si possono assumere se non apprendendole da qualcun altro; ma la lotta contro il peccato e la cooperazione con la grazia sono discipline che si insegnano da ben duemila anni nella Chiesa: a mano a mano che le impari, ti cambiano la vita.
Da quando nei seminari e nei conventi, invece, si è abbandonata ogni pratica e disciplina per perdersi nelle chiacchiere fumose di uno spiritualismo astratto, completamente cieco di fronte alle reali condizioni di candidati provenienti da una società estremamente corrotta, essi si sono trasformati, secondo la terribile profezia della Salette, in cloache di impurità. Tale risultato, del resto, è stato studiatamente perseguito dalla massoneria, a partire almeno dagli anni ’50, mediante l’infiltrazione degli istituti ecclesiastici di studio da parte di insegnanti ad essa affiliati. Lo scopo ultimo era quello di squalificare il sacerdozio cattolico, come la Vergine predisse a Mariana de Jesús nel lontano 1610: «Il sacramento dell’Ordine sacro sarà deriso, oppresso e disprezzato, perché in questo sacramento la Chiesa di Dio e persino Dio stesso è respinto e disprezzato, poiché Egli è rappresentato dai Suoi preti. Il demonio cercherà di perseguitare i ministri del Signore in ogni modo possibile e agirà con crudele e sottile astuzia per farli deviare dallo spirito della loro vocazione corrompendo molti di loro. Questi sacerdoti corrotti, che saranno motivo di scandalo per i cattolici, faranno sì che l’odio dei cattivi cattolici e dei nemici della Chiesa cattolica, apostolica e romana ricada su tutti i sacerdoti».

Non potrò mai dimenticare le espressioni di odio con cui, nella prima metà del 2010, i romani mi piantavano gli occhi addosso, per strada e sui mezzi pubblici, ogni volta che un articolo di giornale o un programma televisivo aveva sollevato il velo sulla pedofilia nel clero. Allora mi sentivo ancora obbligato a portare quell’eclettica divisa semi-laica che è stata imposta al clero “rinnovato” e che non ho mai amato; ora che indosso sempre l’abito talare, al contrario, spesso riscuoto simpatia e gentilezza là dove meno potrei aspettarmele. All’abito si associa pur qualcosa di importante, almeno ad una certa età; i bambini e gli adolescenti, invece, sono inevitabilmente incuriositi da una figura così inconsueta. Ciò che conta, ad ogni modo, è che la veste sia un continuo richiamo – per il prete come per i fedeli – alla santità oggettiva dello stato sacerdotale, che esige parimenti una tensione ininterrotta verso la santità personale. La qualità morale dei ministri sacri, in effetti, ha una ricaduta diretta sulla vita del Popolo di Dio, in bene e in male, come ricordò Gesù stesso a Mariana nel 1634:

«Sappi che la Giustizia divina manda terribili castighi su intere nazioni non solo per i peccati della gente, ma soprattutto per i peccati dei sacerdoti e dei religiosi, perché questi ultimi sono chiamati dalla perfezione del loro stato ad essere il sale della terra, i maestri della verità, coloro che trattengono l’ira divina. Deviando dalla loro sublime missione, essi si degradano a un punto tale che agli occhi di Dio sono proprio loro ad accelerare il rigore dei castighi, perché separandosi da me finiscono per vivere solo una vita superficiale dell’anima, e mantenersi lontano da me non è degno dei miei ministri. Con la loro freddezza e mancanza di fiducia, essi agiscono come se per loro io fossi un estraneo. Ahimé! se solo sapessero, se solo fossero convinti di quanto io li ami e desideri che essi entrino nella vera profondità delle loro anime, là, senza dubbio, essi troverebbero me e vivrebbero necessariamente la vita d’amore, luce e continua unione per la quale essi non sono solo stati chiamati, ma scelti!».

Come sempre, il Signore non giudica i peccati e non minaccia castighi se non per mostrare agli uomini una via d’uscita e spronarli ad imboccarla. Chi nel clero non è ancora del tutto accecato dall’ideologia e corrotto nei costumi ritorni piangendo al Suo amore e rientri nel profondo del proprio cuore per ritrovarvelo, riprendendo la vita d’amore, luce e continua unione con Lui per la quale è fatto e in virtù della quale, soltanto, sarà in grado di riportargli le anime traviate. Chi nel popolo desidera veramente la salvezza propria e altrui, si assuma il compito che il Salvatore affidò a suor Mariana: lavorare per la santificazione di sacerdoti e religiosi offrendo preghiere, sacrifici, penitenze e ogni azione buona in unione ai Suoi meriti infiniti e a quelli dell’immacolata Madre Sua. Per incoraggiarci e sostenerci nell’impegno, ad ogni richiesta Gesù associa una promessa: «In ogni tempo, io sceglierò tali anime in modo che, unendosi a me, esse lavorino, preghino e soffrano per conseguire questo nobile fine, e una gloria speciale le attenderà in cielo».


Vi racconto l’autogol di monsignor Charamsa

Vi racconto l'autogol di monsignor Charamsa
Il commento di Diego Gabutti
Grazie all’autorizzazione del gruppo Class editori pubblichiamo il commento di Diego Gabutti apparso su Italia Oggi, il quotidiano diretto da Pierluigi Magnaschi.
Anche se di omofobia, nella religione cristiana come in tutte le religioni, dall’Islam a Scientology, ce n’è stata sempre in abbondanza, definirla «omofobia paranoica» – come ha fatto il sacerdote e teologo gay Krzysztof Charamsa – è un po’ esagerato. Nel suo caso, del resto, la questione non è l’omosessualità ma il celibato.

Charamsa, anche se non fosse gay ma etero, avrebbe comunque pronunciato un voto di castità. Se vuole che la sua contestazione abbia un senso, è al superamento del celibato ecclesiastico che dovrebbe puntare. Non ne dovrebbe fare un caso personale, chinando la testa, come un fidanzatino di Peynet, sulla spalla del suo compagno.
È un uomo fatto, un teologo, non un adolescente in overdose ormonale, e per dare un senso adulto e razionale al suo «outing» non dovrebbe parlare soltanto per sé ma a nome di tutti i sacerdoti, etero e gay, che hanno il suo stesso problema col celibato. Dovrebbe rivendicare il diritto a una vita sessuale libera e pubblica per tutti i sacerdoti che la vedono come lui, invece d’esibirsi sui giornali e in televisione con un selfie giornalistico che ha un po’ l’aria d’un agguato alle gerarchie vaticane, al momento mezze tramortite dalle aperture (non si sa quanto vere e quanto presunte) di Francesco I ai divorziati, ai gay e persino agli atei, per non parlare dei «migranti» (Ignazio Marino escluso, Papa Bergoglio ha una parola buona per tutti).
Francesco, dev’essersi detto il teologo polacco, ha destato tutte queste speranze e adesso non oserà dire «vade retro» all’«outing» dei sacerdoti gay. Invece il Papa, che «apre alle coppie ferite», non apre ai sacerdoti gay, e il «vade retro» è stato pronunciato: Krzysztof Charamsa lascia tutti i suoi incarichi in Vaticano. Un «vade retro» forte e chiaro, per la verità, era già stato pronunciato prima che il sacerdote polacco Charamsa e la sua metà, decisi a convolare, posassero per i fotografi del Corriere. Negli Stati Uniti, tra un bagno di folla e l’altro, il papa aveva discretamente ricevuto Kim Davis, l’impiegata pubblica che aveva rifiutato di sposare una coppia gay in Kentucky.
Tempo fa il Vaticano aveva platealmente rifiutato d’accreditare un diplomatico francese notoriamente omosessuale. Morale: per ora non è aria per i gay all’ombra del Sacro Soglio. D’abolizione del celibato, come di sacerdozio femminile, non si parla più da decenni. Papa di scuola latinoamericana, papa sociologo, attento ai bisogni del popolo ma tutto sommato indifferente ai diritti del singolo, al pari di tutti i riformatori sociali e anche un po’ di tutti i demagoghi, Francesco I non aprirà in materia di sesso come ha aperto in materia politica. Charamsa, poi, non s’è limitato a porre il problema in astratto, cosa che avrebbe probabilmente persuaso il Papa ad accettare la discussione, ma ha cercato di forzargli la mano, cosa che non tollera nessuno, nemmeno un cristiano qualsiasi, figurarsi un pontefice notoriamente di cattivo carattere, come può testimoniare Ignazio Marino dopo il cazziatone aereo della settimana scorsa.
Charamsa ha sbagliato tutto: il metodo, l’occasione, persino l’obiettivo. Esaltando il proprio particulare, e mettendo sotto accusa il Sant’Uffizio con la testa romanticamente reclinata sulla spalla del suo partner, non ha reso ridicolo solo se stesso, ma ha oscurato il problema un istante dopo averlo sollevato. Di che cosa sta parlando, infatti? Di celibato no, o lo direbbe chiaro. Di nozze gay? D’una speciale licenza per i preti omosessuali, ai quali dovrebbe essere consentito sposarsi in nome del politically correct? D’un ombrello a esclusiva protezione delle minoranze sessuali e tutti gli altri ciccia?
10 - 10 - 2015Diego Gabutti
http://www.formiche.net/2015/10/10/vi-racconto-lautogol-monsignor-charamsa/

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