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martedì 1 marzo 2016

A ognuno i suoi vacanti

“Eretico e traditore”: Fondamentalisti ortodossi contro il patriarca Kirill che ha incontrato papa Francesco a Cuba

L’incontro è avvenuto a 10mila km di distanza da Mosca, forse per evitare le contestazioni dei tradizionalisti. Kirill accusato di essere “nikodimico”, troppo ecumenico.  Un “Appello alla gioventù ortodossa” accusa la “svendita" dell’ortodossia al Papa di Roma. Altri dicono che papa Francesco si sta per “convertire” all’ortodossia russa. È urgente l’informazione e l’educazione.
Mosca (AsiaNews) - L’incontro del patriarca di Mosca Kirill con papa Francesco è stata una vera sorpresa per tutta la Chiesa russa. La trasmissione televisiva di questo incontro è stata molto efficace, mentre il posto dove si svolgeva l’evento - a 10mila chilometri da Mosca - ha escluso qualsiasi testimone occasionale.
Da chi doveva fuggire per 10mila chilometri il potente patriarca Kirill? In sette anni di patriarcato, egli è stato in grado di condurre nella Chiesa una riforma amministrativa, concentrando nelle sue mani il massimo dei poteri, e ha eliminato ogni possibilità di un’opposizione seria. Non ha nemici palesi all’interno dell’episcopato; tra sacerdoti e monaci si tratta per lo più di figure marginali, mentre ai laici si può semplicemente non prestare alcuna attenzione.
Ma allora, da chi è fuggito a Cuba il patriarca Kirill?
La versione ufficiale è che si è andati a Cuba per evitare quei problemi nelle relazioni cattolico-ortodosse che esistono in Europa e che non sono stati ancora risolti. Tuttavia, parlando della fuga a Cuba, non si può escludere anche un’interpretazione più lineare: se questo incontro si fosse svolto in qualche luogo più vicino, vi sarebbero andati proprio quei marginali che picchettano, senza eccezione, tutti i Consigli dei vescovi, preoccupati solo di una questione: come i vescovi stiano tradendo la Santa ortodossia.
Il fatto stesso della fuga a Cuba rivela di per sé che il patriarca Kirill lo sa perfettamente: non ci può essere alcun dialogo con chi lotta per la purezza dell’ortodossia e con difficoltà li si può convincere di qualcosa. L’incontro è stato preparato in segreto proprio perché il patriarca Kirill non voleva avere con loro alcun dialogo.
Posso presumere che per la realizzazione degli obiettivi tecnici (lo svolgimento dell’incontro) sia stata una soluzione buona, ma a livello strategico no. Anche con i fondamentalisti è necessario il dialogo. Già ora è evidente che gli stessi fondamentalisti, i maggiori detrattori di questo incontro, hanno visto debolezza nella posizione del Patriarca e, forse, hanno deciso che egli ha paura di un confronto aperto con loro.
Tradizionalisti e “nikodimici”
In cosa esattamente la posizione del Patriarca è vulnerabile? La questione principale è che egli rappresenta una linea relativamente giovane - “nikodimica” - nella politica del Patriarcato di Mosca.  Questa posizione è chiamata così dal nome del metropolita Nikodim (Rotov), morto improvvisamente durante la sua udienza con papa Giovanni Paolo I nel 1978. La sua caratteristica distintiva è la mancanza di paura davanti all’Occidente e, in particolare, davanti al Vaticano, il rifiuto di vedere un nemico in qualunque cristiano non ortodosso. A rigor di termini, da questa posizione all’unione con i cattolici - di questo da tempo vengono rimproverati i sostenitori di Nikodim - si è ancora lontani. Ma lo stesso rifiuto di chiamare “eretici” i cattolici in modo diretto rappresenta già un grande scandalo per  una parte degli ortodossi.
Al patriarca Kirill si oppongo i gruppi fondamentalisti, che chiamano la loro posizione “patristica”. Essi si basano sui canoni bizantini e sulle citazioni di teologi russi del XIX secolo. Il vescovo Tikhon (Shevkunov) ha offerto una curiosa selezione di queste citazioni nella sua omelia domenicale del 21 febbraio scorso. Da una parte, egli suggerisce un certo equilibrio tra commenti positivi e negativi sui cattolici.
Parlando della condanna dei cattolici, porta citazioni molto forti. Ecco quelle più caratteristiche. È importante notare che i primi due sono figure che la Chiesa venera come santi.
Sant’Ignazio Brianchaninov (180-1867): “Papismo, così si chiama l’eresia, dichiarata dall’Occidente, dalla quale sono derivate, come i rami dall’albero, i diversi insegnamenti protestanti”. È importante notare che a questo punto il vescovo Tikhon termina la citazione, ma dopo seguono valutazioni ancora più dure: “Il papismo assegna al Papa le qualità di Cristo e respinge Cristo. Alcuni scrittori occidentali, in modo quasi esplicito, hanno pronunciato questo rifiuto, dicendo che la rinuncia a Cristo è un peccato molto inferiore a quello di rinunciare al Papa. Il Papa è l’idolo dei papisti; è la loro divinità”.
Il santo ieromartire Hilarion (Troitsky, 1886-1929): “I cattolici per me non sono Chiesa e di conseguenza neppure cristiani, perché non vi è cristianesimo senza Chiesa”.
L’archimandrita Ioan (Krestiankin, 1910-2006): “Ad approfondire la storia e ad osservare gli atti dei nuovi salvatori della Russia, notiamo come la Chiesa cattolica Romana comparisse ogni qual volta iniziavano dei tempi bui con il solo scopo di sottomettere la Rus’ alla dominazione di Roma”.
In difesa del dialogo con i cattolici, il vescovo Tikhon ha portato anche qualche altra citazione. San Teofane il Recluso (1815-1894): “La nostra Santa Chiesa è indulgente verso i cattolici e riconosce non solo il battesimo cattolico e altri sacramenti, ma anche il sacerdozio che è molto significativo. Bisogna solo tenere a mente che non si può passare ai cattolici, perché loro hanno alcune parti nell’ordinamento del grado della confessione ecclesiastica danneggiate e modificate con la deviazione dagli antichi”.
San Filarete di Mosca (1782-1867): “Tutti gli individui battezzati in nome della Santissima Trinità sono cristiani, al di là della confessione di appartenenza. La vera Fede è una, quella ortodossa; ma tutte le confessioni cristiane – grazie alla longanimità dell’Onnipotente – continuano ad esistere. Il Vangelo è per tutti uno, anche se non tutti lo intendono e interpretano alla stessa maniera. Non si faccia rimprovero dei loro abbagli a coloro i quali si sono allontanati dalla Chiesa Universale, se è dalla nascita che essi vengono educati secondo una diversa confessione. Le anime semplici nella semplicità credono alla dottrina che viene loro insegnata senza subire il tormento dei dibattiti religiosi, per essi fuori portata. Sono i loro capi spirituali che ne rispondono di fronte a Dio. Persone devote se ne incontrano tanto nella Chiesa ortodossa, quanto in quella romana cattolica. La vera tolleranza religiosa non può irrigidirsi per dividere i cristiani tra di loro, bensì prega ‘per l’unione di tutti’”.
“Confusione” ed educazione
In altre parole, le rappresentazioni della Chiesa cattolica di Roma da parte degli ortodossi, compresi vescovi abbastanza istruiti, si limitano di fatto al XIX - inizio del XX secolo. Affinché la Chiesa russa possa sviluppare una cooperazione con i cattolici nello spirito della dichiarazione adottata a L’Avana, è necessario condurre un grande lavoro educativo e raccontare cosa è oggi la Chiesa cattolica romana. Di questo in Russia ne sanno in pochi.
È interessante notare che il vescovo Tikhon drammatizza la situazione. Sul rapporto degli ortodossi con l’incontro tra il Papa e il Patriarca dice così: “Per un buon numero di ortodossi questo evento ha dato luogo anche a una grave confusione, chiamiamo le cose con il proprio nome. Noi, sacerdoti, lo sappiamo dalle confessioni, dalle domande che ci rivolgono negli incontri e nelle lettere al portale provoslavie.rus”.
Bisogna dire che le parole sul “buon numero di ortodossi” esprimono un parere personale del vescovo Tikhon, per non dire una manipolazione. Non esistono stime attendibili sul numero dei fondamentalisti ortodossi; al riguardo non sono state condotte indagini sociologiche e questo gruppo non ha e non ha avuto proprie organizzazioni religioso-sociali. Penso che si possa parlare di due,tre vescovi, alcune decine di sacerdoti e centinaia di laici.
La settimana scorsa ho fatto un sondaggio tra i miei conoscenti e contatti nelle reti sociali e la stragrande maggioranza di loro ha detto che, nel loro ambiente e nelle loro comunità parrocchiali, praticamente non esistono laici e sacerdoti con posizioni anti-ecumeniche. A quanto pare, ci sono gruppi che si trovano sotto l’influenza di alcuni “starec”, tra cui per esempio lo ieromonaco Raffaello (Berestov). Questi gruppi conducono campagne d’informazione nelle parrocchie e in Rete (in particolare, inviano numerose lettere dal contenuto identico su popolari siti internet ortodossi) per dare l’impressione di proteste diffuse.
Uno dei principali centri di questa campagna mediatica è il sito ‘Mosca, terza Roma’ (http://3rm.info). Qui sono contenuti tutti i materiali riguardanti l’opposizione alla linea ecumenica del Patriarca. Tra altre cose, sul sito si può scaricare un volantino intitolato “Appello alla gioventù ortodossa”, in cui è contenuto l’intero “inventario” dei peccati di sacerdoti e vescovi, e dove in particolare si dice: “Avete coperto il vostro asservimento al Vaticano con la preoccupazione per i cristiani che muoiono in Medio Oriente”. Tuttavia, fino alla sera del 28 febbraio questo volantino era stato scaricato in tutto 1975 volte: molto poco per una grande campagna su vasta scala della Chiesa russa.
Ondata anti-ecumenica
Finora, sono noti solo alcuni casi in cui il clero ha dichiarato pubblicamente di aver smesso di commemorare il Patriarca durante le liturgie. Il primo tra questi è stato in Bielorussia, dove l’igumeno Ambrogio, decano del monastero maschile di San Zosimo-Savva ha scritto un rapporto al suo vescovo il 13 febbraio (il giorno dopo l’incontro a L’Avana. In esso egli dichiara la cessazione della commemorazione del nome del patriarca Kirill durante i servizi liturgici.
Il secondo caso si è verificato il 19 febbraio in Moldavia: 12 sacerdoti e due monasteri hanno scritto al metropolita di Chisinau e di tutta la Moldova una lettera in cui hanno dichiarato la fine della commemorazione del nome del proprio vescovo, in quanto la Chiesa ortodossa russa è caduta nell’eresia dell’ecumenismo. Essi chiedono di annullare una serie di decisioni del Consiglio dei vescovi, legati all’approvazione di documenti ecumenici per il prossimo Sinodo pan-ortodosso e di condannare la dichiarazione congiunta del patriarca Kirill e papa Francesco.
A quanto pare, l’ondata anti-ecumenica nella Chiesa russa ha già raggiunto il suo picco e d’ora in avanti inizierà a calare. Utilizzare l’incontro con il Papa come pretesto per creare un’opposizione al patriarca Kirill non è chiaramente riuscito. Tuttavia, è improbabile ritenere conclusa la discussione sull’ecumenismo. Una serie di vescovi, anche nella Chiesa greca e georgiana, hanno duramente criticato i progetti di documenti per il Sinodo pan-ortodosso. I principi di cooperazione ecumenica non reggono da un punto di vista dell’ecclesiologia (dottrina della Chiesa) ortodossa tradizionale. Questo significa che il conflitto tra ecumenici e anti-ecumenici all’interno della Chiesa ortodossa non scomparirà. Continuerà, a volte divampando, altre affievolendosi.
Infine, parliamo dell’interpretazione più radicale dell’incontro a L’Avana. Volendo anticipare domande scomode dei suoi parrocchiani, nella sua omelia del 14 febbraio, il responsabile di una delle chiese di Mosca ha dichiarato: “C’è una voce buona, che il papa di Roma voglia pentirsi e tornare in seno alla Chiesa ortodossa”. Questa è la prova del disorientamento e della totale mancanza di comprensione di quanto sta accadendo. Purtroppo, i commenti ufficiali prima di questo incontro, da parte del patriarca Kirill e del metropolita Hilarion (Alfefev) sono arrivati molto in ritardo. La situazione sarebbe stata molto più tranquilla, se il clero in Russia fosse stato almeno un po’ più preparato a questo incontro.


Nel video:  una serie di picchetti davanti alla residenza del patriarca al monastero Danilovski a Mosca, 11 febbraio 2016 https://youtu.be/hsinSEahZfc
http://www.asianews.it/notizie-it/%E2%80%9CEretico-e-traditore%E2%80%9D:-Fondamentalisti-ortodossi-contro-il-patriarca-Kirill-che-ha-incontrato-papa-Francesco-a-Cuba-36820.html

IL CARDINALE BECHARA RAI: LA RUSSIA DIFENDE I CRISTIANI, LA DICHIARAZIONE DEL PAPA E KIRILL LA COMMENTO IN TV

Il cardinale Bechara Rai: la Russia difende i cristiani, la dichiarazione del Papa e Kirill la commento in tv

Il Medio Oriente è sconvolto dalla tempesta delle guerre, del terrorismo e delle pulizie etnico-religiose. Ma la tempesta passerà, e anche i cristiani non spariranno dalle terre dove è nato Gesù e si è diffuso il primo annuncio cristiano. Il cardinale libanese Boutros Bechara Rai, Patriarca di Antiochia dei maroniti, non sembra contagiato dai toni catastrofici che segnano tanti interventi di altri vescovi e Patriarchi mediorientali. Lui dà ragione con accenti appassionati della speranza cristiana che lo anima anche riguardo al futuro del Vangelo in quella parte del mondo.

Beatitudine, esponenti di altre Chiese cattoliche orientali hanno espresso riserve per l’abbraccio tra Papa Francesco e il Patriarca Kirill, e soprattutto per la dichiarazione comune da loro sottoscritta. Come è stato vissuto quell’evento tra i cristiani del Medio Oriente? 
«Da noi l’ecumenismo non è una questione accademica. È la vita di tutti i giorni. Tra cristiani di diverse tradizioni ci incontriamo spesso e decidiamo tutto insieme. Abbiamo percepito l’incontro tra il Papa e il Patriarca russo come un fatto provvidenziale, e io l’ho scritto anche al Papa. La dichiarazione comune, la sto leggendo un pezzo per volta al programma di formazione cristiana che tengo ogni settimana in tv. Ho cominciato coi paragrafi dedicati ai cristiani in Medio Oriente. La prossima settimana tratterò della parte sulla famiglia. Io ho rapporti fraterni anche col Patriarca Kirill. Ci scriviamo sempre, mi sono consultato con lui anche sulle questioni della politica».

Quale giudizio prevale tra i cristiani del Medio Oriente riguardo all’intervento russo in Siria, che ha cambiato le sorti del conflitto e viene criticato da molti circoli in Occidente?
«La Russia si occupa da sempre dei cristiani del Medio Oriente, soprattutto quelli ortodossi. Nel solo Libano, i russi hanno aiutato a far nascere almeno un’ottantina di scuole ortodosse, che rappresentano un contributo importante per la vita ecclesiale. Riguardo alla guerra, ai nostri occhi l’intervento della coalizione guidata dagli americani non ha fatto altro che consolidare i jihadisti del Daesh, lo Stato Islamico. E questo ci spingeva sempre a porci delle domande. Poi sono arrivati i russi, stanno colpendo Daesh e allora si sentono le proteste di chi li rimprovera di voler solo sostenere il regime siriano… Allora non ci si capisce più niente. Noi sappiamo solo che non è possibile essere preda delle organizzazioni terroristiche: Daesh, al Qaida, al Nusra, e i mercenari che ci mandate dall’Occidente… Quindi noi giudichiamo positivamente questo intervento russo, come una lotta concreta lotta contro il Daesh. Poi, è ovvio che tutti gli Stati hanno i propri interessi politici. Ma almeno c’è una Nazione, la Russia, che parla anche dei cristiani del Medio Oriente».

Ma c’è sempre bisogno di qualcuno che difende dall’esterno i cristiani del Medio Oriente? Non c’è il pericolo di teorizzare per loro nuovi protettorati, come quelli esercitati un tempo dalle potenze occidentali? 
«Non c’è più nessun protettorato, e forse non c’è mai stato. Gli Stati facevano i loro interessi, sotto la coperta del protettorato. Noi non abbiamo bisogno di protettori. Abbiamo bisogno solo che dall’esterno ci lascino in pace, Prima di questi interventi esterni, c’erano stati tanti problemi, ma negli ultimi tempi vivevamo in pace. Lungo la storia abbiamo sempre trovato le vie per andare avanti».

Eppure ci sono tante forze e organizzazioni, anche politiche, che dicono di voler aiutare i cristiani in Medio Oriente.

«Sì, va bene, ma si tenga conto che noi non siamo degli individui isolati, o delle piccole minoranze derelitte. Siamo la Chiesa di Cristo, che si trova in Medio Oriente. Ci sono quelli che trattano i cristiani mediorientali come dei poveretti, quelli che dicono: venite da noi, che vi accoglieremo, cinquanta qui, cento lì, cinquecento in quell’altro Paese…. A questi dico che le cose non funzionano così. Noi vogliamo rimanere nella terra nostra, insieme ai musulmani, dove abbiamo vissuto insieme per 1400 anni, e vogliamo rimanerci nel nome del Vangelo. Abbiamo creato una cultura insieme, una civiltà insieme. E tutti quelli che ora combattono in Medio Oriente, non sono del Medio Oriente».

L’alternativa obbligata, in Medio Oriente, è tra regimi autoritari e fanatismo jihadista?  
«L’ultimo tempo di sangue e dolore è iniziato coi popoli di diverse nazioni che esprimevano il legittimo desiderio di riforme politiche. È un diritto chiedere cambiamenti. Ma poi quelle richieste sono sparite, e sono venute fuori le organizzazioni terroristiche, sostenute da fuori con i soldi, le armi e il sostegno logistico. A tanti che ne parlano sempre, la democrazia e la libertà non interessa davvero. Hanno altri interessi».

C’è anche chi, riguardo alla condizione vissuta ora dai cristiani in Medio Oriente, utilizza sempre le categorie di persecuzione e addirittura di genocidio. L’uso di queste espressioni è sempre appropriato?

«Il problema in Medio Oriente non un problema di persecuzione dei musulmani sui cristiani. I problemi sono altri: quelli tra sciiti e sunniti, tra regimi e gruppi terroristici, e tra Arabia Saudita e Iran, che si fanno la guerra sul suolo della Siria, dell’Iraq, dello Yemen, e in Libano si fanno guerra politica. I cristiani ci vanno di mezzo, ci sono stati attacchi mirati, perchè nel caos succede sempre così. Ma non possiamo parlare di persecuzione vera e propria e sistematica, e tanto meno di genocidio. Ci sono molte più persecuzioni contro i musulmani che contro i cristiani, I cristiani sono vittime come tutti gli altri, ma i 12 milioni di siriani che sono dovuti scappare dalle loro case non sono cristiani. Anche le atrocità del Daesh sono rivolte più contro i musulmani che contro i cristiani».

Ma anche fuori dagli scenari di guerra, nei Paesi del Medio Oriente i cristiani vivono spesso situazioni obiettive di discriminazione. 

«Ci sono difficoltà, maltrattamenti, ci sono regimi che non rispettano la libertà religiosa, ma tutto questo è un’altra cosa rispetto alla persecuzione e addirittura al genocidio. E sono situazioni con cui noi abbiamo una certa familiarità storica. Se ci si lascia in pace, troveremo noi le soluzioni per andare avanti nelle situazioni nuove che ci troveremo a vivere. I protettorati del passato, di cui abbiamo accennato prima, hanno fatto più danni che bene ai cristiani che dicevano di voler difendere. Gli Stati fanno solo i loro interessi, e i cristiani venivano identificati come un corpo estraneo, da espellere. Mentre noi nelle nostre terre ci siamo nati, e abbiamo saputo vivere anche sotto i regimi più dittatoriali. Per questo nelle nostre terre noi non saremo mai “minoranze”, anche se rimanesse un solo cristiano in tutto il Medio Oriente I cristiani mediorientali riconoscono i limiti, rispettano le leggi e le autorità costituite. Sanno bene di vivere in Paesi dove l’islam è religione di Stato, la Sharia e sorgente principale delle leggi. Desiderano le riforme, Certo. Ma rispettano i tempi della storia. A quelli che vengono con le bombe, che fanno la guerra con la scusa di voler la democrazia e le riforme, o addirittura dicono di voler aiutare i cristiani, non si può dar credito. Non vogliono davvero le riforme. Cercano altro».

Quale è allora il modo di aiutare i cristiani che soffrono?  
«Chi riceve i colpi non è come quello che li conta. Dobbiamo sempre immedesimarci con chi è in difficoltà, perché siamo la Chiesa di Cristo. Ma stare vicino a chi soffre non vuol dire invitare i cristiani a fuggire dalle loro terre. Bisogna aiutarli lì dove si trovano. Ai politici stranieri che incontro ripeto sempre: fate finire la guerra, trovate soluzioni politiche ai conflitti, e lasciateci in pace, Non chiediamo altro».

Nel disastro del Medio Oriente, il Libano vive una crisi istituzionale devastante. Eppure non è stato risucchiato dai conflitti.  
«Il Libano rimane una necessità per tutto il Medio Oriente. Lì cristianesimo e islam vivono in una condizione di eguaglianza».

Ma anche lì la situazione politica è bloccata dallo scontro tra forze allineate con l’Iran o con l’Arabia Saudita.  
«All’Iran chiediamo sempre di fare pressioni sul Partito sciita di Hezbollah, perchè la smettano di boicottare le elezioni presidenziali. Siamo senza Presidente da quasi due anni, fanno mancare sempre il quorum alle riunioni del parlamento convocate per l’elezione. Al posto di Presidente deve essere eletto un cristiano maronita. Ma quelli di Hezbollah hanno deciso di boicottare ogni candidatura che non sia gradita a loro».

Vede davvero qualche possibilità di trovare una via d’uscita dal conflitto siriano? 
«Finché la Turchia tiene aperte le frontiere a tutte le organizzazioni terroristiche, la pace rimane un sogno. E la coscienza della comunità internazionale sembra essere morta. Tutti questi esseri umani sparsi nelle strade del mondo non significano niente, per chi ha in mano il potere nel mondo».

Tanti capi cristiani ripetono dichiarazioni catastrofiche. Lei, invece, una volta ha detto che anche questa tempesta passerà. 
«I cristiani non sono un gruppo etnico-religioso, e non sono un partito politico. Sono i figli della Chiesa di Cristo. La loro presenza, anche in Medio Oriente, non dipende solo dagli equilibri politici e dalle vicissitudini della storia. C’è una tempesta, e allora noi facciamo il gioco della canna, che si piega, non si irrigidisce, e la tempesta passa, e la canna non si spezza. Abbiamo vissuto difficoltà peggiori di quelle presenti, ai tempi di Mamelucchi e degli Abassidi. Anche i Patriarchi maroniti hanno vissuto per 400 anni in posti inaccessibili, in piccole celle in alte montagne, altre volte nel profondo di valli isolate, per custodire e essere custoditi nella fede cattolica. La fede non è mai spenta dalle tribolazioni, come si vede bene anche in tutta la storia della Chiesa di Roma. Io sento che il Medio Oriente ha più che mai bisogno di noi, ha bisogno di sentire un’altra voce. Diversa da quella della guerra, dell’odio, del sangue innocente sacrificato. Ha bisogno della voce del Vangelo. Oggi più che mai». 
http://www.iltimone.org/34359,News.html

Alberto Negri - "Come potrà mai l'Europa ricostruire la Siria, un paese disintegrato?"

Alberto Negri - Come potrà mai l'Europa ricostruire la Siria, un paese disintegrato?

"4 milioni e mezzo di rifugiati, sette milioni di sfollati: un siriano su due non ha più una casa. E la grande maggioranza di siriani fuggiti all’estero potrebbe non voler mai più tornare"


di Alberto Negri*

C’è ancora un futuro per la Siria? La pausa nei combattimenti, che non sarà un vero e proprio cessate il fuoco forse ancora per molto tempo, può servire a una riflessione. Come ricostruire un Paese con 4 milioni e mezzo di rifugiati all’estero e più di 7 milioni di sfollati interni (su un totale di 22 milioni): un siriano su due non ha più la sua casa. La base economica e industriale è stata distrutta, il petrolio - 400mila barili al giorno prima della guerra - è stato sottratto dall’Isis, la disoccupazione è oltre il 50% e l’80% dei siriani rimasti sono in preda alla povertà.


La grande maggioranza di siriani fuggiti all’estero potrebbe non voler mai più tornare. Un interrogativo non secondario visto che il dramma dei migranti si è trasformato in una crisi profonda di solidarietà all’interno dell’Europa. Siamo sicuri che basterà finire la guerra, o una pace precaria e intermittente, per far tornare la Siria alla normalità?

L’area di Aleppo, cuore pulsante dell’economia del Paese, è in macerie: i settori del tessile, delle calzature, della meccanica, che un tempo lavoravano con Gaziantep e la Turchia, sono al collasso. Qui c’era una sorta di osmosi tra le due parti del confine: in città la lira turca circolava normalmente a fianco del dinaro siriano. Una compenetrazione di interessi, nata quando Erdogan e Bashar Assad erano amici, che aveva fatto credere al presidente turco che era possibile per Ankara una sorta di “annessione” economica del Nord della Siria. Era questa l’area dove un tempo era fiorita la speranza del rilancio di un Paese dominato da un’oligarchia affaristica monopolizzata dal clan degli Assad ma che aveva molti appoggi anche nell’élite sunnita. La famiglia alauita Makhlouf, nota per la sua corruzione, controllava trasporti, telecomunicazioni, una parte dell’industria petrolifera, progetti immobiliari, oltre a fare grandi affari con l’esercito siriano. Questo impero soffocante, legato a doppio filo ad Assad, è stato uno dei motivi della rivolta siriana.

Chi sarà in grado di comprendere le cause della rivolta siriana? Se i benefici della ricostruzione andassero a una già ricca élite interna o alle compagnie straniere le principali condizioni che hanno portato alla guerra civile rimarranno intatte. L’esempio della ricostruzione dell’Iraq è illuminante. Le politiche di liberalizzazione economica che hanno portato le società di consulenza internazionali nel processo di privatizzazione dell’industria petrolifera e di altre risorse pubbliche, hanno contribuito a un aumento della violenza e della destabilizzazione. Una lezione da non dimenticare.

La distruzione della Siria è impressionante: «Una devastazione paragonabile a quella di certe nazioni dopo la seconda guerra mondiale», scrive Jihad Yazigi, direttore di Syria Report.

Tanto profonda da richiedere investimenti stellari: 200 miliardi di dollari, una cifra tre volte superiore al Pil prima della guerra civile, necessaria a ricostruire intere città rase al suolo, a ristrutturare i tesori architettonici e storici danneggiati che alimentavano il turismo archeologico, a rimettere in piedi abitazioni e infrastrutture di base, a rilanciare un’economia che secondo le Nazioni Unite ha perso 237 miliardi di dollari in 5 anni e che vede il debito estero moltiplicarsi di anno in anno.

Eppure la ricostruzione siriana, che oggi appare quasi impossibile, già attira la comunità internazionale, la stessa che ha infiammato la guerra e che oggi dice di volere trovare una soluzione a una conflitto che è stato largamente una guerra per procura tra il mondo sunnita e quello sciita, cioè contro l’influenza crescente dell’Iran.

Mosca, ovviamente, vista da molti come la risolutrice del conflitto, è in prima fila. La Russia di Putin ha consistenti interessi sul tavolo: l’accesso diretto al Mediterraneo, un ruolo nella gestione delle risorse energetiche e il business della ricostruzione. Un elemento da tenere presente anche nella ripresa dei negoziati a Vienna. Il presidente Assad ha assicurato all’alleato che a rimettere in piedi un paese disastrato saranno le compagnie russe e che queste riceveranno i migliori contratti e la gestione delle ricchezze energetiche del paese.
Ecco un altro dei motivi non secondari per cui la permanenza al potere di Assad e del suo clan è osteggiata dagli Stati Uniti e dalle potenze sunnite, Turchia, Arabia Saudita, Qatar, gli sponsor delle milizie islamiche.

Ma da ricostruire non ci sono solo palazzi e infrastrutture: ci sono da restaurare rapporti sociali fatti a pezzi dai settarismi esplosi con la guerra civile. C’è da salvare soprattutto un’intera generazione di giovani siriani. Più di 2 milioni di bambini ha dovuto interrompere gli studi mentre almeno un altro mezzo milione è a rischio. Una scuola su quattro è stata distrutta e oltre 50mila insegnanti hanno perso il lavoro. Il tasso di iscrizione alla scuola primaria, superiore al 93% prima della guerra, è crollato al 62 per cento.

Il premio Nobel per la pace la pakistana Malala Yousafzai, alla conferenza dei paesi donatori della Siria tenuta qualche settimana fa a Londra, ha invitato la comunità internazionale a «mettere i bambini nelle condizioni di ricostruire la Siria: molti hanno iniziato a chiamarli la generazione perduta ma è sbagliato: saranno persi solo se sceglierete di rinunciare a loro». E perdere questa generazione è un costo che l’Europa non può permettersi.

*Articolo pubblicato su il Soe 24 ore. Riproposto su gentile concessione dell'autore.


TI scrivo dall’aeroporto di Sulaymaniyya. Tra poco sarò di ritorno in Europa dopo questi 5 giorni di permanenza in Iraq. Ancora una volta, voglio condividere con te e con tutti i nostri iscritti le esperienze più significative di questi giorni.

Venerdì 26 febbraio

Arcivescovo Mosa (Mar Mattai)
Il monastero di Mar Mattai (San Matteo) è a 3 km dall’area controllata dallo Stato islamico. Si sentono continuamente colpi di mortaio. Ma i sette monaci ortodossi del monastero non ci pensano proprio ad andarsene: oltre a rappresentare un presidio spirituale e umano, ospitano famiglie di rifugiati e hanno un progetto importante per fornire lavoro ai cristiani della zona, così da non farli andare via. Ancora una volta, la nostra donazione non sembra davvero bastare. L’arcivescovo Mosa ci ringrazia per il sostegno, per l’impegno a difesa dei cristiani perseguitati iracheni, ci dice di sentirsi solo, a volte, con così tante gente da aiutare proprio al confine con il Daesh.


Waffaa (Mar Mattai)
Durante la visita al monastero incontriamo Waffaa, una ragazza cristiana di Mosul ora rifugiata ad Erbil. I miei colleghi l’avevano incontrata in un viaggio precedente, e allora chiacchieriamo di cose come l’università, i programmi per la serata, i colleghi che lei conosce rimasti in Europa, cercando di essere leggeri. Ma a un certo punto, non so bene come, lei inizia a parlare di Mosul, di come tutto era diverso, di non so che attentato mentre andava a scuola in pullman (è molto scossa e il suo inglese si fa difficoltoso), ci mostra la foto della cattedrale e ci guarda in silenzio come per scusarsi. Allora il mio collega Pablo, così per consolarla, le dice: “Quando Mosul sarà liberata, faremo una festa. Io posso suonare il piano e Matteo la chitarra. OK?”. E allora succede qualcosa di incredibile: Waffaa si rasserena subito e ci chiede con impazienza: “È una promessa?”. Lo avevamo detto così per dire, ma a questo punto le rispondo “Sì, è una promessa”. Ora so che tornerò in Iraq. Canteremo e faremo festa nella Mosul liberata. Io la chitarra non la so suonare bene, ma bisogna imparare. E bisogna farlo in fretta.
Sabato 27 febbraio
Sam (Sitek)
Il campo rifugiati di Sitek, a pochi chilometri da Sulaymaniyya, è un’altra grande impresa di padre Jens (ti ho parlato di lui nella mia email precedente). Decine di famiglie sono ospitate nei container del campo, i bambini sono scolarizzati e alcuni rifugiati hanno trovato lavoro fuori dal campo. Sam lavora nel suo container come parrucchiere. Si offre di tagliarmi i capelli e, nel contempo, mi dice di essere di Mosul, dove aveva un negozio di barbiere, dove aveva clienti cristiani e musulmani. Ha lavorato per un periodo in Turchia e ora, a differenza di Waffaa, non ci pensa proprio a tornare a Mosul. Nel suo futuro vede solo l’Europa.

Michel (Sitek)
HazteOir, la nostra organizzazione gemella che opera in Spagna, ha pagato l’operazione chirurgica agli occhi di Michel, che troviamo in buona forma dopo il ritorno al campo: il diabete gli aveva causato problemi alla vista, ma ora tutto sembra sotto controllo. Anche Dunya, una ragazza di 27 anni sposata con Sam e con tre figli, avrebbe bisogno di operarsi: ci mostra gli esami insieme a Weezam, il responsabile della clinica del campo. È stato emozionante vedere la gratitudine di Michel (mi ha abbracciato commosso, sa che ci sono degli spagnoli che hanno pagato la sua operazione e credo che per lui Spagna o Italia non faccia differenza). Sarei felicissimo se potessimo aiutare anche Dunya. Davvero.


Domenica 28 febbraio

Manar (Sulaymaniyya)
Durante tutti gli spostamenti di questi giorni, ci fa da autista Weesam, un rifugiato ospitato a Sulaymaniyya con la sua famiglia. La moglie Manar ci racconta la loro vicenda. Sono originari di Qaraqosh, città a maggioranza cristiana nei pressi di Mosul. A pochi giorni dall’invasione dell’ISIS tutti i cristiani fuggono, ma non suo padre, che non vuole abbandonare la sua casa e la sua città. Il fratello decide di rimanere con lui. I miliziani del Daesh quando occupano la città lasciano andare gli anziani, ma trattengono i pochi giovani rimasti. Il padre ha raggiunto il Kurdistan, mentre del fratello non si hanno più tracce. Manar conclude così “La colpa è di mio padre, se mio fratello è stato rapito.” Come darle torto? Ma, d’altra parte, come dare torto a suo padre, che non ha voluto fuggire e vivere da rifugiato abbandonando tutto?

Diana (Sulaymaniyya)
Nel pomeriggio vogliamo regalare un momento di felicità ai bambini del campo, che vivono in condizioni ovviamente difficili anche dal punto di vista affettivo, e così portiamo tutti in un piccolo parco divertimenti della città. Diana avrò 12 anni; a scuola ci va, ma il curdo non lo sta imparando molto; i suoi genitori avevano un ristorante a Mosul, sono scappati e hanno perso tutto; ci dicono che non fuggono in Europa solo perché hanno paura che nel viaggio succeda qualcosa alle bambine (Diana ha due sorelline). Credo che i bambini del campo si ricorderanno per molto di questa giornata, ma d’altra parte domani noi partiamo e si torna alla normalità. Diana se ne accorge quando ci vede preparare le valigie in serata: prima sembra offesa, poi cerca di convincerci ripetendo come una cantilena “No Europe!”. Alla fine ci saluta con un po’ di emozione, ma tutto sommato sembra felice: le abbiamo detto che torneremo e sarà così. Come ti dicevo sopra, abbiamo fatto una promessa: c’è una festa che ci aspetta, con tutti loro, quando Mosul sarà libera.

C’è molto altro da raccontare su quanto abbiamo vissuto. Ma è meglio farlo tra qualche giorno, a mente fredda. Ora non è ancora il momento di ricordare e di riflettere.

Nel frattempo, ti invito a guardare e condividere questo video riassuntivo, che racconta brevemente molti dei momenti più intensi di questo viaggio.
Grazie davvero di cuore per quello che fai per far succedere tutto questo. Siamo (ancora per poco) in Iraq solo grazie a (e solo a nome di) i nostri iscritti, che partecipano alle nostre iniziative firmando e diffondendo le nostre petizioni e sostenendo economicamente il nostro lavoro quotidiano a difesa della libertà religiosa e degli altri valori che ci stanno a cuore e i nostri progetti di aiuto umanitario, come quelli riguardanti i rifugiati iracheni.

Un abbraccio,

Matteo, Alvaro, Luis, Pablo, Eduard, Miriam e Jaime da Sulaymaniyya (Iraq) e il resto del team di CitizenGO
P.S.: per permetterci di continuare ad aiutare i cristiani perseguitati iracheni e non solo, ti invito a sostenere CitizenGO con una donazione. Puoi farlo tramite carta di credito (clicca qui: https://donate.citizengo.org/it/AIUTO_PER_IRAQ, PayPal (clicca qui: https://www.paypal.com/cgi-bin/webscr?cmd=_s-xclick&hosted_button_id=2JBVGK4QTDDYS&lc=it o bonifico bancario alle coordinate seguenti: IBAN ES78 2038 1898 1960 0030 1578 (SWIFT-BIC: CAHMESMMXXX). Grazie mille ancora.
P.S.2: La spedizione di CitizenGO continuerà nei prossimi giorni con due membri del nostro team. Ti terrò aggiornato sui loro incontri e sulle testimonianze che raccoglieranno nei prossimi giorni.


CitizenGO è una comunità di cittadini attivi che vogliono difendere la vita, la famiglia e i diritti fondamentali in tutto il mondo. Per saperne di più clicca qui o seguici su Facebook,su Twitter o su YouTube.
Matteo Cattaneo | CitizenGO <petizioni@citizengo.org>

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