ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

domenica 27 marzo 2016

In nome del nuovo...?

COMUNIONE SULLA MANO ?

    La Comunione sulla mano? Caro amico provo a spiegarti perché no. Ricevere la particola sulla mano significa fidarsi della retta intenzione del fedele come tutte le riforme pretende di passar sopra le obiezioni in nome del nuovo
di Francesco Lamendola  




Caro amico, nonostante la grandissima stima e l’affetto che ci uniscono, e la convergenza o la perfetta sintonia su tantissimi argomenti, e nonostante io ti abbia sempre sentito come un fratello maggiore, quando siamo venuti a parlare di questo argomento, è emersa fra noi una netta divergenza di vedute. Tu sei favorevole alla nuova usanza di ricevere la particola della Comunione  sulla mano; hai detto che, se un sacerdote non te la desse in questa forma, dopo due o tre volte cambieresti chiesa, perché ti sentiresti offeso nella tua dignità di cristiano. Dici di aver riflettuto molto su tale questione, fin da giovane, e che hai accolto con autentico sollievo la decisione della Chiesa di non somministrarla più direttamente sulla lingua dei fedeli; così come, del resto, hai accolto con piena soddisfazione l’abbandono del latino nella sacra liturgia della Messa, perché, dici, moltissimi fedeli non capivamo più quella lingua, non si rendevano conto delle formule che pronunciavano, e ciò – concludi - non era bello.
Nello stesso tempo, hai affermato di capire benissimo la mia posizione, di comprendere e rispettare la mia sensibilità; quello che non capivi era come io non capissi la tua, e di quelli come te. Proverò, quindi, a spiegarmi meglio.
Non è che io non capisca la tua posizione; ma capire e consentire sono due cose diverse. Io la capisco, ma la trovo sbagliata; non formalmente sbagliata, perché, dal 3 dicembre 1989, la Conferenza Episcopale Italiana ha deciso di legittimare pienamente entrambe le forme di distribuzione della Comunione, sulla lingua e sulla mano dei fedeli; ma sbagliata nella sostanza, per quel che sento e per quel che credo, ma anche per quel che sentono e credono moltissimi altri fedeli e sacerdoti, e ciò sia per motivazioni di ordine pratico ed esteriore, sia di ordine interno e sostanziale. E comincerò col dirti che non si tratta di una “incomprensione”, la mia, che dipenda da malvolere, o da intolleranza, o da pregiudizio nei confronti di chi la pensa in maniera diversa dalla mia, ma da una impossibilità di tipo etico e religioso. Se si trattasse di essere “tollerante” su qualcosa che dipende da me, o su qualcosa che riguarda ciò che appartiene al livello puramente umano, avresti perfettamente ragione a meravigliarti della mia rigidezza. Il fatto è che io non mi sento autorizzato a essere comprensivo su ciò che non riguarda me, ma l’Altro; su ciò che ha a che fare non con una usanza umana, ma con il dovuto rispetto a Dio.
Partiamo dagli argomenti di ordine esteriore. Ricevere la particola sulla mano significa fidarsi della retta intenzione del fedele; ma il sacerdote che amministra il sacramento non ha alcuno strumento per sapere se si tratta davvero di un fedele, o non piuttosto di uno scellerato, di un malvagio che vuole impossessarsi del Corpo di Cristo per poi profanarlo nei rituali perversi e satanici della Messa nera. Mi permetto di citarti il testo della Istruzione eucaristica, datata 19 luglio 1989 (n. 14-15):

Particolarmente appropriato appare oggi l'uso di accedere processionalmente all'altare ricevendo in piedi, con un gesto di riverenza, le specie eucaristiche, professando con l'Amen la fede nella presenza sacramentale di Cristo. Accanto all'uso della comunione sulla lingua, la Chiesa permette di dare l'eucaristia deponendola sulla mano dei fedeli protese entrambe verso il ministro, (la sinistra sopra la destra), ad accogliere con riverenza e rispetto il corpo di Cristo. I fedeli sono liberi di scegliere tra i due modi ammessi. Chi la riceve sulle mani la porterà alla bocca davanti al ministro o appena spostandosi di lato per consentire al fedele che segue di avanzare. Se la comunione viene data per intenzione, sarà consentita soltanto nel primo modo.

Tuttavia, siamo onesti; quale possibilità ha il sacerdote, che sta amministrando il Sacramento, di verificare che il comunicando si porti realmente la particola alla bocca, in sua presenza, davanti a lui? Immaginiamo una Messa affollata, una lunga fila di persone in attesa di comunicarsi; immaginiamo una funzione così affollata, che il sacerdote deve farsi aiutare da uno o due diaconi: come è possibile controllare il comportamento di tutti coloro i quali si accostano all’altare, per ricevere la sacra Specie? Ma anche ammesso che il sacerdote veda chiaramente che una persona si allontana con la particola in mano, senza inghiottirla, che cosa dovrebbe fare? Interrompere la Messa, correre dietro a quella persona, farsi “restituire” il Corpo di Cristo? Trasformarsi in poliziotto, in carabiniere, in agente della legge? Intervenire fisicamente per evitare un sacrilegio, magari accapigliandosi, e suscitando comunque un gravissimo scandalo davanti a tutti? E se si fosse sbagliato? Se avesse accusato ingiustamente un uomo, o una donna, che erano stati solamente un po’ lenti nel portare la particola alla bocca? Oppure se quella persona si rifiutasse di obbedire, e lo sfidasse apertamente; oppure, ancora, se lo accusasse a sua volta di essere un visionario, un paranoico, e di aver visto quel che non era? Con che animo quel povero sacerdote oserebbe presentarsi di nuovo ai fedeli, nella Messa successiva? Con quale serenità la potrebbe celebrare; ed essi, con quale serenità la potrebbero ascoltare e vi potrebbero partecipare? Che atmosfera vi sarebbe da allora in avanti, al momento del Sacrificio eucaristico?
Caro G., a questo proposito ti voglio riportare un brano tratto da un articolo sulle messe nere pubblicato, a suo tempo, sulla rivista cattolica Senapa. Missione Maria, a firma di Daiana Masna (Edizioni Villadiseriane, Villa di Serio, Bergamo, anno XX, n. 2, dicembre 1995, pp. 18-19):

Era un lunedì mattina di alcune settimane fa, quando una collega, con un grandissimo turbamento dipinto sul viso, sottopose alla mia attenzione un accaduto risalente al giorno prima.  “Ieri sono stata a messa in un santuario e ho visto un ragazzo  accostarsi alla comunione. Quando è tornato al posto  non ha messo la particola in bocca, ha fatto finta, e l’ha nascosta nel giubbino, ne sono sicura. Io ho avuto paura, perché quando la messa è finita,  mi è girato intorno, fissandomi con occhi strani. Mi sono sentita male dentro, ma non sapevo cosa fare. Perché ha portato via la particola?”. […]
Or dunque, ci era quel giovane che mi viene descritto trasandato nell’aspetto e inquietante nello sguardo, interessato a sottrarre un’Ostia consacrata? Certamente non un credente, ma un disgraziato figlio delle tenebre, che avrà consegnato alla sua setta il Corpo di Cristo. Nei rituali satanici, infatti, è sempre presente un’Ostia consacrata, che gli adepti recuperano intrufolandosi nella folla di cristiani che ricevono l’Eucaristia. […] I satanisti affermano che è semplicissimo, oggi, recuperare le Ostie, proprio per la sciaguratezza di tanti preti, che non verificano dove vada a finire il Corpo del Signore. […] Il momento culminante della messa cristiana è quello della consacrazione, quando Pane e Vino diventano Corpo e Sangue di Cristo. Diametralmente, nelle messe nere avviene la dissacrazione: l’Ostia è oltraggiata e profanata secondo le fantasie più perverse, di cui riporterò solo una parte per non urtare troppo i lettori. Le parti intime della donna [il cui corpo nudo  fa da altare] vengono a stretto contatto con la particola fino al raggiungimento dell’estremo piacere fisico. L’abominio non finisce qui, perché l’Ostia viene bruciata in alcune pratiche, o consumata dai presenti dopo essere stata intinta nel calice contenente una mistura di liquido seminale del celebrante  e sangue, proveniente quest’ultimo da tagli e lacerazioni che gli adepti si procurano durante il rito come indice di sottomissione al demonio, o ottenuto dal sacrificio di animali o, ancora, da sacrifici umani. Ecco dunque, terribilmente spiegato, perché l’Ostia è necessaria durante le messe nere. Riceve barbarie e ingiurie di ogni genere, talvolta viene calpestata o colpita con pugnali. Il rito si conclude sempre con rapporti sessuali incrociati di ogni specie, secondo il motto “dolore è piacere”, anche con animali.

Potrei continuare, ma basta così. Tu penserai: d’accordo, possono esservi degli abusi; ma ciò non  autorizza a “colpevolizzare” la pratica in se stessa, o a sconsigliarla. Forse che le persone hanno smesso di servirsi dei treni e degli aerei, solo perché i terroristi colpiscono, con i loro attentati criminali, gli aeroporti o le stazioni della metropolitana? Questa obiezione sarebbe valida se stessimo parlando di questioni puramente umane; ma qui stiamo parlando del Corpo di Cristo. Mi pare che la possibilità concreta anche di una sola profanazione dovrebbe essere più che sufficiente a sconsigliare una pratica siffatta; e, purtroppo, è noto che la possibilità si traduce in una ricca casistica di abusi; si sa per certo che le sette sataniche, le cui triste attività sono in fortissimo aumento negli ultimi anni,m si servono abitualmente dell’espediente sopra descritto per procurarsi delle Ostie consacrate da profanare nel corso dei loro abominevoli riti. Per certe sette protestanti, che considerano l’Eucarestia come una semplice rievocazione della Cena del Signore, si tratta di uno spiacevole inconveniente; per un cattolico, che considera l’Ostia consacrata come la presenza reale del Corpo di Cristo, la profanazione sataniche equivale al più grande peccato che si possa concepire: la reiterazione dell’oltraggio e dello scherno fatto a Cristo morente dai giudei e dai soldati romani, che lo deridevano e gli infliggevano il supplizio ulteriore – satanica raffinatezza sulla diabolica procedura della crocifissione - della corona di spine, della flagellazione, del dileggio, della spugna intinta di aceto.
Ma passiamo alle ragioni di tipo sostanziale che mi vedono fortemente contrario al nuovo uso di ricevere la Comunione sulla mano. Ricordo ancora quando, da bambino, a causa della mia goffaggine, la particola mi sfuggì dalle labbra e cadde a terra durante una solenne funzione, celebrata dall’Arcivescovo in persona. Istintivamente, feci l’atto di raccoglierla; ma lui mi fermò con gesto imperioso, solenne, misurato: e vidi lui, vecchio di settant’anni circa, chinarsi e abbassarsi fino a terra, raccoglierla senza dire una parola, metterla da una parte, indi ripetere l’operazione di deporre l’Ostia sulla mia lingua, e proseguire in perfetto ordine e serenità. Io compresi quel gesto, e ne provai imbarazzo, ma non vergogna: sentivo che egli aveva fatto la cosa giusta; eppure ero solo un bambino di sette anni. Se quel lontano episodio mi ritorna alla memoria con tanta vivezza, dopo che tanti altri, anche assai più recenti, si sono dileguati, e, pur invocati, non vogliono più ripresentarsi alla mente, credo vi sia un profondo significato. Non è vero che un bambino non può capire certe cose; e, viceversa, non è vero che un adulto può e deve capire tutto. Il cristianesimo è un mistero, che la ragione può esplorare in parte, ma non chiarire interamente; se così fosse, si tratterebbe di una religione naturale, priva del soprannaturale e, soprattutto, priva della Grazia. I Sacramenti sono il mistero per eccellenza, e l’Eucarestia è il più misterioso di tutti. Dire che sono Misteri, non equivale a dire che sono arbitrari o incomprensibili, come possono esserlo i rituali rozzi e, talvolta, crudeli, di certe religioni primitive: non tutti i gesti si equivalgono. I gesti della sacra liturgia sono simbolici, ma hanno un significati preciso in se stessi: non solo alludono al soprannaturale e al mistero dell’Incarnazione, Passione e Risurrezione di Cristo, ma sono essi stessi quelle realtà. Il pane e il vino diventano il Corpo e il Sangue. La mente non può capire tutto; e le mani non consacrate del semplice fedele non sono adatte a ricevere il Corpo di Gesù. Si tratta di un riconoscimento del nostro limite umano, di un atto doveroso di umiltà davanti a Dio. Come la ragione deve inchinarsi davanti al Mistero, così la nostra umanità deve inchinarsi davanti alla regalità di Cristo. E se Cristo è stato così umile da avare i piedi ai suoi discepoli, anche noi possiamo avere l’umiltà di ricevere il Suo corpo senza prenderlo con le mani, come si farebbe con un pezzetto di pane qualsiasi. Si tratta di gesti simbolici, dai quali dovrebbe trasparire la nostra disposizione d’animo. Domine, non sum dignus. Tu dici, caro amico, che la Grazia di Dio è così grande, da “colmare” la nostra indegnità, e da farci suoi amici, non servi. Giustissimo. Ma anche se il Re mi prende per mano e mi tratta da amico, io non mi sento e non mi sentirò mai alla Sua altezza: non prenderò mai l’iniziativa di trattarlo con familiarità, da pari a pari, come si farebbe in una assemblea democratica. La Messa non è una assemblea democratica. Ecco perché non mi piace l’altare rivolto verso i fedeli, ed ecco perché non mi piace che i fedeli siano inviati a scambiarsi una stretta di mano “in segno di pace”, distogliendo l’attenzione dai sacri Misteri per effondersi in smancerie che, se ne hanno voglia, possono benissimo  scambiarsi sul sagrato, a Messa finita. Lo so, si tratta d’una mia sensibilità, e anche di altri; non pretendo di farne una legge. La nuova usanza non ne tiene conto: come tutte le riforme, pretende di passar sopra le obiezioni, in nome del nuovo...

La Comunione sulla mano? Caro amico, provo a spiegarti perché no…

di Francesco Lamendola


Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.