ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 4 luglio 2016

Dio ci scampi dalle élite..


Conserviamo il seme, la fede, difendiamolo dalla corrosione e prepariamoci a trapiantarlo, anche se dovessimo scavare con le mani fino a farle sanguinare. Se ne avremo il privilegio, quello che verseremo sarà magari sangue di martirio e darà ancora più frutto. Non è roba da élite, questa, è compito per chi ha imparato a disprezzare se stesso in nome di Qualcosa e Qualcuno più grande e offre il poco che ha sapendo di non esserne degno.


Lunedì 4 luglio 2016
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È pervenuta in Redazione:
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Caro Gnocchi,
sono anch’io uno dei tanti cattolici tristi. La mia parrocchia offre feste, incontri, convegni culturali, e adesso anche le vacanze estive, però in compenso alla domenica sento prediche in cui si parla di tutto fuorché di Gesù. E lasciamo perdere il modo con cui si celebra la Messa, tra canti e battimani. So che non le sto raccontando niente di nuovo. Ho letto con molto interesse le indicazioni che lei dava nella rubrica del 6 giugno, dove riporta delle frasi di Padre Calmel. Soprattutto ho riflettuto su quelle “roccaforti” che devono diventare un “bastione di santità”. Però le dico con sincerità che mi fa un po’ paura l’idea di gruppi elitari, che magari si sentono superiori. Le dico questo anche perché ho avuto occasione di conoscere qualche “tradizionalista” che mi ha dato proprio quella impressione. Sono insomma un po’ in confusione. Questa strana chiesa mi riempie ormai di angoscia, ma mi preoccupa anche l’idea della bella torre in cui rinchiudersi. Le sarò grato se vorrà dirmi due parole. Grazie, con molti saluti.
Secondo Marangoni
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zrbrpsCaro Marangoni,
Dio ci scampi dalle élite: visto come è stata ridotta la Chiesa da quelle progressiste, ora non abbiamo proprio bisogno di provare la cura di quelle tradizionaliste. Non vedo che cosa possano fare di buono questi fantasiosi crociati che hanno sbagliato secolo e ricordano più il cavaliere inesistente e le altre strambe creature di Italo Calvino che gli antichi militi cristiani.
Non è un simile orizzonte da esoterismo del “Paese dei campanelli” ciò a cui mi riferisco quando riprendo il concetto dei piccoli bastioni di santità enunciato da padre Calmel. I “professionisti della controrivoluzione”, come amano definirsi certi restauratori di cappamagna e spada buoni per qualche pronipote di Dumas, riescono sempre a farmi sorridere. Ma, soprattutto, mi suscitano diffidenza perché il “professionista”, se è un professionista serio, ha sempre un prezzo e lavora per il miglior offerente. Altrimenti, è un dilettante che si balocca con un mondo che non esiste e con una controrivoluzione che buca tutti gli appuntamenti.
Stia tranquillo, caro Marangoni, quando parlo dei piccoli gruppi penso ad altro. Penso a qualcosa che le cosiddette élite non vogliono neppure prendere in considerazione perché è roba da contadini. Penso alla fatica plebea di coloro che hanno il compito di salvare il seme nei tempi di tempesta e di piena. A questo proposito, non so quante volte ho citato il brano in cui don Camillo chiede al Cristo crocifisso che cosa si debba fare per arginare tanta follia e si sente dare la risposta insieme più dura e più consolante. Ma lo cito ancora perché è tutto lì quello che dobbiamo fare:
zdncmllXt“Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza.
Bisogna salvare il seme: la fede. Don Camillo, bisogna aiutare chi possiede ancora la fede a mantenerla intatta. Il deserto spirituale si estende ogni giorno di più; ogni giorno nuove anime inaridiscono perché abbandonate dalla fede. Ogni giorno di più uomini di molte parole e di nessuna fede distruggono il patrimonio spirituale e la fede degli altri. Uomini d’ogni razza, d’ogni estrazione, d’ogni cultura”.
Dobbiamo fare i contadini, caro Marangoni, e salvare la semente che il Signore ci ha consegnato perché, quando sarà tempo, torni a dare frutto. Dobbiamo trovare il nostro cantuccio nei granai, consapevoli che le belle facciate dei palazzi sono luccicanti velari dietro ai quali si apre il vuoto.
Non c’è niente di elitario in tutto questo. Anzi, c’è solo l’invito a fare proprio lo spirito del pubblicano, che chiede il perdono del Signore sapendo di non meritarlo, nascondendosi all’ultimo posto. Lasciamo la sicumera del fariseo a coloro che si sentono nelle vesti dei giudici e vagheggiano il momento in cui potranno sentenziare chi sono i buoni e chi i cattivi.
Conserviamo il seme, caro Marangoni, la fede, difendiamolo dalla corrosione e prepariamoci a trapiantarlo, anche se dovessimo scavare con le mani fino a farle sanguinare. Se ne avremo il privilegio, quello che verseremo, sarà magari sangue di martirio e darà ancora più frutto. Non è roba da élite, questa, è compito per chi ha imparato a disprezzare se stesso in nome di Qualcosa e Qualcuno più grande e offre il poco che ha sapendo di non esserne degno.
Sul piano soprannaturale, ci viene chiesto di vivere fino in fondo la beatitudine di essere gli ultimi salvando il seme della fede fino a disprezzare la nostra vita. Sul piano umano, ci viene offerta in cambio la possibilità di assolvere nelle piccole aggregazioni raccolte nei granai della fede il compito che G.K. Chesterton, in un passo di I nuovi secoli bui, pubblicato dal Blog dell’Uomo vivo, affidava alle famiglie:
“(…) In breve, credo che siamo giunti al tempo in cui la famiglia sarà chiamata a sostenere la parte che anticamente fu del monastero. Vale a dire, si ritireranno in essa non soltanto le virtù caratteristiche che sono sue proprie, ma i mestieri e le pratiche creative che un tempo appartennero a ogni sorta di altre persone. Negli antichi secoli bui, era impossibile convincere i capi feudali che aveva più valore coltivare erbe medicinali in un piccolo giardino che devastare una provincia dell’impero; che era meglio decorare l’angolo di un manoscritto con foglia d’oro piuttosto che accumulare tesori e indossare corone d’oro. Quelli erano uomini d’azione; erano energici; erano pieni di forza e vigore, di esuberanza ed ener­gia. In altre parole, erano sordi e ciechi e in parte folli, e piuttosto simili a milionari americani. E siccome erano uomini d’azione, e uomini del tempo, tutto ciò che fecero è svanito dalla terra come vapore; e nulla rimane di tutto quel periodo se non le piccole immagini e i piccoli giardini fatti dai piccoli monaci gingilloni. Come niente avrebbe convinto uno degli antichi barbari che un erbario o un messale potesse essere più importante di un trionfo e di uno strascico di schiavi, così niente potrebbe convincere uno dei nuovi barbari che un gioco di nascondino possa essere più educativo di un torneo di tennis a Wimbledon o che una tradizione locale raccontata da una vecchia balia possa essere più storica di un discorso imperiale a Wembley. Il vero carattere nazionale dovrà rimanere per un po’ di tempo un carattere domestico. Come la religione anticamente andò in ritirata, così il patriottismo deve ritirarsi nella vita privata. Questo non significa che sarà meno potente; alla fine può essere più potente, proprio come i monasteri divennero enormemente potenti. Ma è ritirandoci in questi forti che possiamo restare in vita e fiaccare l’invasione; è accampandoci su queste isole che possiamo attendere l’abbassarsi della marea. Proprio come nei secoli bui il mondo di fuori fu abbandonato alla vanagloria della pura e semplice rivalità e violenza, così in quest’epoca passeggera il mondo sarà abbandonato alla volgarità e a mode gregarie e a ogni sorta di frivolezza. È come il Diluvio; e non solo perché è instabile come l’acqua. Noè aveva una casa galleggiante che sembra aver contenuto molte altre cose oltre ai comuni animali domestici. E molti uccelli selvatici dal piumaggio esotico e molte bestie selvatiche di una fantasia quasi da favola, molte arti considerate pagane e scienze considerate razionaliste possono venire in tempi così tempestosi ad appollaiarsi o a fare la tana al riparo del convento o del focolare”.
Quando parlavano di questi argomenti, Chesterton pensava all’uomo comune e Guareschi agli uomini di campagna. Come vede, caro Marangoni, nulla di elitario.
Alessandro Gnocchi
Sia lodato Gesù Cristo

“FUORI MODA” – la posta di Alessandro Gnocchi

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