ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 27 luglio 2016

La sindrome di essere i migliori dei migliori

L'ORDINARIA FOLLIA BUONISTA

    Storie di ordinaria follia buonista. Ai buonisti cattoprogressisti non basta la sindrome di essere i migliori dei migliori, vogliono anche imporla per legge a tutti gli altri. La demagogia buonista imposta sulla nostra pelle 
di Francesco Lamendola  


Ai buonisti cattoprogressisti non basta la sindrome di essere i migliori dei migliori; vogliono anche imporla per legge a tutti gli altri. E a spese di costoro, ben s’intende.
Ci capita per le mani un libriccino, Esisto ma non ci sono. L’altro volto dell’accoglienza, a firma di Annalisa De Faveri. È stato stampato dalla Caritas diocesana di Treviso nel 2015, lo si trova a disposizione nelle chiese. Evidentemente, stampato coi soldi della Caritas: cioè con le contribuzioni volontarie dei cattolici. Dunque: i cattolici fanno delle offerte, pensando di sovvenire ai bisogni dei poveri (non necessariamente degli stranieri: ci sono milioni di poveri italiani, come sanno tutti, che non se la passano tanto meglio degli stranieri, magari hanno solo più dignità e discrezione nel chiedere); ma quei soldi vengono usati anche per stampare opuscoli come questo. E allora vediamo se si tratta di un impiego moralmente legittimo delle offerte destinate a sovvenire i bisognosi.

L’Autrice scrive con la sicumera e la prosopopea di chi ha capito tutto, trincia ad ogni riga giudizi taglienti, è certa di avere la verità in tasca. Tanta fiducia nella bontà delle proprie convinzioni le viene, dice, da sette mesi di volontariato in una struttura della Caritas, al servizio dei “migranti”: periodo di tempo rispettabile, ma non proprio impressionante. C’è gente che ha dedicato anni e decenni della propria vita ad aiutare il prossimo, e lo ha fatto in silenzio, con pudore; compreso qualcuno che ci ha rimesso la vita. Sempre in silenzio. Ma si vede che erano altri tempi e altri stili di volontariato. E, da buona progressista, la nostra Autrice dedica una pagina dello smilzo libriccino a riportare la solita frase buonista e di sapore New Age del solito Tiziano Terzani, una specie di “mantra” politically correct ad alta densità zuccherina: Solo se riusciremo a vedere l’universo  come un tutt’uno in cui ogni parte riflette la totalità  e in cui la grande bellezza sta nella sua diversità, cominceremo a capire chi siamo e dove stiamo. Frase di una genericità e di una banalità addirittura imbarazzanti, ma chi la cita come fosse il Vangelo, non se ne rende affatto conto, pensa anzi di aver toccato il vertice della saggezza universale.  Poi, un’altra paginetta se ne va per la dedica, anzi, per le dediche: la prima delle quali è rivolta A tutti coloro che sono partiti, ma non sono mai arrivati: alle vittime delle cosiddette stragi del mare, evidentemente. Seguono altre tre dediche dello stesso tenore, neanche il lettore si apprestasse a confrontarsi con la Divina Commedia e non con un testo di 60 pagine d’un formato talmente piccolo, che, in una impaginazione normale, diventerebbero 20 al massimo. Infine, dopo altre due pagine di presentazione, si arriva al succo del discorso: ad una serie di testimonianze e di riflessioni in libertà, aventi per soggetto sia il migrante, sia colui che lo accoglie e lo assiste.
Prima parla Emin, profugo n. 280. Le sue osservazioni sono di questo tenore: SONO GENTILI, SÌ, MA SEMBRA MI VEDANO ATTRAVERSO. ESISTO, MA NON CI SONO PER LORO. Risposta: Credo sia normale.  […] Ci dividono come viene, non tengono conto se siamo amici e non ce lo chiedono. Mi dispiace molto questo atteggiamento, ma io non parlo italiano e loro on mi capiscono, quindi accetto e li seguo.  […] Al pomeriggio arrivano dei ragazzi giovani, gentilissimi. Sono strani. Sorridono sempre e cercano di parlare con me. Sembra importi loro chi sono e come mi chiamo. Nessuno fino a questo momento mi aveva mai chiesto il mio nome. Ero solo il profugo n. 280. […] Ecco, ora che sono arrivati i “nostri”, le cose vanno un po’ meglio. Non indossano né guanti, né mascherina: che bravi. Trattano i sedicenti profughi da esseri umani, a differenza di quegli altri, freddi, burocratici. Peccato che facciano del buonismo e della sfacciata demagogia sulla nostra pelle: guanti e mascherine dovrebbero essere obbligatori, perché le malattie non sono un vaneggiamento dei razzisti, ma una realtà, e prendere le precauzioni igieniche e sanitarie minime è un dovere nei riguardi dell’intera comunità. Uno può fare l’incosciente con la propria salute, non con quella di tutti gli altri. È qui che l’ideologia buonista tradisce la sua natura aggressiva e prevaricatrice: vuole imporre a ciascuno le conseguenze delle proprie scelte, che sia d’accordo o no, che sia informato o no. Perché i buonisti sono dalla parte della morale e del progresso: loro, e loro soltanto, sanno quello che è bene e quello che è giusto. Alla faccia di ciò che possono pensare gli altri: cioè alla faccia della vera democrazia. È una storia vecchia (vedi Brexit): se la democrazia ratifica gli assiomi dei buonisti e dei progressisti, è una democrazia matura ed encomiabile; se, viceversa, li contraddice, allora si tratta di una democrazia immatura, d’un popolo ignorante.
Altra osservazione di Emin: Strano però questo Paese. Perché se non saluti sei maleducato, ma se saluti sei maleducato ugualmente. […] Il cibo è diverso dal mio.  È buono, sì, ma diverso. A volte mi fa male. Quasi tutti i giorni. Mi viene mal di pancia. Mi vengono dei dolori allo stomaco, ma on dico nulla perché so  che costa tanto soldi e che lo fanno sperando di farci piacere. Quando proprio non ce la faccio più lo dico e magari prendo una pastiglia. Non mi piace prendere le pastiglie., non sono mai stato abituato a farlo. Nel mio Paese  quando qualcuno prende le pastiglie vuol dire che sta molto male e che probabilmente morirà. Allora parlo con gli operatori e dico, che, a volte, sto male. Loro cambiano cibo; lo cambiano spesso cercando di capire cosa ci piaccia di più. Sono gentili. Il discorso sta prendendo una piega decisamente surreale, per qualunque lettore normale e di normale intelligenza; comunque, se non altro, siamo arrivati a stabilire un punto certo: gli operatori sono gentili, cambiano continuamente il menu per cercar di venire incontro ai desideri degli “ospiti”. Si direbbe che abbiano dei riguardi da hotel cinque stelle, più che da centro di accoglienza: per lo meno, il profugo n. 280 ne dà atto. Ma sarà veramente un profugo, poi? Fino a prova contraria, un profugo è tale quando gli viene riconosciuto il relativo status; quando arriva in Italia e fa la domanda, non è ancora un profugo, ma un richiedente asilo. C’è una bella differenza. I profughi veri sono forse un decimo di quelli che arrivano; eppure, tutti quanti si dichiarano profughi e inoltrano la relativa domanda. Poi, se per caso la risposta è negativa – ma, sovente, anche prima che arrivi – tagliano la corda, spariscono, si danno alla clandestinità. Altri restano nei centri di accoglienza, ma senza alcun controllo: escono liberamente, non pochi si mettono a spacciare droga e a delinquere. Piccoli furti, atti di violenza, aggressioni. È il loro modo di presentarsi come profughi, la loro maniera di domandare asilo. A Pordenone - è cronaca di oggi – inscenano una manifestazione di protesta perché il comune, pensate un po’, li ha privati del wi-fi gratis.
Ed ecco cosa succede quando Mohamed, profugo n. 281, lascia il centro di accoglienza per una gita a Venezia. Vedo negozi, negozi, negozi a non finire.  Ristoranti, ristoranti, ristoranti: ma questi mangiano sempre? Sono nauseato. Alcuni miei compagni (compagni non amici come li definiscono i volontari, perché io non ho amici) sono contenti e si scattano foto su foto. Si mettono in posa con il cellulare in mano come fossero degli uomini arrivati. Ma arrivati dove??? SIAMO QUI IN PRESTITO, SIAMO QUI DI PASSAGGIO. NESSUNO CI VUOLE, NESSUNO VUOLE DARCI VERAMENTE UN’OPPORTUNITÀ. E infatti ci sono loro, i bianchi, dietro a negozi o ristoranti, e noi, i negri, per le strade a vendere bolse false con un lenzuolo bianco, pronti a scappare non appena ci vede la polizia. Mi fa schifo Venezia e non vedo l’oro di tornarmene a casa. Eh sì, povero Mohamed: Venezia fa veramente schifo. Porta pazienza. Quanto al fatto che dietro i banconi dei negozi e dei ristoranti ci sono solo dei bianchi, rassicurati: le cose stanno già cambiando, e nei prossimi anni cambieranno a vista d’occhio. Si vede che non sei stato a Mestre, o che non hai guardato bene: già ora moltissimi bar e ristoranti sono gestiti da cinesi. Fra una o due generazioni, sarà la regola. L’Italia sarà tua e dei tuoi compagni, come li vuoi chiamare. Rassicuratevi: abbiate un po’ di pazienza. Se non voi, certo i vostri figli e i vostri nipoti vedranno il ristabilimento della giustizia: l’Italia e l’Europa saranno degli africani, non più dei “bianchi”. A proposito, Mohamed: mi spieghi perché, se un bianco dice, parlando di voi, “neri”, o “negri”, quello è un insulto razzista; ma voi potete benissimo dire, con disprezzo: “i bianchi”; voi potete dire che le città dei bianchi, nelle quali siete ospiti, “fanno schifo”, e va tutto bene? Il razzismo è tale solo in una certa direzione? Buono a sapersi: ne prendiamo nota. Perché, vedi, questo Paese, nel quale affondano le nostre radici, credevamo fosse il nostro; ma ora che le cose stanno cambiando, è giusto che ci informiamo di quel che bolle in pentola: non vorremmo trovarci, oltre che sfrattati da casa nostra, per fare posto a voi, anche denunciati per il reato di razzismo, e costretti  a pagare multe salatissime o finire in prigione.
Vengono poi le riflessioni di Giovanna, una volontaria. Riflessioni di questo tipo:  L’ITALIA VI HA ACCOTO, VI HA SALVATO. DOVETE ESSERCI GRATI. DOVETE RINGRAZIARE. Ed ecco le risposte della stessa Giovanna: Ringraziare perché? Per tutto quello che diamo loro? Ma loro ce l’hanno chiesto? Ringraziare per i pasti caldi, un luogo sicuro dove dormire, le chiacchiere spensierate con noi volontari? Ma loro ce le hanno chieste? Per loro queste sono priorità? Perché Maslow è passato da un pezzo. La piramide dei bisogni ricalca un modello che non conta [sic] delle differenze  tra soggetti, non considera che per un ragazzo vissuto sempre per strada, abituato ad arrangiarsi da quando ha dieci anni,  abituato a trovarsi contatti e agganci in una giornata, un letto comodo forse non è una priorità. Importante sì, ma non una priorità. Un pasto caldo? Bello. Ma è il pasto che mangerebbe lui? O è il pasto all’italiana che crea gastriti, reflussi, gonfiori e crampi? Perché se questo è il pasto caldo che hanno, forse ne farebbero anche a meno.Se io dovessi mangiare indiano tutti i giorni penso che dopo tre giorni preferirei il digiuno.
Eh già, che cattiva accoglienza offriamo a questi profughi (ammesso che siano profughi): un odioso pasto al’italiana, causa sicura di malanni intestinali; un pasto del quale essi farebbero volentieri a meno, tanto più che non ce l’hanno chiesto. Sarà per questo che succede anche che gettino per terra i piatti con la pastasciutta: poverini, hanno ragione, con tutti quei gonfiori e quelle gastriti causate dalla nostra cucina razzista. In attesa che ci attrezziamo e che, finalmente, da popolo civile, quale pretendiamo di essere, predisponiamo un menu diversificato per le diverse etnie - uno per i marocchini, un altro per i nigeriani, un terzo per i siriani e un quarto per gli afghani, e così via, senza trascurarne alcuna, altrimenti faremmo delle discriminazioni -, la saggia Giovanna prosegue con le sue profonde riflessioni, in un crescendo di rara intensità drammatica: DOVETE CAPIRE QUELLO CHE FACCIAMO PER VOI. IN FIN DEI CONTI SIETE ARRIVATI QUI, MANTENUTI E SPESATI DA NOI. TRATTATI COME DEI RE. DOVETE CAPIRLOE subito si risponde da sola, a nome dei profughi: Capire cosa? Che hanno vissuto una vita con l’aspettativa  di arrivare qui fermamente ( e con fermamente intendo proprio fermamente convinti di avere in tempo reale un documento, un lavoro, una casa e presto una fidanzata.Benissimo: oltre al menu diversificato in venti o quaranta diverse specialità nazionali, provvederemo anche a procurare i documenti in tempo reale, il lavoro, la casa e la fidanzata (cose che sono sogni per molti italiani). Sarà nostro dovere: loro vengono qui fermamentedecisi a trovare tutto ciò. Non importa se questa è casa nostra, costruita col nostro lavoro e i nostri sacrifici; e se nessuno di noi si è mai sognato di far loro quelle folli promesse: sono cose del tutto secondarie, irrilevanti. La loro fermezza esige un riconoscimento, un premio da parte nostra.
Giovanna prosegue riconoscendo che le loro aspettative erano irrealistiche, ma (e questo dà la misura del livello della sua riflessione) subito aggiunge che anche lei, da bambina, rimase malissimo quando scoprì che Babbo Natale non esiste; di più: che si arrabbiò molto. Dunque, è normale che anche i “profughi” siano pieni di rabbia. Sarà per questo che fanno quel che fanno: e  basta leggere la cronaca nera quotidiana, o ascoltare i telegiornali locali, per capire di che si tratta. Tutte le persone che vivono nel mondo reale lo sanno; solo quelli come lei non lo sanno. Loro vivono immersi in una bolla di buonismo, dove tutti i doveri, tutte le responsabilità e tutte le colpe sono sempre e solo nostre, di noi Italiani e di noi Europei; mentre tutti i diritti, tutte le pretese e tutte le giustificazioni sono per loro, i cosiddetti profughi. Che questo sia razzismo all’incontrario, e anche alquanto rozzo, evidentemente, a quelli come lei non sfiora neppur la mente.
Potremmo continuare, ma ci pare che basti e avanzi. A quanto pare, qualsiasi cosa diciamo o facciamo, noi bianchi, noi europei, noi cristiani, saremo sempre in torto, sempre ipocriti, razzisti, ignoranti e presuntuosi; e loro, i “profughi”, veri o falsi che siano, saranno sempre in diritto di avere tutto e subito, e, se no, d’infuriarsi contro di noi, contro la nostra ottusità è il nostro egoismo. Leggere un testo come quello citato è deprimente, ma anche illuminante: ci aiuta a capire perché l’Europa sta subendo una simile auto-invasione, una simile sostituzione volontaria di popolazione, ossia perché si sta suicidando con tanta alacrità e con tanto accanimento. C’è un gran numero di Europei che hanno un concetto così negativo della loro civiltà, da voler spalancare le porte a chiunque si presenti come profugo, fosse pure il peggior delinquente o il più feroce terrorista, e da offrirgli le chiappe per farsi flagellare ed insultare, in un autentico delirio di voluttà masochistica…


Storie di ordinaria follia (buonista)

di Francesco Lamendola

http://www.ilcorrieredelleregioni.it/index.php?option=com_content&view=article&id=9281:storie-di-ordinaria-follia-buonista&catid=124:nazioni-sovrane&Itemid=155

Padre Ernesto Balducci: Teologo dell'ecumenica confusione


Dato per scontato che la presenza dei gruppi etnici diversi dal nostro si farà più massiccia, si aprono due vie: quella della lenta assimilazione di modo che in una o due generazioni gli immigrati diventino in tutto come noi, o quella della convivenza tra gruppi etnicamente e culturalmente diversi. Io credo che la via giusta sia quella della convivenza. Ma se questo è vero dobbiamo affrettarci a predisporre gli strumenti necessari – a cominciare dalla scuola – perché questo futuro si avveri senza traumi. Quel che occorre è una rapida instaurazione della cultura della diversità. Le culture che si chiudono in se stesse sono destinate a morire. La nostra non fa eccezione.
Ernesto Balducci



 Insieme con Giorgio La Pira e don Lorenzo Milani, padre Ernesto Balducci (1922-1992) ha rappresentato la rumorosa avanguardia teologica intesa alla maturazione ecumenica/sincretista - “aprirsi al diverso” - della teologia cattolica.
 Occasione o pretesto della riforma auspicata dai nuovi teologi e in special modo dal padre scolopio Balducci era la vastità del fenomeno migratorio: “esso viene verso di noi scatenando contraddizioni che mettono a dura prova i nostri strumenti di analisi e di progettazione e chiedono perciò un più alto livello di razionalità e di lungimiranza politica” (testo citato da Andrea Cecconi nella presentazione all'antologia di scritti di padre Balducci, intitolata Dobbiamo vivere insieme, e riedita nel gennaio del corrente 2016 da Marco Pagliai, editore in Firenze.
 Padre Balducci fu un fervente e disinvolto ecumenistaardito al punto di affermare che “i musulmani hanno normalmente dimostrato grande tolleranza per quanto riguarda i credenti di altre religioni (purché non politeistiche).
 A sostegno della sua tesi, p. Balducci cita Erasmo da Rotterdam (“lo spirito aggressivo della chiesa era dovuto alla subordinazione del vangelo all'aristotelismo) e Pierre Bayle, “che fece di Maometto un modello di tolleranza”.
 Nonostante il dichiarato apprezzamento delle religioni monoteistiche, padre Balducci, nel saggio del 1983, sferra un attacco alla fede di Israele, “combinazione fra sionismo e imperialismo … un tragico segno di contraddizione, la cui portata va ben al di là di una pur grave questione tra due popoli”.
 Di qui un giudizio di stampo quasi sovietico sullo stato di Israele: “Gli Askhenaziti che hanno in mano lo Stato israeliano sono in realtà gli emissari sacrificali dell'Occidente nel cuore del Terzo Mondo”.
 Associata alla condanna dello Stato d'Israele è la disapprovazione della inevitabile collocazione della Cristianità a Occidente: “oggi il cristianesimo, in quanto religione dell'Occidente, non solo è costretto a riconoscere la propria relatività, che lo rende inabile a proporsi come sintesi delle contraddizioni altrui, ma è costretto a ricostruire una memoria del suo passato in cui ritrovino il proprio posto i tradimenti e le deviazioni. Sulla linea di questa memoria c'è anche l'origine e il trionfo dell'islam”.
 Al seguito di tale temerario giudizio p. Balducci si spinge fino al punto di affermare l'esemplarità dell'islam: “La comunità islamica, col suo fervore religioso e con la sua schietta fraternità, riproponeva la novità delle comunità cristiane di sei secoli prima, espropriate e finalmente annullate dalle escrescenze istituzionali”.
 Infine p. Balducci non esita ad affermare la superiorità della teologia di Maometto: “Il contenuto della fede islamica è, nella sua essenza, quello del ceppo monoteistico ebraico e cristiano, ma ha in proprio una semplicità estrema, sgombro com'è di dogmi e di contaminazioni concettuali”.
 Nell'apologia cattolica della falsa e grottesca religione dell'epilettico Maometto si contempla il naufragio della teologia progressista nelle acque di uno stato d'animo avvelenato dal modernismo e intossicato dalle suggestioni pseudo ecumeniche.
 La teologia post conciliare era ed è tuttora avvelenata dal buonismo e dal masochismo e perciò incapace di vedere l'intolleranza navigante sulle patetiche imbarcazioni degli immigrati islamici.
 All'orizzonte si annuncia la sostituzione del popolo cristiano da parte di un popolo che nasconde l'aggressività e l'imperiosità sotto la patetica figura del naufrago.

 Confusa dallo spettacolo messo in scena dai migranti islamici, la teologia della diserzione cattolica si è capovolta, senza ritegno, nella “missione” di ridurre gli italiani allo stato di un popolo neo coloniale.

Piero Vassallo