ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 17 settembre 2016

Il Signore ci sta passando al vaglio


Errore invincibile?

Prima salus est, rectae fidei regulam custodire (IV Concilio di Costantinopoli, 869-870).


Errore invincibile è quello che una persona non è soggettivamente in grado di correggere perché non ne ha i mezzi o l’opportunità, pur avendone, in quanto essere ragionevole, la capacità oggettiva; la sua causa è quindi una situazione contingente che non dipende dalla volontà dell’individuo. Diverso è il caso dell’ignoranza crassa, dovuta a inadempienze od omissioni che una coscienza lassa giustifica o tollera a torto come insuperabili, quando invece basterebbe molto poco per accertare la verità. In una società dominata da mezzi di comunicazione di massa che impongono un’informazione ingannevole e sono strumento di manipolazione collettiva, l’errore invincibile è inevitabilmente abbastanza comune, anche se è diventato molto più agevole, grazie alla Rete, accedere a fonti alternative (di cui non sempre è certa, tuttavia, l’attendibilità). Che dire, però, se l’opera di mistificazione non riguarda unicamente i fatti del mondo, ma si estende alla fede e alla morale, coinvolgendo i cattolici e i loro Pastori?



Effettivamente, dopo il Concilio Vaticano II anche un cattolico e perfino un religioso o un sacerdote può essere in errore invincibile, cioè credere una falsa dottrina pur essendo in buona fede. Lo sviamento causato dalle ambiguità e dagli errori introdotti in alcuni testi conciliari può essere un castigo per chi è tiepido o incline al compromesso; ma per chi ama sinceramente Dio e lo serve fedelmente? In questo secondo caso è un vaglio con cui Dio lo prova per separarlo dalla pula. Il dramma si verifica se un fedele – anche di media cultura religiosa, come un insegnante – dà il suo assenso interiore a novità dottrinali perché è l’autorità ecclesiastica ad insegnarle, ciò che in effetti è successo: non ne sarà colpevole (a motivo della fiducia che gli è stato insegnato a riporre in essa) o ne sarà colpevole solo in parte (qualora abbia avuto i mezzi spirituali e intellettuali per prenderne le distanze e non ne abbia fatto l’uso dovuto), ma in ogni caso, oggettivamente, cadrà in errore – e questo errore determinerà le sue scelte.


La prima necessità, per un cristiano, è quindi che la sua fede sia retta, cioè aderente alla verità rivelata da Dio e costantemente insegnata dalla Chiesa: la salvezza consiste innanzitutto – insegna l’ottavo Concilio ecumenico, citato dal Concilio Vaticano I nella Costituzione dogmatica Pastor aeternus – nel custodire la regola della retta fede. Solo questa fede ci consente di essere realmente uniti a Cristo con la grazia santificante e di esercitare la carità soprannaturale. Il Signore ci sta passando al vaglio nel senso che ci mette singolarmente davanti a una scelta: o manteniamo ferma l’immutabile professione di fede che ci è stata trasmessa o acconsentiamo alle novità dottrinali. Questa scelta è possibile a tutti e lo Spirito Santo aiuta a compierla chi ha una coscienza retta. Le opere buone, per essere veramente tali, presuppongono la retta fede. Posta questa condizione imprescindibile, non a tutti è richiesto di esercitare le virtù in grado eroico; viceversa, se uno esercita le virtù in modo eminente, ma non ha la retta fede, esse non hanno valore soprannaturale, quindi non accrescono la sua santità… a meno che non sia in errore invincibile. Che succede in questo caso? È un fatto inedito di non facile discernimento.


Nei processi di beatificazione e canonizzazione si accerta anzitutto la retta fede del candidato sulla base dei suoi scritti e dei suoi discorsi; anche un’ombra o un sospetto in questo ambito costituisce un discrimine e può determinare un reponatur. Una volta accertata l’ortodossia, si passa all’esame delle opere e delle virtù. Nella vita dei Santi, poi, un segno inequivocabile del loro alto grado di unione con Cristo sono normalmente i miracoli (fra cui le guarigioni inspiegabili dal punto di vista naturale), anche se si tiene conto soltanto di quelli compiuti post mortem. Detto questo, lasciamo evidentemente il giudizio alla competente autorità ecclesiastica, ma non possiamo certo ignorare affermazioni contrarie alla fede che non possono essere giustificate dal contesto, ma al massimo spiegate nel clima generale di deviazione dalla fede autentica. I nemici di Dio, in ogni caso, sono stati così abili e subdoli da mettere in crisi l’attività con cui la Chiesa propaga la salvezza e da inficiare proprio il mezzo di evangelizzazione più potente, ossia la santità.


I mali di oggi, del resto, non sono certo scoppiati di colpo o dal nulla. Se un concilio dichiara che «la Chiesa Cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo» nelle religioni umane, considerando «con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini» (Nostra aetate, 2), per qual motivo è tenuta ad annunciare Cristo agli altri? Solo perché in Lui «gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa» senza esser prima liberati dalle tenebre delle false credenze e dal giogo del peccato, quasi fosse una mera questione di misura in cui si conosce e aderisce a Dio, che sarebbe già noto e amato da chi è pur in errore? Sa molto di gnosi… E perché mai i non cristiani dovrebbero convertirsi alla fede cattolica, visto che la Chiesa «esorta i suoi figli affinché, con prudenza e carità, per mezzo del dialogo e della collaborazione con i seguaci delle altre religioni, sempre rendendo testimonianza alla fede e alla vita cristiana [un colpo al cerchio e uno alla botte], riconoscano, conservino e facciano progredire i valori spirituali, morali e socio-culturali che si trovano in esse»?


Se è vero che «nell’induismo gli uomini scrutano il mistero divino e lo esprimono con l’inesauribile fecondità dei miti e con i penetranti tentativi della filosofia», cercando «la liberazione dalle angosce della nostra condizione sia attraverso forme di vita ascetica, sia nella meditazione profonda, sia nel rifugio in Dio con amore e confidenza», come mai quella religione costringe turbe innumerevoli alla miseria più nera, per giunta colpevolizzandole perché la loro situazione sarebbe frutto di peccati commessi in una vita precedente? E visto che «nel buddismo, secondo le sue varie scuole, viene riconosciuta la radicale insufficienza di questo mondo mutevole e si insegna una via per la quale gli uomini, con cuore devoto e confidente, siano capaci di acquistare lo stato di liberazione perfetta o di pervenire allo stato di illuminazione suprema per mezzo dei propri sforzi o con l’aiuto venuto dall’alto», perché non ci mettiamo tutti a praticare lo yoga, così da essere perfettamente liberati mediante un’alienazione mentale e supremamente illuminati da Lucifero?


Com’è possibile che duemilacinquecento vescovi abbiano firmato una castroneria del genere e che un papa l’abbia promulgata con l’autorità del Successore di Pietro? Com’è possibile che centinaia di milioni di cattolici, compresi chierici e religiosi, abbiano tranquillamente trangugiato tali palesi e grossolane menzogne, senza nemmeno chiedersi come mai il catechismo aveva sempre insegnato il contrario? Com’è possibile che Dio abbia permesso una simile catastrofe morale e spirituale nella Sua vigna diletta, in cui ci sono monaci, preti e suore che praticano e insegnano la meditazione orientale, contraendo e facendo contrarre infestazioni maligne? La sola risposta plausibile a questa domanda è contenuta nella visione di Leone XIII, ricevuta il 13 ottobre 1884 (esattamente trentatré anni prima dell’ultima apparizione mariana a Fatima). Con la permissione divina, Satana è libero, per cento anni, di compiere tutto il male di cui è capace per distruggere, se possibile, la santa Chiesa di Cristo – e una pioggia di demòni si è abbattuta sulla sede petrina.


Nella confusione generale di quest’ultimo mezzo secolo, chi ha evitato le trappole o ne è venuto fuori lo deve alla grazia, ad una grazia inestimabile di cui deve rendere grazie giorno e notte. Nulla, dunque, faccia mai vacillare la speranza: è una delle più sottili e dannose tentazioni del demonio. Confidiamo invece nel Cuore immacolato di Maria: la Madonna non permette che si smarrisca nella fede chi Le si è consacrato, e gli ottiene tutte le grazie necessarie per santificarsi con l’esercizio di una vera carità (che richiede anche, beninteso, lo sforzo personale). La prima forma di amore è cercare di aprire gli occhi a chi è disposto a lasciarseli aprire. È dai frutti che si riconosce l’albero: se il risultato è un’apostasia nascosta, ma reale, il Concilio Vaticano II, salvato il salvabile, non può essere accolto nella sua interezza, né tanto meno se ne può esigere il riconoscimento come conditio sine qua non per esercitare legittimamente il sacro ministero nella Chiesa Cattolica. Si convertano piuttosto coloro che ancora oggi, mettendo a repentaglio la salvezza delle anime, traviano il popolo cristiano, a cominciare dal loro capo.