ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 12 ottobre 2016

Qualche cosa di peggio

UN GRAVE EQUIVOCO

C’è un grave equivoco in agguato fra il Vangelo e il mondo. Redenzione e misericordia del Signore, umanesimo cristiano, Lutero e cattive interpretazioni del dialogo interreligioso: alcuni autentici spropositi teologici 
di Francesco Lamendola  



  
C’è un grave equivoco in agguato – diciamo equivoco, per quelli che sono in buona fede; ma è qualche cosa di peggio, per altri – secondo il quale non vi sarebbe alcuna problematicità, alcuna dicotomia, e tanto meno una qualche opposizione, fra il Vangelo e il mondo.
Secondo questi cattolici incredibilmente ottimisti - ma forse non sono veri cattolici, bensì dei modernisti, cioè il contrario di quel che deve essere un cattolico – il mondo, in sé e per sé, sarebbe fondamentalmente buono; quindi, Gesù si sarebbe incarnato per confermare, più che portare, la pace agli uomini. Infatti, in un mondo fondamentalmente buono, che bisogno c’è della Redenzione? Tutti si salvano, il peccato diventa una quisquilia, e il Diavolo, un babau per i bambini di un tempo passato; a quel punto, non si capisce bene cosa Gesù sia venuto a fare sulla terra, se non a confermare le buone disposizioni e i buoni proponimenti degli esseri umani.
In ogni caso, se pure qualcuno non si comporta troppo bene, c’è pur sempre la misericordia del Signore: questa parola, misericordia, che è, sì, fondamentale nel lessico del Vangelo – basti pensare alla parabola del padre misericordioso, impropriamente conosciuta dai più come la parabola del figliolo prodigo – ma che, se adoperata con troppa disinvoltura, e, soprattutto, se adoperata a senso unico, cioè senza il corrispettivo umano che la rende possibile, il pentimento, diviene priva di significato, o peggio, diviene fonte di malintesi assai pericolosi: quasi che Dio fosse un distributore inesauribile di misericordia, senza che gli uomini siano chiamati al più piccolo atto di contrizione per esserne meritevoli (si ricordino le parole del figlio prodigo a suo padre, non appena tornato a casa: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non son degno di essere chiamato tuo figlio: trattami come l’ultimo dei tuoi servi), un po’ come molti, troppi genitori dei nostri giorni, nel clima permissivo e buonista della società consumista – dove “buonista” non sta per “troppo buono”, ma per il contrario della bontà – sono stati degradati, o si sono ridotti da sé stessi, al ruolo di bancomat, ossia di distributori di soldi ai loro figlioletti sempre pronti ad avanzare richieste, necessità, diritti, anche se non altrettanto a rendesi disponibili al sacrificio e all’obbedienza.
Nel Vangelo, e particolarmente nel Vangelo di Giovanni, quello teologicamente più elaborato e profondo, oltre che nelle Lettere del Nuovo Testamento, la parola “mondo” viene adoperata in due significati: o come il mondo degli uomini, che Gesù è venuto a redimere e a salvare, se essi lo ascoltano e mettono in pratica la sua parola; oppure come l’insieme degli atteggiamenti che esprimono il radicale rifiuto del suo Vangelo e della sua persona, il disprezzo del suo insegnamento, l’adorazione dell’uomo da parte di se stesso e l’adorazione degli idoli che si è costruito, a cominciare dal denaro e dal potere, sotto l’influsso di Satana, il quale, non a caso, viene chiamato “il principe di questo mondo”, o anche: “il principe di questo mondo di tenebre”. Come si vede, il primo significato implica la necessità della redenzione, perché il mondo è stato ferito dal Peccato originale e, così com’è, non solo non potrebbe salvarsi, ma non riuscirebbe neppure a riconoscere gli strumenti offerti da Dio per la sua salvezza, a cominciare dalla possibilità di riconoscere il Salvatore. Gesù, infatti, dice esplicitamente che nessuno può venire al Padre, se non per mezzo di lui; ma che, per venire a lui, bisogna essere in grazia di Dio, bisogna aprirsi all’azione rigenerante dello Spirito. Il concetto, pertanto, è chiaro: nessuno può redimersi da sé, anzi, nessuno può arrivare a Dio, se non colui che, facendosi piccolo e semplice come un bambino, cioè abbandonando la diabolica superbia e il satanico orgoglio di credersi superiore al proprio statuto ontologico di creatura, si abbandona con umiltà e mitezza all’influsso santificante della Grazia.
Nel secondo significato, usato più frequentemente del primo, il mondo è la concentrazione del male, è il mondo di tenebre che, pur avendo visto e riconosciuto la Verità, la rifiuta e la disprezza; è il mondo per il quale Gesù, al temine dell’Ultima Cena, si rifiuta di pregare (io non prego per il mondo, ma per coloro che Tu mi hai affidato), e del quale dice che esso è già stato giudicato, perché non ha voluto credere in Lui. In questa seconda accezione, viene sottolineata la contrapposizione fra il regno di Dio e il mondo; e a Pilato, che gli domanda se Egli sia re, Gesù risponde: Tu l‘hai detto, io sono Re; ma il mio regno non è di questo mondo. Se fosse di questo mondo, i miei soldati sarebbero venuti a difendermi; ma il mio regno non è di questo mondo. Il mondo, dunque, è il regno del Diavolo, il regno di Mammona, il regno del peccato: è la condizione dell’uomo che rifiuta la Grazia, e che preferisce le tenebre alla luce; ed è la condizione dell’uomo che ode, ma non intende, e vede, ma non capisce le opere di Dio e la presenza di Dio, venuto per salvarlo. In questo senso, a causa della sua ostinazione del suo orgoglio, il mondo non è nemmeno condannato da Dio, ma si condanna da solo: il che significa che l’Inferno, che esiste, eccome (Gesù ne parla spesso, nei suoi discorsi e nelle sue parabole, e non in senso metaforico: si mettano il cuore in pace, i teologi buonisti e modernisti, ai quali l’idea dell’Inferno non piace, e preferirebbero che non esistesse), è, prima di tutto, l’auto-punizione dell’uomo malvagio, il quale, preferendo le tenebre alla luce, si esclude da sé stesso dal vero Bene e dalla beatitudine, che consistono solo in Dio.
Racconta il Vangelo di Giovanni (8, 21-29):

Di nuovo disse Gesù: ”Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato. Dove vado io, voi non potete venire”. Dicevano allora i Giudei: “ Vuole forse uccidersi, dal momento che dice: ‘Dove vado io, voi non potete venire’?”. E diceva loro: “Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo”Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati”. Gli dissero allora: “Tu, chi sei?”. Gesù disse loro: “Proprio ciò che io vi dico. Molte cose ho da dire di voi, e da giudicare; ma colui che mi ha mandato è veritiero, e le cose che ho udito da lui le dico al mondo”. Non capirono che egli parlava loro del Padre. Disse allora Gesù: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono e che non faccio nulla da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato. Colui che mi ha mandato è con me: non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli sono gradite”.

Poco prima, infatti, Gesù aveva detto ai Giudei che essi non avrebbero potuto seguirlo, là dove sarebbe andato; una frase che, nel cima di fortissima tensione che si era instaurato da quando Egli aveva incominciato a parlare apertamente della propria missione divina e della propria natura divina, essi avevamo interpretato come un annuncio del tentativo di volersi sottrarre alle conseguenze della loro indignazione, di sfuggire alla loro vendetta (Gv. 7, 33-36):

Gesù disse: “Ancora per poco tempo sono con voi; poi vado da colui che mi ha mandato. Voi mi cercherete, e non mi troverete; e dove sono io, voi non potete venire”. Dissero dunque tra loro i Giudei: “Dove sta per andare costui, che noi non potremo trovarlo? Andrà forse da quelli che sono dispersi tra i Greci e insegnerà ai Greci? Che discorso è quello che ha fatto: ‘Voi mi cercherete e non mi troverete’, e: ‘Dove sono io, voi non potete venire’?”

Gesù, in questo discorso, proclama nella maniera più netta possibile la distanza abissale e la differenza radicale che separa il suo regno dal mondo terreno. Ha detto, con parole esplicite: Voi siete di quaggiù, io vengo di lassù; e non intendeva dire, semplicemente, che egli, essendo il Figlio di Dio, veniva dal Cielo, e gli uomini dalla terra: sarebbe stata una constatazione inutile e banale. No: voleva dire che Egli è venuto ad insegnare agli uomini il modello della vita perfetta, che è secondo Dio e non secondo il mondo; e che, pertanto, il “mondo” non è il mondo terreno in quanto tale, ma il mondo terreno che rifiuta la Verità e che si ostina ad adorare gli idoli ispirati dal Diavolo. In quel momento, infatti, gli interlocutori di Gesù non erano i suoi discepoli, né i suoi seguaci, ma una folla di Giudei che era, nel complesso, fortemente ostile nei suoi confronti, e che avrebbe voluto arrestarlo e tradurlo davanti al Sinedrio, ma si tratteneva solo per timore di una possibile reazione del popolo, fra il quale Gesù contava non pochi estimatori e discepoli. Tanto è vero che, per arrestarlo, i suoi nemici finiranno col decidersi ad agire di notte, come briganti più che come rappresentanti della legge mosaica, trascinandolo davanti a un tribunale illegale, che lo giudicherà secondo modalità illegali (gli esperti del diritto mosaico hanno contato una trentina di irregolarità nel procedimento attuato dal Sinedrio contro Gesù Cristo, a cominciare dal fatto che si svolse in un giorno festivo e che fu negato all’accusato il diritto di difendersi).
Quella frase terribile di Gesù, morirete nei vostri peccati, va inquadrata in quel preciso contesto e riferita a quello specifico uditorio; non gli uomini in generale, e, quindi, non il mondo in quanto tale, ma quegli uomini, malvagi e ribelli a Dio, e quel mondo, ossia il mondo che segue le passioni egoistiche del cuore umano e non cerca la Verità di Dio. Si pensi alla parabola dei vignaioli omicidi: i Giudei che osteggiano Gesù, che lo tentano e lo provocano per aver il pretesto di arrestarlo, che lo ascoltano con diffidenza e malizia, perché partono dal presupposto che Egli sia un impostore e un sacrilego, e non vogliono vedere le opere e le parole che Lui compie per mezzo del potere conferitogli dal Padre suo, sono come i vignaioli omicidi: rifiutando di ascoltarlo e meditando di ucciderlo, pensano d’impossessarsi per sempre della vigna, ossia della promessa fatta da Dio ad Abramo e alla sua discendenza: e non vedono che, così facendo, si stanno condannando da soli, perché la parola di Dio, se rifiutata da coloro cui era stata rivolta in maniera privilegiata, sarà rivolta ad altri, che l’accoglieranno e sapranno farne tesoro.
E qui si vede quanto male abbia fatto una cattiva interpretazione del dialogo interreligioso promossa da certi teologi nello “spirito” del Concilio Vaticano II; ossia forzando oltre misura alcune sue giuste intuizioni e giuste affermazioni. Temendo di “offendere i Giudei e di compromettere il “dialogo” con essi, si è posto tra parentesi tutto quel che Gesù dice, nel Vangelo, a proposito del loro ostinato, superbo rifiuto del Vangelo, e del fatto che quel loro atteggiamento, di rifiutare Dio in nome della legge di Dio, è proprio il concentrato dello spirito del “mondo”, nel senso negativo e diabolico del termine. La logica conseguenza, si fa per dire, di questo errore d’impostazione, è stata che, un poco alla volta, si è finito per dimenticare che il “mondo” è bisognoso di redenzione, che non è una realtà positiva in se stessa, anzi, è proprio la realtà del peccato che deve inginocchiarsi per chiedere il perdono e la misericordia di Dio; e si è contrabbandata una folle e sacrilega teologia neomodernista, secondo la quale Gesù sarebbe venuto a glorificare il mondo, o, comunque, a confermarlo nella orgogliosa pretesa di autosufficienza, cioè nel peccato. Ogni cosiddetto “umanesimo cristiano” (e ce n’è stato molto, troppo, nel Concilio Vaticano II, specie per influsso di Rahner e Maitain), è una contraddizione in termini; perché il cristianesimo non esalta l’uomo, anzi, ricorda all’uomo la sua natura di essere mortale e per giunta peccatore; altrimenti cadrebbe nel naturalismo e cesserebbe di essere dottrina di salvezza. Altro che “svolte antropologiche”, altro che “apertura della Chiesa al mondo”: questi sono autentici spropositi teologici, se non peggio.

Andando avanti per questa strada, per esempio, i cattolici, a un certo punto, dovrebbero celebrare i cinquecento anni della cosiddettaRiforma protestante – che poi una riforma non è stata, bensì una catastrofica rivoluzione, dal momento che non mirava affatto a riformare, ma a distruggere la Chiesa – e a vedere in Lutero, non già il pessimo autore di un ritorno alla concezione mosaica e allo spirito veterotestamentario, bensì l’araldo d’una gloriosa opera di rinnovamento del Vangelo. Ma questo è assurdo, non è vero? Lo capirebbe anche un bambino. Questo è un qualcosa che non può accadere, che è al di fuori di qualsiasi immaginazione. Neppure nel peggiore dei suoi incubi, un cattolico, fedele alla dottrina di Cristo, che chiama gli uomini alla conversione e al pentimento, ma anche a bene operare in vista della loro salvezza, potrebbe immaginare un papa che si recasse nell’Europa del Nord a celebrare i cinquecento anni da che Lutero volle distruggere la storia della salvezza, per far ripiombare gli uomini nelle tenebre di un mondo votato totalmente alla dannazione, tranne i pochissimi che Dio, misteriosamente, ha deciso di salvare fin dal principio. Lutero che non crede alla santità; che rifiuta il culto di Maria; che abolisce il sacerdozio; che nega il libero arbitrio: costui sarebbe da celebrare, in omaggio al “dialogo” con il mondo? È mai possibile? 

Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo

di Francesco Lamendola