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giovedì 3 novembre 2016

Metodi “non ortodossi” di trasmissione della fede?



Perché Alpha e Nuova Evangelizzazione.


viene riproposto un tema che circola da anni negli ambienti affezionati alla tradizione cattolica (uso questa perifrasi e non il termine “tradizionalista” perché quest’ultimo vocabolo ha un significato più ristretto di ciò a cui io mi riferisco).
E cioè se sia possibile utilizzare metodi “non ortodossi” di trasmissione della fede, senza alterare il contenuto della fede stessa.
Per rispondere a questa domanda occorre prima contestualizzare la situazione e poi provare a mettere sui piatti della bilancia i possibili costi e benefici di certe operazioni.
Il primo dato di fatto di cui tenere conto è che nei paesi di antica tradizione cristiana è in atto una apostasia di massa, a favore della fede atea innanzi tutto e poi di altri surrogati minori come le correnti new age e altre religioni spesso professate in forma spuria. Sappiamo, dai dati della CEI, che circa il 97% dei ragazzi abbandona la pratica religiosa l’anno successivo a quello in cui hanno ricevuto la Cresima.
Prevengo già interventi del tipo: “ma la colpa è stata del Concilio Vaticano II”, perché questo tipo di considerazioni non sono affatto animate da uno spirito cristiano, e nemmeno troppo razionale, sono solo lamentazioni sterili e pusillanimi. L’unica domanda corretta di fronte a questa situazione disastrosa è: “cosa possiamo fare per riportare alla fede il maggior numero possibile di persone?”

Anche l’ipotesi che tornando ad una prassi dottrinale e liturgica preconciliare le cose si sistemerebbero automaticamente è assolutamente utopistica. Infatti, pur immaginando che i frequentatori della messa tridentina fossero conquistati dalla sacralità del rito e che gli uditori della dottrina classica fossero appagati razionalmente, non vedo come questi pregi potenziali influirebbero sul numero dei fedeli, perché tutto ciò riguarda solo chi ha già una pratica religiosa, mentre non sposta una virgola per coloro che in chiesa non mettono piede e che non ascoltano per principio nulla di sacro e di cristiano e che, purtroppo, sono la maggioranza.
Bisogna pertanto prendere atto che viviamo in una situazione più simile a quella dei primi cristiani immersi in un mondo pagano, piuttosto che in quella di una società cristianizzata (e occorre ringraziare Dio che non ci fanno sbranare dai leoni…almeno per ora).    Quindi non è una cattiva idea quella di rivedere le condizioni dell’evangelizzazione primordiale (nell’impero romano) e i fattori che ne determinarono il successo.
Traggo alcuni spunti in proposito da un libro di Rodney Stark, “Le città di Dio”, in cui presenta una serie di conclusioni religiose e storiche, utilizzando sia ricerche sociologiche sulle religioni, sia sofisticate indagini statistiche che gli consentono di ottenere interessanti dati quantitativi.
Innanzitutto Stark indaga il concetto di conversione e ne stabilisce un significato esigente: la formazione di un nuovo impegno che valica i confini delle maggiori tradizioni religiose precedenti.
E porta l’esempio di un politeista che comincia ad adorare un nuovo dio: questa non è una conversione ma solo una riaffiliazione, che non ha prodotto un cambiamento di mentalità, abitudini, tradizioni. In base a questo concetto, anche i tremila battezzati del giorno di Pentecoste, dopo il discorso di Pietro, erano solo persone bagnate con l’acqua a cui mancava ancora un lungo lavoro perché avvenisse in loro quel cambiamento sostanziale di identità che permette di parlare di effettiva conversione.
Il secondo passo illustrato dal libro è descrivere come avvengono le conversioni. Per generazioni si era pensato che le persone si convertissero affascinate dai contenuti di una dottrina, magari capace di proporre soluzioni ai loro problemi o quesiti irrisolti. Quando si è passati dall’ipotesi all’esame dei fatti, i risultati hanno smentito questa credenza. Dato che esistono religioni o sette in espansione, i sociologi hanno potuto seguire la crescita di una di esse (la  Chiesa dell’unificazione del reverendo Moon in America) fin dai primi passi. La conclusione inconfutabile dello studio è stata che si convertivano coloro i cui legami interpersonali con i membri erano molto più importanti dei loro legami con i non membri. Quindi la conversione procede da una rete di relazioni, in cui siano presenti rapporti di profonda e fidata amicizia, al punto che, considerate da un punto di vista statistico, si possono definire come fenomeni di adeguamento “conformistico” all’ambiente (e questo vale anche per le non conversioni). Naturalmente anche il migliore amico, se ha una fede solida e profonda non si convertirà, e per questa ragione i migliori candidati alle conversioni sono coloro che hanno una posizione debole (di scarso interesse) verso la religione.
Un altro dato emerso dallo studio è che la dottrina interessa poco a colui che sta pensando di convertirsi, e solo dopo la conversione avrà lo stimolo ad approfondirla. Rileggendo gli antichi documenti cristiani, compresi quelli neotestamentari come gli Atti degli apostoli, è risultato che le dinamiche di conversione (a parte i casi mistici folgoranti come quello di Paolo che restano delle eccezioni) fossero proprio quelle qui esposte. Una conferma di questo iter è che i promotori delle nuove religioni devono dedicare un consistente periodo di tempo per la formazione dei neo convertiti. Questo vale per le moderne sette analizzate ed ebbe valore nell’antichità, quando ad esempio san Paolo dovette dedicare lunghi soggiorni nelle mete dei suoi viaggi per formare gli aderenti alle nuove comunità cristiane. Prova ulteriore della scarsa influenza iniziale della dottrina è il fatto caratteristico che il cristianesimo, che appariva per eccellenza la religione degli oppressi in quanto offriva loro un riscatto ultraterreno delle sofferenze del tempo presente, fu adottato in principio dalle classi privilegiate, come risulta dai documenti storici.

Le conversioni miracolose, di massa, sono scartate dalla teologia perché violerebbero la libertà umana e anche dalla storia perché non ve ne sono tracce significative. Quindi anche la prima  evangelizzazione degli esordi cristiani seguì il metodo delle reti di relazioni. E’ possibile che tramite una progressione a piccoli passi nell’arco di poco più di 300 anni il 52% della popolazione dell’Impero romano fosse diventata cristiana? Un semplice calcolo rivela che se i cristiani nell’anno 40 d.C. fossero stati mille, per giungere alla maggioranza assoluta di oltre 52 milioni nel 350 d.C. abbisognavano di una crescita abbastanza modesta: del 3,4% all’anno. Ora 3,4 convertiti in cento anni equivale a 1 per ventinove anni. Cioè, se ogni cristiano avesse convertito un’altra persona ogni 29 anni, l’effetto sarebbe stato esattamente quello osservato. Questa constatazione è di conforto alla razionalità dell’analisi appena presentata e consola anche i cristiani di oggi che possono pensare alla propria crescita con rinnovato ottimismo, in quanto il programma (un amico convertito ogni 29 anni) non è proibitivo.

Molti studiosi di oggi e molti pagani dell’epoca si stupivano dei progressi del cristianesimo delle origini nonostante, dopo san Paolo, non risultassero né strutture organizzate né programmi specifici dedicati appositamente alla diffusione della fede. Ma il fatto fondamentale è che l’evangelizzazione personale era il programma. E l’evangelizzazione non era l’annuncio di concetti (basti ricordare il solenne fiasco di san Paolo quando, per una volta, provò a sostenere una dottrina davanti ai pagani all’Areopago), ma era l’annuncio di un incontro. Incontro con Cristo, che veniva confidato,  testimoniato e incoraggiato dal fedele cristiano.

A questo punto ho riassunto un sufficiente corpus di premesse che ci consentono di entrare nel merito.

A proposito delle cene Alpha, la prima caratteristica che emerge è lo sforzo relazionale verso l’esterno di un gruppo evangelizzatore. Questo è assolutamente corretto, perché abbiamo appreso che senza buone relazioni personali non avvengono conversioni. Nel ciclo di serate Alpha la cena viene preceduta da un breve insegnamento su alcuni temi della nostra fede e tra le portate si snoda un colloquio in piccoli gruppi in cui è sempre presente un moderatore credente. Questi temi non sono quelli che più caratterizzano dogmaticamente la dottrina, ma sono quelli che offrono la motivazione ai missionari di svolgere il loro compito, come comanda san Pietro: siate sempre pronti a render conto della speranza che è in voi (1Pt 3,15). Le statistiche narrano che il 30% di coloro che si recano alla presentazione del corso (organizzato come una serie di cene) restano fino alla fine del ciclo, un certo numero si converte.
E questi successi si verificano non in base a riflessioni astratte (che i non-credenti lasciati a se stessi eviterebbero con cura) ma perché vedono un gruppo di fedeli che si impegna, sacrifica il proprio tempo e li ascolta con empatia…e tutto questo perché?
Le brevi catechesi del corso rispondono esattamente a questa domanda: perché Dio ci ama, ci salva attraverso il sacrificio di Gesù, ci dona lo Spirito santo affinché viviamo amando Dio e i fratelli.

Riguardo al metodo faccio solo una considerazione: se l’invito a cena è una prassi consolidata e funzionale al corteggiamento, perché non corteggiare le anime per conto dell’innamoratissimo Gesù Cristo? E se a pensarci per primi sono stati i protestanti, invece di accusare chi li imita, non dovremmo vergognarci noi cattolici di non aver saputo escogitare per conto nostro simili e persino migliori strumenti?

I corsi Alpha sono un esempio fra i tanti delle iniziative sorte per dar vita alla “nuova evangelizzazione” termine usato per la prima volta da Giovanni Paolo II in un suo discorso nel 1983 in questi termini: evangelizzazione nuova nel suo ardore, nei suoi metodi, nella sua espressione.
Come si può notare non si fa il minimo cenno a “nuovi contenuti” (tanto paventati dagli immobilisti), che non sono previsti o menzionati in alcun modo. La novità fondamentale consiste nel richiamare tutto il popolo dei fedeli al proprio dovere missionario. Se in una Chiesa che comprendeva la grande maggioranza della popolazione, la crescita dei fedeli poteva essere intesa in termini puramente qualitativi, in una Chiesa minoritaria, rispetto alla popolazione totale, non si poteva più trascurare la crescita numerica.

E che il senso del termine fosse proprio quello lo spiega l’enciclicaRedemptoris Missio di Giovanni Paolo II, là dove distingue, all’interno dell’unica missione della Chiesa, tre differenti tipi di attività missionaria: anzitutto la missione verso coloro che non conoscono Cristo e il suo vangelo; poi la cura pastorale dei fedeli nelle comunità cristiane; infine la “nuova evangelizzazione” nei paesi di antica cristianità che hanno perduto il senso vivo della fede (vedi RM n°33).

Ai puristi che storcono il naso di fronte a un’attività missionaria “porta a porta” condotta dai laici, posso ricordare le parole di qualcuno che di fronte all’impellenza dell’annuncio non guardava tanto per il sottile. Ad esempio“Va’ presto per le piazze e per le vie della città, e conduci qua poveri, storpi, ciechi e zoppi”. Poi il servo disse: “Signore, si è fatto come hai comandato e c’è ancora posto”. Il signore disse al servo: “Va’ fuori per le strade e lungo le siepi e costringili a entrare, affinché la mia casa sia piena.(Lc 14, 21-23)  oppureAndate per tutto il mondo, predicate il vangelo a ogni creatura.(Mc 16,15)

Ed ecco infine anche il metodo porta a porta, prescritto per filo e per segno:Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. (Lc 10, 1) teologia? Non se ne parla affatto bensì: In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa.(Lc 10, 5)  Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno (Lc 10, 7) e infine: curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio. (Lc 10, 9)

Queste operazioni dunque, almeno sulla carta, sono legittime e animate da buone intenzioni.
Certo, resta il rischio che il messaggio, trasmesso e ritrasmesso, come nel telefono senza fili, venga deformato in modo tale che alcuni si convertiranno ad una fede eterodossa. Rischio reale e non solo ipotetico di cui abbiamo numerosi esempi. Ma è questa una buona ragione per non evangelizzare?

Ancora una volta l’esempio del cristianesimo primitivo ci offre notevoli spunti di riflessione. Quei primi tre secoli turbolenti videro accadere di tutto. Nel mondo cristiano si diffuse ogni sorta di dottrina deviata e fin dal principio: dal primo Papa, san Pietro, che voleva negare il battesimo ai goiym, ai Corinzi che profanavano direttamente la santa messa tanto da meritarsi l’accorato rimprovero di san Paolo.
E le eresie erano tanto più gravi quanto più la dottrina non era stata definita e ufficializzata; per un certo periodo iniziale non ci fu neppure un canone che codificasse le scritture ispirate, per cui un vangelo apocrifo poteva essere contrabbandato per uno regolare.

Eusebio da Cesarea menziona le principali calamità eretiche degli inizi, che produssero scuole e movimenti, come gli ebioniti, Cerinto, Saturnino, Basilide, Marcione, Taziano e gli encratici, Berillo, Novato, Sabellio, Paolo di Samosata, i manichei, gli elcesaiti che proclamavano una dottrina scritta in un libro caduto dal cielo (come i mormoni), Artemone che corrompeva le scritture con interpretazioni sofistiche…
E la falsità dottrinale non rappresentava l’unico problema perché si diffusero la simonia con Simon mago, la falsa ispirazione con  Montano e i falsi profeti catafrigi, e infine lo scisma con Nepote.

Ma si è forse arrestata l’evangelizzazione quando sono apparse le eresie? No, perché si sarebbe arrestato il cristianesimo.
E’ sempre stata la Gerarchia, tutelata dalla roccia papale, a ripristinare, chiarire e ufficializzare quale fosse la vera fede. Compito oggi molto più facile che allora, dato che la sana dottrina è scritta e i dogmi sono sanciti.

Quindi attribuire ai mezzi di trasmissione della fede la responsabilità per la sua alterazione mi sembra poco pertinente. Perché è il magistero della Chiesa ad avere molta più influenza sulle dottrine di quanta ne abbiano miliardi di fedeli laici.
Fedeli che se, invece, rinunciassero ad evangelizzare, non sarebbero più così fedeli ai comandi di Gesù.





1 commento:

  1. Un esempio vivente l'abbiamo nelle comunità missionarie neocatecumenali,un fenomeno all'interno della Chiesa Cattolica,che non si può piú far finta di non vedere....

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