ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 24 dicembre 2016

Nuovo dogma massovaticano

Immigrazione e ordine nella carità

L'"accoglienza" indiscriminata è la negazione dell'amore di Dio

21 dicembre 2016, San Tommaso Apostolo
Raffaello, San Leone Magno coi Santi Pietro e Paolo ferma gli Unni

“Obbligo d’accoglienza” dello straniero a qualsiasi costo anche contro il bene comune. E’ il nuovo dogma, non rivelato da Dio, ma propagandato pressoché senza distinzioni da tutte le centrali del potere massonico. E’ evidente che un cuore cristiano, potendolo, presta soccorso a chi si trova in grave difficoltà, ma la “religione dell’uomo” - che sembra ormai aver conquistato la quasi totalità dei presidi cattolici - impone quello dell’accoglienza come un “imperativo categorico” al quale si può solo “obbedire”. Quasi non è lecito riflettere alle circostanze e all’opportunità di talune azioni che ufficialmente si presentano come caritative, sotto pena di “scomunica mediatica”. Nolite cogitare.

Lo smarrimento è poi alimentato dalle dichiarazioni di certe autorità ecclesiastiche che spesso propagandano la confusione, predicando come dottrina cattolica concetti che sembrano piuttosto i frutti maturi del peggior mondialismo che non della dottrina di Gesù Cristo.

Intorno alla singolare tipologia d’immigrazione dei nostri giorni si aprono certo più questioni, che partono dal serio discernimento sulla natura di questi flussi, all’aiuto doveroso verso i fratelli, in primis verso cristiani d’Oriente; dalla necessità, per alcune realtà precise, di un possibile sostegno in loco - anche militare -, alla seria valutazione della presenza tra gli immigrati di molti lupi vestiti d’agnelli. Né è da dimenticare la questione fondamentale che ruota attorno alla nozione di “sovranità”, specie davanti a quella che si profila essere una vera e propria  “immigrazione di sostituzione”. Di qui il problema di determinare se la questione vada trattata sotto il profilo della mascherata invasione (più o meno islamica e più o meno violenta) - ed in quel caso la trattazione imporrebbe una prospettiva di analisi sulla liceità di far ricorso alla violenza per respingere la violenza, fino alla trattazione della guerra giusta - oppure se la questione sia solo relativa a quella che oggi con enfasi si chiama “accoglienza” e che si vorrebbe un’emanazione alla carità cristiana.

Su quest’ultimo punto concentreremo l’attenzione in quest’articolo, senza escludere di trattare del giusto ricorso alla forza in un successivo intervento. Appare infatti urgente fare dapprima chiarezza su un punto tra i più esposti alla contraffazione : l’esercizio (ordinato) della carità cristiana.

Dopo un breve suggerimento di buon senso ai governanti, tratto dalla riflessione scolastica, ripercorreremo rapidamente alcune indicazioni sull’esercizio della carità ordinata, date da San Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae, particolarmente nella questione 26 della Secunda Secundae, per cercare di trarne qualche conclusione anche d’ordine pratico. Qual è infatti l’esercizio della vera carità in materia d’immigrazione?     


La presenza di stranieri in patria, una semplice riflessione sulla scorta di Aristotele

Prima di entrare in materia di virtù soprannaturali e particolarmente di “carità ordinata” è utile riproporre un breve passaggio del De Regno, che ha il merito di chiarire in poche righe la problematica dal punto di vista naturale. Nel XIII secolo la questione degli stranieri, sebbene non diversa nella sostanza, si poneva in altra forma e nel citato opuscolo San Tommaso, consigliando i governanti, dà indicazioni al re su come debba comportarsi in merito alla “presenza di stranieri”, che all’epoca era impersonata principalmente da commercianti. La questione di fondo è se la moltitudine di stranieri è un bene o un male per la Civitas [1].

La risposta dell’autore si fonda, seguendo Aristotele, sulla necessaria unità del corpo sociale, ad imitazione del corpo fisico. Si sconsiglia quindi vivamente il governante dal favorire un’eccessiva presenza di mercanti stranieri nella città, per un motivo semplicissimo: i loro diversi usi, seppur legittimi nella loro patria, destabilizzano la società. Compromettono l’unità della Civitas, che su un patrimonio comune fonda la propria unità e il proprio benessere spirituale e temporale. Gli stranieri non condividono quell’insieme di tradizioni “identitarie” che sono il collante dello stato e che partecipano a dare un indirizzo chiaro e condiviso alla ricerca del bene comune condotta da tutti. Il cittadino di lunga tradizione condivide coi suoi concittadini quel particolare modo di conoscere e amare la propria Civitas, e ciò si compie non in maniera artificiale con cervellotici quanto utopici “progetti d’integrazione”, ma in maniera talmente naturale che questo patrimonio comune non abbisogna di alcuna spiegazione, tanto esso è radicato nei cuori.

Ciò non significa che per motivi ad esempio commerciali uno straniero non possa attraversare la città o addirittura dimorarvi a lungo fino ad divenirne un membro vitale. Anzi la sua presenza può in certa misura costituire un bene oggettivo e apprezzabile per la Civitas. Si pensi ai Maestri Comacini del Medioevo che tagliavano così bene la pietra da riempire l’Italia di capolavori, formando ove andassero delle piccole comunità lombarde, le quali in seguito si sono amalgamate al tessuto preesistente. Ma il numero deve essere contenuto, perché il bene della società intera è superiore al bene di un singolo o di un gruppo di cittadini o di uno o più stranieri. 

Il vero bene del singolo infatti si articola con il vero bene comune e non può mai essere in contrasto con esso. Seguendo l’analogia fra il bene del corpo umano e il bene del corpo sociale è chiaro che il mantenimento in salute dell’intera persona è superiore al bene di un singolo arto, che in certi casi può essere necessario amputare. A maggior ragione nel caso di un elemento esterno che non è ancora organicamente unito alla persona. Uno straniero infatti non è ancora membro del corpo sociale, se non a seguito di un lungo processo che necessità tra l’altro l’accettazione delle condizioni poste dallaCivitas che sceglie di accoglierlo o meno. Il suo bene quindi è sempre sottomesso e deve sempre articolarsi con il bene di tutta la città. Altrimenti, come è lecito il distacco dal corpo sociale dell’elemento nocivo, a maggior ragione è lecito il rifiuto di un corpo esterno che altererebbe la pace e l’ordine sociale. 

Da un punto di vista di bene comune naturale la necessità di premunirsi contro l’afflusso eccessivo di stranieri è un dovere del principe e ciò in ragione della natura stessa dell’uomo, a tale considerazione bisogna aggiungere che ratione peccati, ovvero considerando la natura umana in quanto ferita dal peccato originale, tale necessità si fa ancor più pressante. E ciò - anche volendo rimanere nel punto di vista strettamente naturale - è particolarmente importante quando si parla di immigrazione di stranieri di religione musulmana, visto il carattere violentemente aggressivo del Corano che ne è il fondamento.

A quanto esposto finora, mettendo da parte i deliri degli idéologues multietnici e multirazziali e di quanti li seguono, si riconosce in genere un certo fondamento, ma insorge spesso in campo cattolico l’obiezione - non priva d’una buona dose d’ipocrisia - che se tale discorso può apparire ragionevole all’intelligenza nell’ordine naturale, non è tuttavia ammissibile dopo l’avvento della carità cristiana, la quale tutto accetta, tutto perdona e…tutto accoglie.  


Ma anche (e soprattutto) nella carità c’è un ordine stabilito da Dio, Creatore e Legislatore

San Tommaso d’Aquino parlando della carità sottolinea che è sommamente necessario valutare quale sia l’ordine nella carità[2]. Devo amare di più Dio o il prossimo? Devo amare di più il prossimo o il mio corpo? Devo amare un prossimo più d’un altro o tutti in maniera identica? Devo amare chi mi è più vicino (“prossimo” vuol dire “vicino”…) o devo amare anche i più lontani in eguale e identica maniera? Devo amare di più la pace (anche religiosa) nella mia patria o devo accogliere qualsiasi straniero che la minacci in nome della carità?

Dove c’è una molteplicità, come in questo caso c’è una molteplicità d’oggetti d’amare, ci vuole un ordine e un ordine si fa rispetto ad un principio. Per esempio un insieme di frutti può essere ordinato da diversi principi, secondo il colore, secondo il peso, secondo il profumo; per fare ordine e sapere  cosa mettere prima e cosa mettere dopo ci vuole un principio. Ma qual è nella carità questo “punto fermo” che ci permette di mettere ordine? “L’amore della carità tende verso Dio in quanto Egli è fonte di beatitudine (…). E quindi è necessario che in quelle cose che sono amate per la carità ci si attenga ad un certo ordine, in relazione al principio primo di tale amore, che è Dio[3].

La carità e il suo esercizio si ordinano quindi solo rispetto a Dio e non rispetto ai principi dell’antropocentrismo melenso.

Oggi purtroppo un pensiero non cattolico si è fatto strada ovunque, al punto che per l’uomo moderno - che va di pari passo con l’ecclesiastico modernista - si deve amare il prossimo senza stabilire un qualsivoglia ordine e ciò talvolta anche…contro Dio o più di Dio. Oppure, quando il panteismo ha raggiunto livelli patologici, si giunge quasi all’affermazione esplicita che identifica il prossimo con Dio quasi metafisicamente. A quel punto nessun ragionamento - e nessun ordine nella carità - è più possibile. Frasi frequenti come “il povero è Dio” per esempio, seppur pronunciate con intento retorico, alimentano - vogliamo sperare non intenzionalmente - tale confusione. Perché se è vero che nel volto del povero devo vedere l’impronta di Dio Creatore e l’azione di Dio Redentore, è anche vero che una creatura non potrà mai identificarsi col Creatore e l’amore da portare ad una qualsiasi creatura non sarà mai così incondizionato come l’amore che si deve portare a Dio.

L’oggetto dell’atto di carità riguarda dunque principalmente Dio, secondariamente le creature, nella misura in cui esse si riferiscono a Dio. Quest’ordine della carità che cerchiamo quindi - dice l’Angelico[4] - si trova nelle cose stesse, nel loro essere rispetto a Dio. E’ un ordine oggettivo. Il prossimo non si ama incondizionatamente come fosse Dio, la bontà del prossimo non è assoluta, ma è “participative”, essa partecipa della bontà divina e in maniera diversa a seconda dei casi. Ci può essere quindi un “più” e un “meno” nella scala, poiché la misura è data dalla maggiore o minore vicinanza a Dio della cosa da amare.

C’è infatti anche un prossimo da odiare per amore di Dio, dice Nostro Signore. “Se qualcuno viene a me e non odia suo padre e sua madre e sua moglie e i suoi figli e i suoi fratelli e le sue sorelle e perfino la sua vita non può essere mio discepolo” (Lc 14, 26). Tali parole non sono dure se si è compreso l’ordine nella carità. Dice San Tommaso “L’amicizia della carità si fonda sulla comunicazione di beatitudine che consiste essenzialmente in Dio come nel primo principio, dal quale deriva in tutti coloro che sono capaci di beatitudine” e continua “quindi principalmente e al massimo grado è Dio che va amato in carità (…) il prossimo in quanto partecipa con noi quella beatitudine che viene da Lui [5]. Quindi quando Gesù Cristo ci dice “se qualcuno non odia suo padre e sua madre…” ci sta dicendo che non è suo discepolo chi ama il prossimo in un ordine che non è quello voluto da Dio e che sarà anche necessario “odiare” il proprio fratello nella misura in cui questi allontana da Dio noi, sé stesso e gli altri. Se una persona mi impedisce l’amore di Dio o il dilatarsi dell’amore di Dio sulla società, debbo odiare quest’aspetto nell’altro, che va combattuto in esso, aspetto che deve almeno essere messo in funzione di non nuocere al bene voluto da Dio, pur continuando per esempio a pregare e ad agire per la conversione di quel fratello. Fratello che è “odiato” nella misura in cui è lontano e ci allontana da Dio, ma che è amato nella misura in cui nulla è perduto e può ancora avvicinarsi a Dio, direbbe San Tommaso “in quanto è ancora capace di beatitudine”. E questa “capacità di beatitudine” detta legge nell’ordine secondo la carità che si fonda sulla minore o maggiore partecipazione all’amore di Dio. L’ordine non è sentimental-passionale, a seconda di quel che incontro - o peggio che la televisione ci vuol far incontrare sullo schermo -, ma è oggettivo. Dice San Tommaso “non è da amare di più quello che è più facile vedere, ma quello che si presenta a noi come da amare”[6]. Ovvero San Tommaso ci sta dicendo che come devo amare maggiormente Dio, anche se non è visibile, che non una persona nella quale m’imbatto per strada e che è molto lontana da Dio, allo stesso modo devo amare maggiormente una persona rispetto ad un'altra perché so che essa è più vicina a Dio.  

Quando ascoltiamo - e tra l’altro con eccessiva frequenza - sulla bocca di eminenti ecclesiastici, frasi come questa:  “Amo davvero il mio prossimo, amo davvero l’immigrato, anche se è musulmano?”, la risposta del cristiano che ha la vera carità e conosce la dottrina è: “sì, ma lo amo per amore di Dio e quindi secondo l’ordine voluto da Dio”. Il che significa che ordino il mio esercizio della carità verso di lui secondo l’amore di Dio. E devo andare al punto da volere per lui tutto il bene possibile fino a quello supremo della sua conversione alla vera fede, perché non bruci eternamente all’inferno e partecipi in atto (e non solo in potenza) di quella beatitudine la quale è - come visto sopra - il fondamento dell’ordine nella carità. Infatti nel vero ordine della carità non si ama il prossimo soltanto perché mio simile o perché ho in simpatia la gente di colore più dei bianchi, ma ciò che rende il prossimo degno d’essere amato più d’un altro e la sua similitudine a Dio[7]. In carità posso - e devo - amare di più un ricco autenticamente virtuoso, che non un povero pieno di malizia, così come mi è più “prossimo” un battezzato benestante che un immigrato musulmano povero. C’è un ordine oggettivo da osservare nell’amore soprannaturale, che tuttavia non esclude, a seconda delle circostanze e se questo è il bene oggettivo, la possibilità d’aiutare materialmente anche quel povero, benché lontano da Dio. Dai da mangiare agli affamati e dai da bere agli assetati, certo, ma secondo un criterio oggettivo, e non mediatico-emozionale e dettato da quelle centrali del mondialismo massonico che prima creano la miseria dei popoli e poi la fanno “sollevare” agli altri.


L’accoglienza indiscriminata non testimonia l’amore di Dio, ma l’amore disordinato per alcune realtà terrene

Aggiungiamo che il disordine nell’accoglienza dei popoli, nel favorire il loro spostamento sregolato, nell’alterare la pacifica convivenza di alcune nazioni, alcune delle quali di tradizione cristiana non è segno di carità. Anzi, è forse proprio uno dei segni che non si cammina nell’amore di Dio.

San Tommaso spiega che l’amore naturale si fonda sulla comunicazione dei beni naturali, e con tale amore non solo si ama Dio più di se stessi, ma si ama ogni creatura secondo quel che essa è, secondo il posto assegnatole da Dio. E tale amore attraversa ogni creatura fino alle stesse pietre perché è un amore che ama l’insieme della Creazione secondo l’ordine voluto da Dio, e tale amore predilige il bene dell’insieme al proprio bene particolare. E ciò vale ancor più nell’amore di carità, secondo il quale l’uomo deve amare di più Dio, che è il bene comune d’ogni cosa, che non se stesso[8].  

Seguendo quindi il ragionamento dell’Aquinate si ama ogni creatura - fino alle pietre - nell’ordine voluto da Dio e si amano quindi i popoli nelle loro terre e con le loro caratteristiche e le loro tradizioni buone, nell’ordine che Dio ha dato distinguendoli. Se si è compreso il discorso, perché sia vero amore, la parte deve amare dapprima il tutto nella sua disposizione delle parti e quindi cercare il proprio bene nella misura in cui tale bene s’integra nel tutto, nella misura in cui il bene della parte concorre al bene del tutto. E’ la parte a doversi “adeguare” al bene comune nel determinare il proprio bene e non è il bene comune che deve essere “rimodellato” in funzione della parte[9].

Ad esempio, in merito al nostro argomento, l’immigrato che arriva e chiede accoglienza non può essere visto solo in un rapporto di bene del singolo soggetto bisognoso, oppure in una visione personalista della relazione fra me che accolgo e lui che mi chiede ospitalità, ma l’opportunità dell’“accoglienza” va valutata secondo una visione di bene comune e soprattutto di bene comune soprannaturale. Le questioni di fede sono quindi basilari poiché - se è vera carità - il primo bene da valutare sarà quello della fede, del bene comune della fede di un popolo e del mondo intero. L’appartenenza ad una religione quindi sarà un criterio importante da valutare nella prospettiva della “carità d’accoglienza”. Proprio perché è in gioco il bene comune soprannaturale che la (vera) carità ha il compito di salvaguardare.
Non solo quindi la prudenza naturale e soprannaturale deve spingere i governanti a limitare l’accesso di chi attacca o indebolisce il bene della fede, ma in una vera prospettiva di bene comune soprannaturale potrebbe anche essere necessario, in talune circostanze, rifiutare completamente l’accesso di taluni stranieri. Anzi si potrebbe aggiungere che sarebbe da valutare attentamente anche l’opportunità d’accesso degli uomini validi cristiani che fuggono, specie se essi stanno scappando da una guerra che invece dovrebbero combattere per il bene comune della loro patria o della fede. Se è il bene comune della fede e della carità che cerchiamo - pur potendo accogliere temporaneamente donne e bambini - dovremmo anche, in certi casi, stimolare gli uomini cristiani validi ed atti alle armi a restare nelle terre cristiane per difenderle e per evitare il restringimento dei confini della Cristianità (o di quel che ne resta). Anche questa è carità, e alcuni coraggiosi Vescovi siriani l’hanno recentemente affermato a gran voce.

Quanto ai musulmani, anche ammesso e non concesso che questa sia un’immigrazione di necessità e non un processo massonico di sostituzione di popoli, è più che lecito frenarne gli arrivi, poiché in quanto seguaci del Corano è ragionevole presumere che ne vogliano l’applicazione, pena il non essere più musulmani. Impossibile comprendere come un loro arrivo massiccio non possa nuocere gravemente al bene soprannaturale della fede e della Chiesa stessa, a maggior ragione se si rinuncia - per assenza di carità - anche a tentare di convertirli alla vera fede. Né si capisce come possa un prelato cattolico - che dovrebbe ben sapere cosa è la carità - predicare l’accoglienza a tutti i costi e rifiutandosi di fare qualsivoglia distinzione, quasi si trattasse d’un dogma rivelato. E ciò anche tenuto conto del fatto che non è necessario avere la fede e la carità per capire quanto sia pericolosa l’immigrazione islamica, al punto che il cardinale Biffi rivolgendosi ai governanti laici diceva al proposito: “Non sono dunque gli uomini di Chiesa, ma gli stati occidentali moderni a dover far bene i loro conti a questo riguardo[10]. Un uomo di Chiesa ha quindi doppiamente il dovere di invitare i governanti a limitare l’immigrazione islamica: in ragione della legge naturale e in ragione della vera carità di Cristo.
Don Stefano Carusi



[1] San Tommaso d’Aquino, De regno, lib. 2, cap. 3: “Nam civitas quae ad sui sustentationem mercationum multitudine indiget, necesse est ut continuum extraneorum convictum patiatur. Extraneorum autem conversatio corrumpit plurimum civium mores, secundum Aristotelis doctrinam in sua politica, quia necesse est evenire ut homines extranei aliis legibus et consuetudinibus enutriti, in multis aliter agant quam sint civium mores, et sic, dum cives exemplo ad agenda similia provocantur, civilis conversatio perturbatur. Rursus: si cives ipsi mercationibus fuerint dediti, pandetur pluribus vitiis aditus”. 
[2] S. Tommaso d’Aquino, S. Th., IIa IIae, q. 26, pr.  “Deinde considerandum est de ordine caritatis. Et circa hoc quaeruntur tredecim”.
[3] Ibidem, a. 1, c. : “Respondeo dicendum quod, sicut philosophus dicit, in V Metaphys., prius et posterius dicitur secundum relationem ad aliquod principium. Ordo autem includit in se aliquem modum prioris et posterioris. Unde oportet quod ubicumque est aliquod principium, sit etiam aliquis ordo. Dictum autem est supra quod dilectio caritatis tendit in Deum sicut in principium beatitudinis, in cuius communicatione amicitia caritatis fundatur. Et ideo oportet quod in his quae ex caritate diliguntur attendatur aliquis ordo, secundum relationem ad primum principium huius dilectionis, quod est Deus”.
[4] S. Tommaso d’Aquino, S. Th., q. 26, a. 1, ad 2. Cfr. anche q. 26, a. 2, ad 3: “Sed tamen non aequaliter habet proximus bonitatem Dei sicut habet ipsam Deus, nam Deus habet ipsam  essentialiter, proximus autem participative”.
[5] Ibidem, q. 26, a. 2, c: “Amicitia autem caritatis fundatur super communicatione beatitudinis, quae consistit essentialiter in Deo sicut in primo principio, a quo derivatur in omnes qui sunt beatitudinis capaces. Et ideo principaliter et maxime Deus est ex caritate diligendus, ipse enim diligitur sicut beatitudinis causa; proximus autem sicut beatitudinem simul nobiscum ab eo participans”.
[6] Ibidem, q. 26, a. 2, ad 1: “non ergo oportet quod illud quod est magis visibile sit magis diligibile, sed quod prius occurrat nobis ad diligendum”.
[7] Ibidem, q. 26, a.2, ad 2 : “Ad secundum dicendum quod similitudo quam habemus ad Deum est prior et causa similitudinis quam habemus ad proximum, ex hoc enim quod participamus a Deo id quod ab ipso etiam proximus habet similes proximo efficimur”.
[8] Ibidem, q. 26, a.3, c. : “Unde multo magis hoc verificatur in amicitia caritatis, quae fundatur super communicatione donorum gratiae. Et ideo ex caritate magis homo debet diligere Deum, qui est bonum commune omnium, quam seipsum, quia beatitudo est in Deo sicut in communi et fontali omnium principio qui beatitudinem partecipare possunt”.
[9] Ibidem, q. 26, a.3, ad 2.
[10] G. Biffi, Intervento dell'arcivescovo di Bologna al Seminario della Fondazione Migrantes, 30 settembre 2000 (http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/7283).

disputationes-theologicae.blogspot.de/2016/12/l-accoglienza-indiscriminata-e-la.html

COME UN CANE RABBIOSO 

    La vicenda del tunisino che ha compiuto la strage di Berlino si presta a molte riflessioni perché esemplare di tutta una tipologia di falsi profughi, giudici dal rilascio facile e di accoglienze sconsiderate anche della Chiesa di Francesco Lamendola  




La vicenda del giovane tunisino che ha compiuto la strage di Berlino e poi è tornato in Italia ed è stato colpito a morte dalla polizia, davanti alla stazione ferroviaria di Sesto San Giovanni, alle porte di Milano, non senza aver tentato di uccidere anche gi agenti che gli avevano chiesto i documenti, si presta a più di qualche riflessione, perché esemplare di tutta una tipologia di falsi profughi, di giudici dal rilascio facile, di politiche buoniste e di accoglienze sconsiderate. E, se vogliamo essere onesti, invece di vantarsi del loro “successo” nell’aver fermato la carriera criminale di quel terrorista, le autorità italiane dovrebbero battersi il petto per la loro pochezza e la loro ignavia durante i quattro anni in cui quel personaggio è entrato e uscita dai centri di accoglienza, che contribuiva a devastare ed incendiare, e dalle prigioni di Stato, nelle quali, pare, è andato a scuola di fanatismo ideologico e si è, come si usa dire, “radicalizzato”. Veniamo a sgozzarvi come maiali, aveva scritto sulla rete, riferendosi ai cristiani, dopo aver aderito all’Isis. E, ai poliziotti che lo avevano fermato, mentre tentava di ucciderli puntando loro contro la pistola, poliziotti bastardi, ha fatto in tempo a gridare, prima di essere abbattuto. Come un cane rognoso. Ora la sua famiglia, dalla Tunisia, fa sapere che vuol conoscere la verità sulla sua morte. Non una parola di scuse, non un cenno di rammarico per quel che ha fatto. No: vogliono sapere la verità. Bisogna che la Polizia italiana si giustifichi, che renda conto del suo operato. Non sono le vittime che hanno diritto alla verità, ma i parenti dell’assassino. Giusto: in un mondo che ha eretto i diritti dell’individuo al di sopra di tutto, bisogna che sia la società ad inchinarsi davanti a qualunque pretesa, a qualunque richiesta, per quanto aberrante.
Anis Amri, ventiquattrenne, era un soggetto pericolosissimo, per usare le parole del questore di Milano; uno che, in carcere, aveva minacciato un altro detenuto, dicendogli: Sei un cristiano, ti taglio la gola. E ha dimostrato che ne sarebbe stato benissimo capace. Del resto, non gl’importava di morire: ciò che gl’importava era di uccidere il maggior numero di persone possibile; ma non di persone qualsiasi, bensì di cristiani. Oltre al povero camionista polacco, che, comunque, pare sia stato anche torturato (e qui si tratterà di vedere quante altre persone hanno collaborato all’azione criminale di Berlino), sono state 12 le vittime della strage al mercatino di Natale nella capitale tedesca, e una cinquantina i feriti. Anche la povera Fabrizia di Lorenzo, come le altre vittime di Berlino, dovrebbero pesare almeno un poco sulla coscienza di quanti, in Italia, lo avevano in mano, e lo hanno lasciato andare. Per buonismo, per garantismo, per sinistrismo, per imbecillità, per distrazione, per incompetenza, difficile dirlo, o forse per tutte queste cose messe insieme. In Italia ci sono troppi giudici pronti e più che ben disposti a rimettere in libertà dei soggetti violenti, imprevedibili, altamente pericolosi, solo perché le leggi forniscono loro un appiglio e soprattutto perché, nella loro ideologia bacata, ritengono che l’individuo, specie se ”povero” e “straniero”, è sempre una vittima del sistema, e bisogna dargli una seconda, una terza, una quarta possibilità, per quanti crimini abbia commesso e per quanto possa essere un rischio per la comunità lasciarlo andare in giro. Tanto, loro non vivono nei quartieri degradati, e non sanno affatto cosa voglia dire vedersi la casa o il negozio forzati e rapinati da quelli che si ostinano a considerarare come tanti sfortunati, fondamentalmente buoni, resi cattivi dalla società (ah, Rousseau, Rousseau, quanti danni ha fatto, e continua a fare, la tua pessima filosofia!).
Del resto, la vicenda di Anis Amri è pienamente rappresentativa di quello che possiamo ormai definire il sistema europeo, e italianoin particolare, di autodistruzione della propria sovranità e della sicurezza dei suoi cittadini, ossia di auto-invasione e di auto-dissoluzione, perfino con la volonterosa collaborazione delle Forze amate – nel nostro caso, la Marina - le quali, invece di salvaguardare le frontiere e bloccare l’acceso a chiunque non sia legalmente a posto (altro discorso è quello del soccorso in mare, che nessuno vuol negare), si prodigano, a spese del contribuente e con personale sacrificio e rischio del personale militare, per importare più clandestini possibile, andandoli a prendere fin sulle coste della Libia e portandoli comodamente a casa – a casa nostra, fino a prova contraria, e non a casa loro – dove saranno alloggiati in alberghi a tre  stelle, e, se i padroni non si mostreranno d’accordo, anche a costo di requisirli. Il papa Francesco ha dato il “buon” esempio, andando nel campo di prima accoglienza sull’isola greca di Lesbo, a incoraggiare nuove ondate di profughi/invasori e portandosene a casa, sul suo aereo personale, una dozzina: tutti rigorosamente islamici, anche se fra i veri profughi di Lesbo, provenienti dalla Turchia, ci sono non pochi cristiani, in fuga dalla Siria devastata dalle milizie dell’Isis, loro sì in pericolo di vita. E quando diciamo che se li è portati a casa, raccomandando a tutti, e perfino prescrivendo, il dovere dell’accoglienza illimitata, non intendiamo dire “a casa sua”: infatti non se li è portati in Vaticano, oltre le Mura Leonine (a proposito di muri e di frontiere che devono essere abbattuti, come gli piace dire così spesso…), no: li ha portati in Italia, cioè a casa nostra. A nostre spese, e a nostro rischio e pericolo: non suo.
In Tunisia non c’è, e non c’è mai stata, alcuna guerra, alcuna carestia, alcuna emergenza umanitaria. Un cittadino tunisino che arriva in Italia da clandestino dovrebbe essere respinto ipso facto, perché qualunque domanda mirante a ottenere lo status di profugo non potrà essere che una menzogna e una presa in giro nei confronti del nostro governo e dei nostri cittadini. O forse peggio: potrebbe essere, come nel caso di cui stiamo parlando, un espediente per sottrarsi alla giustizia di quel Paese: purtroppo si è sparsa la voce che in Italia le autorità sono disposte a chiudere un occhio, e anche tutti e due, sulla fedina penale dei sedicenti profughi, per cui il fior fiore dei delinquenti, già condannati nei loro rispettivi Paesi, evadono dalle carceri e si riversano sulle spiagge del Bel Paese, certi – e quasi mai a torto - di trovare un’accoglienza più che comprensiva, e, mal che vada, un trattamento carcerario di un genere quale mai potrebbero sognarsi, nei loro Paesi di origine: diciamo pure più simile, anch’esso, a un trattamento alberghiero che a una condizione detentiva. Senza contare che, fra permessi premio, buona condotta, amnistie e condoni vari, si tratta quasi sempre di soggiorni estremamente brevi, rispetto alla gravitò dei reati commessi. Perché un delinquente che scappa dalle carceri della Tunisia, del Marocco, della Somalia o del Pakistan, non viene in Italia per redimersi o per fare opere di beneficenza: viene in Italia per continuare a delinquere, come prima e peggio di prima, visto che, in proporzione, le prede sono decisamente più appetitose, e anche la probabilità di farla franca è considerevolmente più alta.
Di tunisini come lui, a suo tempo, ne abbiamo vista una sequela infinita, dopo la grande bidonata delle cosiddette primavere arabe. Era il 2011. Qualcuno, a meno che non sia uno smemorato di professione, se li ricorderà: tutti giovanotti sui vent’anni, sani, robusti e baldanzosi, pieni di ormoni; tutti ben vestiti e indossanti giubbotti di cuoio per stare caldi durante la breve traversata in gommone: erano i profughi griffati, per niente denutriti, per niente in fuga da qualche pericolo o da qualche calamità, semplicemente desiderosi di cambiar vita e di trovare il loro Eldorado in Europa. Anzi, non semplicemente desiderosi: tutti ben decisi a pretendere di trovarlo. Le interviste che rilasciavano ai giornalisti non consentivano di avere dei dubbi: Io voglio venire in Italia; e se mi respingeranno una volta, ritornerò una seconda, una terza, finché non ce la farò. Quando sbarcavano, infatti, sorridevano alle macchine da presa e alzavano la mano, mostrando l’indice e il medio nel segno della vittoria. Vittoria su chi, contro chi, in quale guerra? Noi non volevamo capirlo, non volevamo vederlo, ma era la guerra ch’essi stavano conducendo contro di noi, contro la sovranità dell’Europa, contro l’identità dell’Europa: per islamizzare e conquistare l’Europa, con il peso del loro numero e del loro tasso d’incremento demografico. Loro e quelli che sarebbero venuti dopo, e che, infatti, continuano a venire, ogni primavera, ogni estate, ogni autunno e ogni inverno, senza interruzione, tranne nei pochi giorni di mare decisamente mosso o burrascoso. Una invasione programmata e finanziata dai sauditi e dagli emirati arabi di fede wahabita, che solo i nostri politici, insulsi o traditori, possono seguitare a chiamare “emergenza”, senza sentirsi scottare la lingua, con le loro perfette facce di bronzo. Una emergenza che dura da due o tre decenni, senza un giorno di pausa, Natale e Pasqua compresi. Fallita la conquista armata, a Lepanto e sotto le mura di Vienna, ora i popoli islamici stanno attuando, con successo, e senza spargimento di sangue (per ora; ma non proprio del tutto: come si è visto a Madrid, a Parigi, a Nizza, a Berlino, eccetera) ciò che non sono stati capaci di fare con le armi. Stanno conquistando l’Europa con la fertilità delle loro donne, come il presidente algerino Boumedienne aveva detto all’assemblea delle Nazioni Unite: Conquisteremo l’Europa con il ventre delle nostre donne. Dopo i giovanotti baldanzosi e ben nutriti, infatti, arrivano le famiglie, le fidanzate, le spose, i figli; arrivano i parenti; arriverà lo ius soli, la cittadinanza d’ufficio per diritto di nascita, caldeggiato da ministri di colore, come la signora Cécile Kienge, di origine congolese (arrivata in Italia, lei s, come clandestina, cioè in modo irregolare): la quale, infatti, ha pensato bene di portarsi dietro parte dei suoi 38 fratelli e sorelle, una delle quali, denunciata per violenze contro la persona, ha dichiarato: Posso fare quel che voglio, ho le spalle coperte da mia sorella, che è in Parlamento.
Resta la scia di sangue al mercatino natalizio di Berlino: i corpi delle vittime erano ridotti in condizioni tali che nemmeno i familiari li potevano riconoscere con certezza; è stato necessario analizzare il loro Dna. E resta il cadavere di quel giovanotto tunisino, subito soccorso con l’autoambulanza, sempre a nostre spese, dopo che aveva tentato di compiere l’ultimo omicidio: quello del poliziotto che lo aveva fermato (e che infatti si trova ricoverato in ospedale, seriamente ferito, e che l’ha scampata per miracolo). Tale è la differenza di civiltà fra l’Europa e codesti cani rabbiosi, che cercano la morte dei cani rabbiosi, e che bisogna abbattere come se fossero idrofobi, perché non hanno più nulla di umano, sono completamente invasati dallo spirito della distruzione, il tutto in nome di Allah. La cosa dovrebbe far riflettere gl’inveterati campioni del cosiddetto multiculturalismo e anche quelli della cosiddetta integrazione. Ma quale integrazione sarà mai possibile, da parte di persone che non solo non rispettano, né, tanto meno, amano la civiltà europea, ma la odiano fino alla terza e alla quarta generazione d’immigrati, e non sognano che di distruggerla, di conquistarla, e di sterminare o sottomettere i suoi abitanti? E di quale multiculturalismo parlano? Non sanno, o fingono di non sapere, che il primo genocidio della storia contemporanea è stato quello degli Armeni, popolo cristiano vivente da sempre nelle regioni dell’Asia  Minore, da pare del primo governo nazionalista islamico, quello dei Giovani Turchi, che prese il controllo dell’Impero ottomano nel 1908, e che appena sette anni dopo pianificava e attuava la politica del genocidio? Hitler ha imparato da loro: ha citato il caso degli Armeni proprio come esempio da manuale, mentre si accingeva a compiere il suo genocidio. Non è vero che l’Europa ha esportato nel mondo tutto il male possibile, e adesso ne paga le conseguenze; è vero anche il contrario, cioè che lo ha importato.
Siamo in guerra, ma la nostra classe politica non vuole ammetterlo. Purtroppo, le guerre non aspettano che chi ne è vittima ne prenda atto: seguono il loro corso, cioè proseguono fino a quando chi le ha volute e scatenate non ritiene d’aver raggiunto i suoi obiettivi, oppure finché non viene fermato e sconfitto. Pertanto, se l’Europa ha deciso di non difendersi, anzi, di non riconoscere neppure di essere sotto attacco, peggio per lei: non sarà certo questo a fermare i suoi nemici; al contrario, li renderà sempre più aggressivi, sempre più determinati. Non capita spesso di aver a che fare con un aggredito che non vuol ammettere di essere tale, e che non prende le necessarie misure nei confronti dell’aggressore. Il nostro buonismo e la nostra esasperata cultura dei diritti ci si stanno ritorcendo contro: siamo vittime del nostro stesso nichilismo. Abbiamo deciso di suicidarci e di render le cose estremamente facili ai nostri carnefici.  Forse i popoli non la pensano così, ma i loro governanti non li ascoltano, semmai li rimproverano perché non sono abbastanza “civili”, “tolleranti” e “compassionevoli”; nel caso dei cristiani, perché non sono abbastanza “ospitali, “accoglienti” e “amorevoli”. Prefetti e vescovi sono uniti nel prender fermamente posizione contro i propri concittadini e contro propri correligionari, a favore degli invasori.
Umanamente e cristianamente parlando, anche il cadavere del giovane Anis Amri ci lascia pensosi. È un tragico mistero il perché delle anime siano a tal punto possedute dall’odio, da disprezzare così la vita umana, propria ed altrui. E dispiace sempre vedere una giovane vita spezzata. Dio, che legge nei cuori, conosce il mistero; noi no. Noi possiamo solo prendere atto che la minaccia incombe su di noi ed esige una risposta adeguata. Se non vogliamo farlo per noi, dobbiamo farlo per i nostri figli...

Come un cane rabbioso

di Francesco Lamendola

La profezia di Blondet: trovato il passaporto, lo uccideranno


Due poliziotti in mondovisione (nomi e cognomi, persiono le foto), uno di loro è ferito. E a terra, nella notte, a Sesto San Giovanni, un giovane tunisino: Anis Amri. «Era lui il killer di Berlino?», si domanda Massimo Mazzucco su “Luogo Comune”. «Vedete? Anche la polizia e i servizi tedeschi imparano presto», scriveva giorni fa Maurizio Blondet. «Prima si lasciano scappare il terrorista della strage di Natale; ma il giorno dopo, guardando meglio, scoprono che – come tutti i terroristi islamici – ha lasciato nel vano porta-oggetti  il suo documento di prolungamento della permanenza in Germania, che è praticamente la prova  della sua identità». Lo ha fatto uno dei fratelli Kouachi dopo aver sparato a quelli di Charlie Hebdo. E lo stragista di Nizza, Lahouaiej-Bouhlel? «Anche lui, prima di lanciarsi nella folle corsa omicida e suicida, pone in bella vista patente di guida, carta d’identità, telefonino, persino carte di  credito». Ricorda la storia, semre uguale, dei documenti dei “terroristi” emersi tra le macerie dell’11 Settembre, in mezzo all’apocalisse. «Da allora, è una certezza per gli investigatori: cercate bene  sui sedili, sotto la cenere, nella guantiera, e smetterete di brancolare nel buio». Un copione: diffondere ai media l’identità del “mostro” da braccare. Se intercettato, «invariabilmente risponde al fuoco gridando “Allah Akhbar!”. Sicchè non ne vien preso vivo uno. Succederà, possiamo profetizzarlo, anche al “tunisino “ identificato dalla polizia tedesca».
Queste righe, Blondet le scriveva il 21 dicembre, cioè quasi due giorni prima l’evento sanguinoso di Milano, che ha fatto il giro del mondo. «Ma com’è che ora si pubblica, oltre al nome e cognome, anche la fotografia del poliziotto che ha appena ucciso un terrorista?», si domanda Francesco Santoianni. «Una ipotesi: Marco Minniti – da tempo immemorabile tutor dei servizi segreti e ora anche ministro dell’interno – si era reso conto che la morte di Anis Amri – identificato come il responsabile della strage con il Tir a Berlino grazie ad un ennesimo documento di identità, miracolosamente ritrovato dopo 24 ore – per mano di un ignoto avrebbe legittimato in tutta l’opinione pubblica i sospetti che Anis Amri non fosse altro che un Patsy», cioè un capro espiatorio, paragonabile a Lee Harvey Oswald, l’apparente killer di John Kennedy. «Poliziotto – continua Santoianni, in un post ripreso da “Come Don Chisciotte” – al quale auguriamo che – dopo il nome, la fotografia, l’account Facebook – non venga pubblicato anche il suo indirizzo di casa». Se le “stranezze” abbondano, irrompe l’inevitabile corredo di dietrologie: Federico Dezzani si spinge a ipotizzare «un assist anglomericano all’Italia, ai danni della Germania», contraria alla nazionalizzazione di Mps, “punita” ora con la dimostrazione di efficienza della polizia italiana, che dimostrerebbe l’inadeguatezza di quella tedesca.
«Poca gloria, ma in compenso molte domande», sintetizza “Piotr” su “Megachip”: «Come sapevano che era proprio questo tizio alla guida del camion che ha fatto strage a Berlino? Semplice. Come al solito, hanno trovato – toh, guarda – un suo documento nella cabina del camion, sotto il sedile. Come mai allora l’efficientissima polizia tedesca aveva arrestato un pakistano che non c’entrava nulla? Ci hanno messo veramente un giorno a trovare un documento sotto il sedile dell’arma del crimine? Ma va là». La sequenza, sottolinea “Megachip”, si ripete con un cliché incredibilmente monotono: prima un attentato “imprevisto”, poi il ritrovamento dei documenti degli attentatori sul luogo del crimine, quindi la dichiarazione che l’attentatore era già sospettato, magari sotto sorveglianza (però l’attentato lo riesce a fare lo stesso, invariabilmente). Quindi scatta la caccia all’uomo. Finale: «Conflitto a fuoco e uccisione del sospetto. Niente cattura e interrogatorio. Nemmeno per Osama bin Laden». Identica sceneggiatura: «Qualcuno sta usando sempre lo stesso canovaccio. Non chiedetemi chi. Non ho le prove», ammette “Piotr”. L’importante, conclude, è vedere che la narrazione ufficiale «non sta in piedi, ed è diventata mortalmente noiosa». Intanto, «gli innocenti continuano ad essere ammazzati, per la gloria di poche élite, pronte a scatenare tutte le loro speculazioni politiche e gli stati di emergenza sull’onda di una campagna di terrore e tensione».
Due poliziotti in mondovisione (nomi e cognomi, persiono le foto), uno di loro è ferito. E a terra, nella notte, a Sesto San Giovanni, un giovane tunisino: Anis Amri. «Era lui il killer di Berlino?», si domanda Massimo Mazzucco su “Luogo Comune”. «Vedete? Anche la polizia e i servizi tedeschi imparano presto», scriveva giorni fa Maurizio Blondet. «Prima si lasciano scappare il terrorista della strage di Natale; ma il giorno dopo, guardando meglio, scoprono che – come tutti i terroristi islamici – ha lasciato nel vano porta-oggetti  il suo documento di prolungamento della permanenza in Germania, che è praticamente la prova  della sua identità». Lo ha fatto uno dei fratelli Kouachi dopo aver sparato a quelli di Charlie Hebdo. E lo stragista di Nizza, Lahouaiej-Bouhlel? «Anche lui, prima di lanciarsi nella folle corsa omicida e suicida, pone in bella vista patente di guida, carta d’identità, telefonino, persino carte di  credito». Ricorda la storia, semre uguale, dei documenti dei “terroristi” emersi tra le macerie dell’11 Settembre, in mezzo all’apocalisse. «Da allora, è una certezza per gli investigatori: cercate bene  sui sedili, sotto la cenere, nella guantiera, e smetterete di brancolare nel buio». Un copione: diffondere ai media l’identità del “mostro” da braccare. Se intercettato, «invariabilmente risponde al fuoco gridando “Allah Akhbar!”. Sicchè non ne vien preso vivo uno. Succederà, possiamo profetizzarlo, anche al “tunisino “ identificato dalla polizia tedesca».
Queste righe, Blondet le scriveva il 21 dicembre, cioè quasi due giorni prima l’evento sanguinoso di Milano, che ha fatto il giro del mondo. «Ma com’è che ora si pubblica, oltre al nome e cognome, anche la fotografia del poliziotto che ha appena ucciso un Anis Amriterrorista?», si domanda Francesco Santoianni. «Una ipotesi: Marco Minniti – da tempo immemorabile tutor dei servizi segreti e ora anche ministro dell’interno – si era reso conto che la morte di Anis Amri – identificato come il responsabile della strage con il Tir a Berlino grazie ad un ennesimo documento di identità, miracolosamente ritrovato dopo 24 ore – per mano di un ignoto avrebbe legittimato in tutta l’opinione pubblica i sospetti che Anis Amri non fosse altro che un Patsy», cioè un capro espiatorio, paragonabile a Lee Harvey Oswald, l’apparente killer di John Kennedy. «Poliziotto – continua Santoianni, in un post ripreso da “Come Don Chisciotte” – al quale auguriamo che – dopo il nome, la fotografia, l’account Facebook – non venga pubblicato anche il suo indirizzo di casa». Se le “stranezze” abbondano, irrompe l’inevitabile corredo di dietrologie: Federico Dezzani si spinge a ipotizzare «un assist anglomericano all’Italia, ai danni della Germania», contraria alla nazionalizzazione di Mps, “punita” ora con la dimostrazione di efficienza della polizia italiana, che comproverebbe l’inadeguatezza di quella tedesca.
«Poca gloria, ma in compenso molte domande», sintetizza “Piotr” su “Megachip”: «Come sapevano che era proprio questo tizio alla guida del camion che ha fatto strage a Berlino? Semplice. Come al solito, hanno trovato – toh, guarda – un suo documento nella cabina del camion, sotto il sedile. Come mai allora l’efficientissima polizia tedesca aveva arrestato un pakistano che non c’entrava nulla? Ci hanno messo veramente un giorno a trovare un documento sotto il sedile dell’arma del crimine? Ma va là». La sequenza, sottolinea “Megachip”, si ripete con un cliché incredibilmente monotono: prima un attentato “imprevisto”, poi il ritrovamento dei documenti degli attentatori sul luogo del crimine, quindi la dichiarazione che l’attentatore era già sospettato, magari sotto sorveglianza (però l’attentato lo riesce a fare lo stesso, invariabilmente). Quindi scatta la caccia all’uomo. Finale: «Conflitto a fuoco e uccisione del sospetto. Niente cattura e interrogatorio. Nemmeno per Osama bin Laden». Identica sceneggiatura: «Qualcuno sta usando sempre lo stesso canovaccio. Non chiedetemi chi. Non ho le prove», ammette “Piotr”. L’importante, conclude, è vedere che la narrazione ufficiale «non sta in piedi, ed è diventata mortalmente noiosa». Intanto, «gli innocenti continuano ad essere ammazzati, per la gloria di poche élite, pronte a scatenare tutte le loro speculazioni politiche e gli stati di emergenza sull’onda di una campagna di terrore e tensione».

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