ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 15 dicembre 2016

Per Ipsum, cum Ipso et in Ipso

Noi facciamo...Dio sa e vede tutto


Mi sono giunte non poche e-mail di fedeli che lamentano quanto sia difficile oggigiorno trovare persone di cui ci si possa fidare e con le quali sia possibile condividere un percorso di fede.
Tutto ciò è vero, verissimo: non è per nulla facile fare gruppo, riunirsi, persino aiutarsi vicendevolmente.
Per non citare poi che la fedeltà alla parola data (o agli impegni presi) è merce rara. A volte si assiste attoniti a comportamenti e atteggiamenti davvero difficili da comprendere: nelle comunità legate alla Tradizione (cioè di coloro che frequentano regolarmente la Santa Messa tridentina), questi sono piccoli scandali.
Sarà che il mondo è sempre più maligno e il puzzo velenoso che produce è giocoforza respirato da chiunque: nella società, come nella Chiesa, tutto si degrada giorno dopo giorno. È la conseguenza di una crisi spirituale spaventosa che paralizza tutto: annebbia le menti e soprattutto corrompe i cuori.
Oppure sarà che l'uomo non è immacolato e che tutta l'opera umana è necessariamente imperfetta, segnata e ferita dalle conseguenze del peccato originale: l'uomo delude, e non può che deludere, poiché è limitato. In altre parole, non di rado l'uomo ha a che fare con le proprie fragilità, con le conseguenze del caso...

Sarà infine anche il serpeggiare di un certo pessimismo, che paralizza, dispera e fa disperare tutti: si decide così di vivere a riccio, ripiegati su se stessi, forse anche in una sorta di apatia, nell'attesa dell'imminente catastrofe. 
Tutto ciò non deve scoraggiare e tanto meno indurre a gettare alle ortiche le proprie fatiche e il proprio impegno.
San Tommaso Moro pregava dicendo: “Signore, che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, che io possa avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare, che io possa avere soprattutto l'intelligenza di saperle distinguere”.
Padre Pio, per bocca del suo figlio spirituale don Attilio Regolo, consigliava: “Parla meno che puoi con gli uomini, parla più che puoi con Dio”.
In altri termini il cattolico sa bene che il proprio dovere è migliorare in primis se stesso, incurante del giudizio degli altri, non prestando il fianco alle incomprensioni, ai rifiuti, alle critiche (e talvolta anche al male) ricevuti ma sorvolando, agendo come dettato dalla Sana Dottrina, facendo della sincerità e della trasparenza il proprio stile di vita, sebbene ciò possa apparire agli occhi dei più “furbi” un modus vivendi poco redditizio o inopportuno.
Gesù stesso ci ha lasciato un preciso insegnamento: “Siate semplici come colombe, prudenti come serpenti” (Mt10, 16). Ciò significa mostrarsi per quello che si è, orientando il proprio agire da sincere intenzioni che spingono lo sguardo verso l'Alto. Parlare poco, pregare tanto: sono i consigli di San Pio da Pietrelcina
Vi è poi un rischio da evitare: dedicarsi quasi esclusivamente ad esaminare e denunciare il male degli altri in tutti i suoi modi, si finisce per non accorgersi di diventare prigionieri del pensiero di questo male e non poter più fare qualcosa d'altro. Così questi tali distruggono se stessi, perché in ciò che fanno, anche di apparentemente buono, viene a mancare la retta intenzione, e allora tutto va a morire... Travisano il vero combattimento (che è soprattutto combattimento contro se stessi); si compiaciono di ciò che fanno, reputandosi bravi solo loro: ostentano un'umiltà che in realtà non possiedono.
Non possiamo permetterci di rallentare il nostro cammino; ci sono cose ben più urgenti che perdere tempo nel costatare fino a che punto è in grado di palesarsi la pochezza interiore di certuni.
La preoccupazione non deve essere che una sola: resistere al male imperante, che è subdolo e spesso si cela nelle pieghe della fragilità umana, custodire la Tradizione per servire la Chiesa, conservare e difendere la Fede per salvare l'anima nostra e quelle di coloro alle quali la Provvidenza ci ha legati. “Sappi - disse Gesù a Santa Faustina Kowalska - che sforzandoti alla tua perfezione, santificherai molte altre anime. Se non cerchi la santità, invece, anche altre anime rimarranno nella loro imperfezione. Sappi che la loro santità dipende dalla tua e che gran parte della responsabilità in questo campo ricadrà sopra di te. Non impaurirti: basta che tu sia fedele alla mia grazia.” 
Dunque, umanamente, sebbene possiamo avere tutte le ragioni per scoraggiarci, ne abbiamo di più numerose per radicare la nostra vita nella speranza, perché nemmeno il sentimento più nascosto nel cuore di ciascuno sfugge allo sguardo di Dio. E così pure ogni fatica, ogni lacrima, ogni pur piccola sofferenza sappiamo che non sono disperse né mai lo saranno.
È vero anche che la speranza è forse la virtù più difficile da serbare: molto più facile è vivere come la massa, in un ottimismo irreale e sentimentale che vuole credere che tutto vada per il meglio. Oppure è anche facile cadere nell'eccesso opposto: sprofondare nel pessimismo teorico che genera disperazione e null'altro...
L'atteggiamento giusto è un realismo senza illusione, ma anche senza compiacenza nella continua considerazione del male. Siamo consapevoli che la vita è un combattimento continuo, per dare testimonianza della Verità, l'unica nostra salvezza, per restaurare tutte le cose in Cristo.
Papa San Pio X spiegava: “restaurare tutto in Cristo; cioè far sì che tutti gli uomini, se potessero, ma specialmente tutti i cristiani vivano conforme alla fede professata nell'osservanza della legge cristiana. […] Questa restaurazione di tutte le cose in Cristo, dobbiamo anzitutto cercarla in noi stessi; noi dobbiamo far sì di vivere della stessa vita di Gesù Cristo con la santità dei costumi e la vivezza della fede, allontanando da noi tutto ciò che può dispiacere al cuore del nostro Redentore”. 
Scriveva il filosofo Marcel de Corte nell' Incarnation de l'homme: “Conviene dunque distinguere nettamente tra un pessimismo teorico che, astraendo l'uomo dalle condizioni dell'esistenza concreta, lo considera come essenzialmente pervertito, e un pessimismo pratico che sa quel che l'uomo vale in quella circostanza storica determinata.
Affermare che il male è presente all'uomo in ogni momento dell'evoluzione dell'umanità, che in certe epoche spaventosamente privilegiate si può prevedere l'orientamento che il male prenderà, tanto le sue tracce sono visibili, e affermare che l'ottimismo teorico, invece di imbrigliare i misfatti, dà loro una maggiore estensione, sono cose banali per chi ha esperienza della vita.
Ma questa verità banale comporta una grave lezione: la vita umana è una tragedia; tragedia della disfatta e dell'abbandono alla potenza del male; tragedia di una vittoria su di esse che non può conservarsi, di fronte ad un male sempre incalzante, se non a costo di una continua vigilanza”.
Proprio così: una continua vigilanza...  

Stefano Arnoldi