ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 6 gennaio 2017

Alle frontiere dell'ecumenismo

L'ultima resa all'invasione: in chiesa si prega Maometto

All'aeroporto di Malpensa la cappella della Madonna di Loreto diventa per metà moschea. E sale la rabbia
Alle frontiere dell'ecumenismo. I tappeti per pregare Allah a pochi passi dall'altare. Sul pavimento che guarda il Crocifisso.


Accade a Malpensa, aeroporto che mette in contatto mondi lontani e frulla uomini e tradizioni. Ma forse fin qui non si era mai arrivati: i fedeli invocano il proprio Dio gomito a gomito, il tutto nello spazio sacro dedicato alla Madonna di Loreto, da sempre protettrice di chi vola. La chiesa che si fa moschea. Almeno un po'.
Don Ruggero Camagni, cappellano da 11 anni, vola anche lui alto e non vede alcun problema: «Mi hanno posto la questione. Loro non avevano luoghi di culto dentro Malpensa, mi hanno chiesto una mano. Il cristiano è portato a condividere: se ha tre stanze, si stringerà per dare un tetto a chi non ce l'ha, così è per la preghiera». Dialogo & identità. Temi che spaccano la cultura contemporanea; don Ruggero, cortesissimo, va oltre: «Siamo fratelli, tutti fratelli, è bello pregare insieme». Lì, in quella chiesa nata con Malpensa 2000, al secondo piano del terminal 1, zona partenze. Molti turisti la conoscono, qualcuno si è rifugiato a meditare su quei banchi prima di intraprendere un viaggio o un pellegrinaggio. E qualcuno storce il naso: «Ormai siamo al relativismo, alla disfatta, alla confusione planetaria». Altri si stringono nelle spalle: «É un gesto coraggioso di apertura e carità in un mondo globalizzato». Il cappellano punge: «Pregano più loro dei nostri. I musulmani frequentano la cappella più dei cristiani. Anche se lo fanno secondo i loro ritmi, individualmente».
Alle quattro del pomeriggio di un giorno sonnacchioso, infilato nel calendario fra una festa e l'altra, nel tempio non c'è nessuno. Solo silenzio e vuoto. Per la verità i due tappeti adagiati quasi all'ingresso non sono l'unico richiamo a Maometto. C'è anche una lampada, collocata su un tavolino ed esposta fra le encicliche di papa Francesco, i rosari e i santini del Sacro Cuore. Se si gira un piccolo interruttore, l'oggetto si illumina e parte una voce salmodiante in arabo. Di che si tratta? «É una sorta di jingle del Ramadan - risponde sorridente l'impiegato di una compagnia mediorientale - si ascoltano formule augurali, un po' l'equivalente del vostro Natale». E col dito il tecnico indica le linee dell'edificio disegnato all'interno del manufatto: «É la moschea di La Mecca». Meta irrinunciabile almeno una volta nella vita per ogni buon musulmano. Per don Ruggero anche questo frammento di Islam atterrato in mezzo a quella che una volta si chiamava la buona stampa non è un meteorite lontano: «Me l'hanno lasciato, l'ho piazzato in quel punto. Dove è lo scandalo?» É tutto semplice, forse fin troppo per il sacerdote. E la storia sembra capovolta, in un ribaltamento vertiginoso di prospettive. Secondo la tradizione, il culto di Loreto nasce in un momento delicatissimo: nel 1291 quando i Crociati vengono buttati a mare definitivamente e il regno Latino di Gerusalemme viene conquistato dagli Infedeli, la casa della Sacra famiglia di Nazareth viene trasportata dagli angeli in Italia. Appunto a Loreto. Insomma, il miracolo è portare l'Oriente, sottratto alla nostra civiltà, in Occidente. Oggi, sette secoli dopo, l'Occidente sembra smarrire sempre più l'abc della propria grammatica, gioca a rimpiattino, maschera il proprio Dna, e fa del dialogo il proprio credo.
A Malpensa i confini sono saltati. Negli anni scorsi alcuni musulmani che lavorano in aeroporto si erano lamentati per l'assenza di spazi consacrati alla preghiera secondo le regole dettate dal Profeta. Un paio di compagnie si sono attrezzate ricavando sale per il culto dentro lounge sontuose. Ma non basta: «Siamo in attesa di una sala ecumenica - racconta don Ruggero - ma al momento non c'è e ci dobbiamo arrangiare. Per questo ho dato volentieri l'ok all'accesso dei musulmani nella nostra cappella». Altro che muri, scontro di civiltà e visioni apocalittiche. A Malpensa siamo alla religiosità color arcobaleno. «Ma in questo modo - obietta un fedele che non nasconde la sua indignazione - tutto diventa uguale in un grande minestrone che mette insieme Cristo e Maometto». Il rispetto non va confuso con l'indifferenza o, peggio, con una sorta di complesso di inferiorità. «E poi - è il commento più gettonato - sarebbe impensabile il contrario: un posticino per i cristiani dentro una moschea». Don Ruggero non si scompone: va avanti. E abbraccia l'Islam. Anche se per molti il suo è solo un inchino. E il segno dei tempi sempre più cupi che viviamo.
 Ven, 06/01/2017 



VIENI AD ABORTIRE A CASA MIA?

    Il disprezzo delle regole: come per Sandrine Bakayoko si sussurra che nel centro di Cona e anche in altri centri le donne che hanno abortito si contano a decine. Tutto questo non è solo sbagliato e immorale; è folle di Francesco Lamendola  



Sandrine Bakayoko, la venticinquenne ivoriana morta per una trombosi, il 2 gennaio 2017, nel Centro di accoglienza di Cona, nel veneziano, aveva abortito un mese prima: la notizia è stata data ufficialmente all’agenzia Ansa dal sindaco della cittadina, Roberto Panfilio, che afferma di averla avuta, a sua volta, da una fonte  attendibile, collegata ad una autorità pubblica. La donna era stata regolarmente seguita dai medici per tutto l’iter abortivo. Poiché era arrivata alla fine di agosto, se ne deduce che è rimasta incinta dopo l’arrivo in Italia e che, pertanto, ha usufruito della Sanità pubblica del nostro Paese, ovviamente a spese del contribuente italiano, per sottoporsi ad una interruzione volontaria di gravidanza, come garantito dalle nostre leggi – la “famosa” legge 194 del 1978, sancita da un referendum popolare – alle cittadine che ne facciano richiesta.
Solo che la ragazza ivoriana non era affatto una cittadina italiana. Era una immigrata clandestina che, come gli altri circa 1.400 africani presenti nel Centro, chiedeva l’accoglienza come profuga; ma che, con quasi assoluta certezza, e proprio come tutti gli altri, profuga non lo era. Né in Costa d’Avorio, infatti, né in Nigeria, l’altro Paese da cui provengono quasi tutti gli ospiti di Cona, sono in atto delle guerre o delle emergenze umanitarie. Si tratta, perciò, puramente e semplicemente, di quelli che, nel linguaggio del politically correct, vengono chiamati “migranti economici”, e che, nel linguaggio della realtà, bisognerebbe invece chiamare invasori, nonché simulatori, quando non si tratta di veri e propri criminali - come il tunisino Anis Amri -, i quali, sovente, hanno già dei precedenti penali nei loro Paesi d’origine, e vengono in Italia con la precisa intenzione di delinquere, spacciando droga, rapinando le case o favorendo la prostituzione; posto che non si tratti di terroristi intenzionati a compiere attentati contro i “crociati”, ossia gl’inconsapevoli cittadini delle nazioni che li ospitano, donne e bambini inclusi.
Ora si sussurra che, nel centro di Cona, e, verosimilmente, anche in chissà quanti altri centri di accoglienza, le donne che hanno abortito, o chiesto di abortire, si contano a decine: ma tutto in silenzio, con molta discrezione, per rispetto della privacy. È bello che ci si preoccupi della privacy delle persone; peccato che, ripetiamo, qui non si tratti di cittadini italiani, né di persone che si trovano affette da patologie, o vittime d’incidenti, alle quali non si nega di sicuro l’assistenza sanitaria, in uno Stato civile, anche se il loro status di richiedenti asilo è tutto da accertare e anche se, comunque, non si tratta di cittadini regolari, aventi diritti e doveri precisi, come tutti gli altri, ma di persone dallo status ancora incerto, fluido, e che si muovono in un Limbo dai confini quanti mai sfuggenti. No, qui si tratta di donne e di ragazze (nell’Africa nera, una ragazza di venticinque anni è considerata da tutti più che matura per avere dei figli, a differenza che nella attuale società europea) che spontaneamente hanno deciso di abortire, dopo essere rimaste incinte.
È un problema del quale non si parla mai, eppure esiste. Vi sono donne che arrivano già incinte, dal primo al nono mese di gravidanza, sui barconi che traversano precariamente le acque del Mediterraneo e sbarcano a Lampedusa, o sulle spiagge della Sicilia; e ve ne sono altre che restano incinte proprio nei centri di accoglienza, specialmente se esiste una grande promiscuità nelle sistemazioni, il che è inevitabile in un centro di accoglienza che ospita centinaia o migliaia di persone. E un altro problema, del quale non si parla mai, è quello che riguarda il modo in cui avvengono queste gravidanze: perché esistono molte possibili sfumature fra l’attività sessuale del tutto libera e volontaria, e l’autentica violenza sessuale, cosa possibile, se non probabile, in un centro di accoglienza che ospita una proporzione squilibrata di uomini e donne, ove queste ultime sono solo una piccolissima minoranza, continuamente osservata, frequentata e desiderata da un gran  numero di maschi, quasi sempre giovani, sani e pieni di ormoni. Ora, pare che questo possa essere stato proprio il caso di Sandrine Bakayoko, la quale era giunta a Cona insieme al marito, ma poi aveva dovuto adattarsi, come le altre donne, a una scomodissima coabitazione con una schiacciante maggioranza di compagni di sesso maschile. Insomma, forse aveva deciso di abortire perché aveva subito violenza, o, comunque, perché il figlio in arrivo non era del suo uomo.
È molto sgradevole, per chiunque, parlare di simili cose; eppure, davanti alle voci appena sussurrate e al silenzio generale, e interessato, dei media, come sempre preoccupati di non apparire razzisti o maschilisti, e come sempre timorosi di offendere o irritare gli ospiti dei centri di accoglienza, invece di evidenziare l’inciviltà e la pericolosità dei loro comportamenti – a Cona sono arrivati, di fatto, al sequestro di persona di tutti gli operatori, e questo solo perché si erano immaginati che l’ambulanza fosse giunta, per Sandrine, con un inaccettabile ritardo, mentre poi è risultato che non è stato affatto così, e che – come ha dichiarato il procuratore Carlo Nordio – i soccorsi sono stati tempestivi, ma non c’era più niente da fare per salvar la vita della donna. Sta di fatto che a Cona, con il pretesto della morte di lei, alcuni delinquenti hanno suscitato una vera e propria rivolta; oltre a sequestrare il personale del centro, costringendolo a richiudersi per ore, sotto la minaccia della violenza fisica, hanno danneggiato gli arredi, rovesciato i tavoli, si son picchiati fra loro, ivoriani contro nigeriani, hanno bloccato l’arrivo dei furgoni con il cibo, inscenando lo sciopero della fame. Lamentavano il sovraffollamento, il freddo e la cattiva qualità dei pasti. Insomma il servizio non era di loro gradimento, ne pretendono uno assai migliore. Ne hanno diritto, perché siamo anche noi degli esseri umani, come ripetono sempre ai microfoni, quando vengono intervistati da qualche giornalista. Come se avessero imparato una lezione, insegnata loro da qualcuno.
Già: esseri umani che reclamano diritti, ma non accettano di sottoporsi al benché minimo dovere. Succede spesso, nei Centro di accoglienza, che, se le autorità italiane propongono ad un richiedente asilo di fare anche un semplice lavoretto, come quello di spazzare e raccogliere le foglie cadute dagli alberi sui viali cittadini, costui risponda: Lo faccio, ma solo se avrò la garanzia di ottenere lo status di profugo. Ad ogni modo, quel che andrebbe accertato è se, nei Centri di accoglienza, vengono rispettate le leggi e se gli ospiti si comportano in maniera civile fra di loro. Si sa di ospiti islamici che maltrattano e derubano del cibo i loro compagni di religione cristiana; si sa anche di peggio: che durante la traversata del Mediterraneo, qualche volta i cristiani sono stati gettati a mare, dopo aver subito ogni sorta di mortificazioni e prepotenze. Qualcuno dovrebbe spiegare a tutti coloro che premono per varcare i confini dell’Unione europea, e specialmente dell’Italia, che non esistono solamente diritti, ma anche doveri; e che, se ciò vale per i cittadini regolari, a maggior ragione deve valere per coloro che cittadini non sono, che nessuno sa chi siano, né a quale titolo si presentino, né come pensino di mantenersi, o di trovar casa, o d’inserirsi nella nostra società. Nessuno lo sa, perché tutto ciò sembra che non riguardi lo Stato ospitante: secondo la cultura buonista e progressista, non si fanno domande ai “disperati”, i quali, come recita il mantra del politically correct, “fuggono dalla guerra e dalla fame”. Anche se, in realtà, non fuggono né dalla guerra, né dalla fame; anche se vengono da Paesi nei quali non vi è alcuna emergenza umanitaria, alcuna carestia, alcuna particolare fonte di pericolo; anche se non provano né rispetto, né, tanto meno, gratitudine, verso il Paese, o i Paesi, che li accolgono, che li salvano dai gommoni semi-affondati, anche con il pericolo della vita per i soccorritori; che li dissetano, li nutrono, li alloggiano, li riscaldano, li vestono, li curano; che li mantengono gratis per mesi e anche per anni, e offrono loro non solo di far domanda di asilo politico, anche se non ne hanno diritto, ma anche di far ricorso in appello, se la domanda verrà respinta. Il tutto sempre e solo, rigorosamente, a spese del Paese ospitante, dei suoi cittadini, molti dei quali sono poveri, campano con pensioni da fame: eppure non vengono né ospitati, né nutriti, né riscaldati, mai però si sognerebbero, come fanno sovente costoro, di gettare in terra la pastasciutta perché sono stufi di mangiare sempre lo stesso cibo, né di fare a pezzi le strutture, per segnalare il fatto che il riscaldamento non funziona.
In altre parole; ci stiamo abituando all’idea, noi Italiani e noi Europei, di avere solamente dei doveri verso tutti gli altri, e nessun diritto; e di non poter pretendere alcun dovere dagli immigrati/invasori, ma di dover solo erogare dei diritti. Quel che per i nostri cittadini è un reato – il sequestro di persona, per esempio - punibile a termini di legge, per loro non lo è: possono fare ciò che vogliono. Infatti, dopo i gravi fatti di Cona, il questore si è rallegrato del fatto che polizia e carabinieri, per non esasperare gli animi e per salvaguardare l’incolumità di tutti, si sono astenuti da azioni di forza, anche davanti al perdurare e al rinnovarsi degli atteggiamenti di sfida e vandalismo da parte degli ospiti del Centro. È un ritornello che abbiamo sentito troppo spesso. Giunge il momento in cui uno Stato, se vuol esercitare realmente la sua sovranità, e non farsi calpestare dal primo venuto, deve anche correre il rischio di adoperare le maniere forti, con le possibili conseguenze che ne potrebbero derivare. Non ci si può sempre rallegrare perché è finito tutto bene, a tarallucci e vino, quando la legge è stata violata clamorosamente, e quando coloro che hanno sfidato lo Stato restano padroni del campo, impuniti e trionfanti. Succede fin troppo spesso che, nelle strutture di accoglienza, anche quelle più piccole, sparse nel territorio nazionale, si verifichino fatti di violenza che restano impuniti per il timore di provocare disordini, con gravi conseguenze: ma i disordini ci sono già stati, si tratta semmai di far vedere chi comanda in Italia, e di far abbassare la testa ai facinorosi e ai delinquenti che, dopo aver ricevuto accoglienza e aiuto, li ricambiano con la prepotenza e l’arroganza. Altro che assistenza sanitaria e aborto veloce e gratuito per le donne clandestine che son rimaste incinte e non vogliono portare avanti la gravidanza: qui stiamo arrivando all’assurdo. Sappiamo bene che le femministe, e tutte le donne e tutti gli uomini impregnati di cultura femminista, buonista e progressista, insorgeranno, colmi di sacra indignazione: il diritto della donna a disporre del suo corpo è sacro e non si tocca; e, se lo è per le donne italiane, deve esserlo per tutte le donne che si trovano sul nostro territorio. Così essi pensano, e lo dicono forte; ne fanno una questione di principio, una “battaglia di civiltà” (l’aborto volontario, infatti, è, notoriamente, una pratica da persone molto civili), di rispetto dei diritti umani. Addirittura. Io mi faccio mettere incinta e poi esigo che lo Stato che mi ha accolto per motivi umanitari, mi risolva anche questo problema, mi porti in ospedale e mi liberi del feto, presto e interamente gratis.
Tutto questo non è solo sbagliato e immorale; è folle. Non si è mai visto uno Stato che tollera il disprezzo delle regole da parte degli stranieri, oltretutto entrati abusivamente sul proprio territorio, mentre lo pretende dai suoi cittadini; che si preoccupa di accogliere ed assistere chiunque varchi i suoi confini, ma non dei propri cittadini poveri e trascurati da tutte le istituzioni; che rimette in libertà spacciatori, ladri e rapinatori, solo perché stranieri, e lascia pressoché indifesi i suoi cittadini, davanti al rinnovarsi di tali reati, al punto da non poter più girare per certe strade cittadine, perché, a farla da padroni, sono appunto i delinquenti stranieri. Uno Stato così ha deciso di suicidarsi, e la sua fine è solo questione di tempo. Non molto, comunque: questione di qualche anno, di pochi decenni al massimo. Uno Stato così è come se non avesse più voglia di vivere; è come se avesse cessato di credere nel futuro. Vi sono cittadini italiani che non osano più trattenersi sulle scale di casa, insegnati che non possono fare serenamente il loro lavoro, studenti ai quali è stato, di fatto, negato il diritto allo studio, per la presenza, impunita ed impunibile, di qualche ragazzino straniero dalle tendenze delinquenziali, capace di terrorizzare tutta la classe. E le forze dell’ordine si sentono abbandonate: sanno che è inutile arrestare un delinquente straniero, perché il giudice lo rimetterà in libertà; sanno che non vale la pena di rischiare una coltellata per fare il proprio dovere, quando il loro aggressore può mostrare la linguaccia a poche ore dall’arresto, dopo che qualche magistrato, stupido e incosciente, avrà sentenziato che costui aveva agito in “stato di disagio ambientale” e, dunque, non deve rispondere dei suoi atti. Le forze dell’ordine sono frustrate, amareggiate, umiliate. Son ridotte ad assistere impotenti alle continue violazioni della legge. Venditori ambulanti abusivi, mendicanti fissi davanti ai supermercati, piccoli spacciatori padroni dei giardinetti, eserciti di prostitute lungo i viali di periferia, ma, sempre più spesso, anche per le vie del centro. Non aspettano neppure che i negozi tirino giù le saracinesche: d’estate, molto prima del buio, sono già lì, in cerca di clienti da abbordare: sotto il naso dei vigili e degli amministratori.
La Chiesa, o gran parte di essa, continua a predicare il dovere dell’accoglienza; gli scrittori politicamente corretti scrivono romanzi buonisti e umanitari, nei quali si parla del dramma dei “profughi” e si bolla con parole di fuoco chi si mostra inospitale, cinico, razzista; per i magistrati di sinistra è tutto a posto, a parte il truce populismo delle destre. Tutti insieme appassionatamente, ci dicono quel che si deve fare, o meglio continuare a fare, oggi, domani, sempre. Ma chi ha spiegato alla figlia dei due anziani e innocenti coniugi, trucidati nell’agosto 2015 da un ivoriano diciottenne, ospite presso il Cara di Mineo (la donna è stata anche violentata), perché sono morti i suoi genitori? 
Vieni ad abortire a casa mia?

di Francesco Lamendola

http://www.ilcorrieredelleregioni.it/index.php?option=com_content&view=article&id=10781:vieni-ad-abortire-a-casa-mia&catid=114:civiltaoccidentale&Itemid=145

LA POLITICA DELL’ACCOGLIENZA DEL PAPA DESTABILIZZA L’EUROPA. UN PAMPHLET

Il nuovo libro del francese Laurent Dandrieu
di Mauro Zanon 6 Gennaio 2017
Parigi. Laurent Dandrieu è il nom de plume con il quale firma articoli molto seguiti sulle pagine di società e cultura di Valeurs Actuells, il settimanale della destra liberal-conservatrice francese. Nato a Roma, profondamente cattolico e anti moderno, Dandrieu si occupa da vicino delle questioni religiose, soprattutto da quando al Vaticano siede papa Francesco. Ed è proprio al Pontefice che l’autore ha consacrato il suo ultimo libro, “Église et immigration. Le grand malaise” (Presses de la Renaissance).
Un libro dove il pontefice e la chiesa cattolica tutta sono giudicati con severità per l’attuale gestione della crisi migratoria e per l’atteggiamento ambiguo mostrato in questi ultimi anni verso l’inquietudine identitaria dei popoli europei. “Il Papa è contro l’Europa?”, è la domanda che permea questo pamphlet di denuncia nei confronti di papa Francesco e delle sue troppe arrendevolezze.
Dandrieu non esita a parlare di “suicidio di civiltà” favorito dal comportamento di apertura scriteriata all’immigrazione e alle culture allogene della chiesa cattolica sotto papa Francesco, e a sottolineare come molti cattolici, a partire da lui medesimo, provino un malessere crescente dinanzi agli attuali stravolgimenti europei. Il malaise dei cattolici, divisi tra la loro fedeltà alla chiesa e la legittima preoccupazione di proteggere la propria identità, si è acutizzato in questi ultimi due anni.
Mentre l’Europa, che non è riuscita a integrare nemmeno le precedenti generazioni di immigrati, è sottomessa a un’ondata migratoria senza eguali, la chiesa cattolica, più che mai, insiste sull’“l’imperativo dell’accoglienza”, dando l’impressione di farsi complice di ciò che lo stesso papa ha qualificato come “invasione”, scrive Dandrieu.
Ma questa incomprensione tra i popoli europei di fede, tradizione e cultura cristiana e la chiesa cattolica è una fatalità? La chiesa è condannata a essere prigioniera della “cultura dell’incontro” auspicata dal Papa, con il rischio di abbandonare il continente europeo al caos senza benefici per gli stessi migranti? O esiste un’altra via che permette di riconciliare gli imperativi della carità con la difesa della civiltà europea?
Attorno a queste tre questioni il giornalista di Valeurs Actuelles sviluppa le sue riflessioni, riprendendo molti dei temi che erano già stati al centro di un articolo rumoroso pubblicato a settembre nel suo settimanale. L’articolo si intitolava “L’Église au piège de l’immigration”, la chiesa nella trappola dell’immigrazione, e Dandrieu scriveva che nel discorso di Papa Francesco e dei vescovi i continui richiami all’imperativo della carità cristiana tendevano a occultare la dimensione politica del problema migratorio. In quelle righe spiegava soprattutto come le prese di posizione della chiesa cattolica sulla “crisi dei migranti” avessero inasprito il dibattito tra i cattolici francesi e li avessero fortemente divisi. “Per alcuni, insistendo esclusivamente sull’accoglienza dei ‘rifugiati’, la chiesa contribuisce ad aumentare il vortice migratorio che minaccia di destabilizzare la società occidentale”, scriveva Dandrieu.

Per altri, come il blogger cattolico Koztoujours (pseudonimo di Erwan Le Morhedec, il cui blog è tra i più seguiti dalla “cathosphère” internettiana), la chiesa sta svolgendo perfettamente il suo ruolo, perché spalancare le porte significa niente di meno che “salvare l’animo francese”. “Il riferimento sistematico (della chiesa cattolica, ndr) alla parabola del buon samaritano porta a scartare, perché considerata inadeguata, ogni riflessione politica sul bene comune dei paesi di accoglienza”, chiudeva Dandrieu. La copertina di questa settimana di Valeurs Actuelles è tutta dedicata a questo “Pape qui dérange”, a questo Papa che “infastidisce” e suscita dibattiti accesi all’interno e all’esterno della Santa Sede

Migrazioni ed invasione: caos e destabilizzazione, i “nodi vengono al pettine”


di  Luciano Lago
Da molto tempo andiamo denunciando che il problema dell’immigrazione ha delle connotazioni totalmente diverse da come ci viene presentato dalla stragrande maggioranza dei media e dai comunicati dei Governi che si sono alternati a Palazzo Chigi. Come noi, altri ben più autorevoli commentatori, al di fuori del coro conformista e finto “compassionevole” della sinistra mondialista, hanno rilevato allo stesso modo come esista una regìa occulta dietro l’ondata migratoria che si è abbattuta sull’Italia e che ha coinvolto buona parte dei paesi d’Europa.
Non abbiamo mai perso l’occasione per stigmatizzare le politiche folli ed irresponsabili suggerite dall’Unione Europea, di cui sono stati protagonisti personaggi ormai screditati come la Merkel, Hollande, Renzi, che progressivamente vengono sfiduciati dalla scena politica come “venditori di fumo” dalle stesse opinioni pubbliche che, in buona parte, iniziano a comprendere come le politiche europeiste siano le dirette responsabili del caos, della destabilizzazione sociale e del degrado delle società europee.
La politica che sospinge e favorisce le ondate migratorie è apertamente sostenuta da tutti gli organismi transnazionali dall’ONU, al Fondo Monetario Internazionale (FMI), al WTO, incentivata dal Vaticano del Papa argentino, fino alle grandi entità finanziarie, fra cui possiamo citare la Goldman Sachs, il cui ex presidente, P. D. Sutherland, un irlandese, oltre al suo alto incarico nella grande Banca d’Affari risulta essere (guarda caso) anche il rappresentante presso l’Onu della “Segreteria Generale per l’Immigrazione Internazionale” ed è questi un fanatico sostenitore del controllo centralizzato dell’Europa, nel sostenere la necessità delle ondate migratorie, tanto che fu lui a dichiarare che “l’immigrazione è una dinamica cruciale per la crescita economica”.
Ne deriva quindi che la crisi dell’immigrazione viene utilizzata dai grandi potentati finanziari come mezzo per la trasformazione radicale dell’assetto sociale, leggi per omologazione delle persone e sradicamento delle culture originarie dei popoli.
Tutto deve procedere nella direzione stabilita ma, tanto è che, prima o poi, “tutti i nodi vengono al pettine” che anche in Italia la situazione, causata da queste politiche attuate dai burattini manovrati dalle centrali di potere (Renzi, Alfano e compagnia) inizia ad essere fuori controllo e si riscontrano i primi sintomi evidenti del caos e della destabilizzazione causati dall’arrivo dell’ondata di migranti.
Gli episodi di rivolte nei quartieri dove arrivano i migranti, come a Gorino, Ferrara o a Roma -San Basilio, o di rivolte dei migranti nei centri di accoglienza, come l’ultima a Cona (Venezia) dove i migranti hanno sequestrato i 25 addetti del centro ed hanno spaccato tutto per protesta, sono sempre più frequenti.
Così lo stesso governatore del Veneto, Luca Zaia (uno dei pochi che aveva denunciato l’insostenibilità della situazione) denuncia oggi:
Il caos è diventato normalità in quella che il Governo tenta di far passare per emergenza e che è divenuta invece flusso costante e inarrestabile di immigrati economici travestiti da profughi.. Il livello di guardia è stato superato. Siamo all’immigrazione incontrollata che sta mettendo in crisi il sistema istituzionale territoriale, il tessuto sociale, le attività di prevenzione e profilassi sanitaria che la Regione Veneto, di sua spontanea volontà ha attivato, pur non avendo mai avuto nessuna competenza in un meccanismo di cosiddetta accoglienza gestito da Roma e dai Prefetti e scaricato sui Comuni. Urgono soluzioni radicali che rispettino la dignità delle persone e il diritto dei territori a non essere invasi a colpi di diktat”……Vedi: Immigrazione. Zaia “superato il livello di guardia”..
Un allarme lanciato da chi dovrebbe avere il controllo del proprio territorio, un presidente di Regione, ma che viene bypassato dai provvedimenti dei prefetti, porta ordini del Governo di Roma, a sua volta al servizio della oligarchia di Bruxelles di cui si premunisce di rispettare le direttive, pena pesanti sanzioni. Una catena di comando burocratica che non si può spezzare.
Le ondate migratorie non sono “spontanee” e “ineluttabili” come vorrebbero far credere  e le persone dotate di un minimo senso critico iniziano ad accorgersi dell’esistenza di uno stretto rapporto di causa-effetto tra le guerre di destabilizzzazione scatenate dagli USA e dalla NATO contro i paesi del M.Oriente e del Nord Africa (Libia) e l’ondata migratoria riversatasi sull’Europa, come del nesso esistente tra la supremazia dell’economia finanziaria globale e l’esodo biblico di migliaia di disperati che ogni giorno si riversano sulle nostre coste.



Migranti in protesta

Se qualcuno avesse nutrito dei dubbi in proposito, era arrivata alcuni mesi addietro una dichiarazione attinente da parte del Pentagono USA che ha rivelato “candidamente” quale sia la realtà, enunciando che l’immigrazione di massa è stata programmata per durare un ventennio, così  la notizia, riportata da varie testate giornalistiche, con il titolo “Migranti, il Pentagono: una crisi che durerà almeno 20 anni”: “Dobbiamo affrontare sia unilateralmente che con i nostri partner questa questione come un problema generazionale, e organizzarci e preparare le risorse ad un livello sostenibile per gestire questa crisi dei migranti per i prossimi 20 anni”.
Lo aveva dichiarato alla Bbc il capo degli Stati maggiori riuniti degli Stati Uniti (il più alto ufficiale in grado), il generale Martin Dempsey.
Saranno quindi venti lunghi anni di guerre, di ondate di profughi, di stermini di massa e di crisi economica indotta, con le petromonarchie saudite, alleate dell’Occidente, che alimentano terrorismo e fanatismo wahabita e salafita  fra le comunità islamiche che si riversano  anche in Europa con la complicità dei servizi di intelligence dei paesi NATO, interessati a perpetuare situazioni di emergenza per tenere sotto controllo le popolazioni.
Codesto è esattamente l’obiettivo dell’elite dominante, ossia di coloro che controllano anche l’oligarchia di Bruxelles ed i governi dei principali paesi europei e che hanno pianificato da tempo le ondate di migratorie come fattore di sostituzione ed omologazione di popoli, cosa che rientra in una vecchia strategia a suo tempo programmata dagli stessi creatori dell’Unione Europea (vedi:  il piano Kallergi).
L’Europa deve esser messa alle strette per cedere definitivamente sovranità e risorse a beneficio della elite dominante. I vertici dell’Alleanza Atlantica e il Pentagono USA, le Istituzioni Eropee, in situazioni di guerra e di crisi, potranno esercitare un ruolo di dominazione incontrastata. Si stanno già preparando a reprimere le voci della dissidenza con il pretesto delle “ingerenze della Russia” o di fermare la “diffusione dell’odio”, in una opportuna campagna destinata a soffocare ogni possibile opposizione ai loro progetti.
Prepararsi al peggio è la parola d’ordine per coloro che scelgono di rimanere vigili e che non vorranno sottostare a quanto si prospetta.

ZH: Perché il governo italiano non riesce a risolvere il problema dei trafficanti di immigrati? Perché non vuole farlo


Un’analisi fattuale – riportata da Zero Hedge – di quanto sta accadendo intorno alla questione immigrati, porta a conclusioni sconvolgenti. Si è consolidata una prassi che coinvolge trafficanti di persone, organizzazioni non governative e istituzioni italiane e che lucra in tutti i modi possibili su questo dramma umanitario. A partire dal recupero dei disperati in acque territoriali libiche, agli appalti pilotati per costruire i centri di assistenza, fino allo sfruttamento degli immigrati stessi nelle campagne per salari da fame, la crisi umanitaria si è trasformata in un affare colossale per le organizzazioni malavitose e mafiose. Il tutto viene reso possibile dalla sospensione di fatto dello stato di diritto per tutto quello che concerne la questione dei migranti provenienti dall’Africa.
da ZeroHedge
Lo stato di diritto viene spesso evocato come uno dei valori occidentali che i movimenti “populisti” vogliono distruggere, eppure sull’immigrazione la classe dirigente al governo ha già da tempo sospeso quello stesso stato di diritto. L’esempio più evidente è la politica di immigrazione iniziata dal governo Letta nel 2013 e proseguita poi sotto il governo Renzi.
Nell’ottobre 2013 il governo Letta, trovandosi ad affrontare ondate di profughi in fuga dalla Libia per il caos provocato dalla primavera araba sostenuta dall’occidente – che più tardi si è rivelata niente più che un’insurrezione di gruppi radicali islamici – lanciò l’operazione “Mare Nostrum“, che consisteva nell’utilizzo della Marina italiana vicino alle acque libiche in operazioni di salvataggio dei rifugiati dalle coste africane.
Per quanto nobile potesse essere la motivazione, un effetto collaterale dell’operazione è stato quello di incoraggiare sempre più persone ad intraprendere viaggi via mare, perché ormai erano certe che la Marina italiana le avrebbe salvate (1). Il risultato è stato un aumento del 224% del numero di imbarcazioni in partenza dalla Libia, che si è tradotto in un costo medio di quasi 10 milioni di euro al mese per il governo italiano (1).
Nel novembre 2014 Mare Nostrum è stato sostituito dall’operazione Triton, finanziata e coordinata dall’Ue, che copre una parte più piccola del Mediterraneo, al costo di 3 milioni di euro al mese. La ragione ufficiale per l’operazione Triton è il controllo delle frontiere, tuttavia, se guardiamo i fatti, l’obiettivo dell’operazione è semplicemente quello di portare in Italia quante più persone possibile, indipendentemente se siano rifugiati, migranti economici, legali o illegali. Da allora i canali del contrabbando di persone, invece di essere fermati, si sono moltiplicati.
Una pratica consolidata, a partire dall’operazione Mare Nostrum e poi continuata sotto Triton, è che i contrabbandieri lanciano un segnale di soccorso ai mezzi della Marina in perlustrazione e richiedono assistenza. Intanto le ONG, che perseguono le politiche delle “frontiere aperte”, li aiutano, assistendo chiunque – legali, illegali, rifugiati – voglia raggiungere l’Europa (2) (3) (4).



Statistica immigrati Italia

La Commissione europea, responsabile di Frontex, e che segue i controlli alle frontiere, ha una chiara opinione in materia. Il Commissario per gli affari interni, la Migrazione e la Cittadinanza – Dimitris Avramopoulos – ha dichiarato: “un altro elemento importante che è emerso con forza dalle discussioni sulla lotta al contrabbando è che le ONG – e le autorità locali e regionali – che forniscono assistenza ai migranti clandestini non dovranno essere criminalizzate. Sono pienamente d’accordo, naturalmente, come sono anche d’accordo sulla necessità di tutelare i diritti fondamentali di coloro che vengono introdotti clandestinamente. Quelli che dobbiamo punire sono i contrabbandieri!” (5)
Punire i contrabbandieri, a meno che non facciano parte delle ONG, significa che il problema non può essere e non sarà risolto, perché le ONG saranno sempre libere di contrabbandare i migranti. Con ciò si porta avanti una tradizione ben consolidata; durante il governo Monti nel 2011-12 fu creato un Ministero per l’Integrazione e assegnato ad Andrea Riccardi della “Comunità di Sant’Egidio”, una famosa ONG italiana favorevole alle frontiere aperte. La “Comunità di Sant’Egidio” gestisce progetti come i “Corridoi umanitari”. Il progetto finanzia un itinerario alternativo per portare la gente in Italia. Andrea Riccardi ha detto ai media francesi di essere convinto che l’Europa deve aprire le sue frontiere.(6)
Il Ministero è stato poi assegnato a Cecile Kyenge, una donna di colore nata nella Repubblica democratica del Congo, che si è data come obiettivo quello di ridurre drasticamente i requisiti per l’acquisto della cittadinanza italiana. La Kyenge propone una legge che darebbe la cittadinanza ai figli degli immigrati a condizione di esser nati sul suolo italiano. Sotto Renzi, il ministero è stato ridotto a un dipartimento all’interno del Ministero per gli Affari Interni e consegnato a Mario Morcone, ancora una volta affiliato alla “Comunità di Sant’Egidio”.
Cosa succede una volta che i migranti di tutti i tipi raggiungono il suolo italiano? Vengono inviati ai centri per i profughi, dove possono chiedere lo status di rifugiati. Va fatto notare che l’Italia ha da tempo esaurito i posti per i richiedenti asilo, e così il governo sta pagando alberghi, ostelli o cittadini in generale per ospitare le persone.
Una pratica comune per coloro che sanno che la loro domanda verrà respinta, è di distruggere i loro documenti in anticipo (7), in questo modo il tempo necessario per identificarli aumenta in modo esponenziale. L’esperienza ha dimostrato che i centri alla fine diventano sovraffollati, il che offre l’occasione ai migranti di organizzare una rivolta, distruggere parte dei centri e infine fuggire e diventare illegali. (8) (9) (10) (11) (12) Se invece non scappano e la loro domanda viene rigettata, vengono espulsi. L’espulsione tuttavia è volontaria e i dati mostrano che solo il 50% circa dei migranti espulsi se ne va davvero, probabilmente in un altro paese Ue-Schengen, mentre gli altri diventano clandestini.
Come ha dimostrato lo scandalo Mafia Capitale (13), una collusione tra i membri del Partito Democratico al governo che controllano le istituzioni statali italiane dell’immigrazione tra cui i centri profughi, le ONG e il crimine organizzato, assicura che i migranti siano impiegati a spese dei contribuenti italiani e per una paga oraria insignificante, in modo da garantire ingenti profitti illegali al racket. Una famigerata frase di un membro della criminalità organizzata, che spesso viene citata, ha rivelato che l’immigrazione è al momento un business più redditizio del traffico di droga.
“Hai idea di quanto guadagno con questi immigrati?” ha detto Salvatore Buzzi, un affiliato della mafia, in un’intercettazione di 1.200 pagine ad inizio 2013. “Il traffico di droga non è così proficuo“. “Abbiamo chiuso quest’anno con un fatturato di 40 milioni, ma… i nostri profitti vengono tutti dagli zingari (ROM), dall’emergenza abitativa e dagli immigrati” ha detto Buzzi. Questo nel 2013, quando erano arrivati in Italia 20.000 immigrati. Nel 2016 ne sono arrivati 180.000.
Politici corrotti come Giuseppe Castiglione (NCD, partner di governo del Partito Democratico), che lavora per il Ministero degli Interni con la missione ufficiale di “favorire l’integrazione delle persone bisognose di protezione internazionale”, in realtà si adoperano per trarre profitto dalla crisi.
Le attività illegali associate spaziano dall’assegnazione della costruzione dei centri per i rifugiati alle cooperative legate al PD in cambio di tangenti, al trasferimento dei richiedenti asilo e dei clandestini nelle campagne italiane per impiegarli in agricoltura con salari da 1 a 3 euro all’ora. Per quel che riguarda le donne, gli immigrati stessi organizzano giri di prostituzione nei centri profughi o le vendono perché lavorino lungo le strade italiane. (14)
L’immigrazione è una storia di attuazione volontariamente lassista dello stato di diritto, di contrabbando, di disonestà, di schiavitù e, in definitiva, di distruzione dell’Europa.
Tratto da Voci dall’estero
Riferimenti
Immigrazione: il flop di Mare Nostrum, Il Sole 24 Ore
Colte in flagrante: le ONG sono parte del traffico di migranti, Gefira
L’armata delle ONG che opera sulle coste della Libia, Gefira
Gli americani di MOAS traghettano migranti in Europa, Gefira
Come potrebbe essere più efficace l’azione della UE contro i trafficanti di migranti? European Commission
Andrea Riccardi, un’anima per l’Europa, Lavie
Stabilire l’identità per la protezione internazionale, European Migration Network
Migranti, in 40 fuggono dall’hotel nel Sulcis e bloccano la Statale, Corriere
Rivolta nel Cie di Milano: scappano tre irregolari, gd-notizie
Rivolta al Cie, agenti contusi. Scappano in 22, 10 arresti MigrantiTorino
Lampedusa, via ai trasferimenti. fuga di immigrati al Cie di Torino, RAI
I clandestini restano in Italia anche dopo essere espulsi, Il Giornale
Mafia capitale, Buzzi: “Con gli immigrati si fanno molti più soldi che con la droga”, Il Fatto Quotidiano
La mafia siciliana guadagna sulle spalle degli immigrati disperati, La Stampa