ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 14 gennaio 2017

Non ci si può opporre a Dio


Come il chicco di grano

«Che cosa credete che facevamo in seminario?». Questa volta, nonostante le apparenze, non è una vergognosa ammissione. È la candida “confessione” di un giovane sacerdote cui il vescovo ha minacciato la sospensione a divinis qualora si azzardi a celebrare in rito antico. «Lei sa celebrare la Messa tradizionale, Padre?», è stata la spontanea reazione. «Certo, ho imparato durante gli studi. Che cosa credete che facevamo in seminario?». Grandioso. C’è tutto un movimento sotterraneo che sta crescendo silenziosamente fra seminaristi e giovani preti, sotto il naso di quella nomenklatura al potere che come una banderuola, quattro anni fa, ha repentinamente quanto radicalmente cambiato orientamento. Non ci si può opporre a Dio. Ecco i veri segni dei tempi di cui si riempiono la bocca nei loro stanchi ritornelli, che nessuno vuol più sentire. Poi si rompono il capo per capire come mai i ragazzi scappino dalle parrocchie appena ricevuti i sacramenti…


Ci avevano confezionato un nuovo “cristianesimo” facile e piacevole, al passo coi tempi, sensibile ai temi del mondo moderno e alle attese dell’uomo contemporaneo, senza regole, sacrifici, rinunce, penitenze, retaggio di un oscuro Medioevo in totale contraddizione con il Vangelo, quel lieto annunzio di liberazione, pace, gioia, amore e fraternità universale rimasto disatteso per quasi due millenni… Finalmente l’utopia diventava realtà; la Chiesa ritrovava la sua vera identità di rete informale di piccole comunità autarchiche, la liturgia rifioriva nella creatività dell’improvvisazione, Gesù poteva di nuovo passare fra la gente con la sua parola liberatrice e tutti, ortodossi, protestanti, ebrei, musulmani, buddhisti, indù, atei o animisti – che lo gradissero o meno – erano promossi a nostri fratelli. L’attesa escatologica si era miracolosamente compiuta: il “regno” era ormai fra noi, bastava convincersene e farlo sapere agli altri.

Su ciò che non andava, nella Chiesa o nel mondo, bisognava solo chiudere gli occhi; se proprio non era possibile, la soluzione era derubricare a debolezza o anomalia quanto fino allora considerato peccato, aggiornando l’arretrata morale cattolica alla luce degli ultimi dati della psicologia e della sociologia. Chi, nonostante l’arrivo dei tempi messianici, commetteva ancora crimini assolutamente inammissibili andava paternalisticamente compatito come qualcuno che non aveva capito la verità e a cui, di conseguenza, si sarebbe dovuto spiegare perché sbagliava. La fede coincideva con le giuste idee che assicuravano la salvezza – una salvezza del tutto terrena che si riassumeva in un vago benessere psichico conseguente al superamento delle alienazioni contemporanee. Nessuno, a quanto pare, s’era avveduto che quelle alienazioni derivavano proprio dall’abbandono della fede ricevuta e dei suoi modi tradizionali di esprimersi e nutrirsi.

Come meravigliarsi che questo “cristianesimo” nuova versione non dica più niente a nessuno? Come stupirsi che questo suo surrogato artificiale e posticcio risulti sempre più irritante e noioso, se non quando è oggetto di irrisione o di disprezzo? Abbiamo usato il nome di Dio invano, in modo da farlo bestemmiare e da rendere la fede irrilevante. Ciò che non costa nulla, ciò che dovrebbe venire spontaneo non appena se ne parli… non riveste il minimo interesse, eccetto per quelli che scelgono deliberatamente di vivere nell’illusione e di sostituire la realtà con l’immaginario della loro fantasia di persone immature. Tolti pochi individui di buona volontà sinceramente impegnati, ma spesso irretiti dall’ideologia loro inculcata, le parrocchie rigurgitano di gente che si agita per farsi notare sul miserabile palcoscenico della “pastorale creativa” o per realizzare improbabili progetti partoriti da una mente contorta in una curia diocesana.

Ma ecco che proprio quanto era stato irreversibilmente bandito come espressione di una religione crudele, retrograda, alienante e oscurantista ritorna a poco a poco a galla, senza far rumore. Non sono nostalgici o fondamentalisti a riesumarlo, ma adolescenti e giovani che scoprono che esiste qualcosa di serio per cui valga la pena vivere ed eventualmente consacrarsi. Ciò che costa sforzo e sacrificio deve aver valore – e la vita va pur spesa per qualcosa che abbia valore. Il soffocante nichilismo attuale non è imputabile esclusivamente agli indirizzi filosofici della modernità, ma anche al fatto che tutta una generazione di preti e religiosi gli ha spalancato le porte della Chiesa. Si può pure comprendere, con l’occhio dello storico, il loro personale disagio esistenziale in un’epoca segnata da profondi stravolgimenti politici, culturali ed economici, ma visti i risultati non si può certo dire che le loro scelte siano state vincenti. Sarebbe tempo di ammetterlo…

«Che non vi accada di trovarvi a combattere contro Dio» (At 5, 39). Perché i grandi esperti della Parola fanno così fatica ad attualizzare ciò che li concerne? Forse perché questo li obbligherebbe a convertirsi? Eppure «tutti dobbiamo comparire dinanzi al tribunale di Cristo» (2 Cor 5, 10)… e non vengano a raccontarci che questa è soltanto un’espressione pedagogica da demitizzare. È consolante costatare che, per molti seminaristi attuali, Bultmann, Rahner, Teilhard de Chardin e compagnia sono illustri sconosciuti o tutt’al più oscuri nomi che trovano giusto nei libri. Il vento autunnale porta via le foglie secche; poi, sotto la soffice coltre di neve, il frumento gettato nel terreno germoglia e cresce di nascosto, ma deve necessariamente spuntare e svilupparsi fino alla messe. «Guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura» (Gv 4, 35).

Per vederli, basta avere occhi non bendati dall’ideologia, ma rischiarati dallo Spirito. I giovani amanti della Tradizione non sono rigidi o insicuri, ma persone che si stanno realmente liberando dalle alienazioni indotte da una cultura perversa cui la “nuova chiesa” ha fatto da cassa di risonanza. Quando le deficienze inerenti alla natura umana decaduta o – peggio – le patologie di una società malata, sotto l’influsso della psicanalisi, sono considerate parte integrante dell’ordinario (e quindi inevitabile) funzionamento dell’uomo, si rischia davvero di alienarsi di brutto. Se uno si sente dire, in seminario o in convento, che non solo non si può fare a meno di un’attività sessuale, ma che l’impurità e le perversioni sono comuni a tutti, non potrà mai coltivare la castità, a meno che, per una grazia singolare, non si accorga dell’inganno. Rifiutarsi di essere manipolati non è indice di rigidità mentale, ma segno di libertà interiore e di consapevolezza del pericolo.

Avanti, dunque, senza paura! Sono lor signori che temono giovani svegli che non abboccano più. Sanno benissimo che, se si applicasse realmente il Summorum Pontificum, la situazione sfuggirebbe loro di mano: l’assiduità alla vera Messa dissolve la soggezione a un sistema totalitario impostosi con una colossale manipolazione collettiva di cui il novus ordo è il principale strumento. Chi celebra o assiste al divin Sacrificio nella forma che ci è stata consegnata, piuttosto che in quella inventata a tavolino per compiacere protestanti e massoni, comincia a sentirsi come un re che ha ricuperato i suoi domini. Più questa partecipazione è gravosa o rischiosa, più abbondante ne è il frutto spirituale. Lancio dunque un appello ai seminaristi e ai giovani sacerdoti: fatelo sempre di più – magari di nascosto, ma fatelo. È paradossale doversi esprimere così, ma che volete: è tutto capovolto. Soprattutto consacrate voi stessi e le vostre comunità al Cuore immacolato di Maria: sarà Lei a far crollare il sistema (come ha già fatto con l’impero sovietico), ma vuole servirsi di voi.
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